NOTIZIE DELLA SICILIA.
21 gennajo.
Dalle nuove di Sicilia tutta l'Italia del certo sarà funestata; e niuna cosa può riuscire più misera ed afflittiva al cuore de' buoni Italiani, come vedere in mezzo al quieto e ordinato nostro risorgimento scoppiare un conflitto la cui fine non può tornare se non infelice ad entrambe le parti. Se la superano i sollevati, chi porrà modo alle lor domande, e chi interdirà loro d'inalberare il vessillo isolano, squarciando e dispiccando un membro di più al corpo già troppo lacero e troppo diviso d'Italia? E se vince la podestà regia, ormai gli è impossibile che ciò succeda senza moltissimo sangue, fiera semenza di sollevazioni nuove e più pertinaci; e niun modo, poi, e niuna misura verrà segnata agli esilii, agli incarceramenti e ai supplizj che già tanto moltiplicavano in quelle provincie sfortunatissime. Dio conosce gli autori e gl'istigatori di tanto male; e certo, a chi ha menate le cose ad estremi così terribili, prepara nella sua giustizia squisiti castighi e vendette.
Primamente, noi sentiam bene per tutto ciò, che gli animi colpiti così a un tratto dalla narrazione di casi lacrimevoli a tutta l'Italia si abbandonino al dolore e allo sdegno, e quasi disperino della salvezza pubblica, od almeno si sentan fallire la dolce speranza di campare la patria dai tumulti sanguinosi, dalle mutazioni violente e immature, e dalle miserie e dal lutto della guerra intestina. Ma dato sfogo al primo impeto dell'affetto, e rimenate le forze della ragione e le virtù dell'animo agli uffici loro, debbono tali forze e virtù, avanti ogni cosa, impedire che noi ci lasciamo vincere all'immaginazione, invece di crescere in attività e in coraggio quanto i danni e i pericoli crescono. Se il vorremo tutti, e gagliardamente il vorremo, niun uomo, e sia pur coronato, potrà contrastarci di ricondurre la conciliazione e l'ordine dove ora sono sbanditi, e di far cadere le armi male impugnate, disfare i patiboli, restituire alla patria i fuggiaschi, assicurare la pace, dar principio e base a riforme larghe ed irrevocabili. Per tutto ove abbondano i buoni e accorrono risoluti e operosi, mai non è mancato rimedio ai più profondi guasti e alle più cangrenose piaghe dei regni. Poniamoci tutti, con quanta efficacia di persuasione e con quanti mezzi possediamo di forza e ingerimento morale, poniamoci in mezzo ai sollevati ed al principe: Dio e la fortuna d'Italia compiranno il restante. Ma noi siamo privati, e l'azione nostra va lenta, dislegata e difficile. Tocca pertanto ai principi nostri riformatori il primo alto e il più vigoroso del morale intervenimento di cui ragioniamo. E che? potrà una sola volontà, potrà una sola mente caparbia turbare e sconvolgere a suo talento l'Italia intera? Permetteranno i principi della Lega, che tante loro fatiche e buoni desideri e savissime opere, che tante speranze e disegni loro magnifici per salvate con progressivi e pacifici mutamenti l'Italia, vadan perduti? No, questo non accadrà, chè sarebbe importabile e mostruoso. Parlino ed operino essi con tutta la pienezza e la vigoria di lor dignità, e con tutta quella che porge loro al presente la necessità delle cose, la santità della causa, il dovere di padri e salvatori de' popoli, l'orrore del sangue civile; e a ciascuno sarà giuocoforza obbedire. Ma lascino addietro (noi ne li preghiamo e gli scongiuriamo) le forme e le lungaggini diplomatiche, e come i fatti sono straordinarj e giungono subitanei, altrettanto sia straordinaria e subita l'azione loro. Guai se non riuscissero, guai. V'ha già chi trae compiacenza di tal prima sollevazione, pigliando fiducia che le cose precipitino tanto al male, da vedere disfatti e poi ricomposti a lor modo i regni e i trattati. Ma noi, corretti dalle lunghe sventure, noi non ignari della bestiale pazienza degli uomini, e che ne' gran rovesci la libertà e i diritti de' popoli quasichè sempre vanno in conquasso, noi speriamo tuttavia che la rigenerazione nostra regolare e incolpabile abbia vita così poderosa e tanto piena di partiti e compensi, da trionfare eziandio di questa prima battaglia, e rimovere questo durissimo inciampo che trova nel suo cammino, semprechè i principi della Lega vi si adoperino di concerto e con intera e pronta efficacia. Deh! movali almeno l'enormità del pericolo, se altro sentimento ed affetto non gli riscuote: sebbene dal cuore de' principi nostri niun sentimento pietoso e nobile rimane escluso; e singolarmente dal cuore di Pio, il quale benchè sia padre di tutti i fedeli, pure sa e sente che gl'Italiani sono primogeniti suoi, primogeniti della Chiesa.
Usi egli, dunque, larghissimamente della più che umana autorità del suo grado e carattere; usi della maestà che possiede e della gloria che ha conquistata; e interceda potentemente e con azione sollecita, e con quanti modi e mezzi e clientele ed ajuti ha seco, interceda, diciamo, per otto milioni e più d'Italiani e compatrioti suoi, i quali pure in mezzo al tumulto e alle armi girano in verso di lui lo sguardo, e ne invocano in ogni istante il nome venerando e miracoloso. Noi non sappiamo quali ragioni distogliessero poco fa il Pontefice dall'interporsi in guisa patente e solenne tra le popolazioni Svizzere in procinto di azzuffarsi; ma questo sappiamo, che niuna ragione, niun dubbio, niuna cautela può stoglierlo legittimamente dall'intromettersi con somma efficacia tra il re delle Due Sicilie e le insorte popolazioni. Quindi egli debb'essere risoluto di ciò; e noi, chinati ai suoi piedi, ne lo supplichiamo con quella istanza e con quel fervore d'affetto e profondità di dolore, che la civile carità e la voce del sangue italiano ci fa sentire e significare.
(Dalla Lega Italiana.)