SULLA NECESSITÀ DEL CONFEDERARSI.

27 marzo 1849.

L'Italia, chi può negarlo? ogni dì più si sconvolge, ogni dì più si slega e disgiunge nei fatti, nelle opinioni e negli interessi. Ufficio pertanto del buon cittadino è impedire che scompigliandosi e dividendosi tuttavia, smarrisca i nobilissimi fini a cui vuol pervenire, ed i quali sono principalmente la Indipendenza, l'Unione, e la Libertà. E qui pure sembra mestieri che risovvenga a tutti la massima del Machiavello, che per riordinare gli umani istituti occorre di risospingerli inverso i principj. L'Italia diè cominciamento al risorgere suo con la universale concordia e armonia delle menti e degli animi; mostrò di abborrire da ogni fazione, e di voler conciliare con fina e generosa industria i pensamenti, le mire e i desiderj di tutti. L'ardenza e l'impeto delle passioni non volle adoperati e sfogati nelle sètte e nelle brighe interiori, ma rivolti contro dell'Austria, intesi al magistero delle armi, ai pericoli della guerra e a quelle imprese ardite e magnanime che il riscatto della patria comune ricerca ed inspira. Fra i mezzi e gli apparecchi più acconci per menare a bene il fiero conflitto, conseguire l'indipendenza, acquistare vita e abito di nazione, indicò e raccomandò con ardore tutti i modi e tutte le vie per giungere a qualche notabile grado di consenso e di unione tra i membri della gran famiglia italiana; e desiderò fortemente in fra essi una leale ed intima Confederazione. Volle per ciò medesimo, che in ciascuna provincia le istituzioni fossero tanto larghe, e tanto almeno vi si godesse di libertà, quanto ne bisogna per concorrere speditamente e con buon successo alla cacciata degli stranieri e all'unione confederativa; il rimanente giudicò doversi lasciare, e trattare a guerra finita. Volle poi quella libertà uguale per tutti, avversa ad ogni violenza, amica d'ogni ordine di cittadini, tutrice spassionata d'ogni diritto, d'ogni prerogativa, d'ogni possesso; libertà vera, insomma, e non finta ed inorpellata da nomi e simboli grandi e pomposi; libertà fondata sulla giustizia comune e imparziale, servita da ministri e ufficiali così abili come integri, osservatrice scrupolosa e severa delle leggi, promovitrice della pubblica educazione, massime di quella del popol minuto, calda di spiriti religiosi e caritativi, e informata soprattutto dal sentimento profondo e radicatissimo del dovere.

Noi di queste massime e di queste pratiche, le quali tutte furono fin da principio espresse e acclamate dal buon senso della nazione, saremo indefessi propugnatori. E non è nostra colpa se torna utile ed opportuno, per non dir necessario, il ripetere e raccomandare all'Italia verità così ovvie ad un tempo, e così salutevoli. Noi aderiremo con fede a tutti i governi che mireranno con zelo instancabile ad effettuare l'indipendenza e il patto d'unione; a tutti i governi aderiremo non ripulsivi ed intolleranti, non agitati e predominati da focoso amore di parte, ma professanti equità, moderazione, assennatezza, e capaci di annegazione e di sacrificio.

Da tutto ciò si raccoglie, che noi poco o nulla ci occuperemo in questo Periodico delle forme di reggimento politico, e assaissimo della bontà delle leggi; e però con diligenza e studio ne indagheremo e invigileremo l'applicazione e l'esecuzione. Noi (per venire in ispecialità a Roma e al suo Stato) in qualunque atto dell'Assemblea, e in qualunque del Comitato esecutivo e del Ministero, esamineremo anzi tutto e con massima cura le attinenze che avrà col bene comune d'Italia, con la guerra del riscatto e col bisogno e l'aspettazione del patto confederativo; poi con le condizioni particolari di queste nostre provincie, e sempre con gli eterni principj della moralità, della libertà e della giustizia.

Gli uomini passano, le istituzioni non buone si posson mutare, le leggi oppressive abrogare. Ma le basse cupidigie svegliate, il credito affatto spento, i nodi ministrativi disciolti, ogni principio d'autorità sbandito, il dispotismo sotto nome di libertà, le coscienze violentate, l'odio, il sospetto, la diffidenza, la discordia in ogni canto seminate, sono mali tanto peggiori e più profondi e durevoli, in quanto che rendono inefficaci e tardivi i rimedj, e corrodono e guastano la tempra stessa degli animi e la probità universale, che è il primo e l'ultimo fondamento del viver civile.

Il tempo è giunto che l'opinione dei moderati si mostri aperta ed intera, smettendo le reticenze ed i blandimenti. Tempo è giunto che la lor falange numerosissima raduni e stringa ordinatamente le proprie file, e proceda innanzi a bandiere spiegate, usando per la sua Causa, che è la Causa d'Italia, quell'attività e quel coraggio che gl'immoderati adoperano per la loro.

Tuttociò, rispetto al generale sistema, e alla franca e ferma ragione di Stato che noi professiamo. Venendo ai casi del dì d'oggi, il che vuol dire alla guerra santa di già scoppiata, le parole e i pensieri nostri non possono nella sostanza differire in nulla da quelli d'ogni buon patriota e d'ogni vero italiano, qualunque sia l'opinione e il partito al quale s'accosta. La guerra è il gran fatto, il nobile scopo, il supremo interesse di tutti; e quanto l'opera della penna, quanto l'ufficio d'un'effemeride la può ajutare e giovare, tanto sarà da noi praticato con sempre viva e premurosa sollecitudine. A noi non istanno in cuore gelosie e sospetti dell'altrui fede ed ingrandimento, nè si fa gravosa e terribile alcuna delle conseguenze della vittoria. Non potrà Carlo Alberto profittare mai tanto de' suoi trionfi per sè e pel monarcato, che non riesca infinitamente maggiore il bene e il profitto recato dalla sua spada all'Italia, dandole seggio fra le nazioni, e arbitrio e impero sopra sè stessa.

(Dalla Speranza dell'Epoca.)