Il macchinario e i lavori agricoli in Grecia.

I mali effetti della schiavitù e della sua relativa improduttività venivano aggravati dalla rudezza del macchinario agricolo e industriale, che, a sua volta, dipendeva (l’abbiamo notato) sia dalla normale malavoglia ed inesperienza degli schiavi, per cui era pericoloso affidar loro strumenti delicati e difficili, sia dall’inceppato sviluppo tecnico di ciascun ramo della produzione.

Sembra un caso, mai non lo è: il popolo greco, fornito di tanta squisitezza, d’intelligenza, di tanta profonda cognizione delle discipline matematiche, non seppe, attraverso lunghi secoli di prosperità, compiere alcun progresso, degno di rilievo, nel macchinario o nei lavori dell’industria o dell’agricoltura; e dei progressi notevoli che, in quest’ultima, ebbe a compiere il popolo romano[55], è mestieri dichiararsi debitori all’età che precedette la universale adozione dell’economia servile e alle molteplici influenze, che, nella sua lunga e avventurosa storia, esso ebbe a subire e ad usufruire[56].

Nè poteva darsi altrimenti. Lo sviluppo tecnico e scientifico sono determinati, non già, come volgarmente si ritiene, dalla inventiva di isolati scienziati e pensatori, ma in primo luogo dalle esigenze, tecniche ed economiche, del lavoro. Nelle moderne colonie americane, ove fu a suo tempo restaurato l’antico lavoro a schiavi, gli strumenti della produzione non apparvero più simili a quelli dai coloni conosciuti e adoperati nella madre patria, chè vi se ne erano sostituiti altri, rozzi ed inetti, rievocanti il macchinario dell’agricoltura e dell’industria antica. Di essi un osservatore contemporaneo scriveva: «Quanto alla produzione, noi viviamo in secoli da un lungo tempo oltrepassati. Per noi, le macchine, lo sviluppo integrale della scienza e dell’arte sono come non mai avvenuti»[57]. E l’Olmsted, descrivendo un podere della Virginia, aggiungeva: «Io vidi degl’istrumenti che niuno di noi permetterebbe ad un libero lavoratore, giacchè il solo peso e la rudezza devono rendere il lavoro di almeno un decimo più gravoso. Ma è assurda l’ipotesi di strumenti più leggieri e più progrediti, giacchè nelle mani degli schiavi non oltrepasserebbero la vita di un sol giorno....»[58].

Similmente, ad onta della copia degli utensili agricoli, in Italia, nel secolo di Augusto, niun altro metodo di concimazione era conosciuto, o almeno praticamente, e con fiducia, seguìto, tranne quello della concimazione naturale[59], e le rotazioni agrarie, tanto caldeggiate da Catone, rimanevano coperte dall’ignoranza e dall’oblio, perchè la mano d’opera servile, incapace di versatilità, non riusciva a sapervisi dedicare[60]. L’aratro ateniese, nel periodo del maggiore sviluppo della metropoli dell’Attica, era rimasto all’incirca tale quale nell’età culturale omerica e preomerica, rozzo strumento a chiodo, cui non si aggiogava più di una coppia di buoi, e che, per la sua esilità, riesciva, più che a fendere, a graffiare il terreno alla superficie[61]. Come ai tempi di Omero, le sementa si continuavano a spargere a mano; a mano si mietevano le spighe[62], che le unghie delle bestie da soma erano incaricate di trebbiare[63] e la mobile discrezione del vento di nettare[64]. Fino all’età di Aristofane, il mondo ellenico continuava ad ignorare il rullo e l’erpice[65], nonchè i benefici effetti delle concimazioni chimiche[66] e delle rotazioni agrarie, in cui vece perdurava, in tutto il suo vigore, il sistema della cultura a maggese[67]. Tutto questo spiega come a Senofonte fosse lecito affermare che per l’agricoltura non occorresse nè lungo tirocinio, nè speciale abilità[68].

Ma i vantaggi dell’industrializzarsi dell’agricoltura e della manifattura non sono soltanto tecnici: sono essenzialmente economici. Un ettaro di frumento, mietuto a mano, costa il doppio circa di un ettaro mietuto a macchina[69]. E il basso prezzo di tutti i manufatti, per cui il secolo XIX andò felice e glorioso, si dovette appunto alla sostituzione del lavoro a macchina al lavoro a mano.

In concorrenza con Paesi di più elevato tenore economico, la Grecia antica ne usciva battuta: quello che — vedremo — avvenne di fatto nel periodo così detto ellenistico. E una nazione, le cui energie economiche falliscono al cimento della concorrenza, è per questo soltanto condannata a una generale decadenza.