Il regime a schiavi e la produzione.

Tutto ciò è a dire nei rispetti di coloro che adoperavano schiavi, ossia delle classi, dirigenti e produttrici, dell’antichità classica, talora paradossalmente povere come i più poveri dei loro soggetti[39]. Altrettanto dolorosa è la constatazione di quello che avveniva nei rispetti della qualità della produzione servile, ossia, di un fatto che toccava l’interesse generale della società. — Il lavoro servile è un lavoro da carnefici![40] —. Questo il grido disperato che prorompe dalla bocca di tutti gli economisti dell’evo antico. L’agronomo romano Columella, vissuto nell’età del maggior sviluppo della schiavitù in seno al mondo greco-italico, scriveva: «Gli schiavi danneggiano assai la coltivazione: locano i buoi al primo venuto, li nutrono male, lavorano la terra senza intelligenza; mettono in conto più sementi che non ne seminino; trascurano il prodotto del suolo; il grano che hanno portato sull’aia per batterlo, o lo rubano o lo lasciano rubare; il grano, già riposto, non lo dànno fedelmente in conto; di guisa che, per colpa del dirigente e dei suoi schiavi, la proprietà va in rovina....». E in altro luogo: «Se il padrone non sorveglia attivamente i lavori, accade quello stesso che in un esercito durante l’assenza del generale: niuno più adempie al suo dovere.... Gli schiavi si abbandonano ad ogni genere di eccessi..., pensano meno a coltivare che a devastare....»[41]. E Plinio il vecchio, allargando la sua osservazione e la sua condanna ad ogni forma di lavoro servile, aggiungeva: «È pessima idea quella di far coltivare i campi da schiavi, giacchè pessima è l’opera di chi fatica, costretto soltanto dalla disperazione!...»[42].

Non basta. Uno dei motivi principali della rovina dell’agricoltura, nonchè della decadenza o della stazionarietà dell’industria, è stato in ogni tempo l’assenteismo del proprietario. Ma i malefici effetti di cotale fenomeno venivano resi le mille volte più acuti e sensibili dalla esistenza di un regime a schiavi, il quale, d’altro canto, in grazia della sua stessa natura, ossia per l’illusione ch’esso dava di lavoro meccanico e sempre uguale a se stesso, induceva più facilmente i produttori a contravvenire al loro obbligo morale di una presenza continua ed operosa. Come nel mondo romano, così in quello greco, i dominî rurali alquanto estesi e le officine, specie se proprietà di gente arricchita, e che, come tale, amava occuparsi di tutto, fuorchè di agricoltura o d’industria, venivano affidati a un sovrintendente, il quale, nel maggior numero dei casi, era uno schiavo[43]. A parte la difficoltà, sempre rilevata dagli antichi, di trovare all’uopo persona, tecnicamente e moralmente capace, il sovrintendente altro desiderio non poteva avere all’infuori di quello di sfruttare sino all’esaurimento la terra col minimo di capitale, o di produrre merci della minore spesa e della peggiore qualità. Per lui, povero schiavo, la concorrenza intercapitalistica non dispiegava mai l’abbondanza delle sue sgargianti lusinghe, onde l’ingorda inerzia e il rozzo empirismo — che egli non aveva del resto mezzi per affinare — rimasero nell’antichità due motivi fieramente avversi allo sviluppo dei due rami principali della produzione e al progresso delle scienze che vi si collegano[44].

Alla metà del secolo XIX, nelle colonie meridionali degli Stati Uniti, nelle quali fioriva vigorosa l’economia a schiavi, e la concentrazione della proprietà aveva favorito al massimo grado l’assenteismo dei proprietari, la produzione, entro un solo decennio, scemò del 7%, mentre nelle colonie del nord, popolate di liberi lavoratori, essa cresceva del 27%[45]. Per gli stessi motivi, in Italia, entro un secolo, da Varrone a Columella, la produzione cerealifera scemava del 30 o 40%[46].

Ma, assumendo come esempio il caso più fortunato, quello cioè di un capociurma, tutto inteso a sfruttare fino ai limiti del possibile le sue energie di lavoro — i suoi schiavi —, noi non possiamo non sentire come la ripugnanza di questi ultimi e gli espedienti, subdoli o palesi, che essa avrebbe loro suggerito, dovevano farsi più numerosi e più gravi sotto la sorveglianza di un siffatto dirigente che non sotto il comando di un libero, o, tanto meno, del vero proprietario della terra o dell’officina. Per tutte le suesposte ragioni i lavori tiravano in lungo, il prodotto scemava di quantità e peggiorava di qualità, la terra si esauriva; talune produzioni non riuscivano a mantenersi in vita[47]; nell’agricoltura si rendeva inevitabile il latifondo; nell’industria, le grandi intraprese, cui, come abbiamo visto e torneremo a vedere, sospingeva per strana ironia la natura stessa del lavoro servile, intisichivano, colpite da misterioso arresto di sviluppo, e ad ogni giorno, ad ogni ora, ricorrevano — dolorose conseguenze dell’economia dominante — tutti quei fenomeni che in tutte le età hanno tristemente squillato come segnali d’allarme del regresso della produzione.

Non mancano altri mezzi di accertamento di un siffatto fenomeno, capitalissimo. La scarsa produttività dell’antica mano d’opera servile è indicata dal tempo e dal personale richiesto dai vari generi di lavoro.

Il vecchio Catone calcolava come indispensabili a coltivare un oliveto di 240 iugeri (Ea. 60 circa) ben 13 schiavi[48]. E si trattava di cultura arborea, anzi della cultura dell’olivo, la quale esigeva un assai minor concorso di lavoro, che non la vite o i cereali. Un vigneto di 100 iugeri (Ea. 25 circa) richiedeva infatti ben 16 schiavi[49]. L’agronomo Saserna ne calcolava 12 per 100 iugeri (Ea. 25 circa) di terre in semina[50], supponendo necessarie da 5 a 6 giornate per ogni iugero (a. 25 circa) di suolo pianeggiante[51], e 4 buoi e 11 schiavi per arare 200 iugeri (Ea. 50) di terreno alberato[52]. Columella opinava che un podere non alberato di 200 iugeri (Ea. 100) si dovesse coltivare con non meno di due paia di buoi e quattro schiavi, nonchè di sei altri operai, e che delle sementa granifere, le quali abbisognano di una quadrupla aratura, si può ultimare lo spargimento su 25 iugeri (Ea. 6) solo entro quattro mesi circa di lavoro[53].

Or bene, un secolo e mezzo addietro circa, in Inghilterra, senza ancora l’aiuto del moderno macchinario agricolo, e per gli stessi lavori, s’impiegava un numero parecchie volte minore d’operai[54] e, certamente, con lo stesso numero d’operai, una quantità assai minore di tempo.