Improduttività e costosità del lavoro servile.
La prima delle perniciose ripercussioni economiche della schiavitù era la seguente: gli schiavi, mentre da un lato offrivano a chi li possedeva e faceva lavorare, un margine minimo di reddito netto, minacciavano, dall’altro, di stazionarietà o di regresso le sorti della produzione ad essi affidata, e la restante popolazione, dei danni non lievi di una concorrenza spietata e di un prodotto scarso e relativamente costoso.
Le ragioni del primo fatto sono agevoli ad intendere. Mentre nella moderna economia a libero salariato, il proprietario o l’industriale non spende nulla o assai poco per la sorveglianza del lavoro, nulla pel mantenimento dei lavoratori, limitandosi a corrisponder loro — e senza continuatività alcuna — un salario, che può essere inferiore ai bisogni elementari dell’operaio e sempre deve esserlo al valore del suo prodotto, in regime a schiavi, avviene precisamente l’opposto. Qui la sorveglianza deve essere continua e abbondante, qui il mantenimento non può limitarsi al periodo, in cui lo schiavo compie una funzione utile, ma è necessario si estenda anche a quelli in cui il suo lavoro riesce, per cause impreviste, o assolutamente nullo o passivo. Nel regime a schiavi, infine, la sussistenza dei lavoratori deve essere curata in modo speciale, perchè solo sui proprietari ricadono i danni delle malattie, della morte, della vecchiezza degli schiavi e della diminuita quantità e della peggiorata qualità del prodotto[19].
Mentre il libero lavoratore porta seco talvolta gli strumenti del lavoro, e sempre un’abilità e una tecnica particolare, un tal quale interessamento, suscitato in lui dal timore di eventuali rappresaglie o dalla speranza di compensi straordinari, lo schiavo non dispone di alcuna capacità sua propria, o, in tal caso, è acquisibile a prezzi elevatissimi; e solo per eccezione, e in condizioni speciali, riesce possibile stimolarne utilmente la diligenza e l’attività. Perfino il fatto stesso dell’organizzazione e della resistenza dei liberi lavoratori, che oggi rappresenta uno dei pericoli maggiori per la contemporanea economia capitalistica, ha un suo lato favorevole, in quanto costituisce uno stimolo continuo al perfezionamento degli strumenti della produzione. Ma dell’una e dell’altra lo schiavo è, per definizione, incapace.
All’opera dello schiavo non può affidarsi alcuno istrumento perfezionato perchè non saprebbe usarne, e lo guasterebbe. Ma se per caso egli ne scoprisse uno che valesse a rendere più leggera e più breve la sua fatica, egli non trarrebbe compenso alcuno dalla sua invenzione, ma sarebbe considerato e trattato come un operaio spregevole che rifugge dal lavoro. Onde là dove si adoperano schiavi, è necessariamente impiegata maggior copia di forze di lavoro che non dove si adoperano lavoratori liberi, e l’opera dei primi riesce meno remunerativa anche quando e dove la giornata dei liberi risulta costosissima[20]. Per le stesse ragioni, assai difficilmente possono affidarsi agli schiavi lavori difficili e complicati. Onde, non sviluppo tecnico dell’agricoltura e dell’industria, non intensità o versatilità della produzione[21], non l’uso dei cottimi, non possibilità di proporzionare il numero dei lavoratori alle oscillazioni del mercato, non fortunosi effetti della concorrenza operaia, ma pesante tardità e rudezza d’opera, rapidissimo esaurimento del terreno, crisi incessanti, margini di guadagno angusti, una condizione forzata di semipovertà generale.
Questi fenomeni non potevano non gravare, ora poco ora moltissimo, sull’economia classica, ed essi furono, talvolta con maggiore, tal’altra con minore consapevolezza ed intenzione, segnalati dai suoi antichi teorici. D’altra parte, le condizioni igieniche erano nel mondo greco-romano, specie nei grandi centri, assai più deplorevoli che in quello a noi contemporaneo; donde quella frequenza di mostruose epidemie, che talvolta mietevano a migliaia per giorno la popolazione di una sola città e arrecavano la desolazione e lo sterminio di intere province[22]. Ora, se la constatata brevità della media individuale della vita[23], e se la mortalità dei liberi tornava a danno dei pazienti e delle loro famiglie, le conseguenze dell’identico fenomeno, ogni qualvolta si trattava di schiavi, ricadevano tutte sui loro possessori, il cui profitto poteva magari venire letteralmente assorbito dalla rata d’ammortamento, d’ordinario elevatissima.
Nè era tutto: la mortalità degli schiavi, che, come sempre, doveva riescire di parecchio superiore a quella dei liberi[24], veniva, coi nuovi acquisti, ch’essa imponeva, ad avvincere il proprietario al monopolio degli allevatori e dei cacciatori di carne umana, le cui onerose pretensioni devono, anche nell’evo antico, essere state uno dei più gravi incitamenti a quelle frequenti razzie, che si denominavano guerre coloniali[25]. Ma, di rimbalzo, altrettanto perniciosi, nei rispetti dell’economia a schiavi, erano gli effetti d’ogni genere di guerre, specie se combattute fra popoli confinanti, specie se frequentatissime come nel mondo ellenico. Esse porgevano occasione a bottini e a fughe di schiavi, e questo, mentre da un lato provocava nuovi dispendi, sia per le taglie e le ricompense, talora elevatissime, ai catturatori[26], sia per i contratti di assicurazione[27], cui era d’uopo ricorrere (cose tutte che moltiplicavano le già considerevoli spese di mantenimento), determinava sempre, all’improvviso, crisi, subitanee e dolorose, nella industria e nella agricoltura.
Non diversi erano gli effetti delle carestie, molto più frequenti che non oggi, sia a motivo della coltura rudimentaria, e quindi della scarsa produttività della terra, sia della mancanza di un mercato mondiale, sia dello stato, quasi permanente, di guerra, in cui si dibattè, pur troppo, per secoli, l’Ellade antica[28]. Per esse, infatti, il possessore di schiavi era posto nel doloroso dilemma o di sostentare con una spesa moltiplicata il costoso personale servile[29] o di lasciarlo perire, mandando in rovina ciò che per lui rappresentava un ingente capitale di lavoro.
Palesi, dicemmo, erano agli occhi di tutti la malavoglia e l’infedeltà con cui lo schiavo prestava la propria opera[30]; infedeltà e malavoglia, che, mentre da un canto si traducevano nella necessità di una sempre crescente e moltiplicata sorveglianza, erano, d’altro lato, cause principali della deficienza, qualitativa, e quantitativa, del prodotto del suo lavoro[31]. Or bene, si potrebbe pensare che esistessero, in potere del proprietario, espedienti disciplinari, straordinari e inauditi, in confronto a quelli che a lui sarebbe stato lecito usare coi liberi. Ma si tratta di mera illusione: ogni sfregio operato sulle carni degli schiavi, maltrattandone od abbreviandone l’esistenza, equivaleva a scemare il valore del capitale del proprietario, e, in certi casi, a provocare un vuoto incolmabile nel suo patrimonio[32]. Ond’è che da Platone[33] a Senofonte[34], da Senofonte a Catone[35], da Catone a Varrone[36], da Varrone a Columella[37], si leva universale l’ammonimento, pur troppo vano, che gli schiavi debbono essere trattati con ogni riguardo, e non già per ispirito di umanità, sibbene nell’interesse medesimo del proprietario![38].