La concentrazione della ricchezza immobiliare.

A molti dei succitati inconvenienti singoli produttori tentavano rimediare, accentrando nelle proprie mani, svariate imprese agricole o industriali. Così soltanto — poteva pensarsi — sarebbe stato possibile ridurre le spese di sorveglianza e di approvigionamento, moltiplicare gli ettari di terra da sfruttare e i margini di profitto da godere; così eliminare più o meno le dolorose conseguenze del mantenimento di truppe di schiavi inoperose[85].

Tale fenomeno non era d’altro canto evitabile. È stato notato come «l’effetto economico della schiavitù, più importante d’ogni altro per il contraccolpo nella vita civile e sociale, sia il carattere esauriente dell’agricoltura». «Il difetto di versatilità rende» — l’abbiamo veduto — quasi «impossibili le rotazioni agrarie, donde la cultura continua di uno stesso prodotto, che termina ben presto con l’esaurire i terreni più fertili. Col mancare della fertilità», «il lavoro dello schiavo, dato l’enorme costo», «diventa addirittura passivo, donde il bisogno di avere alla mano sempre nuove terre feconde da sostituire a quelle già sfruttate». «Nel Texas, dopo solo dieci anni di sistema a schiavi, c’erano terreni deserti assai più ampi di quelli esistenti negli Stati liberi dopo due secoli di coltivazione». «La espansione territoriale in ragione di gran lunga superiore all’aumento della popolazione diventa quindi la necessità prima dei regimi schiavisti»[86], e il latifondo, la forma principe della proprietà immobiliare.

L’una e l’altra di queste ragioni sono le cause essenziali del formarsi della grande proprietà nei Paesi che si servono di schiavi per la coltura della terra, e tutte le altre, che sogliono più di consueto assegnarvisi, costituiscono degli agenti o dei coefficienti secondari, non il motivo universale ed organico. Nell’antica Italia romana il latifondo nasce e procede di pari passo coll’introdursi e col diffondersi della schiavitù. Solo dopo le due prime grandi Guerre puniche, i latifondi invadono la penisola, e, con l’Italia, la Sicilia e l’Africa romana, sì che già nell’ultimo secolo a. C., un oratore poteva pubblicamente deplorare in Roma come tutto il vasto suolo dell’Impero fosse posseduto da non più di 2000 cittadini[87].

Nel mondo greco cotale fenomeno di concentrazione della proprietà rurale fu più lento e laborioso che non altrove, sia per la natura speciale del terreno, difficile a organizzare in grandi dominî, sia per gli estranei allettamenti, che offrivano agli abitanti l’industria e, più ancora, il commercio, sia, infine, per la feroce politica antiplutocratica di molte città democratiche greche. Pure, anche in Grecia, il fenomeno pervenne, come altrove, alle inevitabili, estreme conseguenze. Lasciando da parte i Paesi, che, in luogo di schiavi, adoperavano servi della gleba (Sparta e la Tessaglia, ad esempio), e dove la grande proprietà divenne la forma unica di possesso del suolo, nella Sicilia e nella Magna Grecia, il fatto della concentrazione della terra in poche mani, costituiva lo spettacolo più comune e naturale. Agrigento vantava famiglie di proprietari straordinariamente ricche; uno solo dei suoi cittadini ricavava, fra l’altro, dalle proprie terre ben 30.000 anfore di vino[88], pari a hl. 12.000. Il territorio di Siracusa era dominato da qualche migliaio di grandi proprietari, signori di numerosissimi schiavi[89]. E in parecchi Staterelli dell’Italia greca[90], come del resto nella Macedonia e nella Grecia di mezzo, la forma dominante del possesso della terra era appunto la grande proprietà.

In modo alquanto diverso procedettero le cose nell’Attica, e forse anche nei Paesi che, come l’Attica, esercitarono attivamente l’industria ed il commercio: le cittadine dell’Asia minore e le isole dell’Egeo[91]. Dopo le riforme di Solone e di Pisistrato, i quali, nel secolo VI a. C., reagendo sulla già consumata concentrazione della ricchezza agricola, vi restaurarono la piccola proprietà rurale, l’Attica divenne uno Stato, nel quale tutti i cittadini, o quasi, possedevano un loro boccone di terra.

Così, dicemmo, dovette seguire anche in altre cittadine commerciali industriali greche. Ma, appunto per questo, pur troppo, a mezzo il secolo IV a. C., la Grecia offriva, all’acuto esame dell’osservatore, lo spettacolo di un Paese, in cui, attraverso i numerosi possessi, attraverso le famiglie, di generazione in generazione condannate a una sempre più dura indigenza, attraverso i debiti, le ipoteche, le confische, la società andava lentamente avviandosi verso una nuova concentrazione della proprietà.

Se già, in sullo scorcio del secolo V, molti piccoli possessi sono riuniti nelle mani di un unico proprietario, alla metà del secolo IV, parecchie proprietà, di recente costituitesi, appaiono fornite di un valore quale mai fin adesso avevano avuto le «grandi» proprietà dei più ricchi cittadini ateniesi: i cavalieri o i pentacosiomedimni. Un cittadino ateniese, a detta dell’oratore Iseo (primo trentennio del IV sec. a. C.), ricavava dai suoi fondi una rendita annua di 80 mine (circa Lt. 8000)[92]. E, poco più tardi, l’oratore Demostene, discutendo dinanzi ai giudici dell’elièa, poteva parlare di cittadini che possedevano da soli tanta parte dell’Attica quanta neanche tutti insieme i numerosi componenti il tribunale che assisteva a quella sua, sempre eletta, prova di eloquenza[93]. Un altro ateniese possedeva un fondo di dimensioni, fino al IV secolo, inaudite: ben 315 ha., da cui ricavava 1000 medimni di frumento e di orzo (hl. 518), 800 metreti di vino (hl. 310) e il cui legname gli rendeva all’anno circa 4000 lire[94]. Un quarto, il banchiere Pasione, vantava, investiti in beni immobili, oltre 20 talenti, circa L. 120.000[95]. È l’età in cui nuove oligarchie aristocratiche risorgono in seno alle cittadine democratiche dell’antica Confederazione ateniese. Così, nonostante ogni sforzo in contrario, tutta l’evoluzione economica greca finisce nella formazione di una ricchezza fondiaria, che poco a poco si riduce nelle mani di un piccolo o piccolissimo numero di grandi proprietari[96].

Ma la concentrazione della ricchezza fondiaria, se riusciva a mascherare le più naturali preoccupazioni, dettate dalla schiavitù, non giovava di certo a risolvere nel suo complesso il problema sociale di interi aggregati di cittadini impoveriti, e ch’essa veniva ancor più man mano impoverendo. A questo tendeva invece l’espediente di una continua espansione territoriale. Le moderne colonie schiaviste d’America, vi rimedieranno, alle loro origini, con la facile usurpazione delle vaste terre inoccupate. Invece, gli Stati agricoli dell’antichità non poterono provvedere che con la guerra, o con la colonizzazione forzata[97] — guerra anch’essa troppe volte, quest’ultima —; e dell’una e dell’altra il mondo greco si gioverà per tutta la sua storia con i malefici effetti che noteremo in uno dei capitoli che seguono.