Macchinario e lavori industriali.
Lo stesso era a dire, a maggior ragione, dell’industria. Omero, Aristotile, Cratete, relegavano nel mondo degli Dei e dell’utopia la possibilità e l’esistenza di processi meccanici autonomi[81]. Sul terreno della realtà se ne ignoravano i tipi più elementari. Non mulini ad acqua ed a vento per la macinazione[82], non macchine di una certa complessità per la lavorazione dei metalli, delle stoffe, delle pelli, ma utensili miseramente rachitici e adoperabili solo con l’ausilio costante della mano dell’uomo. Nelle opere minerarie, le più tormentose, quelle su cui l’intelligenza umana più avrebbe dovuto stillarsi per alleggerire il peso di una fatica miseranda, il trasporto dello sterro e del minerale avveniva a mezzo di ceste portate a spalla. A forza di braccia l’operaio lo frantumava nei mortai, e non diverso era il motore della macina destinata a ridurlo in più minuti frammenti[83].
Da questo derivava il singolare fenomeno che tutte o quasi le industrie dell’evo antico, la cui vitalità fu in certo modo notevole, rispondessero in genere a meri bisogni voluttuari. Le fabbriche lavoravano stoviglie, porpore, armi cesellate, mentre gli oggetti essenziali alla vita venivano invece forniti dalla famiglia. «Ora questa produzione domestica, naturalmente meschina per la ristrettezza del suo àmbito medesimo, paralizzata da evidente insufficienza di divisione di lavoro, non comportava nè progresso nè sviluppo; e, poichè, d’altro canto, il lusso è nella vita fenomeno puramente eccezionale e le industrie destinate ad alimentarlo sono necessariamente limitate dalla scarsità dei loro sbocchi, un simile stato economico doveva dar luogo alla creazione di una ricchezza relativamente esigua, di una vera e propria semipovertà»[84].