L’espropriazione delle terre degli alleati.
Ma neppure la perdita della libertà era il danno maggiore fra tutti. Un numero infinito di volte gli alleati perdettero, con questa, la vita, la patria, la proprietà a maggior gloria dei dominatori dell’Attica. Nè intendiamo riferirci al diritto di possesso che gli Ateniesi si arrogavano dei prodotti minerali di parecchi territorî alleati. La confisca delle miniere tracie, pomo di discordia fra Atene e Taso, e causa prima ed esclusiva dell’assoggettamento di questa isoletta, potè essere anche un episodio eccezionale[327]. Intendiamo invece accennare all’istituto delle colonie (le famose cleruchie), scongiurato e interrotto solo per breve ora, alla ripresa della seconda Lega ateniese[328].
La cleruchia, ossia la deduzione di colonie sui territori alleati, fu il mezzo ordinario, cui il governo di Atene (come quello di molte altre città, di Siracusa in Sicilia, di Roma nell’Italia antica) ricorse, ora per intimidire e distogliere i riottosi dal pensiero della defezione[329], ora per imporre un alto concetto del proprio potere, ora per sopperire ai bisogni dell’esuberante popolazione[330]. Ogni vittoria ateniese, ogni repressione del più lieve tentativo di rivolta tornò così a legittimare l’espropriazione del suolo e della patria altrui. Sciro, Lemno, Imbro, l’Eubea, Egina, Potidea, Delo, Lesbo, Melo, il Chersoneso tracico, Nasso, Andro, la Tracia, il Mar Nero, tutto l’Egeo erano popolati da cleruchi dell’Attica, sottentrati all’antica popolazione indigena, esiliata, tratta in ischiavitù[331], o barbaramente massacrata[332]. E assai più vasto sarebbe stato il cumulo delle rovine, di cui Atene sognava farsi autrice, se la sua mala sorte non glielo avesse alla fine impedito.
«Noi», dichiarava Alcibiade alla vigilia della spedizione di Atene contro Siracusa, «noi non possiamo tracciare a priori limiti al nostro impero; chè ci è forza, quando siamo pervenuti ad un certo segno, insidiare a danno di taluni, non risparmiare altri, perchè a noi incombe il pericolo di essere dominati, se noi stessi altrui non dominiamo....»[333]. E più tardi soggiungerà: «Noi veleggiammo alla volta della Sicilia, mirando anzi tutto ad assoggettare i Sicelioti; poi saremmo mossi contro gli Italioti; indi avremmo fatto una punta contro l’impero Cartaginese e contro Cartagine stessa; e, se la fortuna ci avesse assistito in tutte o nella massima parte di queste imprese, trascinando con noi tutti i Greci della Sicilia e dell’Italia, stipendiando molti barbari, nonchè gli Iberi ed altri barbari bellicosissimi che abitano in quelle regioni, ci saremmo accinti ad assalire il Peloponneso. Le foreste italiche ci avrebbero somministrato il legname necessario alla costruzione di nuove flotte. E bloccando per mare l’intera penisola, e assalendo con le fanterie dalla parte di terra, ne avremmo espugnato o assediato le città. Così speravamo di riescire facilmente a debellare il Peloponneso e poscia a conquistare l’impero su tutta la Grecia. Il danaro e le vettovaglie, per tanta impresa ci sarebbero stati forniti in copia dall’annessione di quelle terre, senza aver bisogno di impiegare le risorse nazionali....»[334]. Così, febbricitante di ambizione, farneticava il successore di Pericle, il nuovo duce della democrazia ateniese. Nulla di strano quindi se, al rinnovarsi della Confederazione ateniese, nel 377, le cittadine alleate abbiano cercato, di garantirsi, come da tanti altri, anche da un siffatto pericolo, impegnando Atene a non fondare cleruchie fuori dell’Attica e i cittadini ateniesi, a non costituirvisi possedimenti fondiari[335].
Anche questa solenne promessa doveva essere violata! Nell’atto stesso in cui rinnovavano l’alleanza, gli Ateniesi possedevano cleruchie a Lemno, Imbro, Sciro. Più tardi altre ne fonderanno nel Chersoneso tracio, a Samo; e allo scoppio della rivolta suprema — la Guerra sociale —, nuovamente, tutto l’Egeo sarà popolato di coloni ateniesi[336].
Ecco perchè nazioni greche, le cui risorse naturali erano superiori a quelle ateniesi, e più vantaggiosa, forse, la naturale positura nei rispetti commerciali — Tera, l’Asia Minore, Delo, Rodi — ove le tracce dell’età micenea ed eroica, e i lucidi, felici intervalli dei secoli successivi testimoniano una civiltà grandiosa e una non minore capacità di progresso; ecco — diciamo — perchè, incalzate da tanta violenza, dileguarono a poco a poco nell’ombra, sì che di loro ci riesce impossibile narrare le vicende o rilevare i tratti caratteristici della oscura fisonomia storica.