L’imperialismo e la decadenza di Atene.

Ma, come sempre, quasi per legge fatale della storia, i rovinosi effetti dell’imperialismo rimbalzavano a danno della città imperialista, sì da strappare dalle labbra di uno dei suoi più miti cittadini la requisitoria più sanguinosa. «I pericoli che ci minacciano da ogni lato, la ruina di quella costituzione democratica che fece grandi e felici i nostri antenati, tutto il cumulo dei mali che noi infliggiamo agli altri o dagli altri furono inflitti a noi stessi, tutto dobbiamo» «a questa fatale cupidigia dell’impero marittimo», «che, qualora magari ci venisse offerto spontaneamente, noi non dovremmo a nessun patto accettare»[337]. «Codesto impero non può tornare a nostro utile, ed a noi stessi è dato convincercene, confrontando lo stato della nostra città innanzi e dopo la sua potenza coloniale». «L’antica repubblica di tanto supera per valore e per merito la nuova, di quanto, nella virtù e nella gloria, i Milziadi, gli Aristidi, i Temistocli sovrastano ad un Iperbolo, a un Cleofonte e a tutti i demagoghi dei nostri giorni. A quei tempi il popolo non s’era ancor reso spregevole per infingardaggine, per miseria, per vana gonfiezza di speranze. Allora era capace di mettere in fuga chiunque avesse osato porre il piede nell’Attica; allora esso correva primo al pericolo, ove lo chiamava la salute della Grecia, e in tal guisa si guadagnò il libero e sicuro affidamento di molte città. L’esercizio dell’impero ci fu fatale; ci fece perdere la rinomanza di cui godevamo presso tutti i popoli; c’infuse biasimevole intemperanza, codardia, sì che, mentre prima sconfiggevamo i nemici che venivano ad assalirci, ora non osiamo più batterci con loro dinanzi alle mura; e, in luogo di quella benevolenza, che riscotevamo dagli alleati, e dell’onore, che i restanti Greci tributavano alla nostra virtù, l’impero ci procurò un odio così grande, che avrebbe portato la rovina della nostra città, se non avessimo trovato gli Spartani, nostri antichi nemici, più benevoli di quello che non lo furono i nostri alleati. Nè possiamo rimproverar loro di aver agito ostilmente contro di noi; giacchè tali li facemmo col soverchiarli e con lo straziarli». «Allorchè, sbalorditi dalla improvvisa ricchezza, senza la menoma preoccupazione, magnificammo la fortuna di Atene, l’iniquità che l’aveva introdotta s’apparecchiava a dar fondo anche ai beni che giustamente possedevamo». «Quando l’esercito spartano stava accampato nell’Attica, quando il cuneo di Decelea era piantato nel cuore del nostro Paese, noi veleggiammo alla conquista della Sicilia, abbandonando senza rossore la patria devastata per assalire chi mai non ci aveva offesi. Non più padroni dei nostri borghi e delle cose nostre, vaneggiammo conquistare l’impero della Sicilia, dell’Italia, di Cartagine»[338]. E «duecento navi, spedite in Egitto, vi trovarono coi loro equipaggi la morte; a cencinquanta furono tomba le acque di Cipro; ben diecimila uomini — parte cittadini, parte alleati — vennero tagliati a pezzi in Tracia[339]; le acque della Sicilia ingoiarono 40.000 soldati e 240 triremi; da ultimo, altre duecento l’Ellesponto. Ma chi può noverare i disastri minori? E tutte queste sciagure ricorrevano periodicamente ogni anno; ogni nuovo giro di sole assisteva a nuove pubbliche esequie»; «i sepolcri s’empivano di cadaveri di cittadini, e le file della cittadinanza, d’ignoti stranieri.... Antiche e gloriosissime famiglie, che avevano sfidato l’oppressione dei tiranni e il turbine delle guerre persiane, furono schiantate dalle radici, mentre noi correvamo dietro alla follia del nostro impero.... Noi menammo una vita da banditi, ora nuotando nell’abbondanza, ora travagliati dalla carestia, con l’assedio alle spalle e la ruina sul capo». «Noi tenevamo con le nostre guarnigioni le altrui fortezze, e le nostre erano in balía dei nemici. Strappammo i figli dalle braccia dei genitori per tenerli in ostaggio, e fummo costretti a vedere i nostri figlioli, durante l’assedio, languir di vergogna e di miseria. Mietemmo ove non avevamo seminato, e non ci fu concesso per anni ed anni di rivedere la terra nostra. Di guisa che, ove taluno ci chiedesse se per un sì breve e disastroso dominio vogliamo tornare ad esporre la patria alle subite sciagure, niuno, che non sia un disperato, un empio, un uomo senza genitori e senza figli, un perfetto egoista, di null’altro curante che del breve corso della sua vita, risponderebbe affermativamente». «Codesto sedicente impero non è che un malaugurio, il quale rende peggiori coloro che lo possiedono»[340].