L’Imperialismo in Sicilia e nella Magna Grecia.

Poco diverse furono, sotto questo rispetto, le sorti dell’Occidente ellenico. Anche l’Occidente greco ebbe la sua Atene, e questa fu Siracusa. L’impero siracusano sulle città della Sicilia, e, in parte, sulle città elleniche dell’Italia meridionale, può dirsi si sia svolto in tre grandi periodi: dall’instaurazione della democrazia, dopo la cacciata dei Dinomenidi, alla fine del primo Dionigi (460-367); dalla ricostruzione operatane da Timoleonte alla morte di questo (345-337?)[387]; dagli esordi alla fine della tirannide di Agatocle (312-289). Al colmo del suo splendore, ossia sotto il grande Dionigi, quell’impero teneva in Sicilia due grandi strisce di territorio sulle coste settentrionale e meridionale; sull’orientale, un più vasto paese, che può essere schematicamente raffigurato nella forma di un triangolo, col vertice appuntato sulla lontana Enna; infine, nell’Italia del Mezzogiorno, dominava saldamente il Paese a sud del 39° di latitudine, salvo l’interno, ma non esclusa la campagna Reggiana. Quell’impero, non minore di quello tebano o ateniese, si stendeva per circa 25.000 km2, contava una popolazione di circa un milione di abitanti, e abbracciava le più famose città greche della Sicilia — Messina, Nasso, Taormina, Catania, Leontini, Siracusa, Camarina, Gela, Agrigento, Terma, Solunte, la nuova Tindaride — e, nell’Italia meridionale, Reggio e Locri[388].

L’organizzazione non ne era uniforme. Il territorio all’intorno di Siracusa si trovava nelle identiche condizioni della Messenia rispetto a Sparta, con una popolazione — i Calliciri — al servizio diretto dell’aristocrazia della metropoli. Le città dell’antico regno siculo di Ducezio, che abbracciava il Paese intorno a Caltagirone, stendendosi poscia fino ai Catania e all’Etna, erano, nell’età di Tucidide, territorî soggetti e tributari (ὑπήκοοι), obbligati, cioè a fornire stabili proventi, nonchè a subire guarnigioni straniere, e tali rimasero fino all’ultimo, ripagando la dominatrice dell’odio più cordiale[389]. Il resto del Paese era popolato di colonie militari e di città alleate. Le prime erano state tratte, non solo dagli abitanti di Siracusa, ma anche dalle popolazioni di altre città, elleniche, indigene o, magari, da contingenti di mercenari, e la loro origine stava a testimoniare una vicenda lacrimosa di spodestamenti, di esilî, di deportazioni, di confische. Del resto le città alleate non partecipavano al governo della madre patria; ne dipendevano, anzi, nei rispetti della politica estera, sottostavano all’obbligo di fornire aiuti in operazioni militari, che il più delle volte esse non avevano sollecitate, di subire guarnigioni e ufficiali siracusani, di non battere moneta, talora, di consegnare ostaggi in garanzia della promessa fedeltà e di vedere la propria giurisdizione, o fors’anco gli altri più notevoli diritti cittadini, alla mercè di magistrati siracusani[390].

Men dura riesciva la sorte delle città alleate. Era loro riserbato il diritto di coniare moneta di bronzo; ma, anche fra esse, imperava l’obbligo di fornire contingenti militari; anche fra esse, come nella Grecia vera e propria, c’erano città alleate autonome e città alleate soggette[391], e l’analogia con gl’imperi della madre patria induce a supporvi alleati immuni da tributo e alleati tributari.

Indubbiamente l’impero siracusano in Sicilia rispondeva ad una grande missione storica. Se la prima Lega marittima ateniese aveva salvata la Grecia dalla oppressione persiana, Siracusa salvò per oltre due secoli la Sicilia dalla onnipresente minaccia punica e riescì a formare quivi, contro Cartaginesi e contro Siciliani, un vasto impero ellenico. Eppure la fama e la leggenda, entro le quali l’opera e la memoria dei grandi principi siracusani — del grande Dionigi, sopra tutto — ci pervennero avviluppate, rivelano il malvolere, con cui le città greche, convitate al grande festino politico, tollerarono quella dura «alleanza» imperialistica. La memoria dei tiranni siracusani è, in quella tradizione, tanto maledetta quanto, presso gli alleati di Atene, di Tebe, di Sparta, il nome della città che volta a volta li tenne legati al suo carro trionfale. Neanche in Occidente la mèta luminosa bastò a far perdonare i mezzi con cui quello scopo era stato raggiunto. E le costituzioni cittadine violate, le piccole città assoggettate, colonizzate, sterminate, le popolazioni deportate gridano ancora vendetta contro quelli che osarono sì ferocemente accanirsi sopra di esse.