L’imperialismo tebano.
Tebe è la terza fra le città elleniche, le quali, dopo avere, al pari di Atene e di Sparta, per lunghi anni tiranneggiato nell’àmbito della propria contrada, pervennero per un istante a conseguire un impero, che fu tra i maggiori della Grecia. Pur troppo, le condizioni del suo dominio riuscirono singolarmente oppressive, chè, se Atene e Sparta avevano, per qualche tempo, governato senza suscitare malcontenti, i rapporti di Tebe con quelle che essa diceva sue proprie colonie, ci si disegnano in un perenne incrociarsi di odî e di violenze.
La costituzione dell’impero tebano non sembrava, in astratto, peggiore di quella ateniese. In sui primi del IV sec. a. C., la Beozia era distribuita in undici distretti, di cui ciascuno mandava al Comitato direttivo della lega, un beotarca e al Consiglio federale, 60 bulenti; versava imposte, forniva contributi militari pari ad 1⁄11 dell’ammontare totale, ed eleggeva, con lo stesso sistema, i giudici del tribunale federale, incaricato di discutere le cause di una certa importanza, riguardanti i cittadini di ognuna delle città alleate[365].
Tale la costituzione della Beozia nella prima metà del secolo IV a. C. e, salvo particolari insignificanti, in tutto l’agitato periodo che vi precedette. Ma, bisogna guardare un po’ più a fondo per accorgersi che cosa in realtà si fosse questa apparente eguaglianza di diritti e di doveri fra Tebe e le altre città alleate. Ogni distretto non rappresentava una sola cittadina beotica, ma poteva comprenderne due o tre insieme; così come Tebe, col più vasto territorio a lei direttamente soggetto, formava ben quattro distretti. In seno, dunque, a tutti gli organi della lega, talune cittadine valevano per 1⁄2 o per 1⁄3, mentre Tebe val sempre per quattro. Essa, quindi, dispone di assai più beotarchi, buleuti, giudici, milizie che non ciascuna delle sue consorelle, e ha tutti i mezzi, legali e materiali, per esercitare su di esse il suo potere quasi assoluto. Tebe manda al senato della lega 240 buleuti; Orcomeno ne porta 60; Tisbe, 40; Aliarto solo 20; Tebe dispone di 4400 soldati; Coronea di soli 370 all’incirca[366]. In conseguenza la celebrata parità di poteri scomparisce, e, in seno alla lega, le città beotiche si trovano di fronte a Tebe nelle identiche condizioni in cui si trovarono, dinanzi alle consorelle maggiori, le minori colonie inglesi dell’America del nord dopo la prima costituzione del 1781, e innanzi il felice compromesso del 1787.
Per giunta il governo centrale della lega, in cui Tebe si è fatta la parte del leone, non è soltanto un potere esclusivamente federale. Esso, che ne ha la forza, ama talora invadere il campo riservato degli affari interni delle singole città[367] e, come Sparta, come Atene, rivolgerne violentemente la costituzione[368]. Per giunta, la parola decisiva negli affari più importanti tocca all’assemblea federale beotica[369], alla quale i cittadini dei lontani municipi della Beozia potevano assai di rado partecipare, o, se anche vi partecipavano, erano, come avveniva in Atene, sommersi dalla popolazione urbana della capitale, entro le cui mura l’assemblea aveva luogo. I Tebani non fecero mai mistero di questa loro ambizione di dominare la lega, di esserne gli egemoni, come Atene lo era stata della sua federazione marittima, come Sparta — fu il loro preferito paragone[370] — lo era del Peloponneso; della loro volontà, in una parola, di trasformare la lega beotica in un impero tebano. Le cittadine beotiche, salvo Tebe, sarebbero terre pericche[371], così come lo è tutta un’ampia zona della Laconia spartana. Per occhi tebani Platea ha il grave torto di non lasciarsi guidare e dominare (ἡγεμονεύεσθαι) da Tebe[372]. Ma la più clamorosa manifestazione del pensiero politico tebano si ebbe nel duplice, storico duello tra gli ambasciatori di Tebe e i plenipotenziari di Sparta nelle trattative, che precedettero la pace di Antalcida (387)[373], e in quelle tenute a Sparta, che misero capo alla battaglia di Leuttra (371). L’una e l’altra volta la tesi spartana fu per l’autonomia di tutte le cittadine beotiche. Ma i plenipotenziari tebani al convegno di Sparta (il loro autorevolissimo capo fu questa volta, senza meno, Epaminonda,) sfuggono alla risposta, complicandola con la questione dell’assetto della Grecia intera. — La pace, osserva Epaminonda, non può farsi davvero senza porre ogni cosa sur un piede di eguaglianza. Se la Beozia deve essere libera, libera deve essere anche la Laconia; se Platea deve diventare autonoma rispetto a Tebe, lo stesso ha da seguire di Amicle nei confronti di Sparla.... Sono i rappresentanti spartani inclini ad addivenire a questa eguaglianza di trattamento? — Il re Agesilao, che presiede alla conferenza, torna ad invitare Epaminonda perchè non divaghi e dichiari le precise intenzioni della sua città: — È Tebe disposta a proclamare libere le cittadine della Beozia? — Epaminonda ancora una volta elude la risposta, ossia rifiuta il suo consenso. Allora la conferenza è sciolta; Agesilao annunzia che si andrà di nuovo incontro alla guerra, l’unico espediente che potrà tagliare ogni nodo irresolubile[374]. Ed Epaminonda e i suoi colleghi accettano la sfida, e preferiscono la guerra alla libertà della Beozia.
Ma con che diritto, in vista di quali necessità superiori, poteva Tebe giustificare la sua egemonia? Se Atene disponeva di un patto originario concordemente giurato; se Atene poteva evocare il duplice spettro della invasione persiana e della tirannide spartana, Tebe ebbe assai di rado qualche ragione legittima, che imponesse l’idea e la necessità pratica della sua sempre vagheggiata confederazione beotica. Innanzi i primi lustri dolorosi del IV secolo, allorchè veramente tutta la Grecia soffoca sotto il calcagno dell’imperialismo spartano, Tebe non aveva potuto invocare a fondamento legittimo del suo impero che oscure, fantastiche, consuetudini regionali[375]. Il pericolo spartano fu presto eliminato dopo Leuttra, ma vi si sostituì subito, per tutta la Grecia, e per la Beozia, il nuovo pericolo tebano. Come, quindi, rassegnarsi a servire e a pagare, in danaro ed in sangue, per gettare le fondamenta di un altro dominio?
Noi abbiamo in tal modo, sott’occhio, tutte le ragioni per le quali la storia della così detta Lega beotica è, come le altre, e più che le altre, gonfia di malumori e di sedizioni. Platea, l’eroica vicina di Atene, fu la sua più cordiale nemica, ed al suo esempio tennero dietro Orcomeno, Tespia, Tanagra, Oropo. La stessa nobile ribellione di Tebe contro Sparta del 379-362, che, diretta da un uomo di Stato e di cuore, come Epaminonda, reca, nelle sue alterne vicende, pagine così gloriose, non valse mai a farsele consenzienti. Allorquando, più tardi, nel 335, Alessandro metterà Tebe a ferro ed a fuoco, saranno, non già i Macedoni, sibbene i Plateesi, i Tespiesi, gli Orcomenii a segnalarsi in quell’orgia di odio contro la metropoli disfatta[376].
Appunto per questo lo sforzo che Tebe dovette durare per mantenere in piedi il suo impero, ossia per prolungare la soggezione delle sue consorelle ed alleate, fu assai più duro e costoso che non quello di Sparta e di Atene. Tebe rase due volte al suolo le mura di Platea, nel 427 e nel 373-372, e ne confiscò per sempre il territorio a beneficio, non già della Confederazione, ma dello Stato tebano[377]; smantellò prima (423 a. C.) l’eroica Tespia; poscia, espugnatala, ne cacciò via gli abitanti (373 o 371 a. C.)[378]; e poco più tardi, ordinò uno scempio atroce delle mura e dei cittadini della veneranda Orcomeno, a cui (narrava la tradizione) un giorno la stessa Tebe aveva pagato tributo (368 o 363 a. C.)[379]. «I vostri sudditi», esclamava nel 373, rivolgendosi agli Ateniesi, un oratore di Platea, «i vostri sudditi, appena cessata la guerra, ricevono dai magistrati libera autonomia; i Tebani costringono i loro vicini a una servitù ch’è pari solo a quella degli schiavi, nè mai desistono dal travagliarli e dallo straziarli, finchè non li abbiano sospinti verso quell’abisso di mali, ove già noi precipitammo. Accusano Sparta di aver occultato la Cadmea e di avere stanziato da per tutto guarnigioni.... Essi infatti non stanziano guarnigioni, essi abbattono le mura delle città vinte o alleate; essi le radono letteralmente al suolo, senza rimorsi...»[380]. Per questo appunto, ad ogni giorno, ad ogni ora, in grazia dell’impero da conquistare o da riconquistare, Tebe fu il malo genio di tutta la storia ellenica: adesso alleata dei Persiani, che sembravano più potenti; poi, di Sparta, che le promette la riconquista dell’egemonia, chiedendo in cambio guerra ed odio perenne contro Atene[381]; poi, ancora, di Atene contro Sparta; indi, di nuovo, in guerra contro Atene e contro Sparta per non aver voluto concedere libertà alle città beotiche; infine, vittoriosa, eccola aspirare al dominio di tutta la Grecia.
Se tale fu l’imperialismo tebano nei limiti della Beozia, non meno duro esso si palesò nelle estreme regioni dell’impero. L’avveduta e moderata politica di Epaminonda parve ai suoi concittadini un reato così grave, da sospingerli non solo ad annullare i suoi atti politici, ma a negare al suo autore la fiducia di una rielezione a beotarca. Per contro, in ciascuna delle città achee, essi inviarono delle guarnigioni e degli armosti, la cui condotta fu tutt’altro che incensurabile, e ne rovesciarono gli antichi governi, e ne esiliarono i partigiani, gettando il Peloponneso nell’incendio di una guerra civile[382], e tornarono ad ostacolare coi mezzi più violenti l’indipendenza politica di quelle città[383].
«La ribellione [dei Peloponnesiaci all’impero spartano]», giudicava Isocrate, «non portò alcuno dei benefizi che si attendevano. Sospirando la libertà, precipitarono nella servitù; perduti i loro migliori uomini, caddero sotto il governo di pessimi cittadini; cercando l’indipendenza, soffersero numerose e terribili illegalità..., e le lotte intestine, che prima non conoscevano se non per udita dire, sono oggi lo spettacolo quotidiano delle loro città.... Nessuna può vantarsi immune di mali; nessuna sicura da prossimi pericoli, da parte dei suoi vicini. Cosicchè le terre giacciono devastate; le città smantellate; deserte le case; abrogate le leggi; rovesciati gli ordinamenti politici.... E tanto i cittadini diffidano di sè a vicenda, tanto sono esulcerati da odî reciproci, da temere i compatrioti più dei nemici. Non la concordia di un tempo; non l’antico frequente scambio di commerci. Gli uomini aborrono da ogni rapporto civile a tal segno, che i ricchi preferiscono gettare in mare il loro danaro piuttosto che farne parte ai poveri, e questi strapparlo ai ricchi piuttosto che procurarselo lecitamente.... Obliati i sacrifici consueti del culto, i suoi abitatori si sgozzano selvaggiamente sugli stessi altari, sì che i fuorusciti di una sola città superano oramai di gran lunga quelli di ieri, accorrenti da tutto il Peloponneso....»[384].
Ma, come per Atene e per Sparta, così per Tebe, il sangue e le lagrime, spremute da ogni terra, tornavano a ricadere sulla testa dei desolatori. È ancora il pio Isocrate, il flagellatore d’ogni imperialismo greco, ad avvertircene: «[I Tebani], per avere male usato della buona fortuna, non sono più che un popolo vinto ed infelice.... Avevano appena battuto i nemici, che, dimentichi d’ogni cosa, si accinsero ad agitare le città del Peloponneso, a tentar di asservire la Tessaglia; minacciarono i Megaresi, loro vicini, spogliarono Atene di una parte del suo territorio, saccheggiarono l’Eubea, spedirono una flotta a Bisanzio, quasi volessero impadronirsi della terra e del mare. Da ultimo mossero guerra ai Focesi, accingendosi ad occuparne le città e il territorio e a violare i tesori di Delfo.... E rischiavano intanto di perdere le proprie terre, e, scorrendo pel Paese nemico, recavano altrui un danno minore di quello che ora, tornati in patria, subiscono. Avevano in Focide ucciso dei soldati mercenari, ai quali metteva più conto morire che vivere, ed essi, tornati in patria, si sono visti privi dei cittadini migliori e più capaci di abnegazione e di sacrifizio»[385]. Gli Dei non tarderanno a punire tanto orgoglio e tanta violenza. La catastrofe di Tebe, seguìta nel 335; la sua distruzione — sorte orribile, che non era toccata nè ad Atene nè a Sparta — fu (avvertirono gli antichi) un solenne castigo ed un ammonimento divino. «I Tebani avevano violato i patti giurati coi Plateesi e schiantato dalle fondamenta la città», «sul cui terreno sacro i Greci, combattendo contro i Persiani, avevano salvato da servitù la Grecia». «Essi avevano, contro la consuetudine, trucidato quegli Elleni che erano passati agli Spartani; essi avevano perduto col loro voto gli Ateniesi, sostenendo nel Congresso dei confederati peloponnesiaci, l’asservimento della grande città». Perciò la distruzione di Tebe, di questa metropoli che tanto aveva brillato per potenza e per gloria, ma tanto aveva peccato contro la verità e contro la giustizia, non fu senza ragione: «fu l’effetto meritato della vendetta degli Dei»[386].