L’imperialismo macedone.

L’imperialismo macedone! Ma come determinarne la portata? Come definire l’indefinibile? Come fissare il mobilis in mobile? L’imperialismo macedone fu dapprima, a motivo del turbamento e del disordine che, fin circa settant’anni dopo la morte di Alessandro Magno, regnò intorno alla successione della Macedonia, poscia, a motivo della caotica incertezza di relazioni fra gli eredi fortunati e la Grecia, un male imprevedibile ed inscongiurabile, un flagello vario, proteiforme, minaccioso e fugace, gravido di ruine e di illusioni; un bottino, un rovescio d’ordini e di cose, in mezzo al quale, sulle membra semirrigidite di un popolo in agonia, si accanirono con lena affannata i vittoriosi dell’ieri e quelli di oggi o di domani.

Ma se tale è l’impressione e l’imagine che la conquista macedone destano al pensiero, la condizione delle fonti, cui dobbiamo attingere, per segnarne le particolari vicende, è così infelice, l’oscuro groviglio degli avvenimenti, nella secolare contesa dei Diadochi e degli Epigoni si fa ora così fitto, da ritoglierci fin la speranza di una disamina chiara e completa.

L’imperialismo macedone si esercitò su quattro soltanto dei gruppi di nazioni elleniche da noi conosciuti: le città greche dell’Asia Minore, della Tracia, del Ponto, sulla Grecia peninsulare propriamente detta. Ma se la sorte delle prime fu relativamente lieve, in quanto esse scambiarono con l’indipendenza e con un governo più civile il meno civile impero persiano, ben diversa appare la sorte della Grecia propria, la cui esistenza venne inserita nell’ingranaggio della monarchia macedone, e colpita da una delle bufere più rovinose della storia antica.

La carta costituzionale, il patto fondamentale, su cui il dominio macedone riposava, appariva quanto di più mite e di più soddisfacente si potesse immaginare. La dieta di Corinto del 338, nella quale il conquistatore della Grecia — Filippo II — annunziò ai nuovi sudditi le future condizioni della comune esistenza, istituiva un Consiglio federale ellenico, per l’amministrazione degli affari della Grecia; affidava al nuovo monarca il comando militare di tutte le forze confederali; ma non imponeva tributi fissi e dichiarava che scopo principale del nuovo regime era quello di stabilire in Grecia una pace universale, di garantire a tutti gli Stati il loro territorio, la loro costituzione, e ai cittadini, i pieni diritti di proprietà e di commercio[415].

Ma così miti e benevoli consigli avevano già subìto un’anticipata violazione. La Grecia, a cui Filippo prometteva pace e libertà e sicurezza, non era tutta la Grecia: già, innanzi al 338, una buona parte di essa aveva perduto crudelmente la propria indipendenza, e la Macedonia l’aveva conquistata o con l’astuzia o con le armi, e ne aveva fatto scempio inaudito. Questa sorte era toccata, per un verso, all’Epiro; per un altro, alla Calcidica, alla Tracia, alla Tessaglia[416]. Un notevole articolo della costituzione federale vietava il rimpatrio degli esuli, di questi inevitabili fautori di disordine in seno ad ogni città vinta e umiliata[417]; ma, subito dopo la vittoria di Cheronea, Filippo aveva imposto a Tebe di riaprire loro le porte. Con essi la guerra civile era entrata come in casa propria, nell’antica, gloriosa città. Allora Filippo aveva sciolto la Federazione beotica, istituito un nuovo Consiglio, iniziata una persecuzione contro i fautori della politica antimacedone e introdotto una guarnigione nella Cadmea. In maniera analoga, dopo la dieta di Corinto, la Grecia libera continuò a subire delle guarnigioni macedoni in Eubea, a Corinto[418], ad Ambracia[419], ed altrove[420].

Il successore di Filippo, Alessandro — il futuro Alessandro Magno — continuò la politica del padre. Nel 336 egli tornava a rinnovare con la Grecia la Lega giurata, due anni prima, a Corinto. Ma tale rinnovazione non era questa volta spontanea. Alessandro ebbe bisogno di imporla con l’invasione a mano armata della Grecia. Non molto dopo, sebbene non investito da alcun potere federale, egli distruggeva ferocemente Tebe ribelle. Indi passava ad ingerirsi negli affari interni di Atene, chiedendo la consegna degli oratori antimacedoni e provocandone l’esilio[421]: misure tutte la cui iniziativa sarebbe spettata soltanto al synedrio della lega. Più tardi ancora, al colmo dei suoi trionfi, stanziate nuove guarnigioni a Rodi ed a Chio[422], tornava a gravare sulle città greche, imponendo loro, e per sè, onori divini e — quello che al tempo stesso riesciva in contraddizione coi patti federali, nonchè a motivo delle implicite conseguenze, politiche ed economiche, terribilmente pauroso — l’universale e sempre scongiurato ritorno degli esuli in patria[423]. Le città che vi si fossero rifiutate sarebbero state ricondotte con la forza all’obbedienza[424].

Gli Staterelli greci dovevano restar liberi di darsi o serbare la costituzione che meglio loro fosse talentata. Ma Alessandro, più volte, vi aveva ricondotto gli espulsi tiranni o avea rovesciato con la violenza gli antichi ordinamenti[425]. Gli Achei e gli Arcadi avevano subìto limitazioni alla indipendenza delle loro rispettive assemblee federali[426]; gli Ateniesi, alla loro navigazione[427].

Ma la Grecia, di cui tale era la sorte, costituiva una parte ancora più piccola della Grecia vera e propria, che non fosse stato ai tempi di Filippo II. Le contrade, non facenti parte della Lega, figuravano, rispetto alla Macedonia, o come suddite o come nemiche, su cui nulla era vietato tentare[428]. La Tessaglia e anche l’Epiro — l’abbiamo veduto — giacevano da tempo sotto il piede del principe macedone; l’Etolia e Sparta erano terre destinate ad una conquista, vicina o lontana, e, se la prima, nel 330, avea rischiato di subire l’amara punizione della inaudita pretesa dell’indipendenza[429], la seconda era dovuta entrare nella sedicente Lega e fornire, quale ostaggio di fedeltà, ben 50 cittadini[430].

Alquanto più dura si fece la condizione della Grecia alla morte di Alessandro Magno. La così detta Guerra Lamiaca, una delle tante di riscossa degli Elleni dal giogo macedone, vi apportò invece la schiavitù. Atene, la gloriosa Atene, che Alessandro aveva sempre curato di trattare con ogni benevolenza, fu dal governatore della Macedonia, Antipatro, costretta a subire una guarnigione, a trasformare da democratica in oligarchica la propria costituzione, sì che più di una metà dei suoi cittadini venne privata dei diritti politici, a perdere i suoi possedimenti esteri, infine, a consegnare al vincitore i capi dell’agitazione antimacedone. Nello stesso tempo il Peloponneso subiva un’identica trasformazione dei propri ordinamenti, una eguale tormenta di persecuzioni e di esilî e la sorveglianza di un epimeleta straniero[431].

Era la cessazione pura e semplice di tutte le guarentige della Dieta di Corinto. Ma da questo momento, in cui la tempesta si scatena, e si apre l’êra delle gigantesche guerre dei Diadochi e degli Epigoni, la Grecia, che fin adesso aveva subìto il dominio, sia pure incostituzionale, della Macedonia, diviene senz’altro una terra di conquista, sulla quale, per almeno settant’anni, si rovesceranno l’ira e la furia di tutti i generali di Alessandro Magno; diviene un Paese calcato e ricalcato le mille volte dal tallone di eserciti stranieri, i quali propugneranno ora l’oligarchia ora la democrazia, ora annunzieranno la liberazione, ora ne perpetreranno la conquista, procedendo, consapevoli ed inconsapevoli, verso il più tormentoso asservimento della contrada, la cui miseria non avrà altro termine di raffronto se non nelle province romane al tempo delle due ultime guerre civili o nell’Italia moderna durante le invasioni francesi, spagnole ed austriache.

Lo stato politico del Paese, in questo periodo, ci viene eloquentemente significato dalle sue condizioni, dopo la pace, conclusa nel 311 fra la prima serie di contendenti per la pingue eredità di Alessandro, e che con amara ironia veniva a proclamare la «liberazione» della Grecia. La Tessaglia è dominio macedone, e dominio macedone sono anche l’Acarnania, Tebe, ricostituita da Cassandro quale posto avanzato contro le limitrofe città della Beozia, la Locride Opunzia, la Focide, l’Arcadia. Guarnigioni macedoni tengono Argo e l’Acaia. L’Elide giace spezzata, parte sotto Cassandro, parte sotto il suo rivale al trono di Macedonia, Polisperconte; Corinto e Sicione spettano a un altro dei generali di Alessandro, Tolomeo I d’Egitto; Megara e la Messenia appartengono a Cassandro; Atene subisce una guarnigione e un governatore macedone. Solo Sparta, precipitata in sull’estremo scalino dell’avvilimento, a null’altro ridotta che ad un inesauribile mercato di avventurieri, e l’Etolia, protetta dalle sue montagne, serbano l’antica, miseranda, e pur invidiata, indipendenza[432].

Ventitrè anni dopo, la Macedonia poteva vantare un dominio stabile, sotto il figliuolo del più singolare eroe degli Epigoni, Antigono Gonata, l’erede di Demetrio Poliorcete. Ma, nell’anno della morte di Pirro (272), che per un istante ne aveva messo in forse il trono e la vita, la Grecia tornava ad offrire l’antico spettacolo di miseria e di dolore. La Tessaglia, ad onta dei replicati tentativi di riscossa, piegava il capo ai cenni della Macedonia; la Beozia era stata affrancata, ma non già l’Eubea, l’Attica e Salamina, tutte e tre occupate da guarnigioni macedoni[433]. Guarnigioni macedoni tengono Corinto e, forse anche, Trezene e Mantinea, e parecchie delle città dell’Acaia. Ma se i possedimenti diretti della Macedonia apparivano in tal guisa ridotti, quelli indiretti si erano a dismisura accresciuti. L’intero Peloponneso si dibatteva nella rete indistricabile d’una trama di tirannidi, i cui fili erano retti, come da arbitro supremo, dal re di Macedonia[434]. Tiranni dominavano l’Elide, Argo, Sicione, Megalopoli; tiranni, le città marittime dell’Ellade[435], e tutta la contrada era sorvegliata da uno stratego macedone[436].

I patti dell’antica Dieta di Corinto erano ormai un dileguato, oltraggioso ricordo. Ma di peggio — se di peggio poteva discorrersi — si ebbe in seguito all’infelice tentativo ateniese della guerra, che dal nome di colui, che la ispirò con la sua eloquenza e col suo patriottismo, fu detta di Cremonide (266-63 a. C.). Allora nuove guarnigioni occuparono i porti e l’interno della città; un generale italiota fu posto a capo del governo di Atene; gli arconti stessi, sottoposti alla investitura regia, le lunghe mura, come un tempo aveva appena osato lo spartano Lisandro, rase al suolo[437].

Nè la politica macedone subisce modificazioni all’avvento dei nuovi successori di Alessandro, Demetrio II e Antigono Dosone. La Grecia rimane un Paese di conquista; la Macedonia ogni giorno vi abbandona, o vi ripiglia, nuovi Staterelli e nuove città: nulla è costante e sicuro, se ne togli l’insicurezza d’ogni cosa.

Nel 223, Antigono Dosone volle rifare l’antica Confederazione di Corinto, creando una nuova Lega che, secondo s’esprime il grande storico della Grecia ellenistica, il convinto apologista dell’imperialismo macedone — J. G. Droysen —, doveva riescire a qualcosa di nuovo: a un libero Stato federale paragonabile alla Germania innanzi il 1870, e di cui la Macedonia non sarebbe stata più il governo dominatore, ma l’umile componente, con diritti pari a quelli dei restanti territorî ellenici[438].

Ma la Lega, che Antigono, negli ultimi giorni di sua vita, riesciva a costituire, era l’epilogo di tutta una decennale serie di violazioni dell’indipendenza ellenica, tanti quanti erano stati gli anni del suo governo. Ed essa non celava che un’ipocrisia: la Tessaglia, che avrebbe dovuto esserne uno degli Stati autonomi, era governata direttamente dal re di Macedonia; Sparta, da un epistate macedone; l’Argolide e una parte dell’Acaia stavano alla diretta dipendenza della Macedonia[439]. E così via di seguito.

L’antico corso degli eventi non muta per mutare di principi. Il nuovo sovrano di Macedonia, Filippo V, appena salito al trono, assale Ambracia, muove guerra agli Etoli[440], invade Elide e Trifilia[441], v’impone un epimeleta, lascia una guarnigione a Lepreon, e termina la sua personale storia di manomissione delle libertà greche, invadendo il territorio spartano[442], sì che, all’istante dell’ultrice vittoria romana, i diritti della Macedonia sulla Grecia pretendevano esercitarsi su Corinto, la Focide, la Locride, l’Eubea, l’Acaia, la Tessaglia, la Magnesia, la Ftiotide, la Dolopia, la Perrebia...: tutte le terre che il vincitore, Tito Quinzio Flaminino, proclamerà finalmente libere nei solenni giochi istmici del 196 a. C.[443].