La reazione greca.
Quale fu il sentimento greco, di contro all’imperialismo macedone? Le fonti storiche dei secoli IV-II a. C., pur attraverso la loro scarsezza e la loro oscurità, ci permettono di rispondere a questa domanda.
Il giudice inesorabile dell’imperialismo macedone non è più Isocrate; è questa volta l’ultimo dei grandi spiriti ateniesi dell’età classica: Demostene, l’infelice difensore delle libertà elleniche moriture.
«Tutto ciò», egli gridava in faccia ai suoi degeneri concittadini, «tutto ciò che fu commesso dagli Spartani in sei lustri del loro impero panellenico, e lo fu dai nostri antenati per settanta anni, è un’ombra rispetto a quello che Filippo ha perpetrato a danno dei Greci in meno di tredici anni.... Taccio dell’enorme scempio di Olinto, di Metone, di Apollonia e delle altre trentadue città della Tracia, da lui distrutte in modo tale, che, a chiunque volesse ivi recarsi, non darebbero più l’immagine di un Paese un tempo abitato; taccio dello sterminio della popolosa Focide; ma qual’è mai la condizione della Tessaglia? Non sono state anche quivi distrutte città e rovesciate nazioni? E non ha ivi Filippo istituito delle tetrarchie, che significhino non solo la sudditanza della regione, ma altresì la servitù dei cittadini? Non obbedisce l’Eubea a nuovi tiranni?... Non dichiara egli apertamente per iscritto: — Io non conosco pace se non per quanti si rassegnano ad ubbidirmi? — Nè si limita a dichiararlo.... Ma invade l’Ellesponto, e prima assalì Ambracia; occupa la grande Elide e prima insidiò Megara. Nè il mondo greco, nè quello barbarico saziarono l’ingorda ambizione di tal uomo»[444].
Ma in quale stato Filippo II, il conquistatore della Grecia, usasse ridurre le contrade, su cui trascorrevano le sue falangi vittoriose, Demostene ci aveva detto altra volta: «Ivi — in Focide — a noi viaggianti alla volta di Delfo», s’aperse «uno spettacolo crudele e miserando»: «edifici distrutti, mura abbattute, un intero paese deserto di giovani, popolato di rare donne, di fanciulli e di vecchi in atteggiamenti da muovere pietà; una rovina che lingua umana non è capace di descrivere....»[445]. Un altro ignoto oratore, che non a caso la tradizione confuse con Demostene, dirige una requisitoria, forse meno vivace, certo più precisa, contro il figliuolo di Filippo e le sue sistematiche violazioni dei patti, ch’egli era tornato a giurare solennemente in cospetto dei Greci, a Corinto:
«Se vi si domandasse, o Ateniesi, quale è la cosa che più vi sdegnerebbe, voi rispondereste che sarebbe questa: di costringervi con la violenza alla restaurazione dei discendenti di Pisistrato, caso mai oggi ancora ne esistessero. Voi prendereste senza indugio le armi, vi esporreste a qualsiasi sbaraglio, piuttosto di riammetterli in città; o se voi consentiste a far ciò, sareste destinati a servire più che non schiavi acquistati per denaro, giacchè nessuno uccide volentieri il suo schiavo, mentre i tiranni fanno perire dei cittadini senza giudizio e ne oltraggiano le donne e i fanciulli. Ma Alessandro, che, a dispetto dei giuramenti e del trattato comune, ha restaurato i tiranni — i figliuoli di Filiade — a Messene, si è preoccupato della giustizia, o non piuttosto ha seguito soltanto il suo istinto dispotico senza rispetto per voi e per i patti comuni?[446]. Se ci sta dunque a cuore l’osservanza dei giuramenti e quella giustizia, che nei trattati invochiamo, è nostro dovere prendere le armi e, insieme con le nazioni che ci vorranno seguire, volgerci contro i quotidiani trasgressori della propria parola....»[447].
«Il trattato stabiliva che coloro i quali distruggeranno la forma di governo, che si trovava costituita in ciascuna città, all’atto della pace, saranno considerati come nemici di tutti i confederati. Ebbene, gli Achei vivevano in regime di democrazia, e il re di Macedonia distrusse in Pellene il governo democratico, ne scacciò moltissimi cittadini, distribuì i loro beni a degli schiavi e dette la città in mano a un tiranno: un pugilista, un tal Cherone.... Non si deve, secondo il trattato di pace, considerare come nemico chi agisce in tal modo?...»[448].
«Il trattato ordina a quelli che provvedono agli interessi e alla difesa comune di non far sì che nelle nazioni confederate i cittadini siano messi a morte o esiliati contrariamente alle leggi della città; ordina che i loro beni non siano confiscati; le terra divise; i debiti aboliti; gli schiavi affrancati; che, insomma, non abbiano luogo innovazioni perniciose. Ebbene, coloro stessi che dovrebbero impedire queste violenze, ne favoriscono gli autori....»[449].
«È detto nel trattato che gli esuli non potranno, movendo da alcuna città confederata, portare le armi contro qualsiasi altra; e che, se ciò avverrà, la città, donde mossero all’attacco, sia esclusa dall’alleanza. Or bene, il re di Macedonia non cessa di far portare le sue armi dovunque; bande armate di Macedoni scorazzano da per tutto, e oggi più di prima, dopochè di loro propria autorità, hanno ristabilito i tiranni in parecchie città.... Se dunque occorre osservare le convenzioni comuni, consideriamo come escluse dal trattato le città che questo osarono, ossia escludiamo dal trattato le città macedoniche» e «deliberiamo in che modo siano da trattare quegli uomini che ostentano un’insolenza dispotica, che vediamo intrigare perpetuamente, e sempre farsi giuoco della pace comune....»[450].
«Un’altra clausola prescrive che il commercio sia libero per i confederati, sì che niuno possa ostacolarlo od osar di catturarne le navi. Or bene, nessuno ignora, che i Macedoni han fatto proprio questo, e con la violenza hanno catturato e trasportato a Tenedo tutte le navi partite dal Ponto..., e che non le rilasciarono se non quando voi decretaste di armare cento navigli, e i navigli furon tosto messi in mare agli ordini di Menesteo....»[451].
«Ma ciò che mostra specialmente l’orgoglio e l’arroganza dei Macedoni è quello che accadde testè, allorquando, a dispetto delle mutue convenzioni, osarono penetrare nel Pireo.... Essi vollero mettere a dura prova la nostra pazienza per poter fare lo stesso con gli altri e dichiarare, come sempre, ch’essi non badano ai trattati.... Il capitano macedone, che sbarcò al Pireo, vi chiese il permesso di fabbricare nei vostri porti delle navi.... Non che ci sia gran copia di legno da costruzione ad Atene, la quale invece lo importa da lontano e con gran dispendio, nè che se ne difetti in Macedonia, dove invece se ne fornisce a chiunque ne desidera, e a bassissimo prezzo. Ma essi volevano fabbricare e caricare vascelli nel nostro porto, a malgrado dei divieti del trattato. Così la loro licenza s’aggraverà ogni giorno di più....»[452].
Ma la requisitoria più grave contro lo sgoverno macedone viene dal grande Polibio messa in bocca ad un ambasciatore etolico a Sparta. «Io sono sicuro», questi si esprimeva, «che niuno oserà contraddire la mia affermazione: avere il dominio macedone segnato il principio della nostra servitù.... Esisteva in Tracia una corona di colonie ateniesi e calcidesi, fra cui spiccava per potenza e per splendore Olinto, e Filippo le ridusse tutte così ferocemente in ischiavitù, e le propose, come terribile esempio, a tutti gli altri Greci, sì da ritrarne di lì a poco l’attonita sommissione della Tessaglia». «Poscia, senza riguardar troppo per il sottile, entrò nel vostro Paese, disertò le vostre terre, rase al suolo le vostre case, e, strappandovi città e campagne, smembrò, nell’unico intento di danneggiarvi, il vostro territorio fra Argivi, Tegeati, Megalopolitani e Messeni.... A Filippo successe Alessandro, e questi, temendo che Tebe divenisse il focolare del risorgimento ellenico, s’affrettò a menarne lo scempio esecrando che voi tutti rammentate. E che dire dei successori? Nessuno ignora che Antipatro, alla dimane della battaglia di Lamia, maltrattò orribilmente gli infelici Ateniesi, come i suoi predecessori, giungendo fino a cacciarne come belve, per città e per campagne, i fuorusciti e quanti di loro avevano osato avversare, in qualsiasi modo, i principi della Macedonia. Di essi, parte tratti a forza dai templi e d’in su gli altari, finirono fra i tormenti; gli altri, espulsi da tutta la Grecia, non trovarono rifugio che presso di noi. E chi ignora l’opera di Cassandro, di Demetrio, o di Antigono Gonata?... Essi, sia introducendo guarnigioni nelle città libere, sia instaurandovi tirannidi, non ne lasciarono alcuna immune del duro marchio della servitù. Lo stesso Antigono, se vi ha guerreggiato, non l’ha fatto — come anche fra voi qualche ingenuo continua a credere — per salvare gli Achei o per infrangere la tirannide del vostro re Cleomene....». Egli vi ha combattuto «temendo e invidiando», «per infrangere le vostre speranze, per distruggere la vostra potenza....»[453].
«Se noi teniamo dunque», aveva concluso l’ignoto oratore del Trattato con Alessandro, «alla osservanza dei giuramenti e di quell’equità che nei trattati invochiamo, è nostro dovere pigliare le armi e insieme con le nazioni alleate volgerci contro i quotidiani trasgressori della propria parola»[454].
E il suo incitamento non fu inteso a sordo. Un fatto esiste, un fatto, che è l’accusa più solenne contro il dominio macedone; una circostanza che malamente gli storici si sono compiaciuti spiegare quale effetto di inconsiderata follia di libertà: la insistente, quotidiana, indomita riscossa della Grecia contro la Macedonia. Dal 338 al 196 è un incendio perenne, un continuo scoppio di malumori e di energie compresse. La Lega di Corinto è appena giurata, il cadavere di Filippo, ancora caldo, e già Atene, Tebe, la Tessaglia, l’Etolia, l’Ambracia, Argo, gli Elei, gli Arcadi, la Grecia tutta è in armi contro il successore[455]. Questi vince, rinnova la Lega, si dispone all’impresa asiatica, ossia al compimento della spedizione più gloriosa che mai la Grecia antica avesse concepito, all’esaudimento di un’ambizione secolare, al coronamento di un’opera, fatta sacra dalle memorie più fulgide degli Elleni; ma basta il falso allarme della improvvisa morte di Alessandro, perchè Atene torni ad insorgere, e, con Atene, Tebe, gli Elei, gli Etoli, gli Arcadi[456].
Alessandro s’è impegnato nella spedizione asiatica; ma in Grecia si attendono con ansia i bollettini, non delle sue vittorie, ma delle sue sconfitte; in Grecia si sospira la disfatta del Macedone[457]; in Grecia, Ateniesi, Spartani, Elei, Arcadi, Achei, Etoli, Tessali, Perrebi insorgono e guerreggiano contro il nuovo dominio e il nuovo tiranno[458]. La notizia della morte di Alessandro è appena conosciuta, che la Grecia è di nuovo invasa dalla febbre della liberazione. Atene, al primo annunzio, vuole mettersi alla testa della rivolta. «Se oggi», avverte il prudente Focione, «egli è morto, lo sarà anche domani, lo sarà doman l’altro e noi avremo agio di prendere una risoluzione ponderata»[459]. Invano! Atene, l’Etolia, la Focide, la Locride temono non arrivare in tempo, ingaggiano da sole la guerra contro il reggente della Macedonia, e le prime vittorie bastano a trascinare allo sbaraglio l’intera penisola: la Tessaglia, la Dolopia, Argo, Sicione, Epidauro, l’Argolide, la Messenia, l’Arcadia, l’Acarnania, l’Eubea....[460].
L’insurrezione è novamente domata, ma non scorrono venti anni che la venuta di Demetrio Poliorcete nell’Attica, insieme con l’annunzio menzognero della liberazione universale della Grecia, vi provocano indicibili manifestazioni di gioia. Quadrighe d’oro e statue, dedicate al novello «Salvatore», vengono poste a fianco di quelle sacre dei due eroi delle libertà ateniesi: — Armodio e Aristogitone —; a lui e al padre suo sono donate corone ricchissime d’oro, è consacrato un altare, un culto perenne; per loro vengono istituite gare annue ed annui sacrifici; le loro effigi sono intessute nel peplo sacro ad Atene, e si votano ambascerie, che si rechino ad essi con tutto l’apparato delle processioni sacre. Altri — come se ciò non bastasse — propone qualcosa di più: la consacrazione del suolo, che Demetrio aveva calcato scendendo dal carro, la largizione del titolo, riservato a Giove, di Kαταιβάτης (Colui che discende), l’istituzione di ricevimenti, pari, in solennità, alle feste di Bacco e di Démetra. E il mese di munichio, come l’ultimo giorno di ciascun mese, assumono, d’ora innanzi, il nome di Demetrio, e le solennità dionisiache sono convertite in feste Demetrie[461].
Ma, tredici anni dopo, nel 294, gli Ateniesi tornavamo ad avvedersi come la «libertà» donata dal «Salvatore» non valesse di più della tirannide degli altri. E appena Demetrio sarà divenuto re, Atene ordisce una congiura, per iscacciarne la guarnigione e instaurare sul serio quell’indipendenza, rimasta fino ad ora nome vano senza soggetto[462]. La congiura fallisce; ma sei anni più tardi, il tentativo è ripreso, e, nel 288, la sempre inquieta metropoli della Grecia ripiglia le armi. E le imbracciarono di fatti i vecchi e gli adolescenti, e venne scacciata la guarnigione macedone e battuto l’esercito accorso da Corinto alle frontiere dell’Attica[463]. L’insurrezione, ancora una volta schiacciata, risorge contro il più mite figliuolo del vincitore, Antigono Gonata. Un primo tentativo è operato nel 281 da Sparta, favorita da Atene e da quattro città della Confederazione achea[464]; ma l’eroico apogeo di tanti sovrumani sforzi è segnato dalla oscura e gloriosa guerra di Cremonide (266-63). Neanche questa volta Atene fu sola: al suo fianco lottarono Spartani, Elei, Achei, Tegeati, Mantineesi, Orcomenî, Fialei, Cafî, Cretesi. Dirigeva la riscossa un mite filosofo — Cremonide — fra i cui ammiratori era quello stesso re di Macedonia, contro il quale il suo dovere di patriota lo costringono ad imbracciare le armi. Il nuovo trattato di alleanza, fra Sparta ed Atene è — fra tanta miseria politica — documento nobilissimo di virtù civili e rammemora i più bei giorni dell’Ellade. Sparta ed Atene ricordano gli anni, in cui insieme avevano combattuto contro quanti tentavano schiacciare la nazione greca, guadagnando per sè gloria, imperitura e libertà per la patria comune. Quel tempo — esse dicono — è ora tornato, e le antiche rivali giurano, oggi e sempre, di rimanere, fianco a fianco, in armi contro i nuovi, non meno pericolosi, nemici della libertà[465].
Il popolo di Atene aveva invitato tutti i cittadini e gli abitanti dell’Attica a contribuire in danaro. Il limite minimo era stato fissato in 50 dramme (L. 50); quello massimo, in 200 (L. 200). Or bene, dei settantasette versamenti effettuati che noi conosciamo, due soltanto discendono a 70 dramme; nove a 100; i sessantasei rimanenti toccano il massimo stabilito.
Ma anche questo supremo tentativo fu vano. Atene piegò dinanzi alle forze soverchianti del vincitore, e la tradizione volle simboleggiarne la catastrofe nella leggenda della morte del poeta Filemone. Filemone abitava al Pireo; egli era allora vecchissimo, quasi centenario. Una notte vide in sogno, o gli parve di vedere, nove fanciulle uscire di casa sua. Chiese perchè lo lasciassero, e quelle risposero che partivano per non assistere alla ruina di Atene. Filemone raccontò il sogno al ragazzo che lo serviva, si levò, terminò il dramma, al quale accudiva, si ravvolse in una coperta per dormire, nè più si destò[466]. «Non era già da un poeta, tepidamente amato dalle Muse», commenta un grande storico moderno, «che queste si dipartivano per non assistere alla sua morte; esse partivano, recando seco, per sottrarlo all’ora funesta della vittoria nemica, un uomo dabbene, caro agli Dei, il superstite estremo dell’antica età, un uomo, che aveva visto i bei giorni di Atene e gli anni più fiorenti di gloria e di energia di Demostene, e per suo mezzo annunziavano alla città tanto amata, che anch’esse erano ormai costrette ad abbandonarla per sempre»[467].
Così lunghi decenni di sofferenze e di vane aspirazioni proromperanno in uno scoppio folle di gioia all’istante, in cui, nella primavera del 196, ai Greci, convocati solennemente pei giuochi istmici, un araldo romano annunzierà quella liberazione dall’imperialismo macedone, ch’era stata il sospiro sesquisecolare della Grecia.
Allorquando, narrano i cronisti, il banditore annunziò l’inaudito messaggio, l’assemblea parve soccombere all’eccesso dell’emozione e della gioia. Non si era sicuri di avere udito bene, tutti si guardavano a vicenda, quasi sospettassero di essere cullati dalla illusione di un sogno. Si richiamò l’araldo, lo si voleva riudire, lui che aveva parlato la parola della liberazione; sopra tutto, lo si voleva vedere. Egli ripetè il messaggio. Quand’ebbe terminato, la folla proruppe in manifestazioni ed in applausi così clamorosi che gli echi del mare vicino ne furono scossi. Per un momento il console romano, del quale l’araldo non aveva fatto che ripetere la volontà e la parola, rischiò di perire soffocato tra le acclamazioni della folla. Il popolo gli si voleva stringere intorno, per rendergli grazie, per goderne la vista, per isfiorargli la destra redentrice. Lo si coperse di ghirlande, di fiori, di nastri.... Gli furono decretate statue in tutte le città greche, fu votata una ambasceria, recante corone d’oro al senato romano. Tutte le città elleniche vennero inscritte nel novero degli alleati di Roma. La libertà, il più caro dei beni pei Greci, veniva finalmente restituita! La protesta contro la secolare tirannide, ringoiata per lustri interminabili di dolore, rompeva liberamente nella frenesia di un inno di gioia![468]
Tali le sorti, tale la reazione della Grecia ai colpi dell’imperialismo cittadino e straniero. Ma fra gli effetti disastrosi, che questo provocava, ce n’era uno, che, divenendo a sua volta causa di mille altre conseguenze, veniva ad esercitare su tutta la nazione, un’efficacia più grande di quella del fenomeno originario, che l’aveva determinato. L’imperialismo sboccava fatalmente nella guerra, e di questa, come dei suoi effetti, dovremo intrattenerci nelle pagine che seguono.