Note al capitolo primo.
[7]. Sulle origini storiche della schiavitù, cfr. A. Comte, Cours de philosophie positive, Paris, Ballière et fils, 1864, V, 133 sgg.; H. Spencer, Principes de sociologie (trad. fr.), Paris, 1883, III, 393 sgg.; F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato in relazione alle ricerche di L. H. Morgan (trad. it.), Benevento, 1885, pp. 149, 169; A. Loria, Analisi della proprietà capitalistica, Torino, Bocca, II, pp. 55 sgg. — Un saggio pieno d’idee originali e suggestive sull’antica schiavitù è Die Sklaverei im Altertum (in Kleine Schriften, Halle, 1910) di E. Meyer. Tuttavia, insieme con le idee originali, vi si insinuano a tratti tesi paradossali: questa, ad esempio, che trova la sua smentita in tutto il presente studio: che «la schiavitù non ebbe parte alcuna nella decadenza del mondo antico» (p. 210 e n. 4).
[8]. Die Bevölkerung d. griechisch.-röm. Welt, Leipzig, 1886, p. 506 e passim. (L’unica traduzione italiana è contenuta in Bibl. di Storia economica, diretta da V. Pareto ed E. Ciccotti, IV, Milano, Soc. ed. libraria).
[9]. Thuc., 7, 27.
[10]. Demost., XLVII (In Euergum et Mnesib.), 53; Herod., 6, 23, 5; Jambl., Vita Porph., 197.
[11]. Tim., fr. 67 (in Athen., p. 264 c-d e 272).
[12]. P. Guiraud, La proprieté foncière en Grèce, Paris, 1893, pp. 452 (trad. ital. in Bibl. di Storia economica, diretta da V. Pareto ed E. Ciccotti, II, 2).
[13]. E. Glotz, Le travail dans la Grèce ancienne, Paris, Alcan, 1920, pp. 246 sgg.
[14]. Op. cit., 248.
[15]. Cfr. H. Francotte, L’industrie en Grèce, Bruxelles, Société belge de librairie, 1900, I, pp. 205 e 204, n. 2 D e fonti ivi citate.
[16]. Francotte, op. cit., I, 208-10 e fonti ivi citate.
[17]. B. Haussoulier, Comptes de la construction du Didymeion (in Révue de philol., de litter. et d’histoire ancienne, 1906, A II. 6-22; cfr. pp. 253-54).
[18]. Francotte, op. cit., 206-7 e fonti ivi citate.
[19]. Cairnes, The slave power, its character, ecc., London, 1862, p. 85.
[20]. A. Smith, La ricchezza delle nazioni (in Bibl. dell’Economista, II, Torino, 1851), pp. 56, 266, 267, 471.
[21]. Secondo il Du Mesnil de Marigny (Hist. de l’economie polit. des anciens peuples, Paris, 1872, II, 168, n. 1; cfr. 168-69), le statistiche sui lavori dei forzati avvertono che la costrizione violenta può ottenere da loro solo un terzo degli sforzi che nello stesso tempo durerebbe un libero lavoratore. Secondo il Dureau de la Malle, Economie polit. des Romains, Paris, 1840, I, 151 (l’opera è tradotta in Bibl. di Storia econ. di Pareto-Ciccotti, I, 2), il lavoro dello schiavo va calcolato come corrispondente alla metà del lavoro medio di un libero.
[22]. Cfr. Hildebrand, Die amtliche Bevölkerungsstatistik im alten Rom (in Jahrbücher für Nationalökonomie, etc. VI, 91); R. Pöhlmann, Die Uebervölkerung d. antiken Grosstädte, Leipzig, 1884, pp. 114 sgg.
[23]. Pöhlmann, loc. cit.; Beloch, op. cit., pp. 41 sgg.
[24]. Cfr. Dureau de la Malle, op. cit., I, 149-50.
[25]. Loria, op. cit., II, 91.
[26]. Pap. Par., n. 10 (a. 156 o 145 a. C.) e il commento del Letronne, a un Papyrus du Musée royal contenant l’annonce d’une récompense promise à qui decouvrira ou ramenera deux esclaves echappés d’Alexandrie, Paris, 1850, pp. 25-27 (in Aristoph., Comoediae, ed. Didot).
[27]. Cfr. Arist., Oeconom., 2, 2, 34, 2.
[28]. Cfr. il cap. IV del presente volume.
[29]. Arist., op. cit., 1, 5, 2 sgg.
[30]. Xen., Oecon., 14, 2 seg.; Cat., De agricultura, 2, 2; Columella, De re rust., I praef., 12, 3.
[31]. Colum., op. cit., I, I; 7 e passim.
[32]. Varr., Rer. r., 1, 16, 4 e passim.
[33]. Plat., Leges, 6, p. 777 d sgg.
[34]. Oecon., 12, 6 sgg.; 13, 10 sgg.; 14, 7 sgg. e passim.
[35]. Plut., Cato, 21, 1.
[36]. Op. cit., 1, 17, 5 sgg.
[37]. De re rust., 1, 8, 11, 1. 12, 3 e passim. Cfr. Arist., Oecon., 1, 5, 2 sgg., e Arist., Polit., 1, 5, 11.
[38]. Io ritengo sia necessario limitarsi a queste considerazioni di carattere generale per convincersi, e per convincere, della costosità del lavoro servile rispetto al lavoro libero. La maggior parte dei moderni ha preferito invece seguire un metodo diverso: ha preferito tentar di calcolare in cifre il costo dell’uno e dell’altro genere di lavoro, riescendo così, per mancanza di fondamenta, a conclusioni erronee e contrastanti con tutte le più generali e più incontroverse nozioni economiche. Così, ad esempio, il Foucart (Bullett. de corr. hell., VIII, 1884, p. 214), discorrendo di schiavi addetti all’industria, non ha considerate le forme principali del lavoro libero, i lavori a cottimo ed à forfait, non i rischi per decesso o per evasione degli schiavi, non le spese di allevamento e di educazione dei loro nati (ben il 50% della popolazione servile, cfr. P. Guiraud, La main d’oeuvre industrielle. Paris, 1900, pp. 94 e fonti cit.), non le imposte relative, non la limitata produttività, non l’annua rata d’ammortamento, cose tutte non calcolabili esattamente in cifre. Inoltre egli errava non poco, illudendosi di poter ragguagliare numericamente le spese di alloggio che s’ignorano, le altre per gl’indumenti e per il fitto o pel possesso degli strumenti da lavoro (impossibili anch’esse a stabilire a priori), le quanto mai variabili spese minute e il fluttuante passivo dei giorni di festa e di forzata inoperosità. Più tardi il Guiraud (La main d’oeuvre industrielle etc., pp. 190-91) s’è illuso di seguire un metodo migliore, tenendo presente la spesa di quanti in Grecia, in luogo di possedere schiavi, si accontentavano di noleggiarli. Senonchè egli ha trascurato le già precedenti osservazioni di A. Mauri (I cittadini lavoratori dell’Attica nei secoli V e IV a. C., Milano, 1895, pp. 88-89) (alle quali altre sarebbe facile aggiungere), da cui resulterebbe come «ancor meno sotto questa forma, la mano d’opera servile poteva riescire di costo inferiore al salario concesso ai liberi». Ma il Mauri medesimo, che è doveroso riconoscere assai più cauto dei precedenti, ne condivide (pp. 85 sgg.) il torto, allorchè pretende riescire ad una qualsiasi conclusione numerica. Ed ha errato con essi nel non tenere conto del fatto notevolissimo, che, a differenza di quella servile, la mano d’opera libera, quali che ne siano le pretese, non implica un dispendio costante e quotidiano, sì che, mentre al mantenimento degli schiavi farebbe d’uopo aggiungere il passivo dei giorni di riposo e degli anni di vecchiezza, dal salario annuo dei liberi occorre sottrarre le incalcolabili mancate giornate di salario, ecc. Cfr. anche la Introduzione di E. Ciccotti alla edizione francese del suo Declin de l’esclavage antique, Paris, Rivière, 1910, pp. XII sgg.
[39]. È la frase di un antico a proposito dei proprietari di Tespia (cfr. Heracl. Pont., in FHG., a p. 80, nell’ed. Didot).
[40]. È la frase, quasi testuale, del più insigne agronomo del mondo romano (Col., De re rust., I praef.).
[41]. Op. cit., I, 7; 1.
[42]. N. H., 18, 36. Sulla decadenza dell’antica agricoltura italica a motivo della schiavitù, cfr. Columella, op. cit., I praef., e Dureau de la Malle, op. cit., II, 67-68.
[43]. Guiraud, La propr. foncière en Grèce ecc., p. 455; Id., La main d’oeuvre industrielle ecc., p. 129.
[44]. Varr., op. cit., 1, 44, 1 e Col., op. cit., 3, 3, 3. Sulla interpretazione di questi due passi cfr. C. Barbagallo, La produzione media relativa dei cereali e della vite, ecc. (in Riv. stor. ant., 1904, pp. 493 sgg.). Gli antichi sono tutti concordi nel deplorare l’assenteismo del proprietario dalla coltivazione della terra (Xen., Oecon., 12, 19-20; cfr. 13 e 14; Varr., op. cit., II praef., 1 sgg.; Colum., op. cit., 1, 1; 3, 7; Plin., N. H., 18, 35 sgg.; 43; Pallad., De re rust., 1, 6; cfr. Arist., Oecon., 1, 6, 3 sgg.); Columella, anzi (op. cit., 1, 7), soggiunge che, quando l’assenza è una necessità, il fitto è indubbiamente preferibile al lavoro servile.
[45]. Ellison, Slavery and secession in America, London, 1861, p. 218.
[46]. Cfr. la precedente nota 38.
[47]. Scriveva A. Smith, nella seconda metà del secolo XVIII: «La piantagione dello zucchero e del tabacco può comportare la spesa della coltura a schiavi. La coltura del grano sembra che oggi non lo possa. Nelle colonie inglesi, ove il prodotto principale è il grano, la massima parte del lavoro è fatta da liberi....» (Ricchezza delle nazioni, p. 266).
[48]. Op. cit., 10, 1.
[49]. Op. cit., 11, 1.
[50]. Varr., op. cit., I, 18, 1.
[51]. Op. cit., 1, 18, 2.
[52]. In Colum., op. cit., 2, 12. Cfr. Fustel de Coulanges, Le domain rural chez les Romains (in Revue des deux mondes, 15 settembre 1886, pp. 339-40) (trad. it. in Bibl. Stor. econ. cit., II).
[53]. Colum., op. cit., 2, 12. Cfr. Dickson, The husbandry of ancients, Edimburgo, 1788, II, 78-79 (traduzione italiana in Bibl. Stor. econ. cit., pp. 305-6) e Bücher, Die Aufstände d. unfreien Arbeiter, Frankfurt, 1874, pp. 43 sgg.; Roscher, Über das Verhältniss d. Nationalökonomie zum klass. Altertum (1861) (trad. it. in Bibl. Stor. econ. cit., I, 1), pp. 15-16. Anche l’industria antica era costretta a impiegare un personale più numeroso di quello che adopera l’industria contemporanea. Cfr. Ardaillon, Les mines du Laurium dans l’antiquité, Paris, 1897, pp. 96 sgg., 108-9.
[54]. Cfr. Dickson, loc. cit.
[55]. Dickson, op. cit., I, 374 sgg.; Manzi, La viticultura e l’enologia presso i Romani, Roma, 1883, pp. 41 sgg.; 66.
[56]. Cfr. Dickson, op. cit., I, 2, n. 1; II, 340, 345, 353 sgg.; Ciccotti, Il tramonto della schiavitù nel mondo antico, Torino, Bocca, 1901, pp. 172-73.
[57]. Jay, Adress to the non slaveholders of the South on the social and political evils of slavery. New York, 1843, p. 5. Cfr. Olmsted, A journey in the seaboard States, New York, 1856, pp. 483.
[58]. Op. cit., pp. 46-47; cfr. pp. 481, 483.
[59]. Il Dickson (op. cit., I, 340 sgg.) enumera, fra le esotiche cognizioni della seconda metà del secolo I d. C., la concimazione con la calce e la marna (si trattava di esperienze e di nozioni importate da paesi a lavoro libero); gli sfugge però il passo, grandemente significativo, di Virgilio (Georg., I, vv. 193 sgg.):
Semina vidi equidem multos medicare serentes
et nitro prius et nigra perfundere amurca
grandior ut fetus siliquis fallacibus esset.
Tuttavia circa le conseguenze pratiche di queste cognizioni, cfr. la nota 60 seguente.
[60]. Porena, Decadenza dell’agricoltura presso i Romani, Roma, 1867, p. 27.
[61]. Guiraud, La proprieté ecc., pp. 475 sgg. Ecco, del resto, quello che il Cairnes (op. cit., p. 81) scriveva delle colonie americane: «Fino allo scoppiare della guerra civile, negli Stati a schiavi del Messico, si notavano aratri di costruzione Chinese, i quali scavavano la terra come le zampe del porco o della talpa, senza riescire nè a fenderla nè a rovesciarla».
[62]. Xen., Oecon., 18, 1-3.
[63]. Guiraud, op. cit., p. 481.
[64]. Xen., op. cit., 18, 6. Cfr. Büchsenschütz, Besitz und Erwerb, Halle, 1869, pp. 302 sgg.
[65]. Guiraud, op. cit., p. 477.
[66]. Teofrasto (De causis plant., 3, 17, 8, 6, 10, 9) accenna ad un esempio recente ed isolato di uso del nitro; Plinio (N. H., 17, 42), all’uso della marna. Ma a parte la rarità del caso, non bisogna confondere la teoria degli intellettuali con la pratica del giorno per giorno, piena di sfiducia verso le escogitazioni e i tentativi scientifici (cfr. Verg., Georg., I, 196 sgg.).
[67]. Guiraud, op. cit., 471 sgg.
[68]. Oecon., 6, 8; 18, 10; 19, 14 sgg.; 21, 1 passim.
[69]. Bernard, in Journal d’agr. prat., 1901, pp. 64-65.
[70]. Cfr. il mio studio, La produzione media dei cereali e della vite nella Grecia, nella Sicilia ecc., in Rivista di st. ant., 1904, fasc. 3-4.
[71]. Cfr. I. G., II, 5, 834 b e Foucart, in B.C.H., 1884, pp. 195 sgg., ll. 50 sgg.; 1880, pp. 26 sgg., ll. 4 sgg.
[72]. Cfr. il mio scritto precedentemente cit. Il Ciccotti (Indirizzi e metodi degli studi di demografia antica, pref. al IV vol. della Bibl. di Stor. econ., pp. 6 sgg.) solleva gravi dubbi sulla possibilità di adoperare utilmente dati così isolati. Le sue osservazioni sono speciose, ma non decisive. Ad ogni modo, non ci sembra incauto valerci di questi elementi, allorchè essi vengono a confermare, quasi in modo tangibile, tutto un insieme di conclusioni, che emergono per altra via da considerazioni indipendenti e di diverso carattere.
[73]. Cfr. Tombasis, La Grèce sous le point de vue agricole, Paris, 1878, pp. 27, 28, 29; U. Ruffolo, La Grecia economica odierna, Roma, Istit. colon. italiano, 1920, pp. 23.
[74]. Résultats de l’enquête décennale de 1892, Paris, 1897, Intr., p. 69. Per l’Italia, cfr. anche G. Zattini, La potenzialità attuale della produzione del frumento in Italia, in base alla statistica del dodicennio 1909-20, Roma, Ministero Agr., Ind. e Commercio: Uff. Stat. agr., 1921.
[75]. Cfr. Giglioli, Malessere agrario ed alimentare in Italia, Portici, 1903, pp. LXXV e LXXIX. Sulle proporzioni dell’annuo disparire del maggese cfr. l’Agr. allemande à l’exposition de 1900, Bonn, 1900, pp. 38 sgg., e, per la Francia, Convert, La Ferme de Fresne, Paris, 1895, p. 9. Dove il maggese permane, esso non è più biennale, ma triennale.
[76]. Guiraud, op. cit., 471-74; Dureau de la Malle, Economie politique des Romains, II, 67.
[77]. Xen., Oecon., 20, 2 sgg.
[78]. Menander, Agricola, fr. 4, ed. Didot.; Philem., Incert. fab., fr. 6; cfr. fr. 4, ed. Didot.
[79]. Loria, Analisi ecc., II, 73.
[80]. Cfr., per la Grecia peninsulare e per la Sicilia greca, Strab., 8, 8, 1; 6, 2, 6; per la Grecia insulare, tutto il mirabile quadretto Il cacciatore dell’Eubea di Dione Crisostomo (ed. Dindorf, Lipsiae, 1857) e Büchsenschütz, op. cit., 209-10 sgg. Circa i vantaggi che i proprietari romani speravano di ritrarre dall’economia pastorale, cfr. Dickson, op. cit., II, pp. 292-93.
[81]. Ilias, 18, vv. 373 sgg.; Arist., Polit., 1, 2, 5; Cratet., Belluae, fr. I, 2, ed. Didot.
[82]. Guiraud, La main d’oeuvre ecc., 87. «Gli stessi molini ad acqua», osserva un moderno, «non furono introdotti nella campagna di Roma che nel IV secolo, quando, per le numerose emancipazioni degli schiavi sotto Costantino, fu necessario sostituire con altri motori il lavoro umano rincarato» (Loria, Analisi, II, pp. 70-71).
[83]. Guiraud, op. cit., 203-4. Cfr. Moreau de Jonnés, Statistique des peuples de l’antiquité, Paris, 1851, I, 267-69.
[84]. Souchon, Les theories économiques en Grèce, Paris, 1898, pp. 119-20; cfr. Moreau de Jonnès, op. cit., II, 521 sgg.; Roscher, op. cit., pp. 22-23.
[85]. Cfr. Loria, Analisi ecc., II, 74-75.
[86]. Mondaini, La questione dei negri nella società nordamericana, Torino, 1898, pp. 106-7; Cairnes, op. cit., pp. 56 sgg.; Loria, Analisi ecc., II, 71.
[87]. Cic., De off., 2, 21. Cfr. Tac., Ann., 3, 53.
[88]. Diod., 13, 81, 5; 83, 1-3; 84, 1.
[89]. Herod., 7, 155; Thuc., 6, 67, 2.
[90]. Aristot., Polit., 5, 6 (7), 6.
[91]. Cfr. Glotz, op. cit., pp. 296-98.
[92]. V (De Dicaeon. hereditate), 35. Tutte le riduzioni di monete antiche in lire italiane s’intendono fatte in lire-oro.
[93]. XXIII (In Aristocr.), 207.
[94]. Demost., XLII (In Phaenipp.), 5; 7, 20.
[95]. Demost., XXXVI (Pro Phormione), 5.
[96]. Sulla graduale concentrazione della proprietà in Grecia, cfr. Guiraud, La propr. fonç. ecc., pp. 395-96, 398-401, 405; G. Platon, Le socialisme en Grèce (estr. dal Devenir social, settembre-ottobre 1905), pp. 43 sgg.; Ciccotti, Il tramonto della schiavitù ecc., pp. 91 sgg.; Glotz, op. cit., 298-300.
[97]. «Les difficultés et la lenteur dans la production.... devaient reporter leurs (dei Greci) ambitions vers les acquisitions artificielles de la richesse. C’est ainsi que l’antiquité toute entière a pu considérer la guerre comme le meilleur des tîtres de propriété» (Souchon, op. cit., 122-23; cfr. pp. 95-96 e p. 96, n. 1). Da questo fatto, appunto, Aristotele era indotto a definire la guerra come uno dei mezzi normali di acquisto della ricchezza (Polit., 1, 3, 8); cfr. Isocr., VIII (De pace), 5-7; Thuc., 6, 24, 3; Diod., 13, 2, 3; 8 e, tra i moderni, Roscher, op. cit., 38.
[98]. Merivale, Lectures on colonisation and colonies, London, 1841-42, I, 76.
[99]. A. Böckh, Staatshaltung d. Athener, Berlin, 1886, I3, 563 sgg. (trad. ital. in Bibl. di Stor. econ. di Pareto-Ciccotti, I, 1).
[100]. Demost., XXXVI (Pro Phormione), 5-6; cfr. E. Breccia, Storia delle banche e dei banchieri nell’età classica (in Riv. di st. ant., 1903, I, p. 114, n. 2) e Böckh, op. cit., I, 564, n. b.
[101]. Lys., De Aristoph. patrimonio, 40; cfr. Böckh, op. cit., I, 563.
[102]. Lys., op. cit., 47.
[103]. Xen., De vectig., 4, 14-15 e Athen., 12, 52, p. 537 b.
[104]. Thuc., 4, 105, I.
[105]. Xen., op. cit., 4, 14; Plut., Nic., 4, 2 sgg.; Athen., 6, 104, 272 e.
[106]. Plut., Vitae decem orat.: Lycurg. 34.
[107]. Hyper., Pro Euxen., 37.
[108]. Op. cit., 30.
[109]. Plut., Cimon., 4, 9.
[110]. Demost., XXXVII (In Pantaen.), 4.
[111]. J. G., II, 2, 1122.
[112]. Demost., loc. cit.
[113]. Demost., XXXVI (Pro Phorm.), 11.
[114]. Böckh, op. cit., I, 384 sgg.
[115]. Op. cit., I, 377 sgg.
[116]. Plut., Pericl., 13, 5.
[117]. Glotz, op. cit., pp. 319-20; Mauri, op. cit., pp. 17-18.
[118]. Cfr. J. Beloch, Die Handelsbewegung im Altertum, in Jahrbücher f. National. ecc., Serie 3ª, 18 (1899), p. 627, n. 3; Id., Zur griechischen Wirtschaftsgesch., in Zeitschrift f. Socialwissenschaft, V, 2 (1902), p. 101.
[119]. 1 dramma = circa 1 lira-oro.
[120]. Cfr. Guiraud, op. cit., pp. 80-81; Francotte, op. cit., II, 81-82.
[121]. Demost., XXIII (In Aristocr.), 206-8; Id., IV (Olynth. III), 29 e XXI (In Mid.), 158; cfr. Lys., XIX (De bonis Aristoph.), 29; Aristoph., Plout., v. 180.
[122]. Menander, Piscator, fr. 4, ed. Didot.
[123]. Athen., 12, 69, pp. 547 d sgg.; 10, 14, p. 419 c.; cfr. J. Baudrillart, Hist. du luxe, Paris, 1878-80, I, 515 sgg.
[124]. Xen., Memorab., 3, 8, 10; Andoc., In Alc., 17.
[125]. Sulle liturgie ateniesi, cfr. Böckh, op. cit., I, 533 sgg.
[126]. Lys., IX (De Aristoph. bonis), 29; 42 sgg. Si trattava di circa 50.000 lire.
[127]. Cfr. Clerc, Les métèques athéniens, Paris, 1893, pp. 78 sgg.
[128]. Lys., XXI (Accept. muner. defensio), 1 sgg.; cfr. Böckh, op. cit., I, 543-44.
[129]. Menander, Fragmenta, p. 100, v. 514, ed. Didot.
[130]. Id., p. 100, v. 538, ed. cit.
[131]. Philem., Fragmenta, p. 120, v. 15, ed. Didot.
[132]. Id., p. 98, v. 436.
[133]. Philem, loc. cit.; Menander, p. 98, v. 455.
[134]. Vv. 535 sgg.
[135]. Ciccotti, op. cit., 91. È possibile segnare in cifre esatte questo processo di concentrazione della ricchezza, che forse non fu continuo, ma fu certo costante nel suo generale indirizzo? Pur troppo, non è possibile, dati i numerosi elementi congetturali su cui dovremmo fondarci. In ogni modo, per Atene, troviamo che, sur una popolazione cittadina all’incirca costante, i cittadini appartenenti alle classi agiate, che parrebbero in numero di 12-13000 ai primi del V secolo e di 15-16000 in sulla fine del medesimo, discesero, durante il IV secolo, con replicate oscillazioni, ad 8000-9000 (cfr. J. Beloch, Bevölkerung, pp. 71-74 e prec.). Identico fenomeno, ossia di riduzione progressiva della classe agiata, si può constatare nelle varie contrade del Peloponneso, attraverso i secoli V-IV; cfr. E. Cavaignac, La population du Péloponnèse aux Ve et IVe siècles, in Klio, 1912, pp. 279-80 e prec.
[136]. Polit., 1, 2 (3), 5.
[137]. Brants, De la condit. du travailleur libre dans l’industrie athénienne (in Revue de l’instr. publique en Belgique, 1883, 26, p. 113).
[138]. A. Mauri, op. cit., pp. 75 sgg.; Guiraud, La main d’oeuvre ecc., pp. 183-85; Francotte, op. cit., I, 309-19; Gigli, Delle mercedi nell’antichità (in Atti d. R. Accad. dei Lincei, 1896), pp. 21 sgg.; Glotz, op. cit., 337 sgg.
[139]. Mauri, loc. cit.; Guiraud, op. cit., 185 sgg.; Francotte, op. cit., 1, 315 sgg.; 326; Gigli, loc. cit. È bene notare che parecchi dati concernenti i salari dei liberi provengono da menzioni di lavori pubblici, come tali, meglio rimunerati.
[140]. Lucian., Timon, 12; Aristoph., Ecclesiaz., vv. 307-10.
[141]. Demostene, XLII (In Phaen.), 22 avverte che L. 525 annue (reddito di circa 4500 lire al 12%) sono affatto insufficienti (οὐσίαν ἀφ’ ἦς ζῆν οὐ ῥάδιόν ἐστι) al mantenimento di un solo individuo, come, viceversa, dice sufficienti all’alimento proprio, durante la sua fanciullezza, e a quello della sorella minorenne e della madre, L. 700 annue (XXVII, In Aphob., I, 36). Sufficiente per un solo adulto è d’altro canto dichiarato da Iseo un reddito di circa L. 850 annue (= L. 7000 al 12%) (XI, De Hagniae heredit., 44; cfr. 40 e 49), come, nel secolo precedente, con opposto intento causidico, Lisia (XXXII, In Diogit., 28) aveva detto abbondanti 1000 lire annue, ossia poco meno di L. 3 al giorno, pel mantenimento di tre fanciulli, un pedagogo e una domestica. Facendo ora la dovuta tara alla probabile tendenziosità dei tre oratori, lo strettamente necessario al mantenimento di non più di due adulti è rappresentato dalla grossolana media di L. 900, per il IV secolo, e di L. 750 per il V. Che queste nostre presunzioni siano conformi al vero lo prova l’analogia dello stipendio annuo fornito dall’assemblea popolare di Teo a parecchi pubblici professionisti, i quali, per la natura delle loro occupazioni, sottostavano meno degli operai manuali agli effetti della concorrenza servile. Ce ne informa un’iscrizione, edita in forma completa dal Foucart (Inscriptions de Teos, in B. C. H., IV, 1880), e riferibile alla prima metà del secolo III a. C. Da essa noi apprendiamo che un maestro elementare veniva pagato con 500 o 600 lire annue (ll. 10-13); un maestro di ginnastica, con 500 lire (l. 14); un maestro di musica, con L. 700 (l. 16); un maestro di scherma, con 300 (l. 26); un maestro di tiro d’arco, con 250 (ll. 25-26); così come, ad Eleusi, nel IV secolo, un architetto veniva pagato con L. 750 annue circa (I. G., II, 1, add. 834, l. 60; B. C. H., VI, p. 83; VIII, 213). Ma quando si pensa che nè essi erano tenuti ad un lavoro annuo (i due ultimi, anzi, erano obbligati ad insegnare solo per pochi mesi) e che il loro impiego non esauriva tutto il tempo disponibile di una giornata, non si può non avvertire quanto insufficienti al paragone fossero le tenui mercedi degli operai, costretti ad un ininterrotto lavoro quotidiano.
Ma se noi possiamo stare soddisfatti a ragguagliare, pei secoli V e IV, rispettivamente, a 750 e a 900 franchi annui, lo stretto necessario di due adulti, di parecchio superiore (per lo meno di 1⁄3) doveva essere quello di una famigliuola di 4 persone, due adulti e due fanciulli, che non può considerarsi come eccessivamente numerosa nella consueta prolificità delle classi proletarie. Le nostre cifre rappresentano quindi, in sostanza dei dati inferiori al minimo necessario alla vita. Inoltre il salario degli operai, tormentati dalla concorrenza dei liberi e dei servi e dalle frequenti interruzioni del lavoro, non aveva alcuna stabilità. Taluni moderni (il Francotte ad esempio, op. cit., I, 327 sgg.) hanno preferito valutare il valore reale del salario, fondandosi su calcoli complicatissimi e impossibili, talora evidentemente sbagliati, del costo dei varî elementi della vita, e sono pervenuti a conclusioni diverse dalle nostre, ma non certo altrettanto probabili.
[142]. Gigli, op. cit., 30 sgg.
[143]. Id., op. cit., 51; Jevons, Work and wages in Athen (in Journal of hell. studies, 15 (1895), pp. 243 sgg.).
[144]. Francotte, op. cit., I, 319: «Il montre que la force de production de l’esclave n’est pas en dessous de celle de l’homme libre....».
[145]. Olmsted, op. cit., pp. 514-15.
[146]. J. Beloch, op. cit., 504-5. Cfr. Büchsenschütz, Besitz und Erwerb, pp. 207-8; e Roscher, op. cit., 40.
[147]. Arist., Polit., 2, 3, 6-7; 4, 3; 7, 4; 7, 14, 6; 10; Plat., Leges, 8, p. 836 b; Xen., Lacaed. Resp., 2, 12-13; Heracl. Pont., fr. 3, 6, in F. H. G., II, 211-12, ed. Müller. Cfr. Malthus, Saggio sulla teoria della popolazione (tr. it., in Biblioteca dell’Economista, Serie 2ª, voll. XI-XII, pp. 103 sgg.).
[148]. Pol., 37, 4, 4 sgg.
[149]. Cfr. J. Beloch, Bevölkerung, p. 506.
[150]. Diod., 18, 18, 4.
[151]. I lotti del suolo coloniale venivano in genere riservati ai poveri. (Cfr. I. G., I, 31 B., ll. 9-11).
[152]. Cfr. Thuc., 6, 24, 3; Diod., 13, 2, 3.
[153]. Isoch., Philipp., 120 sgg.
[154]. Cfr. A. Smith, op. cit., 471-72.
[155]. Polybe ou la Grèce conquise (in Questions historiques, pp. 125 sgg.).
[156]. Sulla beneficenza, privata e pubblica, in Grecia, cfr. Mauri, op. cit., 60 sgg.; Guiraud, La main d’oeuvre, pp. 193-95; Roscher, op. cit., pp. 26 sgg.
[157]. Cfr. Lysias, XXX (In Nicomach.), 22; Pol., 7, 10, I; 15, 21, 1-4; Xen., Ath. Resp., I, 13, 14; Convivium, 4, 29 sgg.; Arist., Polit., 5, 4 (5), 3; Thuc., 8, 21, 1; Plut., Qu. gr., 18. Circa le contese fra ricchi e poveri in Grecia, cfr. Guiraud, La propriété fonç., pp. 600-602; 608; Fustel de Coulanges, Cité antique, Paris, 1870, pp. 406 sgg. e Questions hist., pp. 123 sgg.; Pöhlmann, Gesch. d. antiken Kommunismus und Socialismus, München, 1912, (2ª ed.), cap. II, §§ V-VI; G. Platon, La démocratie et le droit fiscal dans l’antiquité, Paris, 1897, pp. 15 sgg. (estr. dal Devenir social).
[158]. Arist., Polit, 4, 9, 4.
[159]. «Il rapporto di ricchi e poveri è tipico dell’antichità; quello di proletarii e capitalisti è proprio del nostro tempo. Lo notò già Rodbertus e poi anche Marx, che in qualche punto fece rimprovero nientemeno che a Teodoro Mommsen di essere incorso in questo equivoco» (E. Ciccotti, Athene, repubblica di proletari?, in Nuova Rivista storica, 1920, p. 515).
[160]. Mason, cit. in Mondaini, op. cit., pp. 111-12.
[161]. Aristot., Rhetor., 2, 16 sgg.
[162]. Demost. XXIV (In Timocr.), 163; XXIII (In Androt.), 51 sgg.
[163]. L’autore dell’opuscolo pseudo-senofonteo qualifica i poveri come abietta canaglia (1, 4; 2, 19), e canaglia definisce tutti i simpatizzanti pei regimi democratici. «Coloro che, non venendo dal popolo, preferiscono di abitare in una città a regime di popolo, meditano senza dubbio tristi propositi e sperano di potersi meglio nascondere» (2, 20). «Gli è a motivo di ciò che da per tutto ogni tristo si accorda mirabilmente col proprio simile nell’amore del popolo» (3, 10). Lo stesso scrittore è scandolezzato del mite trattamento degli schiavi in Atene (1, 10); e, nell’atto stesso che si sforza di identificare i suoi amici politici col fior fiore della gente dabbene (1, 1; 1, 4; 2, 19; 3, 10), ne celebra la squisita gentilezza con esempi (3, 11), che ci si offrono come la più chiara smentita della tesi in precedenza dichiarata. Lo stesso è a dire del più antico poeta Teognide (cfr. G. Fraccaroli, I Lirici greci, Torino, 1910, I, pp. 182 sgg., 187 e frammenti ivi richiamati).
[164]. Cfr. Herod., 2, 167.
[165]. Xen., Memorab., 1, 2, 56 sgg.: «Diceva inoltre l’accusatore [di Socrate] che questi insegnava ai suoi amici a essere facinorosi e tirannici. Ad esempio, il verso di Esiodo:
Nessun lavoro è vergognoso, ma soltanto l’ozio
egli lo interpretava come se il poeta avesse inculcato di non astenersi da alcun lavoro, fosse pure indegno, turpe; ma che occorresse sottostarvi per campare la vita....»; cfr. 2, 7, 7 sgg.
[166]. Arist., Polit., 5, 7, 19. La insolenza dei componenti le classi superiori, vuoi in regimi oligarchici, vuoi in regimi democratici, anche da parte di uomini che tenevano a passare per popolari, è notoria, e di essi rimangono esempi significativi Crizia, Midia, Alcibiade; cfr. Demost., XXI (In Mid.), 143 segg. e passim; Andoc., In Alc., 17; Athen., 9, 72, p. 407 b-c; Xen., Memor., 1, 2, 12; Arist., Polit., 5, 6, 4: «I ricchi, appena la costituzione assicura loro la superiorità politica, non pensano che a soddisfare il proprio orgoglio e la propria ambizione....».
[167]. Polit., 2, 4, 1.
[168]. Cfr. E. De Laveleye, De la propriété et de ses formes primitives, Paris, 1891, pp. 391-92; cfr. Fustel de Coulanges, Cité antique, pp. 407 e 408.
[169]. Arist., Polit., 4, 9, 4 sgg.
[170]. Op. cit., 4, 9 (11), 9; cfr. 5, 3, 7; 6 (7), 2.
[171]. Wallon, Hist. de l’esclavage, Paris, 1879, I, 408. Cfr. Xen., Lacaed. Resp., 2, 1.
[172]. Wallon, op. cit., I, 443, 438; cfr. Arist., Polit., 7, 15, 6.
[173]. Roscher, op. cit., p. 40.
[174]. Wallon, op. cit., I, 439 sgg.
[175]. Ciccotti, Il tramonto della schiavitù etc., 180; cfr. Roscher, op. cit., 41-42.