La reazione contro l’economia a schiavi.

Noi abbiamo così, vivo e presente, in tutta la sua muta eloquenza, il quadro degli effetti sociali della schiavitù in ogni Paese, ove essa ebbe a radicarsi, e perciò anche sulla terra sacra dell’Ellade antica. Sotto l’aspetto materiale, una produzione lenta e costosa, una tecnica paralitica, un’agricoltura e un’industria rudimentali; sotto l’aspetto sociale, una incoercibile tendenza alla concentrazione della proprietà e della ricchezza, un’aspra concorrenza al lavoro e alla sussistenza dei liberi, costretti a lasciare la patria o a bramare perennemente terre nuove in cui applicare la propria attività umiliata e scornata; la corruzione, a un tempo, delle democrazie e delle aristocrazie, delle classi alte come delle basse; sotto l’aspetto morale, la triplice degradazione dell’individuo, della famiglia, dello Stato. Si ha così, nel tessuto elementare di ciascuna società greca, poggiante sulla schiavitù, una condizione perenne di debolezza organica, di fallacia nella vitalità e nella resistenza.

Col suo fine senso della vita, il Greco antico ebbe l’intuizione della gravità di un male, così sottile, così insidioso, così profondo, e cercò, attraverso tutta la sua storia, di reagirvi, riducendo l’economia a schiavi ad una forma che la facesse diversa da quella che la sua stessa sostanza portava.

Per non obbligare i produttori a possedere direttamente degli schiavi, fu creata l’industria della locazione, a tempo determinato, di questo vivente genere di merce-lavoro; con che, oltre a fornire la sicurezza di un reddito quotidiano il locatore veniva liberato dalla massima parte dei rischi, che gli venivano dal deperimento del suo personale. In luogo del puro mantenimento, fu adottato, anche per gli schiavi, un sistema di pagamento in salario, che forse permetteva loro di fare delle economie e li allettava con la speranza di formarsi un peculio, che un giorno poteva anche offrire, ad essi, il mezzo di acquistare la libertà. Lo schiavo locato per prezzo fu talora nulla più e nulla meno di un libero, che abitava dove volesse, si cibava a suo talento, e di cui niuno, salvo il padrone e il locatore, conosceva la precisa condizione sociale. Talora venne altresì adottato il sistema del pagamento a fattura, anzichè a giornata, e tal’altra volta il padrone associò lo schiavo a’ benefici dell’impresa che intendeva iniziare e per cui offerse i capitali, lasciando che il suo minor collaboratore vi mettesse di proprio l’attività e l’ingegno. In molti luoghi, infine, lo schiavo pubblico, ossia lo schiavo, dipendente dallo Stato, acquistò i privilegi, che derivano a tutti coloro, i quali, bene o male, in tutto o in parte, son depositari di una qualche molecola del pubblico potere.

Con tutti questi abili espedienti, il mondo greco, o, piuttosto, talune delle società greche più evolute — quella ateniese, ad esempio — tentarono di sforzare il regime a schiavi a produrre il massimo di bene, lasciando dietro di sè la minor copia di male. Ed è forse possibile, in linea di ipotesi, pensare che in un ambiente tranquillo, al sicuro da urti esterni, in un’esperienza, per così dire, isolata nel vuoto, questo regime di perfetto equilibrio instabile avrebbe potuto conseguire dei successi. Pur troppo, mentre la Grecia tentava rivolgere dall’imo fondo le basi della sua vita sociale; mentre essa tutta si tendeva in questo supremo conato liberatore; mentre in alto si cominciava a formare come una diversa e più elevata coscienza economica; mentre i miopi interessi del giorno per giorno cedevano dinanzi a vedute più larghe e più pensose del domani; mentre, insieme col lento trasformarsi o disparire della schiavitù, i processi tecnici cominciavano ad affinarsi, nuove avverse influenze sopravvennero — e le studieremo —, ad arrestare il moto tendenziale, a frustrarne i vantaggi, a spezzare il miracoloso equilibrio, che sembrava già stabilito, schiacciando così, nella terribile prova, l’intera vita della nazione.