Ancora de la guerra e il commercio.

Ma il commercio ateniese non riguardava soltanto l’approvvigionamento vittuario del Paese. L’ignoto autore de La repubblica ateniese ribatte ad ogni piè sospinto su quello, che potremmo dire cosmopolitismo mercantile della vita economica dell’Attica. «Ciò che di squisito è in Sicilia, in Italia, in Cipro, in Egitto, in Libia, sulle rive del Mar Nero, nel Peloponneso o in qualsiasi altra regione, tutto, in grazia dell’impero marittimo, che noi teniamo, affluisce presso di noi»[34]. E Tucidide aveva scritto: «La potenza della nostra città fa sì che godiamo agevolmente non solo dei nostri prodotti, ma di quelli di ogni parte del mondo»[35]. Vi affluivano di fatti le materie prime d’ogni genere e gli elaborati di ogni perfezione: legname per navigli e per costruzioni, lane, tele, pece, cuoio, papiro, pelli, cera, miele, metalli, pesci e carni salate, cacio, strutto, sego, bestiame, frutta, avorio, incenso, unguenti, droghe, silfio, vini, tessuti, tappeti, stoffe di seta, di lana e di porpora[36], oggetti di metallo, anche prezioso, lavori in ceramica, porcellana, oggetti di legno, schiavi ecc. ecc. I rivoli di tanta importazione scaturivano da ogni parte del mondo allora conosciuto, dalla Grecia peninsulare, dalla Tracia, dalla Macedonia, dal Tirreno, dal Jonio, dall’Egeo, dalle coste dell’Asia Minore, dalle sponde del Mar Nero, da Cipro, Creta, Cartagine, dalla Magna Grecia, in Etruria, in Caria, in Frigia, in Paflagonia, in Fenicia, in Spagna, in Siria[37].

Tanto ben di Dio non era unicamente destinato al fabbisogno della città, ma ne alimentava a sua volta lo scambio ed il commercio con l’estero. I forestieri scendevano sia al Pireo che ad Atene a fare le loro provviste e a fornirsi dei manufatti dell’industria paesana o forestiera, accumulati nei magazzini della metropoli. «Tutti coloro», chiedeva Senofonte o, piuttosto, l’anonimo autore di un suggestivo libretto su Le entrate di Atene; «tutti coloro i quali abbondano di grano, di vino (specie se si tratta di qualità prelibate), di olio, di bestiame, vogliono trar vantaggio o dalla loro sagacia o dal loro danaro», «tutti quelli che han bisogno di vendere o di comperare nella maggiore quantità e nel più breve tempo possibile, dove potrebbero meglio profittare che in Atene?»[38]. In tal guisa, Atene, a cui tutti i prodotti delle contrade mediterranee mettevano capo, esportava, a sua volta, ovunque[39] pellicce, oggetti in cuoio, tessuti di varie fogge, vasi di terra e di metallo, letti, strumenti musicali, profumi, chincaglierie, oreficerie, argenterie, libri, tavole, statue, oggetti artistici, marmo, piombo, e, fra i generi alimentari, vino, miele, fichi e, specialmente olio[40], dal cui commercio, come dall’unica derrata, che la politica finanziaria ateniese affrancasse da misure proibitive, massimo era, qual’è ancor oggi, il guadagno.

D’altro lato, i mercanti ateniesi facevano direttamente, fuori dell’Attica, un attivissimo scambio di merci, acquisite e caricate[41], ed esportavano dall’Egeo vini e altri articoli in Sicilia, in Italia, nella Colchide, nel Ponto[42], ecc.

A quanto ascendeva il valore del movimento commerciale di Atene? Noi non abbiamo mezzo sicuro per determinarlo. Calcolando sull’ammontare del dazio d’entrata e di uscita, a cui sottostavano le merci che per terra o per mare entravano nell’Attica o ne uscivano — la famosa cinquantesima, ossia un’imposta del 2% — quale ci è riferito per un anno di grave crisi economica ateniese, ci troveremmo di fronte a un movimento di 10-12 milioni[43]. Ma il commercio ateniese doveva essere ben altra cosa negli anni normali o nei giorni della gloria. Del resto esso non si svolgeva soltanto nell’Attica, ma circolava per tutto il suo impero marittimo. Entro così vasta periferia, noi non possiamo supporlo inferiore a 160-180.000.000 di lire-oro[44], ossia, dato il valore del denaro nell’evo antico, rispetto a quello moderno, pari circa a un miliardo di lire, il triplo di ciò a cui, innanzi la Guerra europea, ascendesse il movimento commerciale della Grecia contemporanea, che è pure uno dei più fiorenti del Mediterraneo[45].

Or bene, tutta questa gigantesca e preziosa attività veniva d’un tratto arrestata dalla guerra. Le navi, gli uomini erano tosto destinati a scopi ben diversi, che non fossero più quelli del pacifico commercio; i porti erano ingombri di vascelli militari e di materiale bellico; a tutte le flotte era imposto il duro cómpito della così detta guerra di corsa.

Una tale e tanto grave conseguenza basterebbe da sola ad avvertire delle proporzioni della crisi, che la guerra, col suo semplice annunzio, veniva ogni volta a provocare.

Nè la guerra si combatteva soltanto con le armi. Il gioco delle armi si intrecciava e si serrava con quello delle proibizioni commerciali. «I nostri nemici», avvertiva acutamente l’autore de La Repubblica ateniese, «non consentiranno mai che le merci vengano portate in luoghi diversi da quelli in cui essi tengono il dominio del mare»[46]. La Guerra del Peloponneso — era ben noto in Atene — era stata inaugurata da un decreto vietante ai Megaresi l’accesso nei mercati dell’Attica e nei restanti porti della Confederazione[47]; più volte Egina ed Atene s’erano a vicenda bandito il boicottaggio di determinate mercanzie; in tempi lieti e tranquilli, Sparta, antico Impero celeste, chiudeva l’ingresso agli stranieri[48], e quindi alle loro importazioni. Ma la guerra induceva naturalmente a moltiplicare all’infinito la frequenza e la gravità di tante rappresaglie e di così gravi danni.

Quando Atene ebbe rotto le ostilità contro Filippo II, fu bandita la pena di morte contro chiunque apprestasse armi o attrezzi navali al nemico[49]. E, poichè le fabbriche ateniesi erano le fornitrici principali del materiale di guerra a molti Stati greci, siffatta disposizione, che deve aver avuto conseguenze crudeli, non deve certo essere rimasta episodio isolato. Noi non abbiamo menzione di veri e propri blocchi, parziali o totali, contro l’Attica: ma sappiamo che contro Atene fu più volte condotta la così detta guerra di corsa e siamo autorizzati a pensare che blocchi veri e propri non dovettero certamente mancarne poichè ne troviamo enumerati parecchi a danno di altri Paesi. Il blocco, del resto, non danneggia soltanto coloro contro cui è dichiarato, ma ricade su quelli stessi che lo dichiarano, specie se si tratta di Stati industriali e commerciali. Esso equivale alla chiusura di una delle fonti dell’importazione e di taluno dei mercati d’esportazione, cioè a dire al disseccamento di una parte dell’agiatezza e della ricchezza di quei Paesi, che lo hanno per primi volontariamente decretato[50].

Ma non si trattava di ripercussioni o di effetti limitati. La grande legge della solidarietà universale abbraccia tutto il dominio e tutti i rami della produzione. «I frammenti del gran tutto», parla un antico, «si sorreggono come gli anelli di una catena; l’agricoltura ha bisogno dell’arte del legnaiuolo e del fabbro ferraio; questi, dei tessitori e degli architetti, e così, a chi ben guardi, tutto è solidale nell’intrecciarsi dell’umano consorzio». Per tal guisa, il fiorire o il decadere del commercio decideva in buona parte delle sorti dell’agricoltura e di quelle dell’industria.

Il rapporto di queste due attività riesce nell’evo antico alquanto diverso da quello che fra esse corre nell’evo moderno. Oggi il rapido miglioramento degli strumenti di produzione, la tenuità del prezzo delle merci sforzano i mercati più refrattari, determinano le correnti d’importazione e di esportazione, eludono i talora contrastanti rapporti diplomatici. Nel mondo antico, invece, delle sorti del commercio, e quindi della esistenza delle varie industrie, decideva il più delle volte la violenza delle armi.

Gli Stati, con le loro navi da guerra e con la loro autorità, assicuravano le pericolose vie del transito, aprivano o chiudevano i mercati ai più temuti concorrenti, s’accaparravano, in gran copia e a buon mercato, l’approvvigionamento delle materie prime. L’industria e il dominio della terra e del mare erano, assai più che nell’evo contemporaneo, intimamente connessi fra loro, e la ricchezza e la forza erano, assai più che non oggi, a un di presso, un unico fenomeno sotto denominazioni differenti. «Non vi è città», spiega ancora l’autore de La Repubblica ateniese, «che non abbia bisogno di importare o di esportare; il che non potrebbe, se non assoggettandosi alle disposizioni di coloro che tengono il dominio delle acque»[51]. «Se taluna ha eccesso di legname per navi, dove lo venderà se non consente chi impera sul mare? Se tal’altra abbonda di ferro, di bronzo, di cotone, dove li scambierà se a costoro non si renderà benevisa?»[52]. Ma se tale circostanza faceva ad ogni popolo gradito il pensiero della guerra, ogni disastro bellico segnava necessariamente la fine d’ogni prosperità industriale.

A sua volta la rovina del commercio e dell’industria si ripercoteva malauguratamente su quello che abbiamo definito il fulcro dell’economia antica: l’agricoltura. Si è talora ritenuto che le società puramente agricole siano capaci di vivere e di fiorire in piena ed isolata indipendenza. Nulla di meno esatto. Condizione necessaria della loro prosperità è stata in ogni tempo l’esistenza di mercati prossimi al coltivatore, ove questi possa smerciare le proprie derrate e donde abbia mezzo di ritrarre gli elementi necessari al proprio benessere. Quanto diverse non sono le prospettive dell’agricoltura in Paesi poveri e in Paesi arricchiti dalla febbrile attività del commercio e dell’industria! Le sorti dell’agricoltura risultano quindi strettamente connesse con le sorti dell’uno e dell’altra; fioriscono e decadono insieme. Tale è stata la sorte loro in ogni tempo: tale fu nell’Attica antica!


Ma gli effetti economici della guerra perenne, quale noi la ritroviamo in Grecia, non conoscono limiti. Le nazioni antiche non disponevano di una quantità sempre uguale e costante di prodotti naturali o di merci di cui godere. Le difficoltà dei trasporti, l’impossibilità di reagire artificialmente alle violenze degli agenti naturali, la mancanza di un comune mercato regolatore; sopra tutto, la scarsa potenzialità produttiva, riescivano di ostacolo insuperabile alla stabilità e alla costanza della produzione[53]. Ma, fra le cause di squilibrio, massime erano quelle dipendenti dalla guerra.

La guerra distruggeva ciò che si era prodotto, allontanava le braccia dalla produzione, arrestava e stornava l’investimento dei capitali, turbava la pastorizia e l’agricoltura, impediva l’importazione e l’esportazione, determinava mirabolanti dislivelli nei prezzi delle derrate naturali e delle merci, che, come l’esperienza oggi ci avverte, dovevano anche allora prolungarsi per gran tempo, o, magari, aggravarsi, al ritorno delle brevissime paci[54]; arrestava gli affari o distruggeva il credito; sospendeva l’obbligo della correttezza e della legalità, e, sotto la minaccia di oscuri pericoli, terminava per pesare sulla vita sociale con una continua incertezza, un oscuro malessere, una paralisi quotidiana delle sue migliori energie, di cui, nell’assai più stabile regolarità del mondo contemporaneo, riesciamo a mala pena a cogliere la portata.