La guerra e il commercio.

Le conseguenze delle interrotte comunicazioni marittime dovevano, naturalmente, essere più gravi pei Paesi che erano costretti a importare granaglie, ossia, che mancavano dell’elemento fondamentale della alimentazione quotidiana. L’Attica antica produceva cereali in pochissima quantità, onde difficilmente riesciva a fare a meno della importazione, così come più tardi non lo potrà l’Italia antica o non lo può oggi, ad esempio, l’Inghilterra. Atene ricavava dalla campagna appena 20.000 hl. di frumento[28], e ne abbisognava di una quantità per lo meno venti volte maggiore[29]. Gran parte della draconiana legislazione cittadina era diretta appunto ad assicurare tale rifornimento. Perciò lo Stato ateniese, mentre da un canto proibiva rigorosamente l’esportazione del grano, imponeva che due terzi almeno dei cereali esteri, approdati al Pireo, venissero devoluti al consumo cittadino, che nessun residente nell’Attica ne scaricasse altrove se non nel porto di Atene; ne limitava, oltre che da Atene, dal Ponto e da Bisanzio, l’esportazione; esentava — pare — da determinati oneri i commercianti di granaglie, impediva rigorosamente l’incetta[30]. Ma tutto questo non bastava; per procurarsi il grano, occorreva avere facile il passo ai varî centri d’importazione: il Mar Nero, l’Egitto, la Fenicia, la Tracia, la Macedonia, la Tessaglia, la Siria, ecc.[31].

In tali condizioni il libero uso del mare era, per Atene, non solo la premessa necessaria di ogni ulteriore grandezza, ma una questione di vita e di morte. È evidente perciò a quali colpi lo stato di guerra e le incerte fortune della medesima abbiano dovuto replicatamente esporre l’economia del Paese. Se gli sbalzi dei prezzi delle cose venali furono, nell’Attica antica, assai più gravi e frequenti, che non in qualsiasi altra contrada del mondo contemporaneo, questo dovette seguire in modo particolare per il genere, di tutti più necessario alla vita: i cereali[32].

Allora si potè assistere a questa singolare e tormentosa tragedia economica: mentre la guerra in permanenza poneva ogni giorno in serio pericolo la campagna dell’Attica; mentre ormai non era lecito curare le produzioni più adatte al Paese e più remunerative — la viticoltura e l’olivicoltura — occorse insistere, fino al limite estremo possibile, nella coltivazione dei cereali, cui l’indole del terreno repugnava; il che voleva dire nella semina di terre, che non potevano lasciare alcun margine di profitto.... Per tal guisa sulla fatale decadenza dell’agricoltura dell’Attica non operavano soltanto i pericoli delle invasioni imminenti, ma anche il semplice terrore del commercio limitato o impacciato.

Tutto ciò, si potrebbe pensare, poteva giovare a risollevare i prezzi all’interno e a procurare l’agiatezza di buona parte della popolazione agricola. Mera illusione! Chi era costretto a vendere i prodotti della propria terra al primo offerente, o si era già in precedenza gravato di debiti, non riesciva a sostenere la concorrenza della grande proprietà. Il rialzo dei prezzi non giovava quindi che a una piccola parte dei proprietari della terra, e nuoceva contemporaneamente alla grande massa della popolazione produttrice e consumatrice. La carestia e quello che oggi si dice il caroviveri si delineavano come un fatto economico quotidiano, recando seco — infallibilmente — la febbre affamatrice dell’incetta e della speculazione[33].