I divoratori delle provincie.

L’organizzazione delle province, escogitata dalla Repubblica romana, fu, teoricamente — senza dubbio — migliore della sua trista fama. Le province pagavano imposte dirette — decime e stipendia —; pagavano numerose imposte indirette, i cui proventi, però, venivano ora impiegati, non più a beneficio della regione, ma a vantaggio del lontano fisco romano. Ma il terribile male, di cui soffrirono le province, non istava nella teorica norma legislativa, sibbene negli abusi — infiniti — di coloro che erano delegati ad eseguirla o di quegli altri, che speculavano sulla esecuzione.

Fra i primi figurano, e al primo posto, i governatori. I governatori si recavano in provincia, dopo avere speso somme enormi per conquistarsi, attraverso lunghi anni, la popolarità, per varare le loro gratuite magistrature di questori, pretori, consoli, per averle esercitate con dignità, o, più spesso, con isfarzo. La provincia quindi doveva essere, per loro, il campo opimo di risarcimento e di rifacimento di tutti i loro dispendi, troppe volte, anzi, di tutti i loro sperperi. E colà, armato di un potere assoluto — vicereale — esente da tutte le limitazioni, che incombevano sui magistrati in Roma, il governatore romano non esitava a speculare e a frodare sui suoi amministrati, a proposito di ogni cosa e di tutto: dell’acquartieramento delle truppe, dell’alloggio, dovuto o preteso per lui stesso, pei suoi impiegati, pei suoi aiutanti, pei suoi medici, pei suoi sacerdoti, delle requisizioni, della ripartizione e della percezione delle imposte, dei giudizi, dei testamenti, delle opere militari.... Perciò vediamo Cicerone, dopo il governo della Cilicia — un proconsolato, che, rispetto alle consuetudini del tempo, passò come uno dei più singolarmente onesti — riportare in patria un guadagno netto di circa mezzo milione di lire[299]; Verre, che fu un tipo, e non, come erroneamente si crede, un’eccezione[300], riportare dalla Sicilia circa 10 milioni[301]; Sallustio, il moralissimo Sallustio, rovinato dai debiti di una vita dissipata, preposto, nel 46 a. C., da Cesare all’amministrazione della Numidia, o, come si esprime un antico, più propriamente, alla rovina di quel Paese[302], dopo due anni di governo, tornare a Roma quasi impacciato dalle proprie ricchezze, a edificarvi un palazzo senza rivali, a piantarvi giardini, l’uno e gli altri giudicati, più tardi, degni del soggiorno imperiale, e le cui terme, gli acquedotti, il tempio, il Circo, le statue, i colonnati ci offrono ancor oggi, coi loro ruderi, un esempio dei più mirabili monumenti dell’arte antica.

«È difficile dire», esclamava una volta Cicerone[303], «fino a qual segno noi siamo odiati dai provinciali a motivo dell’ingordigia e dell’iniquità dei magistrati, che abbiamo in questi ultimi anni delegato al loro governo. Quale tempio ha loro imposto rispetto? Quale città è stata per essi sacra? Quale domicilio, sbarrato a sufficienza? Le città, un tempo ricche e prospere, sono da costoro ricercate in modo speciale, e ad esse si muove guerra per aver campo di poterle saccheggiare».

Ma Cicerone si riferiva all’esercizio normale del governo delle province, allorquando tutti i mali, di cui queste soffrivano, dipendevano solo dall’applicazione rigorosa del concetto, essenzialmente romano-repubblicano, che ai magistrati inviati da Roma toccava affermare, in tutta la sua assolutezza, il dominio della città ch’essi rappresentavano[304]. Di assai peggio toccò alle province tra l’infuriare delle numerose guerre civili, allorquando, venuto meno ogni freno giuridico, sia pur nominale, i luogotenenti della Repubblica, operavano ciascuno per proprio conto, a null’altro mirando che ad eccitare, ad esaltare la bravura dei soldati, ad accaparrarsi a qualsiasi prezzo la loro fedeltà, a procurarsi gl’istrumenti necessari della vittoria o della salvezza.

La conquista divenne allora un vero e proprio flagello, e l’amministrazione, un bottino, sistematicamente organizzato.

Sarà questo il tempo in cui Cesare largirà a ciascuno dei suoi veterani 2.000 sesterzi e 300 a ciascun cittadino romano, che volesse serbarsi neutrale; il tempo in cui salderà le spese occorsegli durante la terza fase della seconda guerra civile, imponendo ai senatori pompeiani di Utica il tributo di oltre 25 milioni di lire e vendendo all’asta pubblica un milione di Galli; il tempo in cui egli stesso potrà versare nelle casse dello Stato 150 milioni e, nel suo tesoro privato, 20 milioni di lire. Sarà questo il momento in cui lo stoico e morigerato Cassio caverà dal miglior sangue e della Giudea, un tributo di ben 4 milioni, e poichè quei debitori, improvvisati d’ufficio, non si sbrigavano, ordinerà la messa all’incanto di ben quattro città[305].

Tutto ciò, senza calcolare i profitti privati dei legionari e degli ufficiali, i gravami straordinari per esaudizioni di voti, per allestimenti di giuochi pubblici, per nuove costruzioni edilizie; tutto quel contorno di fuochi di gioia, che, volta per volta, accompagnavano l’ebbrezza della vittoria, i fumi del trionfo, e spremevano lagrime di sangue dalle pupille inaridite dei provinciali.

Nè il governatore era solo. Con esso accorreva nella provincia un largo e numeroso stuolo di legati, questori, prefetti, interpreti, littori, mezzani elettorali, amici, «gente tutta egualmente affamata, cui la provincia doveva fare o rifare un patrimonio e per cui doveva rappresentare quasi un’oasi, nella quale, non solo si avevano a godere tutti i possibili diletti, ma si dovevano eziandio fare le provvigioni ed i rifornimenti per proseguire a miglior agio il lungo cammino della vita pubblica e dell’esistenza»[306].

Al governatore e alla sua coorte si aggiungeva quell’orda funesta, d’intermediari fiscali, che furono in provincia i pubblicani. Roma antica non ebbe per secoli un servizio di Stato per la riscossione delle imposte. La Repubblica preferì appaltare altrui tale ufficio, e si servì all’uopo di grandi compagnie di cavalieri romani: i così detti pubblicani. Era quindi naturale che costoro, forti della loro qualità di cittadini romani e della solidarietà del governatore e del governo, cercassero di rifarsi larghissimamente sui provinciali delle somme che essi si erano obbligati a versare all’erario romano[307]. Ma le soverchierie, le violenze, gli abusi divennero infiniti il giorno, in cui, nel 122 a. C., un’incauta, o, piuttosto, temeraria legge di Caio Gracco fece passare nelle mani dei cavalieri quegli stessi giudizî penali, cui gli ingordi percettori di tributi in provincia, potevano finora soggiacere.

Gli esempi dei loro metodi furono veramente impressionanti, e noi avremo più innanzi a riferirne parecchi, relativi a città greche amministrate da Roma. Ma, già fin dal II secolo a. C., è divenuta proverbiale la ferocia dei pubblicani, che giungevano sino a fare schiavi per debiti i provinciali insolventi[308], inaugurando colà dei sistemi di giustizia civile, che in Italia erano stati da tempo aboliti. «Strappateci», perorerà L. Licinio Crasso, in sullo scorcio del II secolo a. C., propugnando la restituzione del potere giudiziario ai senatori, «strappateci dalle fauci di costoro, la cui sete di sangue non riusciamo più a spegnere!»[309] Cicerone ribadirà: «Non esiste nazione che non abbiamo salassata fino all’esaurimento, o così ferocemente domata, da cavarle la voglia di piatire, o così fortunosamente pacificata da aver resa lieta del nostro trionfo e del nostro governo»[310]. «Noi, concedendo ai pubblicani la più intera libertà d’azione, roviniamo i popoli che abbiamo il dovere di proteggere.... Tempo fa apprendemmo dai nostri concittadini di quante sofferenze siano essi motivo ai provinciali: allorquando, infatti, si trattò di sopprimere parecchi pedaggi italici, dovemmo rilevare come le querele non si volgessero tanto contro la natura dell’imposta, quanto contro gli abusi dei delegati alla sua percezione, e le grida di dolore dei cittadini romani in Italia non possono non avvisarci, in modo troppo eloquente, delle dure sorti degli alleati, che stanno ai confini dell’impero»[311]. «Dovunque», s’esprimerà più tardi Livio, «entra un pubblicano, ne esce ogni garanzia di dritto pubblico, ogni libertà per gli alleati»[312].

Ma i cittadini romani e gli Italici non si recavano in provincia solo per governare o per riscotere imposte. Le province erano altresì un campo meravigliosamente fertile di affari e di profitti. Gli Italici venivano a contendervi ai provinciali le industrie, i commerci, i mestieri locali, a privarli della terra avita. Questo sistema, questo spodestamento economico dei vinti, non era lasciato soltanto all’iniziativa privata. Veniva diretto e organizzato dal governo romano. Dovunque la repubblica s’imbattè in un grande centro economico straniero, essa non pensò che ad abbatterlo o a sostituirlo. Così perirono Cartagine e Corinto; così perì Marsiglia, controbattuta, sin dal 118 a. C., dalla romana Narbona, poi da tutta una folla di colonie romane, che Cesare fondò nella contrada: Bézier (Colonia Julia Septimanorum Baeterrae), Fréjus, Arles, Orange, Vienne, Valenza[313]; così decaddero o si spensero Neapoli, sopraffatta da Pozzuoli; Taranto ed Epidauro, da Brindisi e da Apollonia. L’Impero continuerà questa particolar forma di politica repubblicana. Se la Repubblica aveva vietato alla Gallia Narbonese di coltivare la vite e l’ulivo[314], l’Impero estenderà il divieto a tutte le province dell’Europa centrale e settentrionale[315]. E se la Repubblica aveva schiantato Cartagine, l’Impero distruggerà Aden, centro del commercio dell’Africa orientale sino allo Zanzibar e alle Indie[316].

Poi, sulle terre devastate, sulle città impoverite, sul deserto sparso di sale, calavano gli usurai Italici, e si aggiravano tra le ombre dei superstiti, a offrir denaro, a prestarne loro ad interesse, a fare, tra la povertà dei vinti, negozio sfacciato della male acquistata ricchezza[317].