La consorteria dei dominatori.
Tutto questo affaccendarsi di attività private audaci e malsane non poteva seguire senza la complicità, palese o manifesta, del senato, a Roma, e dei governatori, in provincia. E fu questo appunto l’aspetto più sinistro del regime provinciale romano finchè durò la Repubblica. Mai, come sotto l’egemonia di Roma repubblicana, la solidarietà dei Romani della metropoli con tutti i loro concittadini, sparsi pel suo vasto impero coloniale, fu così perfetta ed iniqua. Mai, come sotto il suo regime, l’interesse, l’ingordigia dei cives romani furono identificati con le supreme ragioni di Stato e vennero preposti ai più sacri affetti di uomo, di genitore, di figliuolo, di madre. Le lettere che i più onesti, autorevoli romani spedivano dalla Città eterna ai governatori delle province, sono piene di raccomandazioni perchè essi favoriscano in ogni modo gli affari dei loro amici in provincia[318], e che in loro grazia tengano chiusi uno, o tutti e due gli occhi della loro non difficilissima probità amministrativa.
E che favori si fossero quelli, su cui i più onesti chiedevano la benevolenza dei governatori, noi lo rileviamo dallo stesso carteggio, a questo proposito assai interessante, di Cicerone. «Le vostre raccomandazioni», gli risponde una volta uno dei suoi sollecitati, «le vostre pretese mi riescono assai gravi.... Sono questi, dunque, i vostri clienti? Queste le vostre protezioni? Voi raccomandate un uomo crudelissimo, che ha assassinato, derubato, ruinato innumeri liberi, madri, cittadini romani, che ha devastato intere contrade, uno scimmione feroce, un uomo vilissimo.... Che cosa risponderò a coloro che ne hanno avuto i beni dilapidati, i fratelli, i figliuoli, i genitori assassinati, e anelano giustizia riparatrice?...»[319]. Eppure, anche questa volta il lontano amico concludeva col dichiararsi, non ostante tutto, disposto ad obbedire e ad esaudire la piena volontà del sollecitatore: «Faciam omnia sedulo quae te sciam velle....»[320].
Tale situazione subì un crescendo continuo dal penultimo all’ultimo secolo della repubblica, per cui, se i rapporti fra cittadini e provinciali ebbero a modificarsi, fu solo nel senso di un’oppressione più dura, che, cominciata con lo sfruttamento delle cose, terminò col salasso più spietato delle persone. «Nell’ultimo secolo della Repubblica», scrive un moderno, «tutto il grande commercio è in potere dei Romani; tutto il numerario circolante esce dai loro scrigni o si apparecchia ad entrarvi»; ed essi s’intendono a meraviglia fra loro, e hanno dalla loro parte i pubblici ufficiali, congiurati insieme a ruinare le province ed a porle in istato di fallimento universale. Il loro scopo è di accumulare e di godere; i loro mezzi, l’astuzia e la violenza; i loro ausiliari, la legge e l’amministrazione. Il mondo intero è divenuto teatro del loro saccheggio universale...»[321].
Del resto, con che animo o con che mezzi avrebbero le autorità competenti — qualora lo avessero voluto od osato — potuto rendere giustizia ai provinciali?
«Grandi ostacoli», scriveva Cicerone al proprio fratello, «grandi ostacoli frapporranno i pubblicani alla tua buona volontà e alla tua sollecitudine. Combatterli apertamente equivarrebbe ad alienare da noi e dalla Repubblica una categoria di persone, verso le quali, come privati, siamo tenuti da obblighi non lievi e che noi stessi riconciliammo col governo attuale. Lasciarli fare liberamente equivarrebbe a sancire la rovina dei popoli, che abbiamo il dovere di proteggere e di rendere felici». Agire, quindi, in favore dei pubblicani, senza ruinare la provincia «sarà veramente la massima tra le difficoltà del tuo governo....»[322]. Ma la giustizia, resa dai governatori provinciali, era locale e transitoria; l’appello ai giudici romani od al senato, troppo lontano ed inefficace, mentre il salasso, inflitto loro dagl’Italici, era universale, perenne, onnipresente! I vinti o le città spogliate si trovavano, novantanove volte su cento, nell’impossibilità di inviare un’ambasceria, di sostenere un giudizio, e dinanzi alla rete d’influenze e d’influenzatori, che avvinghiava patroni, avvocati e giudici, le risorse dei ruinati non potevano non essere insufficienti; le loro speranze, pretenziose e fantastiche.
Indiscutibile apoftegma dei dominatori era questo: che il giudizio sulla condotta dei Romani nelle province, non poteva non essere riserbato a Romani. Che peso potevano avere, al confronto, i risentimenti e le opinioni dei provinciali? Nulla, quindi, di singolare se molti tra i più virtuosi romani, fra i più puri spiriti repubblicani — Cassio, Bruto, ed altri con loro trattarono le province con una durezza veramente stupefacente, non solo per noi moderni, ma per moltissimi di altri loro contemporanei, che certo non li valevano. Essi si ispiravano alla più pura teorica della amministrazione repubblicana, quella teorica, che l’Impero comincerà a mitigare, a svalutare, attirandosi, per questo le censure dei vecchi romani temporis acti. Che i governati non trepidassero all’arrivo d’un ufficiale romano; che dei cittadini romani potessero venir gravati di processo, al solo primo reclamo di un gruppo di provinciali; che questi, anzi, avessero riconosciuto il diritto di reclamare, era, per il repubblicano del buon tempo antico, indice sicuro di debolezza civica, di sùbita protervia, di sopravvenuta, deplorevole corruzione[323].
Vane e disperate erano dunque le proteste e le querele, ma — ciò non si era preveduto — esse finivano per riaprire e inacerbire le piaghe medesime dei querelanti. — È stato notato altra volta, dirà Cicerone, che, qualora i giudizi contro i concussionari «non esistessero, ciascun magistrato porterebbe via dalle province solo quanto reputasse necessario per sè e per i suoi figliuoli. Oggi invece che tali giudizi esistono, egli porta seco — e la cifra raggiunge altezze vertiginose — quanto fa d’uopo ai suoi protettori, ad suoi avvocati, al pretore, ai giudici.... Or bene, è possibile soddisfare alla cupidigia del più ingordo fra gli uomini, ma non lo è egualmente procurare il necessario al buon successo di un giudizio, più pernicioso di tutte le rapine....»[324].
Quanto, per gli infelici, non era preferibile giungere, rassegnati, le mani e serrare in silenzio le labbra, praticando, consapevoli o no, quelle norme di rassegnazione cristiana, che sprizzavano dalle viscere stesse delle cose e che attendevano solo la voce fatidica di chi le raccogliesse e le promulgasse!