L’organizzazione provinciale delle terre elleniche.
Quale fu, in particolare, la sorte che Roma fece alle varie contrade elleniche, cadute sotto il suo dominio?
Buona parte della Grecia peninsulare fu incorporata senz’altro alla già esistente provincia di Macedonia: l’Epiro, le isole Ionie, i porti greci d’Illiria. La Grecia propria, ossia la Grecia di mezzo e meridionale, perduto il glorioso nome di Ellade e assunto quello di Acaia, forse in memoria dell’ultima contrada, che aveva guerreggiato con Roma, venne sottoposta a tributo[325] e affidata alla sorveglianza del governatore della Macedonia, in una singolare forma di soggezione politica, che stette fra la servitù provinciale e il protettorato moderno. Ma una buona parte del territorio — quello delle città che più tenacemente avevano resistito a Roma — venne dichiarata, come si diceva, agro pubblico, ossia strappata agli antichi proprietari, e fatta dominio diretto del popolo romano. Così avvenne certamente nella Corinzia, nella Beozia, nell’Eubea, ed in altre meno famose contrade. Noi conosciamo, in modo abbastanza particolareggiato, quello che in simili casi soleva avvenire. Ce ne avverte il ricordo di quanto era toccato alla cittadina beotica di Tisbe, dopo la terza Guerra macedonica, dopo il 168, allorquando, tuttavia, la Grecia non era ancora divenuta provincia romana. Un’apposita commissione si era recata colà, a «riformare» il vecchio ordinamento, economico e politico, della città. Il territorio dei Tisbensi, era stato dichiarato demanio pubblico del popolo romano, che lo aveva ceduto, ma solo in locazione, agli antichi proprietari, i quali perciò avrebbero versato un periodico tributo. Buona parte della popolazione — tutti i cittadini non chiaramente favorevoli a Roma — era stata esclusa dalla pienezza dei diritti politici, dalle magistrature, dai sacerdozi, a cui potevano aspirare soltanto gli amici dei Romani. Le mura della città erano state demolite, e la residenza sull’acropoli, concessa soltanto a cittadini tisbensi dimostratisi indubbiamente fedeli[326].
Sorte uguale toccò, dopo il 146, a buona parte della Grecia. Ma le circostanze più gravi, nei rispetti politici, non furono l’improvvisa perdita della libertà, non lo smantellamento delle fortezze, il disarmo degli abitanti, e neanche la devastazione d’interi territori, o il feroce trattamento usato alla popolazione — in parte asservita e venduta schiava —, non la confisca violenta della gloria secolare dei tesori artistici (cose tutte che seguirono immediatamente alla guerra); fu specialmente il divieto delle antiche confederazioni, nonchè, a ciascuna città, di qualsiasi forma di rapporti, civili ed economici, con le sue vicine o con le antiche alleate. La nazionalità greca era per tal modo atterrata e frantumata: la vita dei singoli municipii, spenta o soffocata!
Quello ch’era toccato alle città il cui territorio veniva confiscato, toccò anche a tutte le altre, che vennero semplicemente sottoposte a tributo. I loro ordinamenti municipali subirono una violenta, radicale trasformazione. Le secolari democrazie furono abolite, e ovunque sostituite con governi oligarchici[327], che, non le singole condizioni locali determinavano, ma venivano forzatamente e meccanicamente imposti dal di fuori. Le antiche assemblee popolari, che qua e là sopravvissero, ebbero ritolto l’antico potere legislativo, e spettò solo ai magistrati formulare quelle proposte di legge, che un tempo erano state gelosa prerogativa di ogni cittadino[328]. Dietro i magistrati stava poi lo Stato romano, nel cui interesse ogni, più o meno ardita, iniziativa municipale doveva ritrarsi e disparire.
Tra la folla dei Comuni sudditi e tributari, esistevano, è vero, in Grecia, come in tutte le province romane, città privilegiate: le così dette città libere, sia sotto la forma di città alleate (foederatae), sottomesse cioè all’osservanza di un patto speciale con Roma, prezzo della serbata libertà, sia sotto l’altra di cittadine libere sine foedere. Atene e Sparta, innanzi ogni altra, godevano di questa ambita e privilegiata condizione. Ma quale singolare libertà non era quella ad esse consentita! La loro costituzione era, come per tutte le altre, fissata, una volta per sempre, da Roma, e la loro sedicente libertà consisteva nel potersi muovere entro il visibilissimo telaio di questa gabbia dorata[329]. Inoltre le città libere restavano legalmente obbligate a prestazioni gratuite di vascelli e di truppe, a forniture di grano a corso forzoso, all’ospitalità verso i funzionari e le legioni romane in viaggio[330]; talora, sebbene più di rado, al versamento delle imposte consuete delle province[331]; in ogni caso, al di sopra di tutto e di tutti, imperava, invisibile, onnipossente, la Maestà del nome romano.
Nei termini del trattato con Roma era infatti inserita la formula consueta di salvaguardia dell’arbitrio romano — maiestatem populi romani comiter conservato — [332]; e lo stesso voluto equivoco della dizione lasciava la misura della indipendenza delle «libere» città greche all’arbitrio del più forte. In grazia sua queste obbedivano di fatto ai proconsoli, ricevevano ordini da Roma, sottomettevano al governatore gli atti della propria amministrazione, inviavano annualmente una deputazione al senato per invocarne la decisione degli affari più intimi, senza che per questo potessero appellarsi ad alcunchè di solido il giorno in cui il buono o mal talento della lontana dominatrice avesse voluto dar di frego al concesso, grazioso privilegio[333].
Ma più di tutto amara e gravosa riesciva, anche per loro, quella trasformazione in senso oligarchico delle secolari istituzioni cittadine, che veniva ad equipararle senz’altro alle città suddite[334]. Atene, la città autonoma per eccellenza[335], vide così, all’estrazione a sorte dei suoi magistrati, sostituita l’elezione fra poche centinaia di elettori censiti e restituito all’Areopago l’antico potere di controllo politico[336], che a mezzo il V secolo era caduto sotto i colpi della democrazia ateniese, guidata da Efialte e da Pericle. Per tal guisa, fin dai primi anni dell’Impero, la decimata assemblea popolare, sovrana in principio ed impotente in realtà, fu vista ridurre le proprie attribuzioni ai decreti di elogi e di onori suggeriti dall’alto, e l’antico Consiglio cittadino, ridotto di numero, tramutarsi in un corpo esclusivamente, o quasi, di parata, mentre i magistrati serbavano solo le più ovvie tra le funzioni amministrative.
Come se ciò non bastasse, la politica estera delle città «libere», tal quale era già toccato alle cittadine dell’Italia romana, venne ora compressa e soffocata entro limiti intollerabili. Al pari delle città suddite, esse subivano il divieto sia di comunicare con altre città, sia di stringere alleanze di qualsivoglia genere[337]. Per tal guisa, soffocate all’interno e all’estero, fissate su rotaie salde ed incrollabili, ognora impedite di manifestare i pensieri ed i desiderî più innocui, le sedicenti città libere potevano dirsi tali soltanto di nome[338]. Eppure l’antico regime municipale, come del resto ogni regime politico, per vivere e per generare quei meravigliosi effetti, di cui le innumeri autonomie locali erano state capaci nella Grecia classica, avea bisogno di un’indipendenza quasi assoluta: la subordinazione a un potere estraneo e cervellotico, l’osservanza di norme artificiose, colpivano i suoi organi e le sue funzioni più vitali, ne provocavano la decadenza e la corruzione[339].