I Romani in Grecia.
Accanto a questa teoria, vi fu, al solito, l’assai più lugubre pratica. Quale si dimostrò nella Grecia, ridotta a provincia, il contegno dei Romani?
I magistrati romani, anzi i semplici luogotenenti, traversavano la Grecia, sia spillando danaro alle città immiserite, sia costringendo le autorità locali ad obbedire alle loro intimazioni, sia saccheggiando manu militari i tesori e i capolavori artistici delle metropoli e dei templi, nel silenzio complice o condiscendente del governo e dei suoi governatori.
P. Gabinio Capitone, sia nella qualità di luogotenente, come nell’altra di comes di Sulla, aveva tosto approfittato della partenza del suo generale per arricchirsi, a furia di quelle violente estorsioni, che certo non erano state sua originale invenzione. Lui aveva imitato il giovane ufficiale sullano Caio Antonio Ibrida, infausto proconsole della Macedonia e dell’Acaia, sotto lo specioso pretesto di ammannire una degna pena alle città già defezionate al nemico. In Grecia, Verre, il famigerato Verre, attingerà l’esperienza delle sue future gesta di Sicilia. Ivi egli comincerà con l’estorcere alle città statue e capolavori di arte, e, quando ne sarà sazio, si darà ad operazioni più prosaiche, ma non meno lucrose. Imporrà a Sicione un indebito tributo in danaro, e il primo magistrato cittadino, che avrà l’audacia di contrastargli, sarà messo sotto chiave in uno stambugio, e, perchè sangue non venisse sparso, si adoprerà il fumo delle legna verdi a fargli subire un lento e persuasivo processo d’asfissia. Indi spoglierà il Partenone del suo oro, Delo delle meravigliose statue di Apollo, Diana, Latona, e continuerà la sua via di rapine e di fervidi ritrovati, navigando alla volta delle colonie elleniche dell’Asia Minore, ove, con l’occhio fisso a più superbi destini, si recava ad accompagnare il propretore della Cilicia[340].
Finora non si era trattato che di novellini alle prime armi o di ufficiali romani in viaggio; ma tutti costoro doveva, senza tema di scapitarci, superare il proconsole del 57 a. C., L. Calpurnio Pisone.
Già scaltrito nei segreti dell’amministrazione, Pisone rinnoverà, in Macedonia e in Grecia, in una volta sola, tutti gli eccessi, di cui già molti altri governi provinciali solevano oramai rendersi colpevoli: e l’indebita percezione delle granaglie, e la scorretta amministrazione giudiziaria, e l’imposizione di nuove tasse ad esclusivo vantaggio del governatore, e la violazione delle più gelose libertà personali e municipali, e la rapina dei capolavori d’arte[341], e innumeri altri consimili abusi. «Egli», dirà, accusandolo, Cicerone, «ha abbandonato la Macedonia alle rapine dei Traci e dei Dardani perchè potessero cavarne la somma, a prezzo della quale avea venduto loro la pace...; egli ha estorto delle somme ingenti a Durazzo, ha spogliato i Tessali, imposto un nuovo tributo annuo agli Achei, derubato loro e i loro templi delle statue, dei quadri, dei capolavori d’arte.... Ha così sfruttato, vessato, dilacerato l’Acaia, la Tessaglia, Atene, Durazzo, Apollonia, Ambracia...; ha fatto scempio dell’Epiro, della Locride, della Focide, della Beozia; ha mercanteggiato l’Acarnania, l’Amfilochia, la Perrebia, l’Atamania; ha abbandonato ai barbari la Macedonia, mandato in rovina l’Etolia, scacciato dalle loro terre i Dolopi e i popoli confinanti....»[342].
A tanto crudele destino non isfuggirono le città alleate e «libere». Fra Roma e queste città, non poteva darsi parità di relazioni. Quali che si fossero i termini degli accordi reciproci, era ingenuo supporvi un’eguale forza di obbligazione per amendue i contraenti. La dura realtà delle cose imponeva che l’esistenza, politica ed economica, delle città libere o alleate di Roma venisse mantenuta entro quei ristretti confini, che l’interesse ed i bisogni della grande metropoli reclamavano. Per ciò tutti i personali atti di devozione e di servilismo rimanevano talora assai lungi dal colmare la misura, tanto più che quelle città, sparse sul territorio provinciale, si trovavano, per dir così, a portata di mano, e, a differenza di quelle suddite, offrivano, col loro relativo benessere, maggiori incitamenti all’ingordigia peccaminosa dei dominatori. Così esse divennero zimbello delle voglie di tutti e di tutte le malversazioni degli ufficiali romani. Vedremo ciò che tenterà Verre in Sicilia; ma nel 57 a. C. il già citato governatore della Macedonia, Pisone, userà fare le città libere della Grecia oggetto particolare del proprio quotidiano saccheggio. Bisanzio, Apollonia[343], Durazzo, Atene, e con esse numerose altre del continente ellenico, anzi, per esprimerci col suo accusatore, tutte le città libere greche, provarono le carezze delle sue mani rapaci[344]. Persino Cassio, il severo Cassio, assalirà la «libera» Rodi, la saccheggerà, confischerà gli averi dei privati, truciderà i cittadini più cospicui....
«Quanti proconsoli, esclamava Cicerone, non sono entrati nelle città alleate, come irrompendo in una piazza forte, presa d’assalto, e ne sono usciti lasciando dietro di sè vestigia così eloquenti da far esclamare: ‘Si giurerebbe che vi sia passato, non un uomo, ma una belva feroce!’»[345]. Non è quindi a meravigliare se, nell’ultimo secolo della Repubblica, noi troviamo molte città alleate, da cui Roma si augurava di poter sempre ritrarre il miglior nerbo delle sue milizie, letteralmente incapaci a fornire i contingenti più esigui![346].
Su quella folla d’infelici scendevano, come dovunque, quotidiani, famelici avvoltoi, i mercanti, i capitalisti romani, gli uomini d’affari: i così detti negotiatores.
La Grecia fu, con la provincia di Asia, il maggiore e più sciagurato campo delle loro gesta. Gli Italici, massacrati per ordine di Mitridate nell’88 a. C., ammontarono, nella sola Delo, a circa 20.000[347]. Quarant’anni più tardi, Pompeo potrà reclutare, da Creta e dalla Macedonia, una legione d’Italici[348], due dall’Asia[349], da Cipro circa 2000 soldati[350], altri ancora dalla Tessaglia, dalla Beozia, dall’Acaia, dall’Epiro[351]. E dalla Grecia e dall’Asia è a noi, fra tanta esiguità di notizie, pervenuta la copia maggiore — una copia enorme, rispetto alle rimanenti province — di menzioni di società commerciali romane[352]. Or bene, tutta questa folla di Italici, domiciliati all’estero non erano in massima parte che speculatori, attirati fuori della patria dalla brama di formarsi un patrimonio o di accrescere quello di cui disponevano[353]. Essi non erano, in genere, che dei prestatori di danaro a interesse, pronti ad accorrere là dove la pubblica o privata miseria ne facesse probabile il guadagno e la fortuna. Tale era, pur troppo, la Grecia. Le guerre, le devastazioni, le requisizioni militari e tutte le altre cause, che abbiamo passate in rassegna, avevano ivi provocato o ingigantito la povertà, e la povertà avea costretto privati e municipi a gittarsi in un baratro di debiti. Ma gli obblighi, che i poveri ed i deboli contraggono con i ricchi ed i potenti, somigliano troppo ai patti che, nella favola esopica, le bestie più miti avevano stipulato col re della foresta. I capitali dei doviziosi vincitori furono messi a disposizione dei vinti, ma le usure ne riescirono enormi, ed acerrime, le conseguenze.
Nella prima metà del sec. I a. C., la città di Teno, non ostante la liberalità di taluni dei suoi creditori, non riesce a liberarsi dei debiti che la schiacciano[354]. Nella seconda metà dello stesso secolo, l’amico intimissimo di Cicerone, T. Pomponio, Attico, terrà in Grecia, legati agli uncini dei suoi prestiti, i privati e le città della Macedonia, dell’Epiro, dell’Acaia e delle isole greche, e, probabilmente rivestito delle guarentige e dei poteri della legatio libera, partirà in guerra, quasi si trattasse di nemici in armi, contro i suoi debitori di Sicione, intenzionato a farsi giustizia da sè, se il senato non fosse stato pronto a impedirne lo scempio. Attico era, in fondo, un onesto; ma uomini assai peggiori di lui si aggiravano a migliaia per le città greche: vampiri famelici e voraci, in caccia, non di prosperità, ma di quella miseria, che non avrebbe tardato a generare, per loro, ricchezza. Nè l’attività o le gesta dei così detti finanzieri italici si arrestavano all’industria del danaro. Essi, dicemmo, s’impadronivano degli ultimi resti della produzione e del commercio locale, dimezzando e contendendo agli indigeni le ultime briciole, le estreme risorse della esistenza.
Così la Grecia formicolava di Romani e d’Italici — coloni, operai, negrieri di carne bianca, temibili concorrenti dei pirati[355], trafficatori in bestiame, in grano, in vino, proprietari di terre, largite loro dalla guerra e dallo Stato, impiegati, ispettori, intendenti, subamministratori, che calavano vittoriosi a privare dell’aria e della luce gli agonizzanti della remota provincia, o, magari, letteralmente, a finirli. E nell’Ellade antica, non ostante il talora vantato filellenismo romano, noi rileviamo da per tutto quella caratteristica partigianeria dei governatori in pro degli Italici e a danno dei provinciali, che ribadiva le catene del loro servaggio e ne impediva la resurrezione futura.
Cicerone, che pure una volta si rifiutava di ottemperare alle richieste di Marco Bruto, non cessava di invocare servigi consimili da Servio Sulpicio Rufo, governatore dell’Acaia; e le sue insistenti raccomandazioni non si rivolgono ad una sola persona, ma sono indirizzate a tutta una folla di amici benevoli. Ma, se i più morigerati, come Cicerone, non esitavano a pretendere la rovina d’intere città, il cui destino, a loro modo di vedere, valeva bene l’attaccamento degli amici comuni[356], non diverso, noi abbiamo il diritto di affermarlo, doveva essere il tono delle raccomandazioni di tutti i più cospicui fra i contemporanei e i predecessori. Da per tutto, e da parte di tutti, un richiedere il privilegio per i concittadini e l’iniquità per i provinciali; da per tutto, uno spirito diffuso e sfacciato di clique, un ricorrere di transazioni, di concessioni, di permutazioni di favori, nel cui ingranaggio periva stritolata l’esistenza di un grande e fragile popolo.
Quale complicazione di effetti disastrosi tutto ciò dovesse arrecare, è facile arguirlo, allorchè si pensa che la Grecia era un Paese in decadenza, cui, invece di gabelle e vessazioni, sarebbe stato d’uopo largire le più delicate esenzioni di gravami, e sul quale ogni gravezza era un onere dieci volte più sentito e intollerabile che nelle rimanenti contrade. Allorchè alla Repubblica romana successe l’Impero, la Grecia non era più in grado di reggere alla prosecuzione dello scempio sesquisecolare, e i giustificati lamenti che da tempo risonavano alle orecchie dei Grandi di Roma, indussero il primo imperatore, Augusto, ad adottare i primi rimedi ai mali, di cui il Paese moribondo soffriva[357]. Poco più tardi, il meno ellenofilo dei principi romani, Tiberio, accoglieva per sempre la Grecia tra le privilegiate province imperiali![358].