La Sicilia greca.
Ma già, prima ancora che la Grecia vera e propria passasse sotto il dominio romano, eguale destino era toccato alle città greche della Sicilia. Le sorti della Sicilia greca coincidono esattamente con quelle generali di questa provincia, che era destinata a sperimentare uno dei regimi più duri, sul quale noi siamo, per indiscreta fortuna, informati con sufficiente larghezza[359].
Dei 68 municipi siciliani, esistenti nell’età di Cicerone, tre, tutti colonie greche, erano città così dette alleate, signore cioè (almeno teoricamente) del proprio territorio, e, se n’eccettui il caso, pur troppo non raro, di guerra o di altra necessità, esenti da imposte e da prestazioni, fra cui la più dura era la provvigione del frumentum imperatum, di cui avremo a parlare più innanzi. Cinque, di cui una ellenizzata, erano libere e immuni, cioè a dire in una condizione materialmente analoga alle città alleate, salvo che il loro privilegio, resultando, non già da un trattato, ma da una concessione, era semplicemente precario e la loro immunità non rifletteva l’intero territorio, ma solo quella sua parte ch’era coltivata dai cittadini dei municipi immunes. Trentaquattro altri comuni, fra cui non meno di tredici d’origine greca, erano decumani, cioè soggetti all’obbligo di fornire al governo romano 1⁄10 — la decima — di tutti i prodotti agricoli[360], che al solito non veniva esatto direttamente dallo Stato, ma indirettamente da appaltatori privati. Tutti i rimanenti, in numero, pare, di ventisei, fra i quali, dopo la seconda guerra punica, fu compresa la grande Siracusa, ed in tutto non meno di otto colonie greche[361], giacevano in sull’estremo scalino dell’abiezione provinciale e venivano denominati città censoriae. Il loro suolo, divenuto ager publicus qui a censoribus locari solet, era poscia stato restituito in locazione agli antichi proprietari, ma ciò, in seguito a un bando, che normalmente si teneva dai censori a Roma, forse perchè i concorrenti e i vincitori riescissero in prevalenza romani[362].
La maggior parte, dunque, della Sicilia era sottoposta alla decima. Ma per quanto onerosa si fosse questa condizione, i Siciliani non venivano lasciati in pace per così poco. Lo Stato sovrano poteva abbisognare di ulteriori contribuzioni, o, in sua vece, potevano abbisognarne il governatore ed i suoi numerosi attachés. La Sicilia era quindi costretta a fornire nuovi carichi di frumento, che, nel primo caso, veniva detto frumentum emptum, nel secondo, frumentum in cellam od aestimatum. E se anche il nuovo frumentum emptum non bastava ai bisogni del popolo romano, si ricorreva a qualche cosa come una terza decima — il così detto frumentum imperatum — talora più gravosa delle due precedenti e corrisposta, non già dai soli territorî decumani, ma anche dalle stesse città esenti dall’imposta ordinaria[363].
Tale la malinconica teoria: «giacchè, infatti, chiedeva Cicerone, una decima è stata prelevata in virtù delle leggi e delle consuetudini» e alla prima se n’è aggiunta una seconda per i bisogni della nostra sussistenza ed in virtù di un regolamento posteriore: poichè ogni anno si acquista grano in nome della repubblica, e se ne esige quotidianamente per i magistrati ed i loro dipendenti, quale parte del ricolto, per esigua che sia, credete voi che rimanga al contadino od al proprietario siciliano, di cui costoro possano disporre pel consumo o per la vendita?»[364].
Ma, al solito, il modo in cui i governatori solevano tradurre in pratica queste norme teoriche era assai più tremendo del loro ideale contenuto. Alla Sicilia — prima in ordine di tempo fra le province romane — s’era molto probabilmente voluta fare una condizione di favore. In Sicilia, secondo risulta da tutte le notizie relative all’amministrazione dell’isola, l’imposta principale — la decima — non era appaltata ed esatta dalle onnipossenti romane compagnie di pubblicani. La decima era appaltata, nell’isola stessa, dal pretore, a singole persone del luogo, cittadini romani o no: i così detti decumani. Si era voluto deliberatamente prolungare il regime tributario preromano a cui l’isola era avvezza da gran tempo[365]. Ma tanto liberale concessione metteva la provincia nelle mani del governatore, al di fuori del controllo e delle limitazioni, che su di lui poteva esercitare il senato o il censore romano. Sarà lui soltanto, il governatore, a presiedere le aggiudicazioni e ad assegnare gli appalti a chi vorrà; e, se altrove, talora, i pubblicani soverchiano il proconsole o il propretore, in Sicilia, questi tiene nel suo pugno la sorte delle città tributarie, ed entra a loro danno in combutta coi decumani, che egli potrà scegliere a suo talento[366]. Ecco perchè grande è il nostro errore nel ritenere quell’amministrazione di C. Verre in Sicilia, che si svolse fra il 73 e il 71 a. C., come un fatto transitorio ed eccezionale, come l’aberrazione mostruosa di un magistrato e di un uomo. Invece, secondo acutamente scriveva uno storico di quel periodo, «considerata nel suo complesso, malgrado tutte le sue colpe e al disopra di tutti i suoi non confessabili interessi», quell’amministrazione «sembrava dominata da un criterio direttivo: quello di affermare in tutta la sua estensione e in forma assoluta il dominio romano, di accentrare nel governatore tutta la direzione della vita amministrativa e giuridica della provincia»[367].
Non si trattava dell’opera individuale di Verre, ma di una pratica organicamente connessa con lo speciale regime amministrativo della Sicilia, di una pratica, quindi, costante ed universale, sì che le diffuse notizie che noi possediamo dell’infausto periodo dell’amministrazione di lui, debbono avere, ed hanno, in realtà, un valore più largo ed impersonale di quello che volgarmente loro si attribuisce, e debbono considerarsi come una preziosa miniera esemplificatrice delle vessazioni del governo e delle sue pratiche strabilianti.
La decima! La decima non era in verità che un pretesto od un pietoso velame destinato a nascondere cose assai peggiori. Talora essa valicava il doppio del legalmente stabilito, tal’altra, la metà di quello ch’era stato seminato, e non era impossibile che al coltivatore venisse, con facile rovesciamento di termini, lasciato solo il decimo del raccolto![368]. Nel distretto di Hibla, sotto l’amministrazione di Verre, era stata prelevata una quantità di grano sei volte maggiore del seminato. Da Herbita, la cui decima era stata fissata, un anno, in 18.000 (hl. 9000 ca.) e un altro anno in 25.800 medimni (hl. 12.500 ca.), i decumani avevano saputo spillarne ben 85.600 medimni e 2000 sesterzi per giunta. Dal solo municipio di Etna, essi ritraevano 300.000 moggia (hl. 25.000 ca.) e 50.000 sesterzi (L. 10.000) di utili[369].
Ma tanta mitezza di richieste si doveva unicamente alla temperanza dei percettori dell’imposta. L’appaltatore della decima — il decumano — avea ordinato Verre, era in facoltà di entrare senz’altro in possesso della quantità di frumento, di cui si fosse creduto in diritto, salvo all’agricoltore d’intentargli processo.... Consiglio cinicamente irrisorio! I membri del tribunale competente venivano reclutati tra i satelliti e i complici del governatore, e sede del giudizio era quella scelta all’uopo dal decumano, onde gli agricoltori dovevano abbandonare i campi e l’aratro e intraprendere la via crucis dei tribunali e dei litigi giudiziari....[370].
— «Bisognava» — scrive Cicerone, introducendo uno di quei suoi mirabili dialoghi, riboccanti sarcasmo, delle Verrine, coi quali il loro autore mirava a porre in evidenza tutta l’infamia del governatore romano, — «bisognava dare ad Apronio» (uno dei più feroci caudatari di Verre) «tutto quanto Apronio avesse richiesto».
— «Anche se avesse richiesto una parte superiore al ricolto?
— «Sicuramente», ed «i magistrati avrebbero dovuto sforzarvi l’agricoltore.
— «Ma era lecito reclamare?
— «Senza dubbio»; «ma presso il giudice Artemidoro...: l’alter ego di Apronio.
— «E, se l’agricoltore avesse dato meno di quello che Apronio chiedeva?
— «Sarebbe stato condannato a una multa quadrupla del suo debito.
— «Da chi?
— «Dagli integerrimi componenti la onorata coorte del pretore.
— «E poi?...
— «Poi lo si sarebbe accusato di aver dichiarato una proprietà minore della reale, e lo si sarebbe invitato a scegliere nuovi giudici per decidere sulla sua infrazione alla legge.
— «Nuovi giudici? E tra chi?
— «Sempre fra gl’integerrimi componenti la coorte del pretore!...» — [371].
Non una sola volta, infatti, gli agricoltori avevano tentato le sorti del giudizio[372], ma, ahimè, avevano troppe volte subito la dura prova delle sentenze del tribunale del pretore, o di altri non meno eloquenti surrogati....
Un siciliano, accusato di non avere fatto completa denunzia dei propri possessi, veniva condannato a consegnare, non un solo decimo, ma tutto il frumento delle sue aie[373]. Tre altri contadini venivano costretti a versare, a titolo di decima, una quantità di derrate superiore all’intero raccolto, e, poichè cotal pena era sembrata sì inconcepibile, da ritoglier fin la volontà dell’obbedienza, i loro poderi venivano messi a ferro ed a fuoco, e, quando uno di essi si accinse a protestare, il decumano non esitò ad impiccare l’audace! Espedienti su per giù analoghi placano gli spiriti temerari di due loro compagni di sventura. E tutto questo passava a Roma per esazione delle decime!
Ma se governatori, giudici e pubblicani adottavano coi privati trattamenti così sbrigativi ed inconfutabili, non meno eloquente era il metodo praticato con le città. Più volte queste usavano assumersi la così detta redemptio tributorum, usavano, cioè, riscattare il tributo, assumendo senz’altro l’appalto delle decime. Ma sì pietose intenzioni erano subito frustrate dalla ingordigia dei protetti del governatore, i quali (ed il caso si ripetè con scandalosa frequenza) chiedevano, per allontanarsi, somme e risarcimenti favolosi. I Termitani — citiamo di preferenza esempi tratti da colonie greche — che avevano voluto riscattare la decima cittadina, allo scopo d’impedire che il fortunato concorrente Venuleio si recasse sul posto, si erano dovuti obbligare a fornirgli 7000 moggia di frumento (hl. 600) e 2000 sesterzi (L. 500). Il poverissimo distretto di Lipari era fortunato di riscattare per 30.000 sesterzi (L. 6500) la sua decima di soli 600 medimni (hl. 300). Finalmente, gli Ennesi, dopo aver appaltato le decime per 8200 medimni (hl. 4000), dovevano corrispondere al solito Apronio 18.000 moggia di frumento (hl. 1500) e 3000 sesterzi (L. 600)[374], quale inevitabile pot de vin da versare nelle mani del concessionario.
Tutto questo per la prima decima! La seconda e la terza, del pari che le contribuzioni destinate al pretore, venivano (vivaddio!) risarcite dall’erario. Ma nè il prezzo era liberamente dibattuto dalle due parti, nè — l’abbiamo osservato, e non fa d’uopo insistervi — le obbligazioni teoriche della Repubblica romana differivano gran fatto da quelle tradizionali del leone verso le bestie minori della favola. Il frumentum emptum od imperatum era facile rifiutarlo sotto pretesto della cattiva qualità, e, giacchè in ogni modo bisognava che venisse fornito, le città erano costrette a ricomperare le granaglie da loro versate in più nella prima decima e a corrispondere in moneta sonante il valore degli ettolitri richiesti al massimo dei prezzi correnti, che, naturalmente, il governatore preferiva stabilire[375]. Ma dove trovare il danaro necessario? Occorreva ipotecare l’avvenire, sobbarcarsi a dei debiti, e per l’appunto presso l’usuraio romano, che prestava al 2, al 3, spesso al 4% per mese, cioè a dire dal 24 al 48% per anno. E allora bisognava vendere i buoi, l’aratro, gli strumenti da lavoro; vendere se stessi o fuggire....[376].
Ma non accadeva sempre così. Talvolta si era più generosi: si accettava il frumento e si pagava. Si pagava al prezzo fissato stabilmente dal governo romano, salvo lievi deduzioni. Si deducevano i diritti di visita, di cambio — sicuro, di cambio, in un paese in cui non c’era cambio! —: i diritti, ancora più misteriosi, pro cerario, «nomi questi, esclama Cicerone, non già di diritti reali ma di furti sfacciati», infine il 2% per gli scribae[377].
E che dire del frumentum in cellam, ossia del frumento destinato al governatore o al suo seguito, di cui la Repubblica corrispondeva l’importo? Il governatore, s’intende, avrebbe pagato; ma egli sapeva altresì escogitare i mezzi per non pagare, anzi per farsi pagare. Egli aveva il diritto d’imporre il trasporto del grano là dove avesse meglio creduto; il diritto, poniamo, di imporre ai contribuenti del Lilibeo di consegnare i carichi ordinati, a Panormo od a Siracusa; a quelli di Siracusa, a Panormo o al Lilibeo. Nella prospettiva di un trasporto così dispendioso, i sudditi preferivano fornire i cereali gratuitamente o fornirli magari in danaro sonante, a prezzi fantastici e favolosi[378].
— «Io», diceva ad esempio il governatore, rivolgendosi al contadino, in uno dei citati dialoghi delle Verrine di Cicerone, «io avrei bisogno di comperare da voi del frumento....»; «potrei pagarlo a quattro sesterzi al moggio....
— «Vostra Eccellenza è generoso; io, infatti, non potrei venderlo a meno di tanto.
— «Ma, voi l’avete capito, io non ho bisogno di frumento; io ho bisogno di quattrini.
— «Veramente», replicava l’altro interdetto, «io avevo sperato di fare qualche guadagno; ma se è necessario pagare, pagherò, purchè l’Eccellenza Vostra, mi faccia pagare al prezzo corrente del grano.
— «Il prezzo corrente del grano è di soli due sesterzi al moggio.
— «Cosa può quindi l’Eccellenza Vostra guadagnare da me, giacchè è stata indennizzata con quattro sesterzi per moggio?
— «Cosa posso guadagnare?...» «Io metterò in serbo per mio uso e consumo i quattro sesterzi del senato, e tu.... tu mi verserai otto sesterzi per moggio....
— «Otto sesterzi per moggio? E perchè mai?
— «Perchè?... Tu vuoi discutere, mentre io voglio guadagnare.
— «Vostra Eccellenza si diverte a celiare.
— «Non celierò: il senato vuole che tu mi dia del danaro e che io ti venda del grano. Ti basta?...» — [379].
Questa, la logica feroce degli amministratori delle province!
Ma tutto ciò non esauriva la serie delle gravezze imposte da Roma all’isola malaugurata, nè le altre, che riferiremo, sono più di una piccola parte di quelle di cui siamo informati.
La decima preesisteva alla conquista romana. Il guaio si era che, per l’innanzi, essa aveva sopperito ai bisogni locali, mentre ora andava a pieno beneficio della lontana metropoli del Lazio, ed era quindi necessario, in vista delle sempre incombenti necessità locali, imporre ulteriori tributi. E di tal natura pare debba, fra l’altro, considerarsi un tributo sugli averi pagato indistintamente da tutti i Siciliani, del quale ci informa anche Cicerone[380]. A quelli diretti seguivano i tributi indiretti. La Sicilia era territorio chiuso da barriere doganali. Tutto quanto se ne esportava veniva colpito da un’imposta del 5%[381]. E non solo tutto quanto veniva esportato all’estero, ma, forse anche, tutto quello che ciascun Comune esportava in altri Comuni. Barriere commerciali pare si elevassero fra tutte le città dell’isola, ed è lecito indurre che, in maniera analoga, il trasferimento del possesso e dei possessori fondiari, doveva, come ogni altra forma di libera operosità, venir limitato o recisamente proibito[382].
Ma ai tributi, di cui, bene o male, sappiamo qualche cosa, sono da aggiungere gli altri, diretti od indiretti, di cui nulla di particolare noi conosciamo, ed essi, pare ascendessero senza meno al numero di sei, tra i quali, forse, non sono calcolati i diritti di Roma sulla pesca, sulle saline, sulle miniere[383], sui terreni da pascolo[384], e chi più ne ha più ne metta[385].
L’ordinamento economico non era la sola camicia di forza, con cui il governo di Roma soffocava i suoi governati di Sicilia. Le conseguenze n’erano aggravate dalla forma dell’ordinamento politico e giudiziario. Quale questo fosse, per la Grecia, noi l’abbiamo veduto; non diverso, o peggiore, poteva dirsi il regime della Sicilia.
Dopo la presa e il saccheggio di Siracusa, nel 212, che diede un bottino immenso, superiore a quello che darà la stessa Cartagine[386]; dopo la prima e la seconda resa di Agrigento, nel 262 e nel 210, che ebbe conseguenze più lacrimevoli di quella della stessa Siracusa; dopo il massacro di parte degli abitanti, la vendita come schiavi degli altri[387], dopo il macello degli Ennesi[388] e la distruzione di parecchie città[389], dopo il disarmo generale, dopo mezzo secolo di guerre pressochè ininterrotte, i municipi dell’isola ricevettero nel 132[390], in concessione da Roma, un proprio ordinamento comunale, da cui però veniva bandito qualsiasi spirito di indipendenza e di autonomia locale. I sistemi di elezione dei magistrati locali furono, il più delle volte, regolati dal governatore romano, e, se questi talora poteva essere disposto a dettare delle savie disposizioni, era assai più naturale che lasciasse libero il varco all’intromissione illecita ed all’arbitrio. E di arbitrii e d’invasioni di poteri, legalmente definite, ve ne furono anche troppe. Il diritto di veto del governatore non aveva limiti e riesciva a rimettere quasi intere nelle sue mani le sorti delle elezioni[391]. Ma anche in quei casi, in cui ciò non avveniva, la qualità stessa e la pratica consueta dei suoi poteri tramutava qualsiasi disposizione liberale in una feroce ironia. Anzi tutto (è Cicerone stesso ad avvertircene) l’ordinamento dato alla provincia non aveva, come impropriamente si esprimevano i provinciali[392], valore di legge, nè le ulteriori disposizioni del senato, che parevano regolarne le sorti, esercitavano, rispetto al governatore, alcuna efficacia coattiva. Questi, inoltre, possedeva il supremo ius edicendi, che, assai più delle generiche norme del lontano governo della Repubblica, aveva di fatto il peso di una vera e propria autorità governativa e legislativa[393]. Così Verre, che, lo ripetiamo, non bisogna considerare quale esempio isolato, ma come rappresentante, sia pure cospicuo, di tutto un sistema; Verre aveva facilmente potuto convertire, tutte le norme e le consuetudini elettorali della Sicilia in mirabili strumenti di lucro e di oppressione.
Ad Halaesa, ove non si poteva essere senatore che a trent’anni, furono per prezzo — egregio espediente di tirannide — creati senatori fanciulli di diciassette o sedici anni, senza riguardo, senza preoccupazione d’ogni altro limite di censo o di condizione personale[394]. Ad Agrigento, ove i posti senatorii dovevano essere egualmente ripartiti fra gli antichi ed i nuovi coloni, ne vennero — sempre per prezzo — mescolate e confuse indifferentemente le proporzioni[395]. Da per tutto poi i censori, la cui nomina, in forza della loro qualità di compilatori del ruolo delle imposte, era, pei provinciali, cosa d’interesse assai delicato[396], furono direttamente creati da Verre, anzi la loro elezione, messa senz’altro all’incanto. E, usciti dal mercato di Siracusa, ove il nuovo genere di asta venne bandito, i nuovi censori, stimolati dal pungolo del dispendio enorme, che loro era costata la carica, non tardarono a volersene rifare sulle viscere degli amministrati[397].
La cosa non andava diversamente riguardo all’ordinamento giudiziario.
È inutile, anche a tale proposito, svolgere i particolari teorici del lacunoso ed oscuro ordinamento giudiziario della Sicilia, che aveva preceduto il dominio romano e che questo si diceva avesse rispettato. La teoria non contava nulla; contava moltissimo la pratica; e la pratica di Roma repubblicana fu, di solito, assai poco esemplare. Il governatore poteva ciò che voleva, o, meglio, giudicava a priori in luogo di quelli che ne avevano il diritto, imponendo a costoro il proprio giudizio, che, novantanove volte su cento, corrispondeva al soddisfacimento dell’interesse proprio o dei propri accoliti. Ma la sua fertile fantasia sapeva escogitare anche di meglio; sapeva, nel solenne editto, comminare delle pene a chi indebitamente si fosse attribuita la funzione di giudicare[398], salvo a far dipendere la decisione sulla legalità o meno della carica dalle disposizioni del giudicante. E poteva anche di più: se la prima sentenza, per sciagura, tutt’altro che consueta, non fosse andata a suo genio, il governatore invitava nuovamente coloro che erano stati assolti o condannati a convenirgli dinanzi a giudizio[399]. Era il colmo, ma era, pur troppo, la realtà!
La Sicilia fu governata atrocemente; ma essa fu anche, con l’Asia Minore e con la Grecia, il Paese nel quale la concorrenza dei dominatori agli indigeni fu più crudele e fortunosa. Non per nulla i timocratici comizi centuriati del 242 avevano deliberatamente forzato il senato romano a iniziarne la conquista! Così tutto quanto di vitalità indigena, morale, intellettuale, economica, vi era fin allora fiorita, la conquista romana si affrettò a soffocare, a stroncare o a confiscare a vantaggio di gente d’oltre mare. Questa invadenza forestiera riescì all’Isola non meno fatale della soffocazione o dell’esaurimento impostole dal governo. Il passaggio dei campi e delle aziende agricole, ai più cospicui cittadini romani, portò direttamente al latifondo, all’impiego su larga scala del lavoro servile, cioè ad un nuovo esaurimento del suolo, alla provocazione di torbide e cruente discordie, fra cui, non ultime, le Guerre servili.
Della decadenza della Sicilia, e, in conseguenza, delle città greche, che vi sorgevano e vi avevano gloriosamente brillato, noi abbiamo prove eloquenti. In soli tre anni, dal 73 al 71 a. C., a detta di Cicerone, gli agricoltori di Leontini erano discesi da 84 a 32; quelli di Mutyca da 187 ad 86; quelli di Agyrrium da 250 ad 80; quelli di Herbita da 252 a 120[400]. In quattordici anni, dal governo di C. Norbano a quello di Verre, la produzione dell’isola, era scemata in misura tale, da riescire impossibile, anche con mezzi straordinari, l’esazione di tutto quanto altra volta s’era potuto ricavare con la mitezza e la legalità[401]. «Il Paese sembrava» oramai «desolato dai torbidi di una guerra lunga e crudele. Le pianure e le colline, per l’innanzi sì floride e ridenti, erano precipitate nell’abbandono e nella devastazione. La terra stessa sembrava piangere ed invocare i perduti coltivatori.... Il territorio di Etna, un tempo ben coltivato e fonte principale degli approvvigionamenti romani, e la piana di Leontini, che mai aveva saputo o fatto sapere cosa significasse carestia, apparivano allora così orridi e sfigurati da costringerci a ricercare invano in quelle — tra le più ubertose regioni della Sicilia — l’aspetto della Sicilia medesima....». Tutto un’esercito di agricoltori era fuggito, rinunziando, non solo alla terra, ma al focolare della patria.[402]. «L’incendio attizzato dalla violenza dei decumani, aveva distrutto, non solo le proprietà, ma tutti i beni dei contadini; dai beni era passato a violare le guarentige dei liberi.... Alcuni erano stati impiccati, altri flagellati a verghe, altri imprigionati.... altri condannati dall’Esculapio o dall’usciere del pretore.... Neanche la furia di schiavi ribelli e fuggiaschi avrebbe osato altrettanto!»[403].