Il disagio dei privati.

Tante numerose e gravose esigenze statali dovevano trovare, ogni dì più, stremata la fonte naturale della loro esaudizione. L’accanimento tributario, a cui i sempre nuovi bisogni trascinavano il governo ateniese, ne era uno dei sintomi più notevoli. In seguito alla crisi economica degli ultimi anni della guerra del Peloponneso, si era — con misura eccezionale — consentito che a sostenere le liturgie ordinarie, ad esempio, la così detta coregia, sopperissero magari due persone insieme[139], e, nel 378 — vedemmo — si era ordinato che l’imposta sul patrimonio venisse pagata, non già per individui, ma per società[140]. In maniera analoga, la trierarchia cedette il posto alla syntrierarchia, per la quale le spese dell’arredamento e della manutenzione delle triremi furono distribuite fra due cittadini[141], e più tardi — pare nel 357 — alla trierarchia, anch’essa per società[142].

Ma nulla valse ad arrestare le conseguenze di uno stato di cose insopportabile. Ad onta d’ogni ripiego, i trierarchi legali continuarono a mancare, ed occorse ricorrere ai trierarchi volontari. Fin dal 357, noi ne abbiamo esempi numerosi, e la loro apparizione è indizio sicuro di vasto perturbamento economico[143].

Fa senso, oggi, rilevare quale modesta unità di misura fosse quella che gli antichi Ateniesi adottavano per il concetto di ricchezza. Ricchissimo era, a loro avviso, chi possedeva 100.000 lire di capitale. Ricco chi ne possedeva soltanto 50 o 60.000[144]. Questi, se ne eccettui qualche patrimonio mostruoso, gl’indici più elevati dell’agiatezza ateniese. Le idee economiche di questo grande popolo di commercianti e di industriali rimangono in tal modo assai lontane da quelle che della ricchezza individuale si formeranno i Romani, per cui un reddito di mezzo milione faceva solo mediocremente ricchi[145], e un paio di milioni costituivano a mala pena il limite minimo di una ricca azienda domestica[146]. Or bene, questo fu per grandissima parte un effetto della guerra in permanenza. Nell’Attica antica ricorreva periodicamente un fenomeno identico a quello che si ripeterà nel nostro Piemonte dei secoli XVI-XIX. Per l’uno e per l’altro Paese, ogni guerra importava anzi tutto un repulisti della proprietà mobiliare dei ricchi. «Come si poteva arricchire», chiedeva del suo Paese Massimo D’Azeglio, «con questo sacco dato periodicamente ad ogni casa, almeno un paio di volte per secolo?»[147]. Come si poteva arricchire, chiederà l’osservatore moderno, nell’Attica antica, con questa specie di salasso, applicato normalmente ad ogni azienda domestica di dieci in dieci anni, o di cinque in cinque?... A mezzo il secolo IV, Demostene grida angosciato: «Un tempo la nostra città abbondava di possedimenti e di denaro; adesso.... — bisogna dir così — ne abbonderà nell’avvenire....»[148]. «Un tempo le nostre ricchezze erano copiose e gli affari pubblici volgevano prosperamente.... Ora il pubblico erario non dispone di somme bastevoli alle vettovaglie di un giorno solo, e, quando bisogna accingersi a qualche impresa, non si sa donde ricavare i mezzi occorrenti....»[149]. «In Atene», ribadiva altrove angosciato, «quand’anche tutti gli oratori gridassero che il re di Persia sta per piombarci addosso e che non è possibile provvedere altrimenti, e quand’anche altrettanti indovini emettessero eguale presagio, non che contribuire, non si mostrerebbe il becco d’un quattrino e si sosterrebbe anzi di non possederne....»[150]. Era terribilmente vero, e sembrava quasi inconcepibile: «tutte le ricchezze ateniesi pubbliche e private erano esaurite!...[151]: «onde la moltitudine dava in isvarioni, colossali e feroci, nel valutare l’agiatezza dei migliori, che, dinanzi all’incalzare dei pubblici bisogni, non poteva supporre ridotti a sì dolorose strettezze»[152].

Se tali erano le condizioni dei meno disagiati, assai più lacrimevoli apparivano quelle della popolazione minuta della città e della campagna. La grande massa dei contadini viene nel V-VI sec. definitiva senz’altro come indigente[153]. «L’enorme maggioranza dei nostri concittadini», scriveva Isocrate, «è così oppressa dal disagio, che non uno solo vive tranquillo e libero da preoccupazioni, ma da tutta la città si levano grida di dolore e di passione»[154].

Gli ultimi tempi innanzi l’êra volgare riboccano di impetrazioni di sussidi dai sovrani così detti ellenistici e di ininterrotte oblazioni di cittadini, di monarchi[155]. Gli Ateniesi, gli antichi signori della Grecia sono discesi al livello di ciurma dolorosa di mendicanti, e nella sfiorita metropoli dell’Ellade si anticipa, con le immancabili distribuzioni periodiche di danaro e di frumento, lo spettacolo della plebs urbana della Roma imperiale. Allorchè, nel 280, Atene voterà onori e monumenti a Democare, uno fra i suoi più lodati cittadini, il decreto che recherà il riassunto dei servizi, che gli erano valsi l’insigne omaggio, non citerà se non una serqua di ambascerie, proposte o disimpegnate, il cui frutto era stato il misero obolo di qualche elemosina[156].

E, insieme coi donativi umilianti, figurano adesso, numerose, le largizioni gratuite o semigratuite di cereali, che, come a Roma, così in Grecia, servivano a prevenire e a sventare i tentativi insurrezionali della parte più povera della cittadinanza, e costituivano un non lieve salasso delle già spremute finanze dell’erario[157].

Non basta: la guerra era unica ed esclusiva cagione del gran numero di orfani e di mutilati, che lo Stato deve ora via via mantenere e retribuire. Gli orfani, gli invalidi, i mendicanti divennero folla dopo la Guerra peloponnesiaca, e bisognò organizzare su basi stabili questo servizio di pubblica assistenza[158].

Ma, mentre in alto e in basso s’impoveriva, le guerre continue, la paralisi dell’attività industriale, l’incessante grandinare delle imposte riducevano ogni giorno il numero degli schiavi e, peggio ancora, dei forestieri, i così detti meteci che vivevano e lavoravano in città. Non si trattava solo del danno, di cui taluni antichi finanzieri specialmente si preoccupavano, cioè della perdita delle imposte, che padroni di schiavi e stranieri erano tenuti a versare[159]. Non si trattava soltanto del venir meno di un profitto pubblico. Nell’antica Atene, specie dopo la formazione dell’impero e il moltiplicarsi delle mansioni politiche dei cittadini, i forestieri, grazie alla loro libera attività ed ai loro capitali, erano divenuti i propulsori più insigni dell’ingranaggio economico della città[160]: essi stavano a capo di molteplici intraprese, animavano il commercio, fondavano opificî, offrivano lavoro, pane ed utili a molta parte dei veri e propri cittadini, e la loro ricchezza, magari come semplice mezzo di scambio, circolava e veniva consumata tra gli Ateniesi stessi. Che cosa doveva avvenire di tutto ciò, allorquando, per i turbamenti incessanti che la guerra portava, per le sue disastrose conseguenze economiche, anche il capitale straniero, al pari dell’antica fortuna, cominciarono a disertare i lidi gloriosi dell’Attica?