Il mondo greco in sui primi dell’êra volgare.

Finora, noi siamo venuti indagando le conseguenze più dirette dei fatti o dei processi storici, a cui, nella fatale decadenza della Grecia antica, abbiamo assegnato una parte principale. Ma non è dagli effetti isolati di ciascuno, sibbene dalle molteplici, infinite, reciproche combinazioni, che il lettore deve attendersi spiegata la fine del Paese, di cui in queste pagine andiamo indagando le cause dell’ultima ruina.

Il regime a schiavi poteva essere sollecitato verso una rapida e benefica trasformazione; controbilanciati da altre influenze, gli effetti perniciosi dell’imperialismo e della guerra incessante potevano diventare motivi di prosperità, materiale e morale; il rivolgimento economico del mondo antico poteva ispirare, agli Elleni della Grecia classica, nuove audacie, ridestare le secolari, dormienti energie della razza; fin la conquista straniera poteva essere scossa o riparata. Ciascuna, insomma, delle cause, che abbiamo successivamente illustrate, poteva ritrovare, in sè o fuori di sè, un limite alla propria azione demolitrice. Ma questa doveva riescire completa ed insanabile, allorquando, come di fatto avvenne, il pericolo minacciò da tutte le parti, ed il popolo, che vi soggiacque, ne vide gli effetti più semplici e più immediati crescere di forza e di virulenza e suscitare e propagare nuove, interminabili serie di sciagure.

Quale adunque era la sorte, che tanto avverse fortune avevano procurata alla Grecia, negli anni, in cui, a forze unite, erano riescite a batterla in breccia come muraglia crollante? Quali furono, in una parola, le condizioni, morali e materiali, del mondo ellenico nell’ultimo secolo, o giù di lì, dell’êra cristiana, allorchè il processo di decadenza della Grecia può dirsi consumato?

Volgevano i primi lustri dell’Impero, la battaglia di Azio aveva segnato un termine all’orrore delle guerre civili, e il geografo Strabone, reduce da un mesto pellegrinaggio in molti dei Paesi, che avevano costituito il vario e vasto impero della civiltà ellenica, segnava sulle sue tavolette cerate quei ricordi, coi quali egli doveva tramandarci la più interessante illustrazione della Grecia antica[433].

L’Epiro, un tempo fiorente di uomini e di prodotti naturali, è adesso in massima parte deserto, e fra i villaggi rompenti le distese dei ruderi degli antichi centri cittadini, il silenzio pende fin sull’oracolo di Dodona, come ogni altra cosa, già spento. Deserte sono le montuose contrade fra la Macedonia, la Tessaglia e l’Epiro[434]; deserta la regione sacra dell’Olimpo, impero indisturbato di bande di malfattori[435]; deserte l’Atamania e la Dolopia[436]. L’Etolia e l’Acarnania sono traversate, anzichè da uomini, da branchi fuggiaschi di cavalli pascenti; e la gloriosa Ambracia, che Pirro aveva fatta capitale del suo regno, e i centri urbani limitrofi riescono a stento a formare una sola città.[437]. Tra le città focesi, mietute dalla sventura, la memoria di Delfo è testimonio eloquente del precipitare delle umane grandezze[438]. In Beozia, Tanagra, Tespia, Tebe sopra ogni altra, non sono più che borghi appena degni di menzione[439]. Dalle macerie dei borghi e delle antiche ridenti cittadine, l’Attica reca i segni dei tempi mutati. Il Pireo è un villaggio sparso di poche abitazioni[440] e visitato dagli stranieri solo a motivo delle sue mirabili collezioni artistiche, ma di cui è caso strano se qualche grande nave egizia si accinge a turbare le acque. La Messenia — la sempre infelice Messenia — non è più. Quello, a cui la crudeltà di Sparta non era riuscita, ha fatto il Destino onnipossente distruggitore d’ogni cosa: «il Paese è ora in grandissima parte abbandonato dagli uomini»[441]. Ma se Messene piange, Lacedemone non ride. Delle cento città della Laconia, ben settanta giacciono prostese al suolo o deserte[442]. Buona parte dell’Argolide e dell’Arcadia, già dall’oracolo celebrate per la feconda popolazione — Orcomeno, Mantinea, Menalo, Metidrio, Cafie, Cineta, le loro mura, i loro templi — non sono più, al pari della grande Megalopoli, che un grande deserto, sacro agli armenti e alle ruine[443].

Quale il continente europeo, tali le isole e le, un dì gloriose, metropoli asiatiche. Le antiche città dell’Eubea sospirano invano la perduta grandezza[444]. Creta è perita sotto i colpi dei Cilici e dei Romani[445]. Gli abitanti della piccola Giaro non riescono tutti insieme a saldare il tributo annuo pari a 150 lire[446]. I centri più famosi della Ionia, vivono, scontando la memoria del loro passato[447]. La gloria di Chio, Clazomene, Smirne, non è più[448]. Mileto è l’ombra di se stessa[449]. Peso, Astira, Pirra e con esse «non poche delle antiche città eoliche» sono un mesto accorato ricordo di giorni migliori[450]: il mare che le circonda è un nido periglioso di corsari[451].

L’Occidente greco non è da più dell’Oriente.

Delle città della costa orientale della Sicilia, quelle che un dì sorgevano fra Catania e Siracusa perirono. Nasso e Megara Iblea non sono più[452]. Leontini col suo ubertoso territorio è una ruina; fin la grande Siracusa è in massima parte deserta e ha dovuto essere rinsanguata da una colonia romana[453]. La costa meridionale, da Pachino al Lilibeo, è coperta di ruine. Non più Camarina, non Gela, non Selinunte[454] fermano lo sguardo e l’ammirazione dei visitatori. A settentrione Erice giace disabitata[455]; Imera e Terma sono disparse; nell’interno le antiche cittadine sono divenute ricoveri selvaggi di pastori; Eubea e Callipoli sono spente[456].

Al pari della Sicilia greca, la Grecia italica è una memoria storica. Cuma è quasi per intero distrutta[457]; in Campania, in Apulia, in Lucania, nel Bruzio, tutto è caduto in mano di barbari[458]. Petelia e Turii sono sannitiche[459]. Temesa, bruzzia[460]; Ipponio romana[461]; Caulonia, Sibari e Metaponto sono disparse[462]. Ma che dire delle stesse Reggio, Taranto e Neapoli, le sole che siano riuscite a salvare in parte la loro grecità? L’una è vuota di abitanti[463]; le altre non serbano dell’antica grandezza che la muta malinconia dei segni esteriori[464].

Così ci racconta, con voce talora rotta dalla commozione, il maggior geografo dell’età augustea. Ma egli non è il solo. È tutta una folla di voci di uomini che videro, e che udirono, che si leva e muove alla nostra volta a discorrerci della morte della Grecia. È Polibio, che, un secolo e mezzo circa innanzi l’età di Augusto, scrive che in Beozia non si vive più, non si amministrano più nè le città nè la giustizia; ma gli uomini gavazzano follemente, a guisa di morituri consapevoli, bramosi di vuotare nervosamente in fretta tutto il calice della vita che fugge[465]. È Cicerone che, quarantacinque anni prima di Cristo, navigando alla volta della Grecia disparsa, medita sulla caducità delle umane sorti: «Colà un tempo si levarono città floridissime; oggi tutte giacciono dinanzi ai nostri occhi, abbattute e distrutte[466]». Sono gli scrittori del primo secolo dell’Impero a farci sapere che le isole dell’Egeo, un tempo superbe di marmi, di verde, di profumi, sono ora rupi solitarie, malinconici asili di relegati politici[467]. Sono i primi apostoli del Cristianesimo a informarci, senza volerlo, che la loro religione, la quale insegna che un giorno i felici di questo mondo saranno umiliati, e gl’infelici, esaltati, in nessun luogo, come nelle contrade dell’Ellade antica, ha trovato sì fitta e bramosa schiera di fedeli[468]. È Pausania, che vive nella prima metà del II secolo a. C., a ripeterci che la grande Tebe non è più che un deserto e solo la Cadmea è abitata, e ha usurpato il nome di quella che fu un dì la metropoli della Beozia[469]; che la Focide non ha che una sola cittadina, Elatea[470]. È, più tardi ancora, Dione Crisostomo, l’ultimo oratore dell’ellenismo, a discorrerci ripetutamente, con voce accorata, della Tessaglia deserta, dell’Arcadia spopolata[471], di Taranto, Metaponto, Crotone, mute, solenni solitudini[472]; a descriverci con arte squisita la spopolata e deserta Eubea del suo tempo, di cui nessuno coltiva i campi, ove non più la pastorizia scaccia l’agricoltura, ma gli erranti pastori si convertono in nomadi e feroci cacciatori; l’Eubea, l’isola dalle città morte, ove le messi maturano entro la cerchia delle mura gloriose; ove le statue degli Dei e degli eroi giacciono seppellite fra le alte erbe, e branchi di bestiami pascenti profanano i vetusti edifizi cittadini[473]. La Grecia fu un giorno; oggi «solo le pietre e le ruine dei monumenti stanno a significare, a quelli che sopravvissero, lo splendore e la grandezza perduta»[474].