La decadenza morale.

Quali le condizioni morali?

Il divino spirito politico della Grecia classica è scomparso. L’uomo divorzia dal cittadino; l’individuo, dalla sua città e dallo Stato; la ricerca degli isolati vantaggi personali prevale assolutamente sulla cura pubblica. Ad Argo, dove le milizie della Lega achea erano penetrate per liberarla dalla schiavitù, dal sommo delle case i cittadini, spettatori indifferenti di una lotta che pure involgeva i loro più sacri interessi, applaudivano o zittivano i combattenti, quasi, esclama un antico[475], assistessero, in qualità di arbitri e di distributori di premi, allo svolgersi dei ludi Nemei!

Il centro del mondo non è più la nazione, la città, ma il proprio individuo[476]. Rovesciando ogni disposizione del più glorioso passato, l’individualismo più gretto, più miope, più interessato, si disfrena in tutti i campi della vita civile, e il mondo ellenico si popola di quel tipo d’uomo, «l’uomo del Guicciardini», di cui morrà la luminosa Italia del Rinascimento, di cui moriva ora la Grecia, e i cui spiriti fermentano tuttavia così maligni nelle nostre vene di caduchi mortali del secolo XX.

Quest’uomo carico di storia, di esperienza, di dolori, di disillusioni, non ha più fedi, non più sentimenti eroici, non più grandi passioni, anzi, considera gli uni e le altre, come aberrazioni di sciocchi, di volgari, di folli. Per lui, vivere è solo «voltare tutte le cose divine ed umane, spirituali e temporali, animate e inanimate, a beneficio proprio....»[477]. Per lui conoscere il diretto cammino non significa scomodarsi e muoversi per imboccarlo. A suo avviso, si può pensare come si vuole, ma la scienza della vita insegna che bisogna operare solo come torna utile. Nessuno sforzo, dunque, è da tentare pel bene comune, dacchè il risultato non giova immediatamente a chi l’ha iniziato, ed è quindi preferibile condursi in modo da rendersi accetti ai potenti del giorno che passa. Egualmente, agire secondo una nobile passione è da matti; regola della vita, invece, l’intrigo, l’astuzia, la simulazione a scopo personale. Così in questo giro d’anni, matura in Grecia il tipo vile, falso, miserando del graeculus, tramandatoci da Cicerone[478], da Virgilio[479], da Luciano[480]. Già in sullo scorcio del V secolo, l’occhio linceo di Tucidide aveva come squarciato il velame dell’avvenire e il suo stilo, duro, implacabile, aveva scolpito nell’opera sempiterna, quello che un giorno sarà il fosco quadro della decadenza morale della Grecia: «Venne mutata arbitrariamente l’usata significazione dei vocaboli.... La temerità fu definita valorosa abnegazione verso i propri amici politici; la preveggenza, manifesta pusillanimità; la moderazione, sotterfugio di dappocaggine; la prudenza, codardia. La violenza fu scambiata per virilità e la cautela e la ponderazione sembrarono capziosi pretesti per mutar consiglio. Coloro che si adiravano furon tenuti quali persone degne di fede; i loro contraddittori, quali uomini sospettabili. Chi era fortunato nell’insidiare altrui, passava per uomo prudente; prudentissimo chi riesciva a prevenire le insidie degli altri. Chi cercava di tenersi lontano da siffatti espedienti, era violatore dell’amicizia e pauroso degli avversari. Si lodò, insomma, chi preveniva altrui nell’ingiuria e chi vi trascinava coloro che giammai altrimenti vi sarebbero ricorsi. Ai legami del sangue furono preposti quelli dell’omertà, perchè i complici erano maggiormente disposti ad osare checchessia. Ed invero, non si contraevano alleanze per conseguire i vantaggi consentiti dalla legge, ma per consumare la violazione delle medesime. Ciò che poi le cementava e rendeva sacre non era il vincolo della religione, ma quello della complicità. Se taluno proponeva qualcosa di buono, gli avversari vi assentivano, non per ispirito di generosità, ma per potere in tal guisa esserne meglio garantiti. Ciascuno preferiva poter vendicarsi delle offese, che evitare di esserne colpiti. Se taluni si riconciliavano, il giuramento teneva solo fino al giorno in cui uno dei due riescisse a soverchiare l’altro. Chè, se alla prima evenienza sorprendeva l’avversario distratto, s’affrettava a cogliere, dietro l’usbergo dell’amicizia, una vendetta tanto più allegra quanto più fitta era l’ombra che velava l’aggressione. Era il metodo più sicuro e, inoltre, poichè si vinceva con la frode, quello che maggiori titoli recava al premio dell’accortezza.....».

«Lo scrupolo e la religione vennero banditi dai rapporti sociali e in loro vece sottentrarono i volgari lenocinî del primo leguleio che dava lustra di onestà ai propri invidiati misfatti.... La schiettezza, compagna indissolubile della nobiltà dell’animo, perì soffocata, tra il cachinno universale. Nè a rappacificare gli animi valse autorità di parola, o religione di giuramento. Gli individui dubbiosi, di tutto e di tutti, erano più disposti a ricercare come difendersi dai possibili pericoli, che a fidare in alcuno. E si videro i dappoco cogliere molte volte il frutto della vittoria, perchè, senza fiducia nelle proprie risorse e timorosi dell’oculatezza della parola, dell’ingegno altrui, dando per primi mano alle insidie, audacemente correvano verso ogni scelleraggine. Gli altri, invece, fidando di essere in tempo a prevenirne le trame, sicuri che non occorreva agire malamente, là dove bastava far uso di abilità, inermi, perivano, facili vittime degli avversari....»[481].

Il quadro è perfetto e completo; Polibio e Cicerone non avranno che ad aggiungervi solo qualche tocco. «Prestate», dirà il primo dei Greci del tempo suo, «un talento»; fate fare dieci copie; apponete altrettanti sigilli; invocate il doppio di testimoni; voi non riavrete egualmente il vostro denaro....»[482]. E Cicerone: I Greci non hanno mai fatto alcun conto della correttezza e della buona fede.... Non è proverbio tutto loro: «Testimonia in mio favore, chè non mancherò di ricambiartene....»? «Essi considerano il giuramento come una celia; la testimonianza, un puro gioco; la vostra stima, men che nulla; essi cercano e trovano lode, credito, approvazione solo nella menzogna impudente....». Essi non si sono mai fatti scrupolo di falsificare alla leggera documenti privati e pubblici....[483]. La grande Grecia è finita per sempre; sopravvive il greco rigattiere volgare, falso ed astuto, vanesio e pusillanime, pieghevole come servo, umile come parassita, pericoloso come aspide, che Roma disprezzerà e subirà insieme.

Dalla povertà dello Stato e dei privati, dal decadere del livello morale, dalla svogliata partecipazione ai pubblici negozi ed al loro controllo[484], aveva, d’altra parte, origine quella trista incapacità della vita pubblica, i cui effetti dovevano rivelarsi così disastrosi nei secoli che furono contemporanei agli ultimi secoli della Repubblica e ai primi dell’Impero romano.

Già fin dallo scorcio del quarto secolo a. C. era salita in voga quella spensierata e ignominiosa consuetudine di profondere le pubbliche entrate e il pubblico decoro in onorificenze agli inetti, agli indegni[485], ai dominatori, che con deplorevole eufemismo venivano chiamati Salvatori. A Demetrio Falereo, nella sola Atene, furono erette trecentosessanta statue a piedi, a cavallo o sul carro[486]; le testimonianze di riconoscenza agli imperatori romani furono abbassate al livello della più umiliante adulazione[487], e lo stesso Nerone, prima del suo decreto di affrancamento dell’Ellade, fu colmato di onori inauditi: ambascerie universali, concorsi musici, serti di vittoria, sospensione di giuochi pubblici, perfino di quelli, giammai — anche a motivo di guerra — rimandati, suppliche per debutti, cerimonie pagate dagli Elleni in moneta sonante di danaro e di dignità[488].

Già fin dal tempo di Demostene, nella libera Atene, la corruzione nell’amministrazione delle finanze era tale, che, mentre nelle casse mancava il danaro occorrente a far marciare l’esercito per un sol giorno, singoli individui speculavano sui dolori della nazione, e i generali, smarrito ogni senso di responsabilità, scialacquavano fra orge insane, il danaro destinato alla difesa della Patria[489]. Di peggio avvenne più tardi. I magistrati credettero di amministrare con sapienza, dispensando fra i poveri il denaro pubblico[490]. Il diritto di cittadinanza, gli uffici pubblici, i sacerdozi, le onorificenze, cominciarono a vendersi per prezzo[491]. Tutte le città ne facevano un vero e proprio traffico fraudolento. Le magistrature si conferivano, non già a seconda del merito, ma in proporzione dell’altezza dei redditi e della munificenza dei candidati[492]. Ciò non ostante, gli erarî pubblici erano tormentati da continue strettezze[493], chè le sole spese per monumenti onorarî verso i governatori, gl’imperatori, i senatori romani, o per le così dette ambascerie di fedeltà, erano divenute il cancro roditore delle pubbliche finanze. Bisanzio era, come da spesa ordinaria, gravata da più di 3.000 lire annue per una periodica deputazione augurale agl’imperatori; da più di 800, per un’altra al governatore della Misia, e a tali ignobili scopi nessuna delle province dell’impero stanziava somme sì cospicue, come la più misera di tutte, la Grecia[494].

Per tal guisa, se il regime della tutela uccideva la Grecia, il mantenimento o la ripresa dell’antica autonomia comunale si convertiva da un giorno all’altro in un novello motivo di rovina. Così, allorquando, nel 196, Tito Quinzio Flaminio dichiarò i Greci nuovamente liberi, l’esperimento d’improvvisa libertà, si rivelò tosto perniciosissimo. E quando Nerone, due secoli dopo, sciolse gli Elleni dall’ordinamento provinciale romano, scoppiarono in Grecia tali disordini, da costringere, di lì a poco, Vespasiano, non solo a restaurare l’antico regime, ma a ridurre a provincia anche parecchi territori i quali avevano continuato a serbare una lustra di indipendenza[495]. I Greci, opinava il saggio imperatore, avevano irrimediabilmente disimparato a vivere da liberi!