La decadenza intellettuale.
Con l’onestà dei rapporti sociali, con la capacità a gerire la pubblica amministrazione, decadeva, e si riduceva progressivamente, il valore e la profondità della cultura sociale.
Perchè l’arte fiorisca possente e rigogliosa, è necessario che, insieme con l’anima dell’artista, vibri l’anima del suo popolo; che l’artista non sia un mero virtuoso, ma l’interpetre di grandi sentimenti. Fa d’uopo che l’arte, in luogo di soffocare in angusti cenacoli, in accademie sterili e silenziose, viva all’aperto, tragga alimento da tutte le correnti della vita; che gli artisti, infine, siano in grado di rinnovare ogni giorno le proprie ispirazioni al gran fonte battesimale della vita.
Tutte queste possibilità erano disparse nella Grecia dei secc. III-I a. C., come spariranno nell’Italia dei secc. XVI-XVIII, sì che la meravigliosa letteratura greca dell’età classica diventa oramai un ricordo, doloroso e vano, del passato. Inoltre l’arte, che noi ricordiamo col nome di ellenica, aveva avuto delle sue esigenze speciali. La grande arte dei secc. VIII-V a. C. rivestiva un carattere pubblico; supponeva, quindi, un regime felice, prosperità nell’erario, serenità nella cittadinanza, agio di amare e gustare il bello, per desiderarlo, per rappresentarlo, per considerarne la celebrazione quale pubblico debito d’onore[496]. Tale era stata l’arte greca, che s’era incarnata nelle divine rapsodie epiche, nei carmi corali, nella lirica pugnace di Tirteo e di Solone, zampillante dal seno stesso della vita; tale la grande arte drammatica di Eschilo e di Euripide, che aveva rispecchiato, e maravigliosamente idealizzato, l’infinita varietà dei tipi e delle forme spirituali umane. Tali erano state l’antica architettura e la scultura, incapaci di svolgersi isolatamente, senza gli aiuti che le derivavano dalla Città, senza una mano superiore che le guidasse dall’alto a unità di scopo[497]. Tale la storiografia: non ricerca erudita, pretenziosa o sofistica, di particolari morti, ma vivente lezione civile ai futuri; tale la filosofia, che attingeva dalla vita i suoi problemi e per la vita li discuteva, tentava risolverli; tale, persino, l’eloquenza, portato, non sapremmo decidere, se più dell’eccellenza dell’oratore che la diceva o dell’immensa, agitata, vibrante moltitudine, che l’ascoltava, e ch’era anche il suo critico, il suo censore, il suo ammiratore, il tempratore del suo gusto e della sua parola[498].
Ora tanta fiorita intellettuale è, ogni giorno un poco, spezzata dalla bufera incessante delle sventure. Man mano che si vuotava di uomini, di forze, di virtù civili, la Grecia si vuotava di poeti, di artisti, di oratori. Al disparire della serenità, della nobiltà, della profondità degli spiriti, l’arte, la filosofia, la scienza si ritraggono nel silenzio dei gabinetti dei loro pallidi coltivatori. La drammatica e la plastica perdono il maggiore dei campi di rappresentazione: la vita pubblica; i lirici non cantano, od i loro versetti servono solo ad infiorare le antologie; la storia smarrisce l’antica funzione, nazionale e sociale; l’oratoria precipita a retorica; fioritura maligna e devastatrice, invade la casistica, e le masse popolari, tornate grossolane e ignoranti, si avviano per quella china, che le condurrà all’ardore dei circhi od al bizantinismo.
«L’ignoranza e la colpa», aveva scritto l’autore de La repubblica ateniese, «sono figlie primogenite della povertà»[499], e l’Alessandro o Lo spacciatore di prodigi di Luciano esibisce, in quadro efficacissimo, il progrediente dilagare della superstizione. La cristallina chiarità della vita e della coltura ellenica si macola e adombra dei culti più triviali, dei pregiudizi orientali più sciocchi. La fede nella magia e nel miracolo invade gli spiriti e regola gli atti più insignificanti della vita. Tutto imputridisce, anche l’incorruttibile, e, mentre il silenzio della storia protende la sua ombra a velarne pudibondo la scena, Dione Crisostomo recita sul baratro di tanta ruina l’epicedio dalla nazione disfatta[500]: «Un tempo molti primeggiarono in Grecia: voi, o Rodii, gli Ateniesi, quei di Sparta, quei di Tebe, per breve ora i Corinzi, in età più remota gli Argivi. Adesso tanta gloria è disparsa. Gli uni sono periti interamente; gli altri si governano..., disonorando la gloria conseguita, e ritenendosi felici di non trovare ostacoli nel delinquere». «Solo voi, o Rodii, restate, e solo per voi è possibile pensare che non tutto ciò che fu greco è morto o divenuto del tutto degno di dileggio. Quanto agli altri, si può dire in verità che il nome di Greci è ormai più disprezzabile di quello di Frigi o di Traci.... Tutta la loro gloria perì, e tutte le cose loro sono corrotte vergognosamente, miserabilmente. A guardare l’opera degli uomini di oggi, nessuno potrebbe argomentare lo splendore del tempo che fu. Le pietre e le ruine dichiarano meglio la grandezza e l’antica gloria. Quelli che ora abitano in Grecia, e in essa si governano, non si direbbero neanche discendenti di avi Misii. Meno lugubre è la sorte delle città distrutte al paragone delle altre. Di quelle resta integra la memoria..... e la fama delle belle imprese d’un tempo non è stata macchiata. Meglio bruciare i cadaveri che lasciarli imputridire!...».