L’organizzazione della produzione nel mondo ellenistico.
I vari Stati ellenistici ci fanno assistere a un fenomeno, che, dopo le esperienze contemporanee più recenti, può quasi sembrare inaudito: un socialismo di Stato, un intervento continuo del governo nell’agricoltura, nell’industria, nel commercio, che riesce — per gran tempo almeno — ai resultati più meravigliosi. I massimi proprietari, i più ricchi e attivi industriali dell’Egitto tolomaico, come delle terre racchiuse entro i confini del vasto impero dei Seleucidi, sono il re, e, col re, i sacerdoti dei templi, grandi centri d’imprese economiche. I «beni regi» e i «beni del clero» occupano i tre quarti dell’Egitto tolemaico. Ma non si tratta di latifondi abbandonati ed oziosi, ma di terre fertilissime, sfruttate intensivamente e con ogni sistema di colture. La terra regia e le terre dei templi producono vini, cereali, datteri, grani oleiginosi, legumi, alberi da frutto e alberi industriali; alimentano greggi, forniscono i più ricchi prodotti del sottosuolo. Gli stabilimenti del re e quelli dei templi fabbricano birra e salami; elaborano i vini e gli olii; macinano il grano; tessono le tele e i tessuti. Grandi banche — dalle filiali sparse dovunque — forniscono i capitali per le più svariate intraprese.
Anche il commercio è un servizio di Stato: gli ardui viaggi di esplorazione di questo tempo, che sembrano precorrere i secoli XV-XVI, sono concepiti e organizzati nei gabinetti delle Corti ellenistiche, così come d’origine statale sono i più grandiosi lavori, diretti a intensificare e ad agevolare la produzione e lo scambio.
Ma lo Stato non è signore esclusivo delle attività economiche del Paese. Accanto alla terra di proprietà statale, v’è la terra di proprietà privata, o piuttosto di possesso privato; accanto alle grandi industrie governative, sono i piccoli mestieri indipendenti, tutti egualmente in fiore. Noi assistiamo, anzi, nel mondo ellenistico, a un fenomeno non meno strabiliante degli altri: la sparizione della schiavitù, o la sua radicale trasformazione, e la rivalutazione e la diffusione del lavoro libero e salariato[245]: il che porta seco una specializzazione estrema dei mestieri, un significante perfezionamento tecnico della mano d’opera, financo un sottile sfruttamento della medesima[246].
Nè è tutto: le esigenze della produzione sollecitano l’intervento della scienza. Noi possiamo parlare ora di una scienza applicata all’agricoltura e all’industria. La macchina idraulica, inventata da Archimede, regola la distribuzione delle acque del Nilo. L’alessandrino Ctesibio inventa la pompa[247]; la grue (la nuova baroulcòs) sostituisce l’antico argano e la biga; il mulino ad acqua tien luogo del vecchio mulino a braccia. Le fabbriche regali di Pergamo e di Alessandria compiono miracoli che precorrono la grande industria, l’industria meccanica dei secoli XIX-XX[248]. Or bene, con che mezzi, con quali miracolose risorse, la Grecia classica, povera, angusta, fatta pesante dalla lenta economia schiavista, pervasa dalla follia delle eterne guerre municipali, avrebbe potuto resistere alle nuove minacciose concorrenze?