Roma e il nuovo Oriente.

Se questi erano i pericoli, a cui la nuova conquista dell’Oriente esponeva la Grecia, gli effetti dell’intervento di Roma nella storia del mondo, il suo affacciarsi all’eternità, che segue circa due secoli più tardi, non saranno meno decisivi. Roma consacra definitivamente quel nuovo ordine di cose, che la spada di Alessandro Magno aveva disegnato. Il nuovo Egitto ellenistico bastava da solo a costituire per la Grecia un pericolo. Roma sopraggiunge ad assicurarne il trionfo. Roma sbarazza l’Egitto dalla pericolosa vicinanza di Cartagine, lo libera dalle sue potenti rivali — la Macedonia e la Siria —; inizia una serie di guerre che devasteranno le terre e le acque greche, e fa di Alessandria il centro maggiore dei suoi approvvigionamenti, sì che, mentre «prima neanche venti navi osavano valicare il Mar Rosso», l’aurora del primo secolo dell’Impero vedrà «intere flotte navigare» da questo porto «alla volta dell’India e della remota Etiopia, dirette all’acquisto di merci di gran valore da scambiarsi con altre, non inferiori nè per numero nè per pregio», che l’Egitto stesso sarà in grado di apprestare[249].

L’Egitto valeva bene, ed ebbe infatti, le più scrupolose cure dell’Impero; ma non valevano meno altre regioni più discoste ed altrettanto sospirate di quell’Oriente, che Alessandro e i successori si erano affaticati ad ellenizzare. Con lo stesso scrupolo usato verso l’Egitto, Roma organizzò il commercio col resto dell’Oriente, e i resultati dell’opera annullarono del tutto i vantaggi di qualsiasi relazione con la Grecia.

Dall’Oriente affluiva la più abbondante e svariata copia di prodotti e di manufatti, ai quali soltanto era dato placare la febbre di lusso e di piacere, da cui fu invasa la metropoli del mondo, erede delle monarchie e delle Corti dei successori di Alessandro[250]. Di là provenivano l’incenso, la cassia, la senna, le resine, la mirra, l’aloe, il cinnamomo, il pepe, il garofano, lo zucchero, il riso, la tartaruga, i diamanti, gli zaffiri, gli smeraldi, le ametiste, i topazi, gli opali, i rubini, i giacinti, le perle, le tele, i filati di cotone e di lana, l’avorio, l’indigo, l’anice, le mussoline, l’ebano, il legno di teck, il marmo, il nardo, la porpora, il vetro, il cristallo, le lane, le stoffe colorate, le sete, le mezze sete, tutti i tesori dell’India, tutte le rarità della Cina[251].

Al paragone di tanto ben di Dio, la Grecia, non offriva che del marmo e qualche commestibile poco ricercato o punto necessario[252]. Oltre cento milioni di sesterzi, pari a 20 milioni di lire-oro, escivano ogni anno dai forzieri romani, pigliando il volo per le Indie e per la Serica, all’acquisto e all’importazione delle perle[253]; cinquanta e più, per i rimanenti prodotti[254], ed essi non costituivano che il saldo in moneta dell’importazione dell’Impero, non coperta dalle sue esportazioni in Oriente.

E in che cosa consisteva codesta esportazione? Essa consisteva, in massima parte in produzioni dell’Europa occidentale, quali il piombo, il rame, lo zinco, l’argento[255] ed in altre che venivano fornite dallo stesso Egitto. Per tal modo l’Egitto, che disponeva delle principali vie dell’Oriente: l’Egitto, che ne aveva quasi monopolizzato il commercio, era anche la provincia che forniva a Roma buona parte dei mezzi con cui pagare le sue costose importazioni orientali. Dall’Egitto il commercio romano spediva in Cina manufatti di vetro, in Arabia e in India stoffe sontuose, broccati, bronzi, strumenti musicali, nonchè, probabilissimamente, lo splendido materiale da costruzione fornito dalle sue cave, quali il granito di Siene, la breccia verde della regione di Koser, il basalto, l’alabastro, il porfido. Quali vantaggi al confronto poteva fornire la Grecia europea?