I.
Buona parte dell’opera, che il primo imperatore di casa Flavia svolse nel campo della istruzione pubblica, ricalca fedelmente le orme del passato.
Anche Vespasiano fu, probabilissimamente, un felice inauguratore di pubbliche biblioteche. Nel Templum Pacis, da lui fondato, Gellio e Galeno menzionano una biblioteca omonima,[199] e, sebbene questo nuovo istituto non sia esplicitamente indicato come sua opera, è in tutto verisimile che autore ne sia stato lo stesso Vespasiano, il quale, come era avvenuto di altre biblioteche, l’avrebbe aggregata al tempio da lui stesso edificato[200].
In maniera analoga, come i suoi predecessori, egli mantenne inviolate le esenzioni dai pubblici carichi, concesse fin allora ai grammatici, ai retori e ai filosofi, e riconfermò esplicitamente la loro immunità dall’ius recipiendi, civile e militare,[201] di cui abbiamo discorso,[202] e che, probabilmente per poca chiarezza delle precedenti ordinanze imperiali, o per altri motivi, era contestata da funzionarii o da generali viaggianti.
Ma, se qui si fosse arrestata, l’opera di Vespasiano avrebbe avuto scarsa originalità, e la politica scolastica degli imperatori di casa Flavia si sarebbe adagiata negli stessi confini dei predecessori di casa Giulio-Claudia. Se non che uno degli anni del governo di Vespasiano, fra il 70 e il 79 di C., segna il principio di una rivoluzione profonda nei rapporti dell’istruzione pubblica col governo centrale romano.
In uno di questi dieci anni, l’imperatore, tra le svariate cure, di cui ebbe ad onorare i poeti e gli artisti,[203] deliberò di stipendiare a spese del fisco, cioè di quella parte delle entrate dell’impero, amministrata direttamente dall’imperatore, i maestri di retorica greca e latina, fissando loro una retribuzione annua di 100,000 sesterzi,[204] pari a L. 25,000 circa.
Dai sommarii accenni delle fonti noi riusciamo malamente ad avere un’idea dei particolari della riforma, che lascia adito a molti dubbi e a molte interrogazioni. Furono stipendiati tutti i retori greci e latini dell’impero, o almeno d’Italia, o soltanto quelli di Roma? E, se la riforma venne limitata a Roma, furono stipendiati tutti i retori romani, o solo i più famosi? Quali furono i rapporti, che d’ora innanzi si stabilirono fra questi nuovi professori ufficiali e l’insegnamento libero?
Svetonio, che è la fonte principale, non risponde alla prima nostra domanda, ma ad essa rispondono chiaramente gli informatori di un più tardo storico, Zonara, il quale avverte che si trattò (ed era pel momento naturale) di una riforma limitata esclusivamente alla capitale del mondo[205].
Che non si trattasse poi di tutti i retori di Roma, ma solo di qualcuno tra i più famosi, si può rilevare da un fatto e da una considerazione: il fatto che noi, in realtà, non conosciamo che un solo retore stipendiato, Quintiliano, e la considerazione, che, in tanta copia di scuole romane di retorica, ogni più liberale innovazione avrebbe imposto alle finanze dello stato un aggravio non trascurabile, che un principe quale Vespasiano, tacciato persino di avarizia, non avrebbe mai consentito.
Ma, da quanto precede, risulta ancora che l’innovazione non può essere definita una statizzazione delle scuole di retorica[206]. L’insegnamento privato rimane ugualmente, come per l’innanzi, libero e preponderante, incoraggiato, per giunta, dalla realtà, o dalla speranza, di un assegno annuo da parte del fisco. Ed invero, gli stessi maestri di retorica stipendiati furono degli insegnanti liberi; libera rimase la loro scuola da ogni influenza dello Stato, che non impose alcun programma o alcun controllo; liberi i maestri di richiedere, come richiesero, da ciascuno dei discepoli, un onorario, che costituiva il loro maggiore provento. Anzi, siccome il fatto stesso di uno stipendio imperiale, elevava le pretese dei retori, che lo godevano, e la classe sociale degli alunni, che ne ricercavano le scuole, esso dovette altresì, per un consueto fenomeno di livellamento economico, accrescere i proventi di tutti i loro colleghi, e, insieme, le pretese di una classe di persone, la cui dignità morale veniva anch’essa tangibilmente esaltata.
L’insegnamento privato non riceve dunque alcun danno. Solo, per la liberalità di Vespasiano, lo Stato, scegliendo fra i molti, indica e sussidia alcuni pochi istituti, che si potrebbero definire istituti di paragone. Il vantaggio della coltura era tanto palese, quanto palese che le intenzioni del legislatore rimanevano lungi da ogni idea di una scuola di Stato, e persino di una scuola ordinata e controllata dallo Stato. Se non che — ed era fatale — al di là delle intenzioni degli inconsapevoli iniziatori, la scuola di Stato dell’avvenire si sarebbe svolta dal germe seminato dal primo degli imperatori Flavii.