XIX.

Noi abbiamo ora sott’occhio tutto il quadro della politica degli imperatori di casa Giulio-Claudia, nei rispetti dell’istruzione nazionale. E possiamo senza esitazione affermare ch’esso occupa un posto eminente nella storia della civiltà umana. Noi vi notiamo da un canto il grande impulso dato allo studio di talune discipline, la inestimabile iniziativa della fondazione di pubbliche biblioteche, lo stabilirsi di una condizione privilegiata ai precettori delle arti liberali. Noi vi notiamo l’introduzione di elementi fin ora ignorati e trascurati: l’educazione fisica a tipo greco, l’istruzione musicale, e — ciò che è assai più importante — fin da Augusto, un piano sufficientemente completo di educazione ufficiale della gioventù.

Assai strano è intanto constatare come i maggiori propulsori dell’istruzione pubblica romana, in questa età, siano stati due uomini, due principi, le mille miglia lontani l’uno dall’altro per indole e per politica: Augusto e Nerone, sì che, nel I. secolo dell’impero, la istruzione e l’educazione delle classi elevate ondeggino tra questi due poli: l’indirizzo Augusteo e l’indirizzo Neroniano.

Ma più importante è un’altra constatazione, che ci è imposta dalle vicende della storia politica dell’impero romano e che dà la chiave dell’enigma delle strane sorti della produzione intellettuale nei secoli venturi. L’impero perfeziona e moltiplica gli strumenti esteriori e materiali del progresso, ma fin d’adesso — ugualmente — la scuola comincia ad essere vuotata della sua anima, della sua libertà formatrice d’intelletti e di coscienze e cessa di produrre tutti i suoi frutti. Le scuole di retorica moltiplicano sin da Nerone, ma non formano più oratori, formano dei retori. Le scuole di filosofia dilagano, ma il filosofare diviene d’ora innanzi un pericolo, e sola filosofia possibile non è più quella che scandaglia per tutti i recessi dell’abisso profondo, dove, come s’esprimeva Seneca, giace la verità, ma l’altra, che si cristallizza in una secca e vuota ermeneutica dei più celebri autori dei secoli trascorsi o che si deforma in una sofistica arguta e sottile, che insegna meno a vivere, a sentire, a pensare, di quello che a disputare e a schermagliare.[198] La stessa educazione fisica va man mano smarrendo il proprio scopo e cede il posto all’atletica e all’acrobatica. La cultura e la scienza divengono così ornamento mnemonico o intellettuale, non creano, nè ricreano l’uomo. Questo non fu per certo conseguenza di volontà colpevole di individui; fu bensì effetto di tempi mutati, fu derivazione necessaria di istituti politici, che svolgevano tutte le deleterie influenze, a cui l’intima capacità li costringeva, e sospingeva, ma di cui non meno gravi saranno le fatali ripercussioni.

CAPITOLO II. Gl’imperatori di casa Flavia e l’istruzione nell’impero romano.
(69-96)

I. Vespasiano e la fondazione di nuove biblioteche. — Riconferma delle immunità ai maestri di grammatica, retorica e filosofia. — Stipendio ai principali insegnanti di retorica in Roma. — Non si tratta di una statizzazione delle scuole di retorica. — II. Motivi della innovazione. Condizioni economiche dei maestri di retorica. — Il provvedimento di Vespasiano quale misura della considerazione sociale dei retori. — III. Trascuranza del governo imperiale verso i grammatici e gli insegnanti elementari; loro condizioni economiche. — IV. Rapporti amministrativi e giuridici dei retori stipendiati con lo stato. Giudizio dei contemporanei. — V. Quintiliano primo retore stipendiato, come maestro e come pedagogista. — VI. Tito rimane fedele alla politica scolastica del padre. Domiziano riedifica le biblioteche distrutte. La ripercussione della operosità imperiale sulla diffusione e sul regime delle biblioteche. — VII. Domiziano e il trionfo della educazione fisica a tipo ellenico. Vespasiano, Domiziano e l’istruzione musicale. — Il nuovo indirizzo dei collegi giovanili. — IX. Il rovescio della medaglia: Vespasiano contro le scuole filosofiche ateniesi. — X. Il governo dei Flavii e l’istruzione pubblica nell’impero romano.