I.

Ebbero, e praticarono, gl’imperatori della casa Giulio-Claudia quella che oggi si direbbe una politica scolastica loro propria? Chi scorra, anche con diligenza, le trattazioni esistenti sulla storia dell’istruzione e dell’educazione nel mondo romano non può non rispondere negativamente. Il governo di quegli imperatori sembra rimanere estraneo a tutta l’operosità ufficiale svoltasi in questo campo durante il primo secolo di C. Eppure, è ben difficile dire se altre dinastie abbiano, nello svolgimento dell’istruzione e dell’educazione nazionale, esercitato un’influenza pari a quella dei Giulio-Claudii, come è altrettanto difficile indicare i principi romani, che ne abbiano, in maniera egualmente larga, affrontato il non agevole problema.

Fra essi, al posto di onore, va, come era prevedibile, collocato Augusto. Tre sono i provvedimenti, che di lui si sogliono ricordare, e che, direttamente e indirettamente, si connettono alle cure dell’istruzione pubblica: 1) un privilegio concesso ai docenti nell’occasione di una grande carestia; 2) l’istituzione di una scuola pei principi; 3) l’istituzione di pubbliche biblioteche.

Augusto continuò il concetto e la politica di Cesare. Per lui, come per il suo grande predecessore, i maestri delle scuole elementari, medie e superiori, erano, nella vita dello stato, non quantità ingombranti, ma elementi di forza e di benessere sociale. Così, nell’occasione di una grande carestia in Roma, probabilmente quella del 10 di C., egli fu costretto a ordinare lo sfratto di tutte le ciurme di schiavi trasportati a Roma per la vendita, di tutte le bande di gladiatori, persone, come si vede, destinate a uffici, o esercenti mestieri, dei cui vantaggi il pubblico romano nè soleva, nè sapeva, privarsi. Il decreto di sfratto fu esteso a buona parte degli schiavi addetti ai servizii domestici e pubblici in Roma — si voleva, pare, diminuire ad ogni costo il numero delle bocche — nonchè a tutti i forestieri. Chi ha un’idea di quello che sogliono essere le città capitali, specie se città cosmopolite, può formarsi una lontana idea degli effetti di quest’ultima parte del decreto imperiale. Chè Roma non era soltanto una capitale; era, in quel tempo, la capitale del mondo, era l’universal porto di mare, era la città, che, come si esprimevano i suoi poeti, sarebbe cessata di vivere, se gli stranieri non l’avessero colmata di loro stessi[5]. Privarla di tutti i forestieri era lo stesso che mutilarla di una parte viva del suo organismo. Tra quei forestieri numerosissimi erano i greci, anzi gli abitatori di tutto il mondo ellenizzato, e, quindi, i pedagoghi, i litteratores, i grammatici, i rhetores[6]. Con la loro espulsione Roma sarebbe rimasta priva di una buona metà di coloro che v’impartivano l’istruzione. E due sole eccezioni Augusto fece: l’una per i praeceptores,[7] l’altra per i medici, maestri anch’essi, come vedremo;[8] e il privilegio accordato significò che, per il primo degli imperatori romani, ridurre al popolo il pane della scienza era più dannoso del lasciarne ridurre il pane quotidiano.

Di Augusto — dicemmo — si rammenta altresì l’istituzione di una scuola pei principi. Svetonio, esponendo la biografia del grammatico Verrio Flacco, narra che, «scelto da Augusto quale precettore ai suoi nipoti, egli passò nel palazzo imperiale con tutta la sua scuola ma con l’impegno di non ammettervi più alcun altro discepolo. Ivi egli fece lezione nell’atrio della domus Catilinae, che era allora una parte del palazzo imperiale, con lo stipendio annuo di 100,000 sesterzi»[9]. (L. 25,000 circa).

Qualche storico[10] ha raccostato tale fatto al provvedimento dell’imperatore Vespasiano, di cui avremo a suo tempo ad occuparci, pel quale taluni dei retori greci e latini furono stipendiati a spese pubbliche.[11] Evidentissimamente, il paragone non regge: i due atti sono di natura essenzialmente diversa. Vespasiano, col suo provvedimento, metterà a disposizione del pubblico dei buoni maestri, reggenti scuole pubbliche, e porrà, accanto alle altre, una scuola di paragone, di cui toccava allo stato scegliere gl’insegnanti. Augusto invece confiscava a beneficio di una ristretta classe di persone una scuola aperta per l’innanzi al pubblico. E il suo tentativo, se a qualcosa, accenna, non già all’avocazione della scuola allo stato, bensì al regime della istruzione domestica.

Ma senza dubbio una scuola esclusivamente domestica la sua non fu. I cittadini e i residenti in Roma mandavano i loro figliuoli ad istituti di vario merito e di vario nome. È quello che accade in ogni tempo per le scuole rette da privati. Ogni cittadino sceglie il maestro più consono al suo modo di vedere in fatto di questioni morali, politiche, didattiche, e più acconcio alle proprie risorse economiche. Ogni classe sociale ha quindi gli istituti privati, in cui preferisce mandare i suoi figli. La scuola di Verrio Flacco dovette essere quella dell’aristocrazia romana. Augusto vi mandò i suoi nipoti, e ne chiuse l’accesso ad elementi estranei, e stipendiò, a compenso dei danni eventuali, nonchè a garanzia propria, il maestro. Egli alimentò così la scuola della nuova aristocrazia romana imperiale.

Ma fece anche di più: «educò ed istruì, insieme con i propri, i figliuoli di molti principi alleati di Roma»[12].

Egli dunque, mentre da un lato alimentava una scuola per l’aristocrazia romana, dall’altro voleva che quella scuola fosse un corso speciale per l’istruzione dei principi romani e di quelli, che con Roma vivevano (ed egli desiderava vivessero) in rapporti amichevoli. Per tal via la scuola di Verrio Flacco assumeva un chiaro intendimento politico, Augusto mirava a consolidare e a conquistare, con la voluta somiglianza dei costumi e dell’indirizzo educativo, con l’intimità dei rapporti personali, i buoni rapporti internazionali dello Stato romano. L’opera saggia, ma di un carattere affatto diverso da quella che inizierà Vespasiano, è dunque, sopra tutto, un’opera personale di Augusto. E onere suo personale fu con certezza lo stipendio fornito a Verrio Flacco, che non gravava sul bilancio dello Stato, bensì sulla cassa privata del principe. Questo particolare però non deve avere l’importanza, che potrebbero farvi attribuire analogie contemporanee. È notorio: nell’impero romano i confini tra la cassa privata dell’imperatore e il bilancio dello Stato, fra le attribuzioni personali dell’imperatore e quello del governo centrale, furono sempre assai incerti, e le istituzioni ed erogazioni del principe potevano bene — nel loro valore politico — apparire — od essere — un atto dello Stato, come ogni pubblica iniziativa assurgere — nel suo merito — a iniziativa personale dell’imperatore.