III.
Ma, dopo quanto precede, noi non possiamo trascurare di porci un’ultima domanda. Perchè Vespasiano limitò i suoi favori ai maestri di retorica, e non li estese anche ai litteratores e ai grammatici, maestri, rispettivamente, della scuola primaria e media inferiore?
Eppure, se i retori stavano male, i precettori di grammatica e i litteratores stavano peggio. Dei primi — l’abbiamo accennato — ci informa lo stesso Giovenale: «E il maestro di grammatica? Quale guadagno ritrae dal suo lavoro il maestro di grammatica? Il suo salario è inferiore a quello del retore, ma, per miserando che esso sia, ne detraggono una parte lo scempio pedagogo e l’amministratore. Ma, povero Palemone, tollera anche questa ritenuta, come un qualsiasi mercante di stuoie invernali e di bianchi cortinaggi, purchè non invano tu ti sii levato all’ora della notte, in cui nè il fabbro ferraio, nè il cardatore di lana sono in piedi!» «Chè il salario tu l’otterrai di rado senza ricorrere al tribuno. Eppure voi, o genitori, esigete che un precettore conosca le leggi del linguaggio, che conosca tutta la storia, tutti gli autori a mena dito, cosicchè, interrogato all’improvviso, mentre si reca alle Terme o ai bagni di Apollo, sappia dire chi fu la nutrice di Anchise e il nome e la patria della matrigna di Anchemolo e quanti anni visse Alceste e quante urne di vino siculo donò ai Frigii. Eppure, voi esigete che egli plasmi le tenere menti, come altri foggia con la cera un volto umano, esigete che egli faccia da padre e impedisca che i fanciulli amino le cose turpi e non le pratichino insieme. Non è cosa da nulla sorvegliare tante mani e tanta mobilità di occhi. Questo tu devi curare, e al termine dell’anno ricevi pure i cinque aurei, che il popolo reclama per l’atleta vincitore»[214].
La concorrenza doveva infatti essere grandissima, e, se, in sullo scorcio della repubblica, Roma contava oltre venti scuole di prim’ordine[215] di grammatici, codesta cifra era naturale si fosse ormai più che quadruplicata. Ove poi volessimo avanzare di qualche secolo fino all’età di Luciano, noi apprenderemmo che tutto il provento dei grammatici bastava appena a pagare il sarto, il medico e il calzolaio.[216] E, nell’editto dioclezianeo de pretiis rerum venalium del 302 di C., troveremmo che il maestro di grammatica, greco o latino, veniva in media pagato con 200 denarii (L. 4.50) mensili per scolaro[217].
Se questo è a dire dei grammatici, peggio ancora è a ripetere dei litteratores. Durante la fanciullezza di Orazio, i fanciulli delle più ricche famiglie romane corrispondevano loro mensilmente una retribuzione, che si aggirava intorno agli otto assi, cioè a dire a circa quaranta o cinquanta centesimi al mese.[218] Nell’età di Diocleziano, la tariffa era salita a L. 1,25, o poco più, al mese.[219] Si sottraggano i tre o quattro mesi di vacanza,[220] e si vedrà che la vita non sarebbe stata possibile, se i maestri — con quanto vantaggio dell’insegnamento è facile comprendere — non avessero pensato di sopperire con dei mestieri accessori[221]. Parrebbe evidente da tutto ciò che i grammatici e i litteratores dovessero attendersi dalle cure imperiali parecchio di più di quello che l’impero concedeva alle scuole di retorica. Invece la realtà parla in senso opposto. E la ragione è crudele: lo stato romano promuoverà, e curerà, quasi esclusivamente, gli istituti ed i gradi superiori dell’istruzione pubblica, e seguirà per tal guisa un criterio di amministrazione, che sarà, pur troppo, anche nel più lucido avvenire, difficilmente sorpassato. Noi avremo di ciò una conferma nei provvedimenti di ordine didattico e scientifico degli imperatori, ma possiamo subito ricordare qualche fatto, che riguarda anch’esso le sorti economiche dei maestri. Antonino Pio tornerà a regolare la materia delle immunità, ma da esse saranno esplicitamente esclusi gli insegnanti elementari: per questi il governatore doveva curare soltanto che non fossero sovraccarichi di oneri..... Più tardi, apprenderemo che la regolarità dei salari ai maestri verrà garantita dallo Stato; ma, se tale garanzia era da questo riconosciuta come un suo debito preciso verso i retori, essa veniva largita come un mero favore ai grammatici ed ai litteratores, i quali, sostiene il relativo documento ufficiale, abusavano, in tale pretesa, dell’analogia della loro funzione con quella dei retori.[222]
Evidentemente, per lo Stato romano, curante solo gli interessi delle classi superiori, non esisteva che un’unica forma d’istruzione da privilegiare e da garantire: l’istruzione media di secondo grado e quella superiore, talora anche l’istruzione professionale. La primaria e la media inferiore dovevano invece abbandonarsi a tutte le sorti della concorrenza, a tutti i colpi del destino.