IV.

Una questione, che potrebbe sembrare — ma non è — più difficile, perchè non possediamo intorno ad essa alcun ragguaglio positivo, è quella che concerne i rapporti — diremo così — amministrativi e giuridici (ai rapporti didattici abbiamo accennato) dei nuovi retori stipendiati con lo Stato.

Come se ne fece in quel tempo la selezione? Quali obblighi venivano essi ad assumere verso il governo? Anzi, esistevano degli obblighi in proposito? Rappresenta l’innovazione di Vespasiano un’ufficiale istituzione di cattedre, o solo un beneficio a reggenti cattedre, che già esistevano, e che erano legate soltanto alla loro opera e alla loro persona?

Circa il primo punto la risposta è prevedibile. La scelta, sebbene la responsabilità ne risalisse all’imperatore, dovette, per ora, essere soltanto compito di persone di fiducia del capo dello Stato. Ma di obblighi è possibile non se ne sia imposto alcuno. Come il programma dell’insegnamento non subì nè coercizioni, nè controlli, così nessuna codificazione dovette farsi di quello che oggi si direbbe il contratto d’impiego. I retori stipendiati non erano — è bene ripeterlo — dei funzionarii dello Stato; erano delle persone benemerite sussidiate.

Può, a tale veduta, fare ostacolo la dichiarazione di Quintiliano, che egli avrebbe avuto bisogno di impetrare, dopo venti anni d’insegnamento, il favore d’essere messo a riposo?[223] Evidentemente, no. Qui non si tratta di obbligo, che lo Stato avrebbe potuto continuare ad addossargli, nè di un esonero, che egli avrebbe dovuto chiedere, ma di un onore, che il governo avrebbe desiderato l’illustre maestro continuasse a largire alla città, e di una cortesia, che traeva il retore a chiedere al principe quella licenza morale, cui i lunghi anni di godimento del sussidio e la fiducia imperiale l’obbligavano.

E neanche la risposta all’ultima delle nostre domande può — a nostro modo di vedere — essere dubbia. L’imperatore Vespasiano non istituisce alcuna ufficiale cattedra di retorica in Roma. Egli non si preoccupa della stabilità dell’insegnamento di quella disciplina. Le scuole dei retori erano tante, che una simile preoccupazione sarebbe stata fuori di luogo. Egli si limita soltanto a istituire uno stipendio ad personam in favore di taluni retori. Quando questi fossero morti o si fossero ritirati, il beneficio poteva passare ad altri; ma le antiche cattedre non rimanevano scoperte; cessavano semplicemente del tutto. Di qui si svolgerà più tardi la pratica dell’istituzione di vere e proprie cattedre di retorica o d’altra disciplina; ma, per adesso, Vespasiano non pensa a un così regolare procedimento.

E la modestia della innovazione, negli intendimenti di coloro che l’operavano, e l’assenza di ogni intendimento rivoluzionario ci sono confermate dall’impressione dei contemporanei, che non videro in essa più di quanto il principe aveva voluto metterci.

Videro anzi qualcosa di meno: non un favore verso l’istituzione, o verso i migliori che la rappresentavano; ma un favore verso le persone — in quanto persone — che il provvedimento imperiale veniva a beneficare. E il beneficato per eccellenza appare uno solo: Quintiliano. Un ex-senatore, decaduto, per sue personali traversie, a insegnar retorica in Sicilia, inaugurava il suo corso, esordendo nella prolusione con una frase, che si può ritenere quasi testuale: «Ecco i tuoi giuochi, o fortuna! Tu fai senatori dei maestri, e fai maestri dei senatori!»[224] Quintiliano era allora stato insignito degli ornamenti consolari[225]. E il fatto meraviglioso del retore di Calagurris divenuto console fu, per tutti i suoi contemporanei, un esempio palmare della cecità della fortuna, un motivo frequente di recriminazioni a suo carico. «Passiamo sopra», esclama Giovenale nello scritto dianzi citato, «a questo strano esempio dei favori del destino. Se si è fortunati, si ha la bellezza e il coraggio; se si è fortunati, si è sapienti, nobili e generosi»; «se si è fortunati, si è anche grandi oratori e motteggiatori; se assiste la fortuna, magari colpiti da raffreddore, si canta bene ugualmente. Importa molto invero il genere di stelle, sotto cui si mandano i primi vagiti, sudici ancora del sangue materno. Se la fortuna vuole, si diviene da retore console....»[226].