V.

Ma la verità era che ben difficilmente il pensiero di Vespasiano poteva essere tradotto nella pratica in modo più degno di quello che fu realmente, per opera dell’uomo, che, ricolmo dell’onore del principe, salì primo in Roma la cattedra di retorica: Quintiliano.

Quintiliano fu veramente un grande maestro. La cattedra, ch’egli tenne in Roma per venti anni, lasciò nella storia dell’istruzione pubblica e della letteratura romana una traccia, che mai più avrebbe potuto cancellarsi. Il maestro modello, che Vespasiano col suo atto indicava alla cittadinanza, volle che anche i lontani ed i posteri avessero nozione del suo insegnamento e del suo pensiero, e, ritiratosi dalla cattedra, concepì il disegno di raccogliere in un solo volume tutta la fine teorica del suo magistero.

Era quanto mille desiderii tesi verso di lui chiedevano istantemente. Quando egli attendeva ancora all’insegnamento, i suoi scolari, «nimium amantes», avevano pubblicato le sue lezioni e le avevano fatte passare come veri e proprii trattati di retorica. Il maestro, pieno d’indulgenza, non sconfesserà quell’indiscrezione, ma vorrà darci ben altra cosa: il libro, il vero e solo libro, a cui le sue lezioni avrebbero potuto dare origine, cioè i suoi precetti per la formazione dell’oratore e la teorica della sua pratica pedagogica. Questa fu la sua Institutio oratoria, che egli pubblicò negli ultimi anni del secolo I. di C.

In questo suo libro, che accoglieva il meglio del suo pensiero e della sua esperienza, Quintiliano non si palesa, come potrebbe attendersi, un severo e radicale novatore. La nuova scienza, officialmente favorita, non rivela in lui un indirizzo sconosciuto, o una riforma ab imis dell’antico. Numerose e fiere erano già in quel tempo le accuse contro le scuole dei retori e contro la loro vanità:[227] accuse, che hanno traversato i secoli con una tenacia solo pari all’altra, con cui quel tanto combattuto indirizzo pedagogico è rimasto tenacemente radicato nell’insegnamento secondario. Forse, se non è fattura d’altri, nel suo scritto su Le cause della corrotta eloquenza, Quintiliano aveva ribadito anche lui, e in maniera più esplicita, quelle accuse. Certo, altri prima di lui, e con lui, le avevano lanciate. Ma adesso, dal sommo della gloria e della lunga esperienza, Quintiliano può meglio comprendere e giudicare e misurare il valore delle accuse e delle difese e le esigenze della realtà. I suoi rari appunti sono incidentali e sono esposti in forma oggettiva:[228] piccoli e lievi colpi, che, nella costruzione del suo edificio, egli è costretto a dare contro alcuni particolari, che mal si adattano all’architettura dell’insieme. Il suo compito è un’altro: è anzitutto quello di rendere sano, pratico, perfetto l’indirizzo esistente. La sua opera riesce così mirabilmente architettonica, pensata, martellata, come un mosaico, fin nei minimi particolari, e fondata sur una conoscenza inappuntabile delle teoriche esistenti su ciascuna speciale questione. Per questa parte, i suoi successori non avranno per lungo tempo altro ad aggiungere od a creare: avranno soltanto a spiegare e a commentare Quintiliano. Ma assai più mirabile per ogni età sarà il principio informatore, che anima l’opera sua, principio creatore della pedagogia stessa. Egli concepisce il suo compito, non già come una comunicazione d’insegnamenti addizionali ed esteriori, ma come un’opera di formazione interiore del fanciullo e dell’adolescente, dai primi anni fino all’età matura, all’uomo che si sarebbe dovuto plasmare. La grande virtù dell’oratore non sarà, per Quintiliano, la schermaglia vana, che sprizza dall’abilità disonesta del cavillatore, ma il pensiero compiutamente reso, perchè compiutamente maturato; e l’oratore romano è, per lui, grande oratore, solo in quanto sia veramente uomo e cittadino.

Per tale rispetto, Quintiliano è il sommo tra gli scrittori latini di cose pedagogiche[229].

Ma, anche in quella sua esposizione, il maestro si rivela assai più grande del teorico. Gli ammonimenti, le osservazioni sagaci, le riflessioni particolari mostrano in lui una capacità insegnativa di prim’ordine, l’uomo che sa intendere, prendere e maneggiare i giovani secondo una propria idea, secondo una sua propria intenzione[230]. E a compiere questo miracolo didattico non avrebbero mai posseduto virtù sufficiente nè l’invidia dei colleghi meno fortunati, nè la rabbia malevola dei poeti satirici.