VI.

Gli elementi originali della politica degli imperatori Flavii sono pressochè tutti contenuti nell’opera di Vespasiano. I suoi due figli, durante il loro regno, non fecero che rispettarli e lasciarli immutati, senza dar mano ad alcuna aggiunta, senza tentare alcuna sostanziale innovazione. Che questo fosse avvenuto sotto Tito, noi lo apprendiamo da una notizia assai esplicita. Tito confermò tutti i benefici e i privilegi concessi dai predecessori.[231] Con lui dunque furono ripetute le immunità ai maestri di grammatica, di retorica, di filosofia; con lui fu ripetuto lo stanziamento in bilancio di una retribuzione per i retori; sotto di lui, Quintiliano continuò a dettar lezioni dalla sua cattedra, protetta dal favore del principe; e continuò, per i letterati e gli artisti, a spirare il benessere del governo di Vespasiano.

Lo stesso noi dobbiamo dire di Domiziano. Quintiliano infatti proseguì, fino all’88, le sue lezioni, percependo dallo Stato il sussidio consueto[232], e poco di poi veniva dal principe invitato a colmare i propri ozii con l’occuparsi dell’educazione dei suoi nipoti.[233] In compenso di questo e dei lunghi servigi resi all’istruzione pubblica, egli riceveva la prima onorificenza, con cui il governo del nostro paese avrebbe onorato il riposo ufficiale dei suoi maestri, il grado e le insegne consolari[234].

Ma, nei rispetti dell’istruzione pubblica, il governo di Domiziano è assai notevole per tre altri ordini di fatti: in primo, l’operosità sua a vantaggio delle biblioteche romane; in secondo, la restituzione delle antiche gare oratorie; in terzo, i nuovi impulsi dati all’educazione fisica e musicale.

Narra invero il biografo dei primi Cesari, Svetonio, che Domiziano, «senza badare a spese», fece costruire, e ricostruire, le biblioteche perite negli incendi precedenti, chiedendo per ogni parte nuovi manoscritti e mandando persino ad Alessandria persone, che li collazionassero ed emendassero, servendosi degli esemplari contenuti in quella biblioteca.[235] Si tratta, com’è facile intendere dalla diligenza, dai criteri e dalla difficoltà del lavoro, di un disegno di prim’ordine, che merita tutta la riconoscenza dei posteri. Quali siano state le biblioteche da Domiziano ricostituite, riesce a noi ben difficile indicare con sicurezza. È possibile che egli stesso abbia rifatto l’Ottaviana bruciata sotto Tito[236] e che ritroviamo menzionata più tardi[237], ma è impossibile tanto essere sicuri di singoli riferimenti, quanto completare l’elenco delle ricostruzioni, che dovettero essere molteplici[238].

Più interessante è invece porre in rilievo il fatto che tanta operosità imperiale, in rapporto alla fondazione e alla restituzione di pubbliche biblioteche, dovette, fin da questo momento, avere la prevedibile e consueta ripercussione nel campo dell’opera privata e comunale, in Roma e fuori. Numerose collezioni di libri dovettero, fin d’ora, aprirsi al pubblico, in Roma, in Italia e in provincia. Singoli privati, come poco di poi faranno il console Giulio Aquila Polemano, per Efeso,[239] Plinio il giovane, per Como[240], e, non sappiamo quando, un ignoto donatore, per Volsinii, cominciarono a legare ai municipii delle somme per la fondazione e il mantenimento di pubbliche biblioteche[241]. Le stesse collezioni private appalesano fin d’ora una grandiosità e una ricchezza, che suscitano commenti e censure, come quelle, in cui lo scopo della cultura appariva subordinato al lusso ed alla vanità[242]. Ma, come a siffatta bibliomania noi dobbiamo la conservazione di buona parte della produzione classica, così i dotti del tempo dovettero all’esempio, che veniva dall’alto, l’agevolezza, che fu ormai una consuetudine, di servirsi delle collezioni private dei loro doviziosi amici o mecenati, e, quindi, di istruirsi e di lavorare, il che, in circostanze diverse, non sarebbe certamente avvenuto. Per identico tramite, dovette, durante questo tempo, introdursi, nel regime delle pubbliche biblioteche, tutta la serie di liberalità[243], tendenti a soddisfare le esigenze dei lettori e degli studiosi, che sono oggi patrimonio universale di quei nostri istituti di cultura. Ed anche di questo noi dobbiamo essere, sopra ogni altro, riconoscenti all’ultimo degli imperatori Flavii.