IV.

Gli storici moderni non sono potuti essere, nè sono stati, più imparziali o più benevoli degli antichi. Per inevitabile caso, la maggior parte di coloro, che hanno studiato l’opera del grande Apostata, sono stati dei cristiani; taluni, dei ferventi cristiani. Questa condizione vietava loro di essere imparziali, e li sospingeva a precipitare là, dove conduce la più triste delle cecità, la cecità di parte religiosa. Ma sarebbe ciò stato possibile anche nel caso, non dirò di un opposto indirizzo, ma di una maggiore remissività di tendenze? È pur troppo da disperarne! La Chiesa, il Cristianesimo sono cose troppo intime, troppo connesse con la civiltà di cui viviamo, occupano troppa parte nella nostra vita d’ogni giorno, perchè con tutto il buon volere possiamo giudicare all’infuori delle nostre passioni e delle nostre prevenzioni. Specie poi in argomento come questo, che, con facile equivoco, tende a risuscitare le preoccupazioni di tutta la civiltà moderna pro o contro l’insegnamento così detto confessionale, pro o contro l’insegnamento così detto laico. In tali condizioni, la vantata imparzialità dello storico si riduce a ben piccola cosa: alla sua onestà nel servirsi delle fonti, alla cautela e al valore delle sue personali opinioni. Questo è tutto quanto gli si può richiedere. Ma è di questo, pur troppo, che gli storici di Giuliano hanno, nella grande maggioranza, mancato!

Spigolando infatti tra i giudizii meno remoti e più autorevoli, troviamo anzitutto che gli ortodossi espositori delle relazioni fra la Chiesa e lo Stato, nel IV. secolo di C., hanno definito con frasi durissime l’atto legislativo di Giuliano. L’editto, le cui parole apparirebbero imbevute di fiele e di vanità letteraria, rappresenta per loro, addirittura, il denudarsi sfacciato del suo odio anticristiano.[600] L’editto, ciecamente intollerante, sarebbe un misto di violenza e di astuzia settaria[601], il cui fine era soltanto quello di precipitare nell’ignoranza e nel disprezzo i Cristiani[602]. C’erano state persecuzioni più brutali, non mai persecuzione più irritante[603].

I tiepidi hanno scritto che l’editto fu un’iniquità, una misura insidiosa, illegale (??), intollerante, ben meritevole dell’aspra censura ch’ebbe a colpirla; che il moralista vi si appalesa un cavilloso azzeccagarbugli, e che il lettore non può non associarsi alla giusta ira di Gregorio Nazianzeno.[604] Hanno scritto che le vedute pedagogiche dell’editto di Giuliano sono da condannarsi da un punto di vista semplicemente umano, e che il diritto alla cultura ellenica è diritto sulla lingua e sull’eloquio greco, ma che esso è indipendente da qualsiasi più intima connessione con quella civiltà....[605] Giuliano avrebbe detto brutalmente, sia pure in veste filosofica: «O la mia scuola, o l’ignoranza», e avrebbe dato il primo crudo esempio di ulteriori dilemmi, coi quali altri Stati cercheranno di imporre la propria scuola ed i propri maestri.[606]

Finalmente, i più benevoli nel giudicare l’opera di Giuliano, quando non si sono accodati alle due categorie precedenti di censori,[607] non hanno sempre osato giudicare l’editto, e giustificarlo, senza reticenze, senza ambagi, parlando come forse pensavano. Hanno detto invece che l’opinione di Giuliano sul diritto degli studiosi e dei maestri a servirsi della cultura greca era, per il suo tempo, tanto giustificata quanto l’opinione degli avversarii; ma che oggi noi possiamo dire che la ragione stava dalla parte di questi ultimi, e che il giudizio di Ammiano Marcellino può ben meritare di essere a cuor tranquillo confermato.[608] Hanno spiegato che Giuliano concepiva la lotta fra la civiltà greca e la cristiana così come i cristiani più intransigenti, sicchè per lui nessuna conciliazione poteva supporsi fra l’una e l’altra, e bisognava che, in quel duello, ciascuna si avvalesse delle risorse e dei mezzi proprii e non tentasse trionfare con le armi dell’avversaria.[609] Ma hanno al tempo stesso avuto cura di premettere che, solo da tale punto di vista, tutto sociale dell’imperatore, e nel cui merito essi si sono ben guardati di entrare, i suoi provvedimenti potevano dirsi logici e giustificabili. Hanno soggiunto che Giuliano era più chiaroveggente dei suoi censori, giudicando impossibile l’uso equo e rispettoso degli autori pagani nelle scuole tenute da Cristiani, ma che sarebbe stato ancor più chiaroveggente, qualora avesse compresa, e non già respinta, la inevitabile, graduale infiltrazione di elementi ellenici nel cristianesimo. Che, ad ogni modo, si può disapprovare la sua politica, ma non disapprovare la sua indignazione contro i tentativi operati dai Cristiani a danno delle letterature classiche[610].

Solo fra i moderni, quasi ricollegandosi, non nel tenore dei giudizii, ma nelle audacie dell’indipendenza, agli Enciclopedisti e ai filosofi del secolo XVIII., i quali si erano sforzati di rivendicare il pensiero e la figura dell’imperatore Apostata, un italiano, Gaetano Negri, non storico di professione, ma fine osservatore ed uomo politico, ha discusso la non difficile questione con maggiore originalità e senno di ogni altro; e, movendo da considerazioni indubbiamente più elevate, ha giudicato che Giuliano era nel suo pieno diritto, allorchè esigeva il consenso dei maestri alle opinioni degli autori classici, oggetto del loro insegnamento. E poichè, dopo questo, egli rimandava i Cristiani ai libri genuini del Cristianesimo e i Pagani, ai libri del Paganesimo, egli non veniva con ciò — menomamente — ad infirmare la libertà religiosa dei suoi sudditi, nè tanto meno ad offendere quella che suol dirsi la libertà dell’insegnamento. Giuliano avrebbe, nella sua legislazione scolastica, applicato quella stessa teorica, che, nel grave dibattito dei diritti e dei doveri dello Stato, il Negri sceglie e fa, per suo conto, propria, la teorica, la quale riconosce che, in fatto di disciplina sociale, lo Stato è un interessato, il quale, come ha il diritto di difendere la propria organizzazione, ha anche il dovere di imporre — ai docenti che esso istituisce — una propria dottrina morale.[611]

Come avremo a vedere, le giustificazioni del Negri non sono sempre esattissime, ma egli è certo, fra i moderni, l’unico che abbia cercato di giudicare con criteri, che non fossero nè frutto di volgare empirismo, nè stereotipe ripetizioni di perifrasi altrui.