V.

Esaminiamo ora, per nostro conto, pacatamente, l’editto nelle motivazioni, che il suo autore ce ne porge, e nella sua intima essenza.

In esso, noi possiamo anzi tutto costatare che, se c’è qualcosa, da cui Giuliano mostra di rifuggire con tutte le forze dell’animo, qualcosa, anzi, che egli avversa con tutto lo sdegno della sua passione, è quella che noi diciamo la scuola secondaria neutra, quella scuola, in cui, pur aspirandosi alla educazione morale e intellettuale dei giovani, non si formano nè convinzioni, nè sentimenti determinati circa la vita ed il mondo, quella scuola, in cui le discipline che si insegnano, gli autori che si illustrano hanno il più estrinseco valore formale, e non solo nessun valore scientifico, ma nessun valore, nessuna efficacia formativa. La scuola è, per lui, generatrice o rigeneratrice di anime, e, per lui, «una sana istruzione ed educazione non consistono nella accurata euritmia delle parole e dell’eloquio, ma nella disposizione di una mente, che abbia un verace concetto del bene e del male, dell’onesto e del disonesto». E questa condizione, se egli riteneva opportuna per ogni forma e grado dell’insegnamento, diceva di ritenere «imprescindibile» — richiamo le sue stesse parole — per coloro che insegnano ai giovani, per coloro, che dicono di voler essere, non solo maestri d’eloquenza, ma eziandio di morale e di vita civile. È noto quali per gli Elleni si fossero il bene ed il male, il lecito e l’illecito, l’onesto e il disonesto. Il mondo classico nutriva fede indomita nella potenza della ragione, esaltava il valore della bellezza sensibile, la giocondità della vita, la energia superba dell’azione. Tutto ciò costituiva la sua caratteristica, la sua forza, la sua gloria, ciò che bisognava amare, e far amare, ed apprezzare.

Era questo il compito dei professori di letteratura. Esercitare un’azione morale sui giovani, dirigerne lo spirito, ciò che, a detta del grande Platone, i genitori richiedevano più ancora della scienza delle lettere e dell’arte della cetra[612], spettava agli illustratori della poesia e dell’arte antica, la grande, e, per lungo tempo, unica scuola del dovere, l’istitutrice per eccellenza della vita. Ma tutto ciò, come gli ideali dell’anima pagana, come la legittimità di dirigere a tale scopo la lettura dei poeti, dei prosatori, dei filosofi antichi, era — ed è stato in ogni momento della storia — recisamente negato dalla Chiesa cristiana.

Se però la censura e il pensiero di Giuliano riguardavano direttamente la scuola media del tempo, quella che appunto si diceva scuola del grammatico, essi non ismarrivano alcun che della loro efficacia, quando venivano ad applicarsi — come era pur detto — a uno degli insegnamenti superiori dell’antichità, quello della retorica. Non solo, invero, le differenze costitutive fra questi due gradi di istruzione, per cui oggi la prima si vuole essenzialmente educativa, la seconda, essenzialmente scientifica e professionale, non trovano esatta rispondenza nell’antichità, in cui, per limitarmi a un solo esempio, la scuola del retore continuava ad essere per buona parte una scuola formativa del gusto e del pensiero del discente. Ma, come se questo non bastasse, le esercitazioni, che la occupavano, erano, per loro essenza, le più lontane dallo spirito cristiano. La retorica, maestra della scienza oratoria, non poggiava infatti sulla verità assoluta, o su quella che tale si fosse creduta, ma sulla minore o maggiore capacità polemica degli argomenti, che essa porgeva a seconda delle circostanze. Suo punto d’onore era fornire gli espedienti, per cui si riesce a imporre, non già la convinzione del vero e la confutazione del falso, ma, indifferentemente, l’accoglimento dell’uno o dell’altro. Il retore, in quanto tale, non ha perciò opinioni o passioni; tutte le passioni e tutte le opinioni gli rimangono estranee. Egli non va a fondo di nessuno dei problemi del mondo e della vita; per lui, tutto sta nella maniera, con cui abbellire, e far passare, qualsiasi opinione; ed è noto, infatti, come il culto della forma per la forma, e la negligenza del contenuto, in quanto contenuto, sono giunti a noi dalle scuole di retorica dell’antichità.[613] Or bene, questo, nel piano generale della vita e dell’educazione pagana, aveva il suo scopo, il suo merito, come aveva anche i suoi pericoli. Ma che di più antitetico, di più contradditorio con lo spirito cristiano, e come mai dei Cristiani avrebbero potuto farsene maestri?

Ma, a parte tali considerazioni, come non sentire, e non prevedere, che il grammatico e il retore, che di cristiano non avessero soltanto il nome, erano naturalmente portati a opporre un’altra teologia a quella dei filosofi, che facevano studiare, a dare un senso nuovo alle leggende dei poeti, ad attenuare con delle riserve, a neutralizzare, non soltanto l’efficacia logica di quell’insegnamento, ma la stessa sua efficacia educativa, a spianare ad ogni istante le pieghe, ch’esso imprimeva nell’animo dei discenti. Tutto ciò equivaleva a cancellare il più che si poteva, a distruggere forse, l’efficacia di quella stessa scuola, di cui i docenti erano i ministri e i sacerdoti.

Ma se a questo si fosse limitato, il loro metodo avrebbe potuto costituire un male rispetto alle finalità della scuola, in cui insegnavano, ma in fondo, entro modestissimi confini, esso avrebbe pure potuto dar vita ad altre forme d’insegnamento e di educazione spirituale. Ma tutto ciò non facevano, nè potevano fare, che i migliori; i più dovevano vuotare la scuola classica di tutto il suo spirito, senza nulla collocare al suo posto; dovevano farla degenerare, come più tardi degenerò, in un esercizio, in una meccanicità, non si sa bene, se più risibile, o più colpevole. Sarà questo infatti il carattere generale dell’insegnamento classico in tutte le scuole cristiane, specie in quelle rette da religiosi; di qui avrà origine l’idea delle edizioni espurgate degli autori antichi[614], e Giuliano era perfettamente nel vero, quando voleva fin da principio impedire il consolidarsi di una tale deformità didattica.

L’insegnamento, dunque, che egli condannava, subiva la sorte meritata, non in quanto era impartito da una certa categoria di persone, più che da una altra; non in quanto contraddiceva alle idealità della società pagana, ma in quanto esso contraddiceva agli elementi oggettivi fornitigli dalla scuola, in cui s’impartiva, in quanto repugnava agli istrumenti, di cui si serviva, in quanto — peggio ancora — si tramutava nella negazione di se stesso. E la condanna di Giuliano, quali che ne fossero stati i primi eccitamenti personali, conteneva in sè un alto valore didattico ed educativo, come la tendenza, a cui le volute riforme rispondevano, era la sola capace di restituire alla scuola la virtù del docente, la sua efficacia, quale plasmatore di anime e di intelligenze, tutto ciò, infine, per cui la parola e il concetto di scuola han valore. Richiamando e grammatici e retori alla coerenza con se stessi, Giuliano restaurava l’uomo nel docente, e in quel suo richiamo era tanto di verità quanto difficilmente si sarebbe potuto trovare in una concezione opposta, magari liberata dagli errori, di cui l’imperatore avea potuto macolare la propria.

Non basta! Quest’idea centrale, profondamente sana, dell’illustrazione, che Giuliano premette al dispositivo del suo editto, non induce Giuliano, come si è pensato, al divieto assoluto dell’insegnamento ai Cristiani; lo fa invece concludere con la imposizione che esso sia da loro tentato con mezzi e con ispirito proprio. «Se [i maestri] pensano che furono sapienti gli autori, ch’essi ora illustrano, e di cui quasi seggono interpreti, li imitino anzi tutto nella pietà verso gli Dei. Ma, se invece pensano che quelli abbiano errato circa le Divinità, che dovrebbero essere più sacre, vadano nelle chiese dei Galilei e interpretino Matteo e Luca, i quali impongono, e Voi, maestri cristiani, ne ripetete il precetto, che si debba astenersi dalle cerimonie pagane.» E quanto ai giovani scolari, essi sono, nell’editto, dichiarati esplicitamente liberi di frequentare le scuole dei Cristiani o pure quelle dei grammatici e dei sofisti pagani, «chè non è ragionevole — continua l’editto — chiudere la via migliore a fanciulli, ancora ignari dell’indirizzo da scegliere, o condurli per timore nolenti alle patrie consuetudini»; «occorre, infatti, istruire, non punire, coloro che riteniamo in errore».

Dell’esigenza di una conformità tra le opinioni dei maestri e lo spirito pubblico non v’è dunque alcuna traccia; e così l’accusa, rivolta a Giuliano, di avere, con la sua legge e col suo editto, offeso la libertà dell’insegnamento, e di avere formulato l’una e l’altro solo allo scopo di apparecchiare la cieca e partigiana esclusione dei Cristiani dalle scuole, può dirsi tranquillamente, e in modo assoluto, infondata e suggerita o da partigianeria, o da esagerato ossequio alla tradizione, o da incompiuto esame dei fatti.[615]

Ma, se la libertà d’insegnamento non riceve nessuna violenza, è forse l’editto ispirato a una determinata teorica, concernente il diritto dello Stato d’imporre le proprie dottrine morali, e di escludere le altre, come taluno dei migliori fra i critici moderni ha pensato?[616]

Neanche questo. Giuliano non faceva una questione di privilegio per le dottrine dello Stato, ma una questione sostanzialmente pedagogica, quali che ne fossero state le ispirazioni politiche e morali, che ve lo avevano determinato, quali le ripercussioni, sociali e politiche, che potevano attendersene. O, se esercizio di prerogative dello Stato è nel suo editto a riconoscere, si tratta di ben altra cosa, non sufficientemente constatata; si tratta di una più intima ingerenza del potere centrale nelle faccende relative all’istruzione pubblica. Ma, per questo rispetto, l’imperatore nulla innovava; continuava bensì la politica, ormai da circa un secolo e mezzo inaugurata dai predecessori, politica che, incensurati o lodati, i suoi successori cristiani spingeranno a più estreme conseguenze[617], e che, in ogni modo, a torto o a ragione, è, dal progresso della civiltà, riconosciuta ovunque legittima.

Tutto questo non intesero gli scettici del tempo, anche se pagani; questo non volle intendere, o non intese, la maggior parte dei Cristiani, vuoi perchè le leggi emanate dai principi, debbono sempre, a ragione od a torto, combattersi dai loro avversarii, vuoi perchè la società cristiana si trovava allora già avviata in una pericolosa china di adattamento con la massa, o pagana o incredula, dei contemporanei, adattamento, da cui non ebbe mai più la possibilità di ritrarsi. Questo invece — l’abbiamo visto — intesero i pochi Cristiani intransigenti superstiti[618]. Nella loro ignoranza, essi forse non ricordavano che il problema dell’educazione, anzi il problema della incompatibilità dell’insegnamento pagano con la fede cristiana, era stato già dibattuto fin dalle origini del Cristianesimo, e che allora appunto i Cristiani l’avevano risolto come ora lo risolveva Giuliano. Ma la fede viva e pura fece loro intravedere ugualmente la occasione propizia di una rottura completa con le vecchie ideologie, e la continuazione, nella scuola, di una propaganda spirituale, che avrebbe ricollocato il mondo su nuove basi morali. Ed essi soltanto resero giustizia all’Apostata.[619]

Ma i critici antichi e recenti di Giuliano sono in certo modo giustificabili pel fatto che neanche l’imperatore intese tutta la portata del principio, da cui moveva, o, se la intese, non l’applicò in tutta la sua pienezza e in tutte le sue conseguenze.

Nell’editto, invero, il consenso intimo, che si richiede tra docenti e insegnamento, si limita solo alla fede dei primi e alle opinioni teologiche degli autori, strumenti del loro ministero. E mentre la scuola deve, non già infondere delle nozioni teologiche, ma determinare, in chi apprende, uno stato morale nei rispetti della vita, che ogni giorno si vive; mentre il difetto, constatato dall’imperatore — l’assenza dell’uomo nel maestro — inquinava la educazione del tempo, che s’era andata vuotando di qualsiasi contenuto spirituale e — peggio ancora — sterilmente meccanizzando, le perturbatrici prevenzioni religiose arrestarono e limitarono i provvedimenti di Giuliano a qualcosa, che parve, e in minima parte potè essere, rappresaglia religiosa e politica. Ciò che l’avrebbe — irrimediabilmente — perduto nel giudizio dei futuri.