V.
L’opera di Costantino a vantaggio della coltura e dell’istruzione pubblica è coronata da nuovi provvedimenti, tendenti alla difesa e alla conservazione delle opere d’arte, ch’erano state tramandate dall’evo antico.
Già notammo come, fin da Adriano e dai primi due Antonini, alla cura semplicemente edilizia delle città si era accompagnata l’altra delle loro opere d’arte. Ma adesso ci troviamo in un tempo, in cui più vivi e numerosi dovevano essere i motivi di una tale preoccupazione. La storia del periodo, che adesso s’inizia, segnala il disastro di demolizioni inconsulte, per opera di privati o di imperatori, gli uni e gli altri, sospinti da zelo religioso, da ignoranza, da misoarcaismo. La preoccupazione degli eccessi di tale andazzo è palese nelle costituzioni de operibus publicis, che si succedono fin da Costantino, e in esse è degno di rilievo l’insensibile sfumare della cura edilizia in quella delle antichità e delle belle arti, sì che difficile riesce segnarne il preciso confine.
Ma, in questa medesima età, dopo i lunghi torbidi di oltre un secolo, riappare altresì quella forma specifica di sorveglianza delle opere d’arte, che, creata dagli Antonini, assume via via nuove denominazioni. Troviamo ora, in Roma, un curator statuarum, addetto alla erezione e alla manutenzione delle statue urbane,[560] e, poco dopo, ma quale magistratura già da tempo in vigore, un centurionato rerum nitentium, a cura e tutela degli oggetti d’arte, nonchè dell’abbellimento dei pubblici monumenti della città[561]. E tutte queste non piccole preoccupazioni di un imperatore, sospinto dall’ironia della sorte a difendere, contro le ingiurie del tempo e le intransigenze dei seguaci della religione favorita, i segni superstiti del passato, che così vigorosamente egli aveva cooperato ad abbattere, devono andare, non soltanto a discarico di quella minima parte dell’opera sua, che fu accusata di irriverente iconoclastia artistica,[562] ma a merito grande — e positivo — della sua amministrazione.