V.
Ma la grande riforma, iniziata da Augusto nell’istruzione e nella educazione della gioventù, la riforma tutta sua, che da sola basta a fargli assegnare un posto eminente nella storia della civiltà italica, si svolge su altro terreno, con altri mezzi, ed è assai strano che gli storici dell’educazione e dell’istruzione nell’impero romano o non ne abbiano tenuto il conto che si doveva, o ne abbiano assolutamente taciuto. Intendo accennare alla prima organizzazione della gioventù italica in quelle associazioni, che saranno i collegia iuvenum romani e municipali.
Le fonti letterarie e storiche ci dànno con sufficiente ampiezza un’idea dei criterii, che, secondo Augusto, avrebbero dovuto informare l’educazione della nuova gioventù romana. Era il ritorno all’antico, all’esercizio fisico, alla vita militare, all’apprendimento e alla pratica della religione dei padri. Orazio, uno dei migliori interpreti del pensiero di Augusto e dei più efficaci diffonditori delle sue idee politico-sociali, cantava:
«Bisogna svellere i germi di ogni tendenza malvagia e temprare le infrollite menti a studii più aspri. I giovinetti inesperti non sanno stare a cavallo e han paura di esercitarsi alla caccia, troppo esperti invece, sia che si invitino al greco giuoco del paleo, sia a quello dei dadi vietati dalle leggi».[34] «Il giovinetto, ingagliardito dall’aspra milizia, apprenda invece a tollerare lietamente l’austera povertà, e, cavaliere temuto, tormenti coi colpi della sua lancia i Parti, e viva sotto l’aperto cielo, nell’ansietà dei cimenti»[35].
Dione Cassio, in una, storicamente famosa, allocuzione ad Augusto, ch’egli mette in bocca a Mecenate, ripete fedelmente, sebbene più prosaicamente: «Che i fanciulli dell’ordine senatorio ed equestre frequentino le scuole, e, appena divenuti adolescenti, apprendano a cavalcare e si addestrino nelle armi, avendo all’uopo maestri stipendiati dallo Stato per l’uno e per l’altro insegnamento[36]. Così essi, sin da fanciulli, saranno atti a sè e a ogni cosa, e capaci di fare quanto è necessario che facciano gli adulti, sia per averlo appreso che per averlo praticato»[37].
L’idea radiosa era nel pensiero e nel cuore di tutti i poeti civili del tempo, nel cuore degli amici e dei frequentatori del circolo di Augusto. Con quale compiacenza Virgilio non descrive le exercitationes e i ludi campestres della antica gioventù latina! «E già i giovani al termine della via vedevano le torri e le alte case dei Latini, e si accostavano al muro. Innanzi alla città, fanciulli e giovinetti si esercitavano a montare a cavallo, a reggere carri nell’arena, a tendere gli archi difficili, a vibrare dardi, e si sfidavano alla corsa ed al getto».[38] «Siamo noi una gente vigorosa fin dalla nascita. Noi portiamo ai fiumi i fanciulli appena nati e li tempriamo nelle acque gelide. I fanciulli frequentano le cacce e percorrono le selve; è loro giuoco domare i cavalli e tendere le saette su l’arco corneo. I giovani poi, tolleranti della fatica e contenti di un parco vitto, o lavorano il suolo, o battono in guerra le fortezze. Ogni età si esercita nelle armi, e l’asta rovesciata è il pungolo pei nostri giovenchi»[39].
E con quale compiacenza, a vieppiù esaltarli, non vi contrapponeva egli i costumi e la vita del mondo greco-orientale! Il mondo, in cui si vestono abiti tinti di croco e di porpora, ove la vita scorre tra gli ozii, i piaceri, le danze. Il mondo, in cui si portano turbanti intricati di nastri, e tuniche con maniche che impacciano; il mondo, ove non si conosce che il frastuono dei timpani e delle bifori tube di Cibele![40]. Oh, strappare la gioventù, e non la sola gioventù romana, alla perdizione, cui la guidavano gli invadenti costumi greco-orientali, ricondurla all’antico, e renderla gagliarda e sana di corpo e di spirito, gagliarda come l’antico figliuolo del suo progenitore,[41] infonderle il sentimento del dovere, della sua partecipazione alla vita dello Stato, renderla capace e degna della difesa e della gloria della patria!
Così Augusto disciplinò in quadri ufficiali la gioventù romana, rinnovò la consuetudine dell’antica educazione fisica, creò e organizzò un’efebia italica. Egli, sulle orme del padre suo, richiamò a certa vita l’antico equestre lusus Troiae per i fanciulli[42] e i ludi sevirales per i tirones, i giovinetti dai quindici ai diciasette anni[43], che dovevano anche partecipare ad altri giuochi ginnastici, a corse di carri, a cacce di bestie feroci nel circo[44].
Così essi, ora, come ai begli anni della storia romana,[45] tornano — prima del servizio militare — a esercitarsi quotidianamente al campo di Marte, marciano, cavalcano, nuotano, lottano, s’addestrano nel maneggio delle armi, nel getto del disco, dei dardi[46]. E come gli efebi greci riconoscevano, suprema autorità, il cosmeta, così i nuovi efebi romani riconoscono, quale loro cosmeta, l’imperatore. Come, in Grecia, la vita, gli studii, gli esercizii ginnastici e militari degli efebi erano guidati dai παιδορίβαι, in Roma, i fanciulli e gli efebi hanno i loro maestri: i magistri dei lusus Troiae, i magistri iuventutis,[47] i seviri equitum. E come la gioventù di ogni città greca aveva avuto un magistrato onorario, l’ἅρχων ἐφήβων,[48] così tutta la iuventus romana ha, quale magistrato onorario, il princeps iuventutis, che di consueto è un membro della famiglia imperiale.[49]