VII.
L’editto, che si legava alla legge del 362, rappresentava la parte negativa, il rovescio — diremo così — dell’opera, che Giuliano intendeva dedicare alla istruzione e alla educazione pubblica. Vedemmo come suo criterio dominante fosse quello di ridurre la scuola classica, da maestra di parole, come il tempo e gli uomini l’avevano resa, a diffonditrice di determinate ideologie. Un divieto non bastava a raggiungere tale scopo; occorreva un’azione positiva, e Gregorio di Nazianzo informa che Giuliano «aveva in mente di edificare conventi e monasteri», luoghi di ritiro e di studii religiosi, lontani dal mondo e dalle sue impurità. Meglio ancora, egli «si era accinto a fondare scuole in ogni città e a istituire cattedre di vario genere, dalle quali si spiegassero e si bandissero i principii fondamentali del Paganesimo e di cui talune avessero, come contenuto, un insegnamento morale; altre, delle materie più difficili e di indole specialmente teorica»[630].
È ben difficile, da una fonte, quale, a tale proposito, è la nostra — la violenta requisitoria di S. Gregorio di Nazianzo contro Giuliano — che accenna, più che non chiarisca, e la quale, per gli scopi che animavano il suo autore, tende, non tanto a spiegare, quanto ad annebbiare e a screditare i progetti di Giuliano; è ben difficile — dico — formarsi una chiara idea delle istituzioni vagheggiate da quest’ultimo. Tuttavia sembra che egli, per mezzo di un’istruzione, per natura sua più intima o meno esteriore di quella delle scuole del tempo, abbia pensato di tentare un ravvicinamento spirituale dei contemporanei all’anima della religione, della filosofia e della morale ellenica. Dalla scuola, così rinnovata, sarebbero dovuti escire i migliori sacerdoti e i maestri migliori delle nuove generazioni. Alla propaganda spirituale del Cristianesimo Giuliano intendeva contrapporre una propaganda spirituale dell’Ellenismo. Ed egli preparava le persone acconce a tale ufficio e s’accingeva a mandarle fra gli uomini, apostoli di un’idea, di una certa concezione della vita.
Quale che sia la fede religiosa dell’osservatore, è d’uopo convenire che il disegno era veramente nobile e grande e non meritava davvero le derisioni e le invettive, di cui il Nazianzeno l’ha ricoperto. Forse, anzi, la sua stessa bellezza era tanta da costituire una tra le condizioni negative della sua attuabilità; certo, la brevità del governo di Giuliano impedì che se ne sperimentassero i primi effetti.
Ma qui non si arresta la serie delle riforme vagheggiate da Giuliano.
Ammiano Marcellino e Giuliano stesso ci segnalano, in questa età, una vera e propria frenesia per la musica, ma insieme una decadenza del buon gusto e di quest’arte medesima. «Le poche case — scrive quello storico — un tempo celebrate per serietà di studi, ora sono invase dal gusto dei piaceri proprii della torpida ignavia, e risuonano senza interruzione di canti e del dolce tinnir delle cetre...... Non si fabbricano che organi idraulici e lire enormi come carrozze, tibie e strumenti di sesquipedali dimensioni, che servono ad accompagnare le pantomime»[631]. Giuliano, discorrendo di Antiochia, la città ellenistica per eccellenza, ribadisce queste accuse[632]. Ed egli stesso pensò, nei limiti delle sue forze, di ricondurre la musica verso la buona scuola del buon tempo antico. Esiste in proposito una ufficiale lettera di lui al prefetto d’Egitto, Edicio: «Conviene — scrive l’imperatore — se di cosa alcuna, curarsi della musica sacra. Tu dunque scegli, tra gli Alessandrini, fanciulli di buona famiglia, e ordina che siano loro fornite ogni mese due artabe[633] di frumento, olio e vino, e che i sovrintendenti dell’erario forniscano loro anche una veste. Questi fanciulli siano scelti per la loro voce, e quelli, che conseguiranno la perfezione nell’arte del canto e della musica, sappiano che Noi abbiamo stabilito per essi ricompense non piccole.... Quanto poi ai discepoli del musico Dioscoro, fa che apprendano con cura la musica: Noi siamo pronti ad aiutarli in tutto ciò che essi vorranno.»[634] Giuliano, dunque, e proponeva sussidii, e istituiva borse di studio, e prometteva premii ai giovani, che si fossero resi provetti nell’arte del canto e della musica, materia, della cui cura egli faceva ai monarchi un preciso dovere. Ebbe egli la fortuna di vedere realizzato il suo sogno? O la brevità del suo governo troncò insieme e la sua vita e le sue speranze?
Anche questa volta noi restiamo nella più assoluta incertezza. Ma è così per la massima parte dell’opera di quel principe disgraziato. Se un simbolo volesse tutta esprimerla con un segno solo, non potrebb’essere che quello stesso, che gli uomini pongono sulle tombe di coloro, i quali morirono giovani, perchè cari al cielo: il tronco di una breve colonna infranta; onde ciò che di vivo e di perenne resta di lui è solo, per noi, il senso dell’ardore, non mai placato, col quale egli amò quegli ideali, di cui non era destinato a vedere la gloria.
E di questo amore l’unica forma tangibile, in cui egli riuscisse a tradurlo praticamente, fu il favore largamente accordato ai dotti del tempo. Tornò con lui — si disse — il regno dei retori e dei filosofi, e gli uomini della città, che Giuliano amò di amore umano, i rappresentanti dell’Università di Atene — sentinelle morte di un passato irrevocabile — egli volle, nei brevi mesi della sua vita di monarca, colmare di ogni favore ed innalzare a suoi ispiratori quotidiani. «Fratello desideratissimo ed amatissimo», scriveva un giorno a Prisco, «io ti giuro, per l’Autore e per il Conservatore di tutti i miei beni, che, se io desidero vivere, è solo per essere a Voi utile; e, quando io dico Voi, intendo i veri filosofi, tra i quali sei tu[635].»
E attorno a sè egli chiamò, appena imperatore, il retore Mamertino, il sofista Imerio, i filosofi Massimo, Crisanzio, Eustazio, Aristosseno e Prisco stesso. Di simili inviti sono piene quelle sue lettere, che documentano l’attiva sua corrispondenza con gli uomini maggiori per intelletto e per cultura del tempo, con i succitati, con Temistio, con Sallustio, con Proeresio, con Evagrio, con Ermogene, con Libanio, con Eugenio, con Oribasio, con Elpidio, forse con Giamblico,[636], e con altri ancora. E come sono calde le sue esortazioni! Come egli, ch’è pur l’imperatore, mostra di sentirsi al disotto degli scalini del trono, che innalzano a ogni lor fedele la cultura e la scienza! Come sono teneri gli accenti, ch’egli trova per i suoi genitori spirituali, per i suoi maestri d’elezione! Libanio è «il suo fratello amatissimo.»[637] A Giamblico scrive: «Allorchè riconobbi il tuo messo, io corsi di un balzo a lui, lo abbracciai e piansi dalla gioia di avere tue lettere.... O nobile anima, tu, che sei il salvatore riconosciuto dell’ellenismo, tu devi scrivermi spesso, tu devi sorreggermi, eccitarmi, incoraggiarmi quanto più puoi.... Una tua lettera vale per me tutto l’oro della Lidia.»[638] Ad Aristosseno scrive: «Alcuno chiederà come mai noi possiamo essere amici, pur non conoscendoci di persona. Ma io chiedo a mia volta come mai amiamo quelli, che vissero mille o due mila anni prima di noi. Certo, li amiamo perchè furono valenti ed ottimi. Desideriamo dunque di essere tali anche noi, sebbene dall’esserlo realmente, almeno per parte mia, siamo le mille miglia lontani.... Ma a che mi perdo in parole? Se, perchè tu venga, occorre che non ti chiami, tu verrai certamente; se attendi una mia esortazione, ecco, io ti esorto. Vieni dunque a me!....»[639].
A Massimo scrive: «Se vuoi che la tua conversazione epistolare mi tenga luogo della tua presenza, scrivi, scrivi spesso, o, piuttosto, in nome degli Dei, vieni, e tieni per fermo che, fino a che starai lontano, io non potrò dire di vivere, se non in quanto mi è concesso di leggere le tue lettere.[640]».
Ecco in qual modo Ammiano Marcellino racconta l’episodio dell’arrivo di Massimo a Corte. Giuliano era intento a giudicare taluni processi, quando fu annunziato l’arrivo del filosofo. Egli balzò improvvisamente dal suo seggio, dimentico d’ogni riguardo, e gli corse incontro, fuori dal vestibolo, ad abbracciarlo e a baciarlo, e lo condusse seco trionfalmente nella sala[641].
E, come Massimo, tutti i retori, i sofisti, i filosofi, i dotti del tempo, sia che venissero a lui, sia che preferissero rimanere lungi dalla corte, ricevettero gli onori attesi e promessi. Mamertino, in un solo anno, percorse la scala di tutte le onorificenze; e fu intendente del tesoro, prefetto del pretorio d’Illiria, console; Temistio è prefetto; Aurelio Vittore è nominato consolare della seconda Pannonia e onorato di una statua di bronzo; Imerio, Prisco, Massimo occupano a Corte il primo posto tra gli amici e i consiglieri del principe. Crisanzio, che preferì non venire, è nominato gran sacerdote della Lidia; la sua consorte, sacerdotessa. E, quando Proeresio, in forza di un editto del principe, che non riguardava la sua persona, ma la classe in genere dei sofisti cristiani, rischiò di essere deposto dalla sua cattedra. Giuliano, memore, volle — sia pure invano — stabilire per lui un’eccezione. La religione li aveva divisi; l’amore della scienza antica li univa ancor più indissolubilmente.
La gioia di prodigare il suo amore alla cultura e agli uomini, che la impersonavano, la gioia di esserne ricambiato fu una delle poche, che Giuliano godesse nel triste viaggio della sua esistenza, l’unica, che lo accompagnasse fino all’ultimo respiro. E, nella notte tragica, in cui egli moriva sulle sabbie ardenti dell’Asia inospitale, il suo letto di morte era circondato dagli amici filosofi, coi quali egli s’intrattenne a lungo, conversando, come Socrate fra i suoi discepoli. E le ultime sue parole furono raccolte ed incise sulle tavolette di cera da colui, che doveva essere il suo futuro storico, Ammiano Marcellino; e l’anima sua, che fuggiva, sfiorò, passando, le fronti di Prisco e di Massimo, veglianti tra la febbre e lo spasimo a un capezzale, ove si spegneva infranta la vita dell’ultimo degli Elleni[642].
Così, nonostante il gran discutere degli antichi e dei moderni, chi adesso abbracci con uno sguardo tutta l’opera scolastica di Giuliano, deve rilevare che le sue riforme, come non sono macolate dalle colpe, che si è amato ascrivervi, nè ebbero il valor pratico di altre, che le avevano precedute o che le seguiranno, nè lasciarono traccia durevole nella storia dell’istruzione pubblica nell’impero romano. La morte interruppe l’esecuzione dei suoi disegni migliori, e il poco, che egli fece o tentò, si spense con la sua vita.
Ma chi da Giuliano volga lo sguardo a tutti i principi, che ressero lo Stato romano durante la seconda metà del IV. secolo di C., non può non convenire che questi furono anni veramente meravigliosi. Noi assistiamo alla creazione di un nuovo centro di studii medii e superiori, a una nuova germinazione degli studii liberali nell’Oriente, a nuovi impulsi, dati a tutti gli indirizzi della cultura, anche a quelli più remoti dall’antico pensiero classico, a un nuovo elevamento delle condizioni sociali dei maestri, ciò che costituisce l’indice migliore della civiltà d’uno Stato.
A tutto questo, che fu merito precipuo della casa di Costantino, corrispose un periodo di splendore nelle produzioni dell’ingegno greco e romano. Ma, poichè il ciclo di tale fenomeno si compirà alla fine del IV. secolo, noi attenderemo quel momento per considerarlo e descriverlo con ampiezza maggiore del cenno fugace, che qui, adesso, ne facciamo.
CAPITOLO VII. La dinastia valentiniana e l’istruzione pubblica nell’impero romano.
(364-383)
I. La reazione alla politica scolastica di Giuliano — II. Un regolamento disciplinare per gli studenti stranieri in Roma — III. Valentiniano riconferma le immunità; nuove immunità ai maestri di pittura — IV. Valente e la biblioteca costantinopolitana; Valente contro l’astrologia; distruzione di opere scientifiche classiche; giudizio che di lui fa Temistio — V. Le riforme scolastiche di Graziano; l’ordinamento delle scuole in Gallia — VI. Valentiniano, Graziano e i medici di Roma e della Corte; la cura dei monumenti antichi e delle opere d’arte — VII. La rinascita intellettuale in tutto l’impero.