VIII.
Ma, se così tristi furono le sorti della cultura cristiana, la mancanza di guerre estere e la nuova tranquillità, che, col governo della Tetrarchia, si era andata ovunque diffondendo, non avevano mancato, e non mancavano, di produrre, come sempre, i loro benefici effetti, specie in quelle provincie dell’impero, che godevano dei principi più tolleranti e più illuminati.
Un altro sopravvenuto motivo di bene era adesso il frazionamento dell’impero in quattro governi sufficientemente autonomi. Questa nuova condizione politica si traduce in un vivo stimolo ad occuparsi, ciascuno, dei territori, sottoposti alla sua giurisdizione, con quella sollecitudine, che mai non aveva potuto usare l’accentrato governo di Roma. Da questo momento perciò si hanno i più significativi indizi della cura imperiale, intesa ad estendere in Oriente e in Occidente la lingua latina e a far fiorire ovunque tutti i più svariati generi di studi[508].
Il mezzo è triplice: l’assunzione, quasi esclusiva, di dotti e di letterati alle supreme magistrature; l’eccitamento ai singoli comuni alla fondazione di nuove scuole; l’invito a maestri famosi di trasferire colà le loro cattedre. Così il retore Eumenio è subito nominato magister memoriae del reggente delle Gallie;[509] così Diocleziano chiama a Nicomedia il grammatico Flavio e il retore Lattanzio;[510] così Costanzo Cloro, vero «princeps iuventutis», come lo definisce un suo apologista,[511] sceglie ufficialmente per Augustodunum, il maggior centro intellettuale delle Gallie, quello stesso Eumenio, che già aveva chiamato al suo gabinetto imperiale.
Ma questa ultima nomina ha per noi assai più valore di quello che l’atto materiale non possa significare.
Le Gallie toccavano ormai, nel IV. secolo di C., la pienezza della loro civiltà e della loro romanizzazione. L’opera, iniziata fin da Augusto, aveva maturato i suoi frutti migliori. In circa tre secoli, esse si erano dappertutto popolate di scuole famose, da Autun (Augustodunum) a Vienne, da Arles a Tolosa, da Lione, a Bordeaux, da Poitiers ad Angoulème, da Besançons a Treveri.
Ma a questa germinazione spontanea, nella quale, se facili a supporsi, difficili a precisarsi erano, fino ad ora, i meriti ufficiali, si aggiungono, nel IV. secolo, gli sforzi assidui e diretti del governo imperiale.
La Gallia aveva molto sofferto durante il secolo precedente: era stata teatro di guerre civili fra gli autocandidati a l’impero, teatro di invasioni di Franchi e di Alemanni, aveva subito gli assedii e la distruzione di parecchie città, era stata devastata da insurrezioni di contadini e da scorrerie di briganti. Essa ben meritava dunque le cure speciali del nuovo governo, di cui, per giunta, era divenuta una delle residenze privilegiate. E quelle cure, come a tutto il resto, si volsero alla restaurazione degli istituti scolastici.
Augustodunum aveva più di ogni altro sofferto dei torbidi precedenti. Le sue scuole e i suoi monumenti erano stati devastati e saccheggiati; il titolare di quella cattedra di eloquenza, che l’aveva sin allora resa la regina delle Gallie, era morto, e Costanzo Cloro, intervenendo per la prima volta in un campo di amministrazione, che, fino a questo momento, era rimasto, in Gallia, dominio privato o municipale, sceglieva uno dei più insigni maestri del tempo, allora addetto alla sua cancelleria imperiale, il retore Eumenio[512].
La lettera di nomina, che noi conosciamo, è uno dei documenti più significativi dell’interessamento del principe verso gli uomini di studio e le cose dell’intelligenza, e, se fa onore a chi la ricevette, ne fa altrettanto a chi ebbe ad inviarla[513]. Ma Eumenio stesso, che più ne era in grado, come quegli, il quale avea occupato uno dei più eccelsi uffici a corte, illustra, in una sua orazione, gli intenti sociali e politici, che ispirarono quella manifestazione della politica imperiale. «Gl’imperatori», egli dice, «si sono curati della sorte delle lettere, con sollecitudine pari a quella fino ad ieri usata nell’amministrazione militare. Essi hanno stimato loro obbligo provvedere a che la scuola avesse un maestro, affinchè coloro, i quali occorreva formare all’arte della parola o alle cariche delle sacrae cognitiones o ai magisteria Palatii», «ricevessero una acconcia preparazione»[514].
Secondo Costanzo, dunque, spettava alla scuola media e superiore del tempo preparare alle professioni liberali e ai più alti uffici nello Stato. Ma lo studio delle lettere, non ha — per lui — soltanto uno scopo professionale; ne ha uno più elevato e spirituale.
«Le lettere, spiega l’antico magister memoriae di Costanzo, sono la base di tutte le virtù; sono maestre della continenza, della vigilanza, della pazienza. Esse, allorquando hanno piegato lo spirito fin dalla più tenera età, lo rendono atto a tutti gli uffici della vita, anche a quelli della milizia, che ne sembrano in più categorica opposizione...... Esse preparano le menti dei giovani ad amare un genere migliore di vita....»[515].
L’insegnamento è dunque una scuola di morale civile. Ma è anche scuola di patriottismo. I giovani imparano dai maestri «a celebrare le gesta dei Principi più illustri — (quale ufficio migliore potrebbe infatti spettare all’eloquenza?)». «Essi, nei locali scolastici, vedono, e ammirano, ogni giorno, le carte, in cui sono segnati tutti i paesi, tutti i mari, tutte le città, le genti, le nazioni, che gl’invitti Principi romani proteggono con il loro amore, avvincono con la loro virtù, tengono schiave col terrore»[516].
Per tali motivi, o anche per essi, è bene che l’istruzione sia impartita pubblicamente, e non privatamente. «Importa molto alla gloria dei Principi romani» «che i giovani, i quali sono istruiti per celebrarne le virtù, sentano il grande palpito, che li accompagna dal cuore di tutta la nazione»[517].
Ma non sono questi soltanto i particolari, che interessano di quella elezione. Fatto, per noi egualmente notevole, è che l’imperatore destini un pubblico docente ad una cattedra istituita, non già dal governo centrale, ma dalla città, e che tale circostanza non gli vieti di nominarvi egli stesso il titolare, nè di fissare il suo stipendio. Continuiamo, secondo si vede, a procedere per la china delle ingerenze imperiali nella istruzione pubblica municipale. Già dai Severi era stato concesso — come qualcosa che s’aveva diritto a concedere — la facoltà di destinare una parte dei redditi locali agli stipendii dei maestri; con i Gordiani, il principe stesso deferisce ai Consigli dei municipi le attribuzioni disciplinari su quei docenti; quaranta anni di poi, l’imperatore Probo municipalizza le scuole di uno dei centri più notevoli dell’impero; ora, il principe stesso impone il titolare di una cattedra comunale, e ne fissa il relativo stipendio.
Uno stipendio tutt’altro che trascurabile e il cui ammontare ha un ben alto significato! Esso fu di sexcena milia nummum,[518] pari, giacchè l’atto è posteriore alla riforma monetaria dioclezianea, a L. 15.000[519]. Or bene, quando noi pensiamo che Eumenio aveva, fino a quel momento, occupato uno dei maggiori uffici dello Stato, quello di magister memoriae[520], il quale era retribuito in misura elevata al confronto di parecchi altri;[521] e che, ciò non ostante, il suo stipendio di insegnante di retorica ad Augustodunum ne rappresenta una cifra precisamente doppia, possiamo ben farci un’idea del favore, di cui Costanzo volle circondare la restaurazione della scuola di Augustodunum, e, in buona parte anche, dell’importanza, che, nella società e nella politica del tempo, riscoteva il ministero dell’insegnamento medio e superiore.
Tuttavia è bene subito soggiungere che lo stipendio di Eumenio, a cui raramente si accostarono quelli dei suoi colleghi dell’Oriente e dell’Occidente, deve pur sempre considerarsi come un’eccezione, anzi propriamente come uno stipendio ad personam. Egli aveva occupato un ufficio notevolissimo nel gabinetto imperiale; e, quando aveva abbandonato quel posto per fare la volontà del suo sovrano, andando a dirigere una modesta scuola di provincia, era ragionevole, non solo che egli non vedesse assottigliato il proprio utile, ma che ricevesse un’indennità compensatrice. Ciò che, naturalmente, fu, a suo vantaggio, ordinato.
CAPITOLO V. L’istruzione pubblica nell’impero romano, Costantino il Grande e i suoi figli.
(312-361)
I. La monarchia Dioclezianea — Costantiniana e il trasporto della capitale a Costantinopoli. Ripercussione di ciò sulle sorti della istruzione pubblica nell’impero. — II. Costantino e la coltura. L’Università Costantinopolitana. — III. Una nuova biblioteca pubblica. Costantino e l’istruzione professionale. L’istruzione primaria; fine delle fondazioni alimentari. — IV. Privilegi e garanzie ai docenti privati e pubblici nelle città di provincia. — Ampliamento delle immunità e suoi motivi. Immunità ai professionisti delle arti edilizie e industriali. — V. Costantino e la cura delle opere d’arte. — VI. I figli di Costantino ne continuano la politica; gl’imperatori, il Senato e i governatori nella scelta dei maestri. Riforme nell’Università Ateniese. Dichiarazione dei nuovi criterii di governo in fatto d’istruzione pubblica. — VII. I figli di Costantino e probabile limitazione delle immunità.