a. 1240

L'anno 1240 morì frate Alberto da Pisa, ministro Generale dell'Ordine de' frati Minori, e fu eletto a sostituirlo frate Aimone d'Inghilterra, poichè frate Elia aveva apostatato e fatta adesione a Federico. In Gennaio dello stesso anno gelò si forte il Po che si passava dall'una all'altra parte del fiume a piedi e a cavallo. E nei mesi di Febbraio, Marzo e Aprile fu assediata Ferrara con grande oste da Azzone Marchese d'Este, e da Gregorio da Montelungo, Legato in Lombardia, e dal Doge di Venezia; e ognuno di loro aveva seco grosso esercito. E allora era Podestà di Ferrara Raimondo da Sesso. E i Ferraresi fecero la dedizione della loro città, e consegnarono il Salinguerra in mano ai prenominati Gregorio di Montelungo, Marchese d'Este, e Doge di Venezia. Il Salinguerra poi e con lui altri nobili suoi partigiani furono mandati prigionieri a Venezia; ove il Salinguerra stette a confino, e vi morì, e vi ebbe sepoltura. Egli fu uomo potente e famoso e celebre e stimato per gran sapienza. Resse benissimo la Signoria di Ferrara, come una volta l'aveva retta Guglielmo di Marchesella, e l'aveva data al Marchese d'Este, che prima non aveva avuto mai in Ferrara nulla che fosse suo. Ma realmente la città di Ferrara è del Papa, ed è terra della Chiesa; e l'ho udito io dire le cento volte, perchè io vi ho soggiornato sette anni, e l'ho udito anche da Papa Innocenzo IV in pubblica predica, stante che, quando egli predicava dal balcone del palazzo del vescovo di Ferrara, io era sempre al suo fianco. Tuttavia il Salinguerra usava dire: Il cielo è di Dio, ma la terra è degli uomini: Quasi con questo intendesse di gloriarsi come potente sulla terra. Ma nulla ostante egli morì nella laguna di Venezia. Era sapiente, ma ebbe un figlio stolto, come Salomone ebbe Roboamo. Quel suo figlio si chiamava Giacomo Torello, e anch'esso usava frequente un suo proverbio, che diceva: L'asen dà per la parè; botta dà, botta receve; che vuol dire: L'asino quando tira calci batte sulla muraglia; dà un colpo, e un colpo riceve, cioè, percuote ed è ripercosso. Ed i contadini giudicavano sapientissimo quel motto, perchè credevano che fosse detto a capello del Papa e dell'Imperatore, che allora erano tra loro discordi. In quel tempo era Papa Gregorio IX e Imperatore Federico II: dal quale fu presa Ravenna dopo la morte di Paolo Traversari. Qui è da notare che in antico eranvi a Ravenna quattro nobili casati, come ho letto più volte nel pontificale di Ravenna, dove ho dimorato cinque anni. Ed ora tutti que' casati, che erano i più nobili, e primeggiavano sugli altri, sono spenti; e l'ultimo a venir meno fu quello di Paolo Traversari, che a' miei giorni si estinse completamente. Questo Paolo Traversari fu bellissimo cavaliere, gran barone, straricco e ben voluto da' suoi concittadini; ma tuttavia ebbe in Ravenna un emulo ed avversario, che fu un certo Anastasio. Paolo ebbe un figlio, che lasciò una figlia non legittima, detta Traversaria dal nome del casato di lui. Io l'ho veduta assai volte, ed era bellissima donna ben costumata, di mezzana statura, cioè nè alta nè bassa. Papa Innocenzo IV la legittimò affinchè potesse reditare, e la diede per moglie a Tomaso Fogliani di Reggio, suo parente, cui fece anche conte nelle Romagne, e fu caro ai Ravennati. Questo Tomaso poi generò di quella un figlio, di nome Paolo, ch'io ho conosciuto bellissimo fanciullo ed avvenente, il quale, giunto al bivio della lettera pitagorica, morì lasciando erede Matteo Fogliani, che ne occupò poi i beni. Dopo la morte di Tomaso, la moglie sua si rimaritò col nipote del Marchese d'Este, cioè Stefano, figlio del Re d'Ungheria, fratello di Sant'Elisabetta, ma soltanto da parte di padre. Di questo matrimonio nacque un bel fanciullo, che in processo di tempo morì. E la moglie di Stefano morì e fu sepolta nel sepolcreto di Paolo Traversari nella chiesa di San Vitale in Artica a Ravenna. Stefano poi andò a Venezia ove chiuse i suoi giorni miserrimo e poverissimo. E, come disse Giuseppe parlando di Erode Agrippa, non era veramente uomo, per cui riguardo sia molto da rimproverare di sua mutabilità la fortuna. E come Giuseppe narra di tre speciali disgrazie d'Erode Agrippa, così noi possiamo dire di altrettante che colpirono Stefano. Prima sventura ad incoglierlo fu che sua madre, dopo la morte di Andrea Re d'Ungheria, fuggì dall'Ungheria incinta per timore di essere uccisa dagli Ungheresi, come avevano ucciso altra regina, cioè la madre di Sant'Elisabetta. Secondo, gli fu messo a carico che la madre lo avesse concepito da un tal Dionisio; epperciò non lo riconoscevano per figlio del re d'Ungheria, e non lo ammettevano alla successione. E questa cosa restò per molti anni dubbia nella mente del re d'Ungheria. E molti frati Minori Ungheresi, passando per Ferrara, volevano vederlo, e dicevano che si assomigliava perfettamente al re d'Ungheria suo padre. Terzo, perchè essendo allevato in Ferrara alla corte del Marchese d'Este, ed essendo tenuto appartato, perchè per diritto di più prossimo parente doveva essergliene il successore, come figlio di una nipote, che era figlia del fratello di lui Aldobrandino, fu portato in frattanto dalla Puglia sopra un asino un bambino, nato da una certa nobildonna di Napoli e di un certo principe Rainaldo, figlio di Azzone marchese d'Este già defunto, come si disse allora, ma in vero l'Imperatore teneva lo stesso Rainaldo in prigione a Napoli, come ostaggio. Se questo fatto sia fittizio, e inventato a malizia, o se sia vero, non so. Ma comunque fosse, Stefano fu espulso da Ferrara, e andò a dimorare a Ravenna: e il fanciulletto ultimo condotto tenne la signoria del Marchese d'Este....... E fu pessimo uomo...... Questi è Obizzo Marchese d'Este, che ora signoreggia in Ferrara, e che pe' suoi peccati..... è guercio. Perocchè caracollando in un torneo la vigilia di Pasqua, spezzatasi l'asta, si offese l'occhio destro e ne perdette la vista. E tali caracollamenti faceva perchè era innamorato di una donna, che era presente. Così pure fu detto di lui che... stuprava in Ferrara le mogli de' nobili e de' plebei. Alcuni dissero che questo Obizzo fosse figlio.... Inoltre spogliò la famiglia Fontana, che lo aveva esaltato e sublimato, e la espulse da Ferrara. Molto male fece, e molto ne riceverà da Dio, se non si emenda. Con Ottobono, che diventò poi Papa Adriano, ebbe sì intima amicizia che sposò poi una parente di lui, d'onde gli nacquero tre figli ed una figlia. Il primogenito fu Azzone, che prese per moglie una parente di Papa Nicolò III, romano, che, quand'era Cardinale, si chiamava Giovanni Gaetani; e al posto di Cardinale subentrò Matteo Rossi, figlio di Orso, fratello germano del Papa. Questo Matteo Rossi era governatore, protettore e censore dell'Ordine de' frati Minori a seconda della loro regola. E Papa Nicolò lo designò e lo diede all'Ordine, quantunque i frati avessero già prima fatta domanda di avere Girolamo, stato già loro ministro Generale. Secondo Cardinale parente del Papa fu Giacomo Colonna, che è favorevolissimo all'Ordine de' Minori. E quando era ancor giovane e cittadino privato, quando cioè non era ancora stato elevato ad alcuna dignità, da Bologna ove era a studio, andò a Ravenna a visitare per divozione le chiese; perchè in Ravenna, tutto il mese di Maggio, vi sono amplissime indulgenze; e molti vi accorrono dalle diverse parti del mondo per conseguire colle preghiere quelle indulgenze che sempre desiderarono. Perciò dunque Giacomo venne a Ravenna, ove io allora abitava nel convento de' frati Minori della Chiesa di S. Pietro maggiore, in cui si venera il corpo di S. Liberio, eletto per mezzo di una colomba, e fui designato ad accompagnarlo, e lo condussi a tutti i Santuarii dentro e fuori della città. Terzo Cardinale, parente di Papa Nicolò III fu Latino dell'Ordine de' frati Predicatori. Questi, in quanto alla fisonomia, a mio giudizio, si assomigliava pienamente a Pietro Lambertini di Bologna. Papa Nicolò lo fece Legato per la Lombardia, e con una certa sua ordinanza diede assai su' nervi a tutte le donne, comandando che le loro vesti fossero sol tanto lunghe da arrivare a terra, più la giunta di un palmo. Perocchè prima traevano per terra la coda delle vesti con uno strascico di un braccio e mezzo. Onde al proposito dice Patecelo:

Et drappi longhi ke la polver menna.

La lunga vesta che la polve innalza.

E lo fece pubblicare nelle chiese, e l'impose alle donne come precetto, ordinando anche che nessun sacerdote potesse assolvere quelle che non vi si attenevano; la qual cosa fu alle donne più amara che la morte. Ed una mi disse in confidenza che si teneva più cara quella coda che tutto il resto del vestiario. Oltrecciò il Cardinale Latino comandò che tutte le donne, giovinette, donzelle, maritate, vedove e matrone uscissero di casa col capo velato. La qual cosa fece loro orrore. Ma pure a questa vessazione seppero trovare un rimedio, mentre non era possibile averlo per le code. Perocchè fecero fare veli di bisso e di seta intessuta con oro, coi quali acquistavano un'apparenza dieci volte più seducente, e provocavano maggiormente a lascivia coloro che le riguardavano. Quarto Cardinale parente di Papa Nicolò fu Giordano, suo fratello germano, uomo di poca dottrina e quasi laico. E creò questi quattro Cardinali suoi parenti per esaltare que' del suo sangue e della sua carne. E così fece la Chiesa cosa della sua famiglia, come fecero talvolta alcuni Pontefici romani, de' quali dice Michea.... Ed io in mia coscienza credo certissimo che l'Ordine del beato Francesco, del quale io sono un umile, anzi il minimo fraticello, abbia ben mille frati Minori, che per ragione di scienza e di santità sarebbero più degni del cardinalato che molti di quelli, che per parentela ne furono insigniti dai romani Pontefici. E ve n'è un esempio recente. Papa Urbano IV di Troyes promosse al cardinalato Angero suo nipote, lo esaltò e lo sublimò, quanto a ricchezze e ad onori, sopra tutti i Cardinali della corte; mentre prima non era che un vilissimo scolaretto, tanto che portava a casa dal macello le carni anche per altri scolari, coi quali studiava. In seguito poi s'è saputo che era figlio del Papa. Quarta sventura di Stefano fu la morte di suo figlio e di donna Traversaria sua moglie, dalla quale aveva avuto in Ravenna e per le Romagne ricchezze, onore e gloria. Laonde dovette rifuggirsi a Venezia, ove morì nella desolazione e nella miseria. Dopo questo, cioè dopo la morte di Stefano, venne un certo Guglielmotto dalla Puglia con una certa donna, che lo seguiva, e che prima si chiamava Pasquetta, e le pose poi nome Aica, e la diceva sua moglie, e figlia di Paolo Traversari. Ma sta di fatto che l'Imperatore Federico aveva presa l'Aica figlia di Paolo Traversari, e l'aveva mandata come ostaggio in Puglia, e poi, sdegnato ardentemente contro il padre della fanciulla, la fece gettare in una fornace accesa, e così essa volò al cielo. E vi era presente, e la confessò, un frate Minore di nome Ubaldino, nobil uomo di Ravenna, fratello di Sigorello, e che dimorava in Puglia. Era bellissima giovane; nè vi è punto da meravigliare perchè ebbe un bellissimo padre. Guarda Paolo Traversari, e guarda Re Giovanni, e giudica, se sai, chi di loro sia più bello. Ma questa Pasquetta, che si dava per figlia di Paolo, e s'era assunto il nome di Aica, era brutta donna, deforme, misera e oltremisura avara. Ed io lo so, chè ho parlato secolei in Ravenna, dove io abitava quando venne colà, e l'ho vista le centinaia di volte. Essa aveva imparato a conoscere da una sua donna i costumi di colui, che voleva far credere suo padre; come anche le condizioni di Ravenna. Inoltre un certo tale di Ravenna, ch'io ben conosceva, e che andava frequentemente in Puglia, di dette cose maliziosamente la istrusse, sperando, se la fortuna la portava in alto, di ottenerne da lei un premio. Costui si chiamava volgarmente Ugo di Barco, ed io lo conosceva. Giunse pertanto Guglielmotto con sua moglie; e i Ravennati, avendone avuta notizia, si rallegrarono e andarono loro incontro per fare a loro una festosa accoglienza. Uscii anch'io col frate mio compagno sin fuori porta S. Lorenzo, e stetti sul ponte del fiume aspettando per vedere come la finisse. E intanto mi venne incontro un giovane correndo, e disse: E perchè non sono venuti gli altri frati? In verità sin anche il Papa, se fosse a Ravenna, dovrebbe venire a vedere tanta letizia. Ciò udendo, lo guardai, e sorrisi, e dissi: Che tu sii benedetto, o figlio; hai parlato bene. Entrato in Ravenna, si recarono tosto alla Chiesa di S. Vitale a visitare innanzi tutto la tomba di Paolo Traversari. E Pasquetta, stando davanti all'arca di Paolo, cominciò a piangere a udita di tutti, quasi piangesse per Paolo, personaggio nobile, valoroso e prudente, come se fosse stato suo padre. Spiacque però quel mostrarsi sdegnosa di vedere che anche Traversaria fosse sepolta nel sepolcro di suo padre. Poscia andarono agli alberghi già per loro allestiti. Queste particolarità me le raccontò Giovanni monaco sagrista di S. Vitale, amico mio, che era presente e vide. Il giorno dopo, Guglielmotto tenne un'allocuzione davanti al Consiglio de' Ravennati. Egli era bel cavaliere e magnifico oratore. E, terminata la sua orazione, e fatte nella concione le sue proposte, i Ravennati gli offrirono e promisero più di quello che aveva richiesto. Perocchè erano lieti che rivivesse il casato di Paolo. Gli stessi sensi provò anche Filippo Arcivescovo di Ravenna, oriondo toscano. E Guglielmotto entrò in possesso di tutti i beni e di tutte le terre di Paolo con sicurezza maggiore di quella, colla quale li aveva posseduti Paolo stesso. Ed ebbe abbondanza di denaro e di rendite; e fabbricò corti, casali, mura e palazzi, e molti anni, come ho visto io, gli arrise la prospera fortuna. Ma dopo si levò contro la Chiesa, e perciò fu espulso da Ravenna, e si smantellarono tutti i suoi palazzi e tutti i suoi edifizii. Quella Pasquetta sua moglie, che si faceva chiamare Aica, da lui non ebbe figli; però mandò in Puglia e si fece condurre due ragazzi, uno di cinque e l'altro di sette anni, che diceva essere suoi figli. Finalmente ne morì uno, e fattolo seppellire nel sepolcreto di Paolo, cominciò a mandar grida di dolore, e a dire esclamando: Oh! magnificenze di Paolo, ove vi abbandono? Oh! magnificenze di Paolo ove vi abbandono? Oh magnificenze di Paolo, ove vi abbandono? Finalmente, insorgendo molte guerre, chiuse i suoi giorni a Forlì, e Guglielmotto se ne tornò in Puglia spogliato e nudo; sicchè gli si potrebbe applicare il detto del poeta;

Non eodem cursu respondent ultima primis.

Non gira sempre egual la cieca Dea;

Or lieta t'accarezza, ed or t'è rea.

Che poi di queste frodi, di queste simulazioni e di queste corbellature ne possano avvenire al mondo, non è punto da dubitare, perchè ne abbiamo molti esempi. Ed anzi tutto il finto Alessandro, ai tempi di Cesare Augusto, di cui parlano le storie. Così si dica del conte di Fiandra, che morì oltremare. Dopo molti anni arrivò un tale, che assomigliava in tutto al conte, e si presentò alla contessa di Fiandra dicendole ch'egli era suo padre; e sapeva dire cose dalle quali si poteva congetturare che dicesse la verità. Ma avendogli essa, per suggerimento dei suoi, chiesto chi lo avesse fatto cavaliere, non seppe rispondere, e quindi lo fece impiccare. Il terzo caso è di Federico Imperatore deposto, dopo la cui morte si trovò un eremita, che era di aspetto somigliantissimo all'Imperatore, e conosceva punto per punto le cose del regno, dell'impero e della corte Reale. Alcuni principi e baroni della Puglia, volendo invadere ed occupare il regno, coll'assenso di lui lo tolsero dal romitaggio, e divulgarono che l'Imperatore viveva ancora. E l'eremita si prestava col suo assenso a queste cose, perchè sperava acquistarne ricchezze ed onori. Ma Manfredi figlio di Federico, che era chiamato principe, lo fece prendere e ordinò che fosse sottoposto a tormenti e fatto morire. Nota che questa frode, riguardo a Federico, si presumeva facile a condursi a buon fine, perchè nella Sibilla si legge: Si divolgherà in mezzo ai popoli: vive e non vive. Laonde anch'io per molto tempo stentava a credere che fosse morto; se non che l'udii poi co' miei orecchi dalla bocca stessa di Innocenzo IV, quando nel suo ritorno da Lione egli predicava al popolo affollato in Ferrara. Perocchè io era sempre al suo fianco, e disse nella predica: Quel Signore che una volta fu Imperatore, nostro nemico, e avverso a Dio e alla Chiesa, è morto, come per sicuro è stato annunziato a noi. L'udirlo mi riempì di stupore, e appena ancora potei crederlo. Perocchè io era Gioachimita, e credeva, e m'aspettava, e sperava che Federico fosse per fare ancora mali maggiori di quelli che aveva già fatti, sebbene non fossero pochi. Quarto esempio ne è quello di un certo, che diceva di essere Manfredi, figlio di Federico, quel Manfredi che era stato debellato da Re Carlo, fratello di Lodovico re di Francia. E perciò Re Carlo ordinò che quel finto principe Manfredi, che gli si era presentato, fosse ucciso. E fece uccidere a que' dì molti che s'infingevano Manfredi. Ma di ciò basti. Perocchè queste cose non le ho dette di proposito, ma soltanto trattovi dal caso di Paolo Traversari. Perchè lo spirito spira quando vuole, e non è in potere dell'uomo impedirnelo. Ora ritorniamo all'anno di cui si cominciò a parlare. Nel 1240 adunque l'Imperatore assediò Faenza, che si arrese a patti, ma, entratovi, ruppe la fede loro data.