a. 1247

L'anno 1247 l'Imperatore Federico già deposto perdette Parma sul finir di Giugno. Questa è la mia città, quella cioè di cui sono nativo, e la tenne stretta di assedio dal Luglio al Febbraio successivo. Lo stesso anno durante l'assedio, io uscii di Parma, e andai a Lione, e avendolo il Papa saputo, subito il dì d'Ogni Santi mandò cercandomi; perocchè, dal dì della mia partenza sino a quello del mio arrivo a Lione, il Papa non aveva saputo nulla di Parma nè per notizie sicure, nè per voci vaghe; e stava aspettando l'esito della contesa. E avendo io parlato da solo a solo in camera con lui, molte cose si dissero, e poi egli mi assolse da tutti i miei peccati e mi diede la facoltà di predicare. Lo stesso anno in cui Parma si ribellò all'Imperatore, fu fatto ministro Generale frate Giovanni da Parma in un Capitolo generale tenutosi a Lione in Agosto, mentre ivi ancora soggiornava Papa Innocenzo IV. Lo stesso anno Boso di Dovara fu podestà di Reggio; e tenne due mesi i Reggiani col Re nei pressi di Guastalla. E nello stesso anno il Re con Ezzelino fecero prigione Ugo de' Roberti da Reggio insieme a molti altri presso Fano[76]. Fano poi è una piccola terra nella diocesi di Reggio presso l'Enza; come pure vi è Bibiano, Tortigliano e Cavigliano, ove sono canali e prati. E distrussero Brescello[77], Berceto[78] e tutta la diocesi di Parma verso Brescello al di qua dell'Enza[79], e occuparono il ponte che avevano fatto i Mantovani. E lo stesso anno fu catturata una squadra di barche dei Mantovani presso Brescello, ed un'altra presso Gramignazzo[80], e furono uccisi molti Mantovani. Ed i Mantovani incendiarono quanto apparteneva alla diocesi di Cremona da Torricella[81] in giù. E i Milanesi, i Bresciani, i Bolognesi e i Veneziani stettero due mesi a campo presso Luzzara[82]; perocchè eravi una guerra grossa, intricata e piena di pericoli, essendo che la Repubblica co' suoi alleati contro la Chiesa, e questa contro quelli, s'erano con grande ardore levati in armi. E morì a Lione il Patriarca d'Antiochia, che era de' Roberti di Reggio, ed era stato vescovo di Brescia a' tempi di un gran terremoto; in occasione del quale essendo uscito di camera per le grida di un frate Minore, che dimorava nella corte vescovile, subito dopo per scossa di terremoto rovinò la camera stessa; d'onde riconobbe da Dio la sua salvezza, e si convertì a lui pienamente. Perciò fece voto, e promise di fermo, che per tutta la sua vita avrebbe serbata intatta quella castità che per lo innanzi non mantenne illibata, e che in vita sua non mangerebbe più carni; e tenne il voto. Tuttavia colla sua famiglia usava largo trattamento, secondo il consiglio di Grisostomo ecc. Faceva quel che dice l'Apostolo ai Romani 12: Rallegratevi con quelli che sono allegri, e piangete con quelli che piangono; e faceva bene; e sapeva sollazzarsi a tempo e luogo. Onde, essendo un dì a tavola con tutta la sua corte e molti altri, vide che un certo giocoliere ascose di furto un cucchiaio d'argento. Pertanto chiamò il suo servo, e gli disse: Non renderò a te il mio cucchiaio, se prima ciascuno de' commensali non ti abbia renduto il suo; giacchè dice l'Apostolo agli Efesii IV: Chi rubava non rubi più. E così con queste parole mise sull'avviso il siniscalco, e ricuperò il cucchiaio. Questo Patriarca fu uomo di poca dottrina; ma il molto bene che faceva compensava il difetto della scienza. Perocchè fu largo limosiniere e recitava ogni dì l'uffizio dei morti con nove lezioni. Perchè adunque il Patriarca d'Antiochia perdurò in bontà di vita, dacchè aveva rivolto il cuore all'amor di Dio, Iddio per mezzo di miracoli mostrò alla sua morte che era stato suo servo ed amico degno di gloria; de' quali miracoli non parlo per brevità, e perchè mi affretto a parlar d'altre cose. Col Patriarca poi d'Antiochia visse molt'anni frate Enrico da Pisa dell'Ordine de' Minori, che tante volte parlò assai favorevolmente del prenominato Patriarca a me e agli altri frati. Questo frate Enrico da Pisa fu bell'uomo, di mezzana statura, largo, cortese, liberale e franco. Sapeva star bene a conversazione con tutti, acconciandosi al fare d'ognuno, ben accetto ai frati e ai secolari; il che è di pochi. Così pure fu predicatore rinomatissimo e grazioso al clero e al popolo. Sapeva scrivere, miniare, o, come dicono, lumeggiare (perchè col minio il libro si lumeggia), scrivere musica, comporre bellissime e deliziose cantiche non meno a canto fermo che a canto modulato, cioè note rotte e doppie. Fu distintissimo nell'arte del cantare. Aveva voce profonda, sonante, che riempiva tutto il coro. Aveva poi una doppia nota sottile, altissima, acuta, dolce, soave, dilettevolissima. Fu mio custode nella custodia di Siena, e mio maestro di canto a' tempi di Papa Gregorio IX. E allora viveva anche frate Luca di Puglia, dell'Ordine de' frati Minori, di cui è il libro intitolato: Sermonum memoria. Quest'ecclesiastico fu letterato e dotto in filosofia scolastica, e in Puglia dottore esimio in teologia, rinomato, solenne e di gran fama; e l'anima sua per la misericordia di Dio riposi in pace, e così sia. Frate Enrico da Pisa fu uomo morigerato, divoto a Dio e a S.ª Maria Maddalena. Nè è da meravigliarsi perchè questa Santa era la titolare della sua parocchia in Pisa. Nella città poi di Pisa la beata Vergine è la titolare della chiesa matrice, nella quale io fui ordinato diacono dall'Arcivescovo di Pisa. Frate Enrico compose molti inni e molte sequenze. Perocchè fece e musicò per canto la seguente composizione:

Christe Deus — Christe meus,

Christe Rex et Domine.

Per la voce d'una sua divota che andava cantando per la chiesa maggiore di Pisa musicò:

E tu no cure de me; — e no curaro de te.

Così fece l'altra a tre voci:

Miser homo — cogita facta Creatoris.

Musicò pure per canto quel componimento di maestro Filippo Cancelliere di Parigi:

Homo quam sit pura — mihi de te cura.

E perchè, quand'era custode, si trovò malato nell'infermeria del convento di Siena, e non poteva scrivere musica, chiamò me, e fui il primo a scrivere le note del suo canto, mentre egli cantava. Così mise in musica per canto quell'altra composizione del cancelliere, cioè:

Crux, de te volo conqueri.

E... Virgo, tibi respondeo.

E... Centrum capit circulus.

E... Quisquis cordis et oculi.

E per quella sequenza..... Iesse virgam humi Davit compose un canto delizioso, che si canta con assai diletto, mentre, prima della sua, aveva una musica rude e dissonante. La composizione della sequenza l'aveva fatta Riccardo di S. Vittore, come ne compose tante altre. Musicò anche deliziosamente per canto gli inni di S.ª Maria Maddalena, composti dal cancelliere di Parigi, cioè:

Pange, lingua Magdalenae.

con altri inni. Parimente intorno alla risurrezione del Signore fece la sequenza, composizione e musica, cioè:

Natus, passus Dominus

Resurexit hodie.

Il secondo canto poi che l'accompagna, ossia il concanto, lo compose frate Vita Lucchese dell'Ordine de' frati Minori, il miglior cantore che si conoscesse nell'uno e nell'altro canto, cioè nel canto fermo, e nel canto a note rotte, o doppie. Aveva voce sottile, ma piacevolissima a udirsi, nè vi era persona tanto severa che non l'ascoltasse con diletto. Cantava alla presenza di Vescovi, Arcivescovi, Cardinali e Papi e l'ascoltavano volentieri. E se alcuno avesse chiacchierato quando frate Vita cantava, tosto si udiva ripetere il detto dell'Ecclesiastico XXXII: Non interrompere la musica. E se talvolta un usignuolo cantava in un cespuglio, o in una siepe, taceva se udiva cantare il frate, e l'ascoltava attentamente, e poi ripigliava il suo canto, e così alternamente cantando risuonavano per l'aria soavissime voci. E della sua perizia fu tanto cortese, che invitato a cantare non se ne scusava mai, nè per voce impedita da infreddatura, nè per altra cagione. E perciò non si potevano applicare a lui que' versi soliti a dirsi, cioè:

Omnibus hoc vitium est cantoribus, inter amicos

Ut nunquam inducant animum cantare rogati.

D'ogni cantor brutto difetto è questo

Di non voler cantar quand'è richiesto.

Anche sua madre e sua sorella furono abilissime nel canto. Egli fece anche la nota sequenza, composizione e musica:

Ave mundi — spes, Maria

e compose molte cantiche con musica melodica, della quale si deliziavano assai i chierici secolari. Costui fu mio maestro di canto in Lucca l'anno 1239, quando avvenne quella orribile oscurità di sole. E quando Tomaso da Capua Cardinale della corte romana, e il più insigne scrittore della corte stessa, compose quella sequenza:

Virgo parens gaudeat

e pregò frate Enrico da Pisa di musicarla per canto, e ne fece una musica bella, dilettevole e soave a udirsi, frate Vita ne compose il secondo canto, ossia il concanto. Ed ogni volta che trovava qualche canto semplice di frate Enrico, volentieri vi applicava il concanto. Perciò Filippo Arcivescovo di Ravenna volle che frate Vita facesse parte della sua famiglia, quand'era Legato nei Patriarcati di Aquileia, di Grado, di Ragusa, di Ravenna e delle diocesi e provincie di Milano e di Genova, e in generale di Lombardia, Romagna e Marca Trivigiana. E gli piacque averlo, tanto perchè era suo concittadino, quanto perchè era frate Minore, ed anche perchè sapeva cantare e comporre. Morì a Milano, e fu sepolto nel convento dei frati Minori. Fu di persona magro, gracile e di statura maggiore di quella di Frate Enrico; aveva voce più da camera che da coro. Più volte uscì dall'Ordine, più volte vi rientrò; e, quando ne usciva, entrava nell'Ordine di S. Benedetto. E quando poi voleva essere riammesso, il Papa gli usava indulgenza per amore del beato Francesco, e per la dolcezza del suo cantare. Ed una volta cantò tanto soavemente che una certa suora, che l'udiva, saltò giù da una finestra per andare con lui; ma non potè perchè si ruppe una gamba. Però fu molto bene pesata quella sentenza di frate Egidio, detto da Perugia non perchè fosse Perugino, ma perchè lungamente ci visse e vi morì, uomo sempre trasportato da estasi e tutto santo, quarto frate nell'Ordine de' Minori, compresovi il beato Francesco, quando disse: È una grazia grande non aver grazia. E intendeva parlare non della grazia di Dio, ma della grazia acquisita a studio, e da natura, per la quale molti fanno male i fatti loro. In vero frate Enrico da Pisa fu mio intimo amico, e tale quale la Sapienza descrive l'amico ne' Proverbi 18. Un uomo che ha degli amici dee portarsi da amico; e v'è tale amico che è più congiunto che un fratello. Imperocchè ed egli aveva nell'Ordine un fratello mio coetaneo, ed io vi aveva un fratello coetaneo di lui, e mi amava, disse, come il proprio fratello; e, fatto ministro Provinciale in Grecia, Provincia di Romanìa, mi diede una lettera di obbedienza, in virtù della quale io poteva, quando mi piacesse, recarmi da lui a far parte de' frati della sua provincia con qualunque compagno mi fosse stato a grado. Inoltre promise di regalarmi una Bibbia e molti altri libri. Ma non vi andai, perchè lo stesso anno che arrivò là, vi morì mentre presiedeva un Capitolo provinciale a Corinto, dove è sepolto e riposa in pace. Profetò, ossia predisse il futuro, quando a udita de' frati a Capitolo, disse: «Ora dividiamo i libri dei frati defunti, ma può essere che tra breve s'abbiano a dividere i nostri» — E s'avverò, poichè nella stessa adunanza capitolare furono divisi i suoi. Noi non possiamo raccontare le storie altrimenti da quello che furono di fatto, e come vedemmo le cose cogli occhi nostri a tempo dell'Impero di Federico e molti anni dopo la morte di Federico, sino a giorni in cui scriviamo, anno del Signore 1284. Io poi, scrivendo diverse cronache, mi sono valso di stile semplice e chiaro, acciochè mia nipote, per cui le scriveva, potesse intendere quel che leggesse; nè curai lo splendore delle parole, ma la sola verità dei fatti, che io esponeva. Mia nipote poi era suor Agnese, figlia di mio fratello, la quale giunta alla biforcazione della lettera pitagorica, entrò nel monastero di Santa Chiara in Parma, e sino ad oggi, giorno in cui scrivo, anno 1284, continua a restarvi per servire a Gesù Cristo. Questa mia nipote ebbe elevatissimo lo spirito d'intelletto della Sacra Scrittura, ingegno buono, memoria, e un favellare grazioso e facondo. Or dunque essendo stato l'Imperatore Federico deposto da Papa Innocenzo IV, erane irritatissimo, come orsa a cui siano rapiti i figli, e inferocisca nel bosco. E s'aggrupparono intorno a lui tutti quelli che erano spiantati, e, carichi di debiti, avevano l'animo amareggiato; e divenne loro capo. Ma ascolta ciò che dice la Sapienza ne' Proverbii 17: Scontrisi pure un uomo in un'orsa, a cui sien rapiti i figli, anzi che in un pazzo nella sua pazzia: qual fu Federico, che non riconobbe i beneficii ricevuti dalla Chiesa. Ma non senza punizione. Perocchè dice la Sapienza ne' Proverbii 17: Il malanno non si dipartirà mai dalla casa di chi rende il mal per lo bene. Il che si è verificato evidentemente in Federico, la cui casa è totalmente distrutta. L'anno dunque del Signore 1247 pochi cavalieri di Parma che, banditi dall'Imperatore, soggiornavano a Piacenza, ed erano di gran cuore, robusti, forti e a trattar le armi esperti, ed avevano il veleno in petto, tanto perchè le loro case in Parma erano state smantellate, quanto perchè era duro quel dover ospitare ora in una casa or in un'altra, (perocchè erano in esiglio e in bando, ed avevano numerosa famiglia e poco denaro, fuggiti da Parma a miracolo per non restare prigionieri dell'Imperatore) vennero da Piacenza, entrarono in Parma ai 15 di Giugno, ed espulsero que' di parte imperiale. Prima però arrivati da Piacenza a Noceto[83], adunatisi in un prato, e armati su' loro cavalli, tennero una concione, ed elessero Ugo Sanvitali loro Capitano e vessillifero, ben sapendo che, quando non vi è chi governa, il popolo cade a ruina. Ed era quell'Ugo uomo forte, e saggio ed esperto nell'armi. Tra loro eravi pure Ghiberto da Gente oratore affascinante, che disse: Assaltiamo ora compatti i nostri nemici come unanimi abbiamo eletto il nostro capitano. E Gherardo da Arcile soggiunse. «Sia in noi ardire e prontezza a vivere o a morire da forti: niuno fugga, niuno tremi di paura; perocchè il Signore combatterà coi forti, e il suo aiuto verrà su voi dal cielo». Inanimiti adunque a tali parole, corsero all'assalto e diedero gran battaglia al Podestà e ai militi Parmigiani a Borghetto di Taro[84]; ed ivi cadde morto Enrico Testa d'Arezzo Podestà di Parma, mio conoscente ed amico, che voleva bene a tutti i frati Minori. E parimente restarono sul campo il suo scudiere, e Manfredo Cornazzani, e Ugo di Magnarotto de' Visdomini, e molti altri; e Bartolo Tavernieri, ferito, rifuggissi a Costamezzana[85] con alcuni suoi amici. E allora alcuni tedeschi del partito imperiale dissero ai fuorusciti: Venite a Parma, e sicuramente occuperete la città, che noi non faremo resistenza. Ed incontanente i predetti Cavalieri Parmigiani, banditi dall'Imperatore, mossero sopra Parma, e la presero, e la tennero. I Parmigiani allora convocarono un consiglio, ed elessero loro Podestà Gherardo da Correggio. E questo accadde ai 16 di Giugno, Domenica. E il Lunedì successivo i Parmigiani mandarono ambasciatori al Comune di Reggio Armanno Scotti ed un altro in sua compagnia a domandare che si dessero liberi nelle loro mani que' prigionieri di Parma, che si sostenevano nelle carceri di Reggio. Ma Buoso Podestà di Reggio negossi di concederli. E questi fuorusciti riuscirono per molte ragioni ad invadere facilmente ed occupare Parma, 1º perchè il Re Enzo, a cui il padre aveva commessa la difesa di Parma, era andato coi Cremonesi ad assediare Quinzano[86] nella diocesi di Brescia; 2º perchè l'Imperatore era in una città di Lombardia, che si chiama Torino, per correre a Lione a far prigionieri il Papa e i Cardinali; chè, come si dice, alcuni avevano promesso di dargli in mano tutta la Corte Romana. Ma nutrirono propositi, che non poterono effettuare. Perchè? Perchè Giobbe nel libro V ha detto che Dio: Disperde i pensieri degli astuti, e fa che le lor mani non possono far nulla di bene ordinato; 3º perchè Bartolo Tavernieri in quel dì celebrava le nozze di sua figlia Maria con un Bresciano, che per questo motivo s'era recato a Parma; e quelli che andarono contro ai Parmigiani fuorusciti, che sopravenivano, erano per le succolentissime imbandigioni servite al pranzo, intorpiditi, e brilli di vino; e s'alzarono da tavola colla cieca arroganza di avvilupparli al primo scontro; ma essendo presso che briachi, tanto al Borghetto quanto nella ghiaia del Taro n'ebbero la peggio, e molti di loro vi lasciarono la vita; 4º perchè la città di Parma era da ogni parte aperta, nè aveva cinta di sorta; 5º perchè que' fuorusciti che si avvicinavano per entrare, facevano il segno della croce, e a mani giunte gridavano: Per amore di Dio e della beata Vergine sua madre, che è la nostra patrona in questa città, vi piaccia lasciarne entrare nella città nostra, d'onde senza colpa fummo espulsi e cacciati in bando; e del resto il nostro ritorno non turberà la pace d'alcuno, nè vogliamo ad alcuno fare ingiuria. Udendo queste cose i Parmigiani di dentro, che per la via, senza armi, erano andati ad incontrarli, vinti dalla loro umiltà, furon tocchi da compassione, ed anche riconoscendo che venivano con propositi di pace, dissero loro: Entrate in città sicuri nel nome del Signore, ed avrete il nostro aiuto in tutto; 6º perchè quelli che erano in città non si pigliavano briga di queste contese, nè avevano parteggiato prima per la fazione di quelli che ritornavano, nè mai avevano impugnate le armi per l'Imperatore. Ma sia banchieri, sia cambiavalute, sia artigiani, non smettevano per questo di stare a' loro banchi, o alle officine, come se nulla accadesse; 7º perchè que' nobili e potenti, che erano in città partigiani dell'Impero, subito, abbandonata la città, si sparsero per le diocesi ai loro castelli e al loro fortilizii, per timore di perderli; 8º perchè anche i tedeschi dell'Imperatore, avendo saputo che da que' fuorusciti era stato ucciso il Podestà di Parma, temendo anche per la lor vita, li invitavano a fare pacificamente della città quello che fosse loro in grado. Fecero altrettanto le guardie del palazzo e della torre del Comune..... Quasi due Re furono Enrico Testa Podestà di Parma e Paolo Tavernieri Capitano della parte imperiale in Parma a favore dello Imperatore. Questi due non poterono star di piè fermo alla sua presenza venendo con un esercito che era assai sottile; 9º perchè principalmente speravano di ricevere tra breve soccorsi da diverse parti. E 1º da Papa Innocenzo IV, che aveva in Parma molti parenti e affini; e perchè i Parmigiani volevano battere l'Imperatore nemico di lui, anzi avevano già cominciate le ostilità; 2º da Gregorio Montelungo Legato per la Lombardia, che era già preparato in Milano a venire co' milanesi e con Bernardo di Rolando de' Rossi Parmigiano e cognato di Papa Innocenzo IV...; 3º dai Piacentini; 4º dal Conte di S. Bonifazio di Verona; 5º dai Bolognesi e dai Ferraresi e da tutto il partito della Chiesa. Ma qui è da notare, (perchè subito si conosca quel grande intrico di cose) che i Modenesi partigiani del Papa erano fuori di città, e i partigiani dell'Imperatore erano dentro. Così era in Reggio; poco dopo anche in Cremona. E perciò in quel tempo si ebbe grossa e lunga guerra. Nè i contadini potevano arare, nè seminare, nè mietere, nè piantar vigne, nè vendemmiare, nè abitare nelle ville; specialmente nell'agro parmigiano e reggiano, modenese e cremonese. Tuttavia vicino alle città i contadini lavoravano difesi dai militi delle città stesse, che si spartivano in quartieri secondo le porte delle città. Ed i militi armati difendevano tutta la giornata gli operai che coltivavano i campi. E questo era necessario a farsi a cagione degli assassini, dei ladroni e dei predoni, che si erano moltiplicati a dismisura. E facevano prigionieri gli uomini per costringerli a riscattarsi con denaro; e rapivano, e mangiavano, e vendevano i bovini. E se i ricattati non pagavano il prezzo del riscatto, li appendevano per i piedi, o per le mani, e schiantavano loro i denti, o mettevan loro, per indurli a riscattarsi, rospi in bocca; la qual cosa era più dolorosa e abborrita di ogni sorta di supplizio. Ed erano più crudeli che i demonii. E il vedere a que' dì passare un uomo sconosciuto per la via, era come vedere il diavolo. Perocchè l'uno sospettava sempre che l'altro il volesse catturare e incarcerare, perchè, secondo il detto de' Proverbii 13, fossero riscatto della vita dell'uomo le sue ricchezze. E il territorio era ridotto ad una solitudine, non trovandovisi nè agricoltori, nè passeggieri. Perocchè ai tempi di Federico, specialmente dopo che fu deposto dall'Impero, e Parma gli si era ribellata, e avevagli dato il calcio, le strade maestre erano deserte, ed i viandanti andavano per sentieri fuori di strada, e si moltiplicarono i mali sulla terra. E sovrabbondarono gli uccelli e le bestie selvatiche, come i fagiani, le pernici, le quaglie, le lepri, i cavrioli, i corvi, i bufali, i cinghiali e i lupi. E i lupi, che non trovavano presso le ville, secondo il consueto, animali da divorare, come agnelli e pecore, essendo le terre state messe totalmente a fuoco, in branchi numerosissimi ululavano per fame fin presso alle fosse delle città, e sbranavano uomini, donne, ragazzi, che trovavano a dormire sotto i portici, o sui carri; e talora, rompendo, penetravano attraverso le muraglie delle case e divoravano i bambini. Nessuno potrebbe credere senza aver veduto, come ho veduto io, le orribili cose che in quel tempo si facevano tanto dagli uomini, come dalle fiere d'ogni specie. Anche le volpi s'erano di tanto moltiplicate, che ne ascesero due sul tetto dell'infermeria a Faenza, in quaresima, per ghermire due galline che erano nel solaio. Delle quali ne fu presa una nello stesso convento de' frati Minori, dove io era, ed ho veduto co' miei occhi. Ed io ho dimorato cinque anni a Faenza, cinque a Ravenna, e più anni or quà, or là per la Romagna, un anno a Bagnacavallo[87], ed un'altro a Montereale[88]. E quella maledetta guerra invase, corse e distrusse tutta la Romagna nel tempo, in cui io vi dimorava; e quando i Bolognesi coi Lombardi ed altri, che erano accorsi in loro aiuto, assediarono Forlì, io era con loro. Ma non la poterono prendere, come piacque a Dio e al beato Francesco, alla cui vigilia cessò l'assedio. E dimorando io in villa, un certo secolare mi disse che aveva preso alla trappola in alcuni villaggi incendiati ventisette gatti grossi e belli, e ne aveva vendute le pelli a chi le conciava, e non vi ha dubbio alcuno che una volta in tempo di pace fossero domestici in quelle ville. Il sesto aiuto poi che ebbero i Parmigiani fuorusciti, che entrarono in città, fu che non solo l'Imperatore era stato scomunicato e deposto dall'Impero; ma Papa Innocenzo IV aveva eziandio prosciolti tutti dalla sudditanza di lui, come appare chiaro sulla fine di quel decreto, che fu redatto nel Concilio generale, in cui fu proclamata la sua deposizione, ove si dice: «Prosciogliendo in perpetuo dal giuramento tutti quelli che per giuramento di fedeltà sono a lui vincolati, e proibendolo colla nostra autorità apostolica, fermamente comandiamo che nessuno ubbidisca a lui quale Imperatore e Re; e se alcuno a lui come Imperatore e Re presterà consiglio, aiuto, o favore, sia per questo fatto solo scomunicato». E per la sua ingratitudine a tutta ragione meritò l'Imperatore questa pena. Perocchè aveva osato alzare la fronte e ricalcitrare contro la Chiesa, che lo aveva allevato, difeso da' nemici e innalzato al fastigio dell'Impero. E perseguitava la Chiesa, e le moveva accanita guerra; il che era ingratitudine grandissima. E tale fu Federico; e perciò a ragione deposto dall'Impero; perocchè non riconobbe i favori ricevuti. E nota che tutte quelle surricordate maledizioni di guerre, sterilità di campi, moltitudine di bestie selvaggie, quantunque io le abbia narrate in anticipazione, a tempo loro furono vere, cioè dopo che Parma la ruppe coll'Imperatore, e parteggiò per la Chiesa. Ora ripigliamo il filo della nostra storia. L'anno adunque 1247 Re Enzo, che era all'assedio di Quinzano coi Cremonesi, avendo saputo che i banditi da suo padre, che erano a Piacenza, avevano occupato la città di Parma, si disanimò talmente che, sciolto l'assedio di Quinzano, s'affrettò a partire marciando tutta la notte, non con canti, ma muto e gemente, come quando un esercito si dà alla fuga dopo una rotta. Io soggiornava allora nel convento de' frati Minori a Cremona, perchè io era frate Minore; e perciò seppi benissimo queste cose. Sino dalla prim'alba i Cremonesi si trovarono col Re Enzo ad una conferenza che durò sin a mattina inoltrata; e dopo in tutta fretta presero cibo, e uscirono insieme col carroccio in testa. Nessuno atto a portar l'armi e a battersi restò in Cremona. Ed io credo di fermo che se difilato fossero corsi sopra Parma, e avessero coraggiosamente combattuto, senza dubbio l'avrebbero ripresa; sia perchè Parma era d'ogni parte aperta, sia perchè non era ancor giunto a' Parmigiani alcun aiuto; e molto più perchè la maggior parte dei cittadini se ne stavano indifferenti; nè parteggiavano per quelli che di recente erano rientrati, nè per quelli che erano fuggiti, ma si curavano soltanto de' fatti loro. E se l'uno de' belligeranti conoscesse lo stato del suo nemico bene spesso potrebbe sconfiggerlo. Ma per volere di Dio Re Enzo s'attendò coll'esercito Cremonese presso il Taro morto, e non corse su Parma, aspettando che il Signore la colpisse colla sua destra. Voleva anche quivi attendere l'arrivo dell'Imperatore suo padre, che era a Torino, città sui confini della Lombardia; chè la Lombardia si estende sino a Susa e al Moncenisio. Di là comincia la signoria del Conte di Savoia, e continuando si entra nel Ducato di Borgogna, ove è la città di Lione, che è la prima metropoli della Francia. Ed ivi soggiornava allora Papa Innocenzo IV, co' suoi Cardinali. Taro morto poi si chiama una massa d'acqua, che esce dal Taro vivo o corrente allorchè esso ribocca, e forma un bacino d'acque stagnanti, come di lago, in cui abbondano le scardove, i lucci, le anguille, e le tinche; e si trova presso il convento dei Cisterciensi, chiamato da loro Fontevivo[89], che dista sette miglia da Parma. Ma intanto che ivi Re Enzo aspettava l'arrivo del padre, da ogni parte ed ogni giorno sopravvenivano aiuti ai Parmigiani fuorusciti, che erano rientrati in città. E Rizzardo Conte di S. Bonifacio di Verona, strenuo e prode guerriero, quando Parma si ribellò all'Imperatore, per primo accorse in aiuto de' Parmigiani; i quali per riconoscenza del segnalato servizio loro fatto, gli assegnarono per alloggio il palazzo imperiale, che è all'Arena[90], e gli affidarono la guardia di quella parte della città che è volta verso Seggio. Il giorno dopo arrivarono i Piacentini, che erano trecento cavalieri bene equipaggiati d'armi e di cavalli. Questi ebbero a difendere la città accampati nella ghiaia del torrente, tenendosi anche di piè fermo lunghe ore in sella, se le mosse del nemico lo rendevano necessario. E tale servizio era per loro più un divertimento che una fatica. Talora restavano anche nei loro alloggiamenti, o se ne ivano per città sollazzandosi a piacere. Tre giorni dopo l'arrivo del Conte di S. Bonifacio giunsero da Milano con mille cavalli Gregorio di Montelungo Legato del Papa, e Bernardo di Rolando Rossi, cognato di Innocenzo IV. E questi facevano la guardia, quand'era necessario, nella ghiaia del torrente a monte della città. Ed i Parmigiani col Legato si appostarono fuori Città lungo la strada che va a Borgo S. Donnino; e per ripararvisi dalle incursioni del nemico si munirono di fossa e di steccato. Ma l'Imperatore infiammato d'ira e furibondo per le cose accadutegli, volò verso Parma, e in una villa, che si chiama Grola (era ricca di vigneti, che producevano buon vino, chè il vino di quella terra è ottimo) costruì una città cinta da ampie fosse, e la chiamò Vittoria, come presagio degli eventi futuri; e le monete coniatevi fece chiamare Vittorini, e la chiesa maggiore, S. Vittorio. Ivi stanziavano l'Imperatore col suo esercito e Re Enzo coi Cremonesi. E l'Imperatore mandò pregando i suoi partigiani di accorrere subito a grandi giornate, in suo aiuto. Il primo ad arrivare fu Ugo Botteri Parmigiano, nipote, da parte di sorella, di Innocenzo IV, Podestà allora di Pavia, e condusse tutti i Pavesi atti a portar l'armi. Nè il Papa potè mai nè con promesse, nè con preghiere staccare questo suo nipote da Federico; quantunque dimostrasse sempre maggior predilezione alla madre di lui che alle altre due sorelle, ch'ella aveva, anch'esse maritate a Parma. Dopo lui arrivò Ezzelino da Romano[91], Signore allora della Marca Trivigiana, conducendo seco numerosissimo esercito. Questi incuteva più terrore che il diavolo; chè per lui era niente uccidere uomini, donne, ragazzi, e incrudelire atrocemente. Neppur Nerone fu pari a lui nella efferatezza, nè Domiziano, nè Decio, nè Diocleziano, sebbene fossero stati i più crudeli tiranni. Perocchè fece bruciare in un sol giorno undici mila Padovani nella piazza di S. Giorgio a Verona[92], appiccando il fuoco all'edifizio entro cui erano, e mentre le fiamme li struggevano, caracollava attorno a loro, e correva torneamenti co' suoi cavalieri. Sarebbe lunga e miseranda la narrazione di tutte le sue atrocità, e ci vorrebbe un grosso volume. E credo di fermo che siccome il Figlio di Dio volle avere uno specialissimo amico e fatto a sua somiglianza, cioè il beato Francesco; così il diavolo volle Ezzelino. Del beato Francesco si dice che a lui solo Iddio diede cinque talenti. Perocchè nessuno mai visse in terra, tranne il beato Francesco, a cui Cristo imprimesse a sua somiglianza le cinque piaghe. Sicchè, come disse a me frate Leone suo compagno, che era presente al lavacro del suo corpo fattosi prima di seppellirlo, pareva appuntino un Crocifisso deposto dalla Croce. Perciò gli si attaglia benissimo il detto dell'Apocalisse I: Vidi uno somigliante ad un figliuol d'uomo. In che poi fosse simile non ridico, poichè l'ho già scritto altrove, e mi affretto ad altro. E siccome sembra suonar male il dire che un uomo è simile a Dio, principalmente perchè la Scrittura dice in Giobbe XXXII: Non confronterò Dio ad un uomo, sappi che la scrittura dice in altro luogo: Vi sarà uno simile a Dio tra i figli di Dio? Ma Ezzelino in molte malizie e atrocità fu pienamente simile al diavolo. Dopo Ezzelino arrivarono a soccorso di Federico molte genti, cioè i Reggiani e i Modenesi di parte Imperiale, banditi dalle loro città, e que' di Bergamo e d'altre città della Lombardia e della Toscana e d'altre parti del mondo, che non erano del partito della Chiesa. Inoltre a lui ne vennero di Borgogna, di Calabria, di Puglia, di Sicilia, di Terra di lavoro, di Grecia, e di Lucera de' Saraceni, e quasi d'ogni nazione, che è sotto il padiglione del cielo. E così adunò uno smisurato esercito. Con tanta gente però non gli fu possibile occupare che la strada che va a Borgo S. Donnino: le altre parti della città non s'accorgevano quasi d'essere assediate. E perchè l'Imperatore s'avea fatto proposito di distruggere sin dalle fondamenta la città di Parma, e trasportarne gli abitanti a Vittoria, e rasa Parma al suolo, in pena di ribellione, e per segno di perpetua vergogna, e per esempio alle altre città, sullo spianato seminarvi il sale come simbolo di sterilità, tutte le donne Parmigiane ricche, nobili e potenti, tutte si recarono a pregare la beata Vergine che liberasse Parma dall'Imperatore e dagli altri nemici: perocchè i Parmigiani tenevano in grande reverenza il nome di lei, come titolare della chiesa matrice. E, per essere più facilmente esaudite, fecero fare d'argento il modello in rilievo d'una città, e lo offrirono come dono e voto alla beata Vergine. Tale opera rappresentava in argento, ed io l'ho vista, tutti i principali edifici di Parma, il duomo, ma non quale era, il battistero, il palazzo del vescovo, il palazzo del Comune ed altri molti edifizi, che insieme raffiguravano la città. La Madre pregò il Figlio; il Figlio esaudì la Madre, a cui per ragione nulla poteva negare. E avendo la Madre della misericordia pregato il Figlio di liberare la città da quel nembo di nemici che le soprastava, e già era sul punto di dar fiato alle trombe per la pugna...... Nel tempo però che corse tra la cacciata degli imperiali dalla città e la sconfitta che i Parmigiani inflissero all'Imperatore a Vittoria, uscivano ogni dì dall'una e dall'altra città i balestrieri, gli arcieri o saettatori, i frombolieri, e, come ho visto io co' miei occhi, si battevano accanitamente. Ma anche gli assassini scorrazzavano quotidianamente per la diocesi, portando in ogni luogo rapina e incendio; e Parmigiani, Reggiani e Cremonesi reciprocamente si danneggiavano il più che potevano. Sopragiunsero poi anche i Mantovani, e li ho visti io co' miei occhi incendiare tutto Casalmaggiore[93]. E l'Imperatore ogni mattina si recava co' suoi nell'alveo della Parma, e, sotto gli occhi stessi de' Parmigiani, per disanimarli col terrore, faceva decapitare tre o quattro, e anche più se ne aveva il maltalento, de' Parmigiani, o Modenesi, o Reggiani di parte della Chiesa, ch'egli avea prigioni. E questa decapitazione si eseguiva nell'alveo del torrente più in su del ponte di Donna Egidia[94], in un luogo detto Biduzzano[95]. E intanto tutta la milizia dell'Imperatore stava in armi, per timore che i Parmigiani cogli alleati loro, che erano sempre coll'armi in mano, irrompessero alla vendetta. Ma è proverbio che dice:

Non faciunt anni, quod facit una dies

Non fan molt'anni — quanto può fare un giorno.

E questo giorno fu quello in cui i Parmigiani costrinsero l'Imperatore a fuggire ignominiosamente dalla sua città di Vittoria. E bene lo meritò, perchè fece subire morte tormentosa a molti innocenti. E ne sono prova Andrea da Trezzo, nobile cavaliere Cremonese, e Corrado da Berceto, chierico e prode guerriero, cui in molti e varii modi tormentò col fuoco, coll'acqua e con altre maniere di supplizii. Anche duecento militi mandati dai Parmigiani a Modena per guardia di quella città, prima che Parma la rompesse coll'Imperatore, furono dai Modenesi di parte imperiale incarcerati, e incatenati tostochè seppero che Parma s'era ribellata all'Impero. Altrettanto fecero i Reggiani a que' Parmigiani, che colà per lo stesso motivo si trovavano. L'Imperatore dunque mandò a prendere que' militi per averli prigionieri in Vittoria. E quando ne aveva pel capo il bestiale talento, il che accadeva principalmente quando lanciava insulti alla città di Parma con ingiuriose parole, o una battaglia gli era riuscita sinistra, sfogava la sua ira feroce nel sangue di alcuni di que' prigionieri. Perocchè molte volte tentò di sorprendere ed occupare la città col nerbo delle sue forze. Talvolta però anche manipoli di soldati della Marca di Ancona disertarono dal campo dell'Imperatore, e fuggendo entrarono in Parma, dicendo di volersi unire al partito della Chiesa; e furono lietamente e festosamente accolti. Ma a dir vero disertavano perchè l'Imperatore sui primi giorni della ribellione di Parma, temendo che gli sfuggisse di mano la Marca d'Ancona, aveva fatto mettere sotto custodia molti militi Anconitani; parte de' quali nelle pubbliche prigioni, e parte confinati in una zona della città, in cui godevano qualche maggiore libertà; e questi, che erano sotto più larga custodia, avevano, sebbene da loro non conosciuto, un marchio d'infamia. Ma un giorno arrivò un messo dell'Imperatore a comandare che cinque militi Marchigiani, che erano a Cremona in una certa casa (ed era appunto il momento in cui si lavavano le mani per pranzare) subito, senza indugio montassero a cavallo, e insieme col messo si recassero ove era l'Imperatore. E giunti fuori di città ad una piazza, che si chiama Mosa[96], li fece condurre ove erano le forche, ed impiccare. Ed i carnefici andavano ripetendo: così comanda l'Imperatore, perchè siete traditori. Eppure erano accorsi a sostenerlo. Il giorno dopo, i frati Minori andarono, li deposero e seppellirono, e a pena potevano tener lontano i lupi, che non li divorassero ancor pendenti dal patibolo. Tutte queste cose io le ho vedute, perchè di quel tempo, parte l'ho passato a Parma, parte a Cremona. Sarebbe lungo raccontare quanta strage menasse l'Imperatore sopra quelli che tenevano le parti della Chiesa. Perocchè Gerardo da Canale di Parma lo mandò in Puglia, e lo fece sommergere in alto mare con al collo legata una mola da macino. Eppure era stato prima uno de' suoi più intimi, e aveva avuto da lui molte podesterie, ed era rimasto sempre con lui a campo nei pressi di Parma. Unico motivo di sospettare di lui ebbe l'Imperatore il vedere che in Parma non atterravano la torre della casa di lui. Laonde talora l'Imperatore fingendo scherzare, e ironicamente ridendo, gli diceva: Ci amano molto, o Gerardo, i Parmigiani, e ne è prova che mentre atterrano dalle fondamenta i palazzi di quei loro concittadini, che tengon fede all'Impero, non hanno ancor toccato nè la vostra torre, nè quel mio palazzo, che ho all'Arena. Ma parlava ironicamente, nè Gerardo lo intendeva, credendo che ogni tempo corresse sempre eguale. Ma non è così, anzi:

Non eodem cursu respondent ultima primis.

Non gira sempre egual la cieca Dea;

Or ride e t'accarezza, ed or t'è rea.

Quando poi al tempo dell'assedio partii da Parma per andare in Francia, io passai da Fontanellato[97], ove allora soggiornava Gerardo da Canale; e mi vide, e mi confidò che procurava di rendersi utile ai Parmigiani assediati. Ed io gli risposi: Or che il vostro Imperatore assedia Parma, o siate tutto suo, o tutto nostro. Questa fede divisa non vi gioverà. Perocchè la Scrittura dice ecc. Ma non badò a me, e non fece quello ch'io gli aveva consigliato. Quindi con una mola da macino appesa al collo fu sommerso in alto mare, come più sopra è detto. Ma Bernardo di Rolando Bossi Parmigiano, cognato di Papa Innocenzo IV, come marito di una sorella del Papa, intese il valore di un'allegoria dell'Imperatore meglio che non ne avesse compresa l'altra Gerardo da Canale. Cavalcando un dì in compagnia dell'Imperatore, ed avendo il suo cavallo incespicato, l'Imperatore gli disse: Bernardo, avete un cattivo cavallo; ma spero e prometto di darvene tra pochi giorni un migliore, che non incespicherà di sicuro. Ma Bernardo intese subito il senso nascosto di quel linguaggio, e che si alludeva alla forca; e infiammato di sdegno contro l'Imperatore, l'abbandonò. E raccolti alcuni militi di...... tra i quali era Gerardo da Correggio.... vidi, e Ghiberto da Gente...... E tanta rottura avvenne, quantunque il detto Bernardo fosse stato compare dell'Imperatore ed amicissimo e da lui amatissimo. Sicchè quando voleva parlare coll'Imperatore nessuna porta era chiusa. Ma Federigo non sapeva tenersi amico alcuno. Che anzi stoltamente si vantava di non aver mai nutrito alcun maiale, di cui non avesse poi avuto la sugna. E voleva dire che non aveva mai porta occasione ad alcuno di straricchire senza avergliene poscia arraffato il marsupio, o il tesoro. La qual vanteria era da vile e da folle. Ma ciò apparve chiaro in Pier delle Vigne, che nella Corte dell'Imperatore fu primo consigliere e segretario e gran tesoriere. L'avea tratto dal nulla, e al nulla lo volle ridurre. E a questo fine studiò modo di poter seco lui attaccar briga e di apporgli un'accusa. Ed ecco come. Federico inviò a Lione presso Papa Innocenzo IV il Giudice Taddeo e Pier delle Vigne, come suo affezionatissimo, e tenuto in più conto d'ogni altro alla Corte, e, con questi alcuni altri, perchè rattenessero il Papa dall'affrettar troppo l'esecuzione del proposito che aveva di deporlo. Perocchè aveva saputo che appunto per questo era stato convocato un concilio. Ed aveva comandato che nessuno degli inviati conferisse col Papa senza che ve ne fosse presente almeno un altro, o senza l'intervento di tutti insieme. Ma, dopo il ritorno, i colleghi calunniarono Pier delle Vigne di aver avuto più volte colloquii confidenziali col Papa senza che alcuno di loro fosse presente. Perciò l'Imperatore mandò a prenderlo, lo fece incarcerare e uccidere. E, come a giustificazione, Federico andava dicendo con Giobbe XIX: Tutti i miei consiglieri segreti mi abbominano; e quelli ch'io amava si sono rivolti contro di me. L'Imperatore in quel tempo era facile a turbarsi, perchè era stato deposto dall'Impero, e Parma gli si era ribellata, ed egli colle sue soperchierie e colle ingannevoli promesse credeva di soppiantare la Chiesa, e rattenerla dal procedere contro di lui. Ma vedendo che l'evento non riesciva a seconda della malizia del suo cuore, nessuna meraviglia se anche una cosa da nulla lo facea uscir di cervello. Giacchè secondo il detto de' Proverbii 29º L'uomo iracondo move contese, e l'uomo collerico commette molti misfatti. Diffatto mandava a morte Principi, Baroni e Consiglieri suoi, incolpandoli di tradimento. Ed a Federico, che molti uccise e molti fece uccidere, si può giustamente applicare ciò che dice dell'Anticristo Daniele 8º: E' sarà rotto senza opera di mano. (E qui l'abbate Gioachimo parlando di Federico aggiunge: sottintendi umana.) E la visione de' giorni di sera, e di mattina, che è stata detta, è verità. Or tu serra la visione, perciocchè è di cose che avverranno di quì a molto tempo. Parimenti si deve sapere che Federico non potè trarre in inganno la Chiesa, perchè è detto ne' Proverbii 28º: La sua malignità sarà palesata in piena adunanza. Il che ebbe pieno adempimento nel concilio di Lione, che lo depose dall'Impero; e ne divulgò per tutto il mondo la malignità. È vero però che non vidi mai uomo che meglio di lui avesse le qualità di gran Principe; e ne aveva l'apparenza e la sostanza. Perocchè quando brandiva la spada in battaglia, o colla clava ferrata calava fendenti a destra e a sinistra, i nemici lo schivavano e lo fuggivano come un diavolo. E quando mi voglio raffigurare alla mente la sua persona, mi si presenta l'immagine di Carlo Magno, quale ce l'hanno descritta i suoi contemporanei, e la sua, quale la ho vista io co' miei occhi. Dice il Poeta:

Obsequio quoniam dulces retinentur amici.

Amico tuo sarà chi tu rispetti.

La qual cosa Federico non sapeva fare, o non voleva, a cagione della sua grettezza ed avarizia. Anzi finiva per avvilirli tutti, gettar loro sul viso il fango della vergogna ed ucciderli per carpire, e avere per sè, e per i proprii figli i loro tesori, le loro sostanze e le loro possessioni. Perciò al bisogno trovò pochi amici. Ora ritorniamo a Federico, che dal 1247 sul terminar del Giugno sino al Martedì 16 Febbraio del 1248, giorno in cui fu presa Vittoria, andò sfogando contro Parma la maledetta ira che tutto l'infiammava.

Nel detto giorno i Parmigiani tutti, militi e popolani, pronti in armi per la battaglia uscirono dalla città, e con loro le donne, i ragazzi, le fanciulle, i giovani, le donzelle, i vecchi e gli imberbi; e cacciarono, virilmente pugnando, l'Imperatore da Vittoria, e sconfissero l'innumerevole sua fanteria e cavalleria; e grande fu la strage che se ne fece, e il numero de' prigionieri che se ne condusse a Parma; liberarono i Parmigiani che l'Imperatore aveva prigionieri a Vittoria; trassero a Parma il carroccio de' Cremonesi, che era pure a Vittoria, e lo posero a trionfo nel Battistero. E quelli che avevano in uggia i Cremonesi per offese da loro ricevute, come i Milanesi, i Mantovani e non pochi altri, quando venivano a visitare il nostro Battistero, e vedevano il carroccio de' loro nemici, strappavano e portavan seco per isfregio e per ricordo le tappezzerie che ornavano Berta, chè tal era il nome del detto carroccio; sicchè col tempo rimasero solo le ruote e il letto del carro sul pavimento, e l'asta dello stendardo ritta e appoggiata al muro. Così pure i Parmigiani fecero bottino e preda di tutto il tesoro dell'Imperatore, che era ricco d'oro, argento, pietre preziose, vasi e indumenti; e s'impossessarono di tutti i suoi ornamenti, di tutta la suppellettile e sino della corona imperiale, che era di gran peso e valore, tutta d'oro, tempestata di pietre preziose, cesellata e con figure a rilievo....... Era grande come un'olla; tenevala più a simbolo, a pompa e come tesoro, che quale ornamento del capo; perchè, messa sul capo senza adatti limbelli trasversali fermi sul cerchio, avrebbe chiusa dentro di sè tutta la testa appoggiandosi sulle spalle. Ed io lo so, chè la ho avuta in mano, quando si custodiva nel Duomo di Parma. Questa corona la trovò un ometto di piccola statura, chiamato a derisione Passocorto, perchè era piccino, e la portava per le pubbliche vie in mano, come si porta un vaso, per mostrarla a chi la voleva vedere, come trionfo della riportata vittoria, ed a sempiterna ignominia di Federico. Perchè tutto ciò che uno poterà trovare era suo; nè alcuno osava toglierlo a lui. E, cosa singolare, in tanta avidità di ricerca, non si ebbe a deplorare alcuna contesa, nè fu udita parola offensiva. Quella corona la comprarono poi i Parmigiani da quel loro concittadino, e gliela pagarono duecento lire imperiali, colla giunta di un caseggiato presso la chiesa di S. Cristina, ove era in antico la guazzatoia de' cavalli. E fecero poi legge che chiunque possedesse alcun che de' tesori di Vittoria, metà fosse sua, e metà del Comune. Ed i poveri si arricchirono molto delle spoglie di un Principe tanto dovizioso. Gli oggetti personali dell'Imperatore, e d'uso della guerra, come il padiglione e simili, li ebbe il Legato Gregorio di Montelungo. Le immagini e le reliquie, che l'Imperatore aveva, furono collocate a custodia nella sacristia della chiesa maggiore dedicata alla beata Vergine. Perocchè, quantunque vi fossero altri guerrieri a debellare e cacciar in fuga l'Imperatore, pure dessa fu che col suo braccio operò come quella donna Ebrea, che scatenò lo scompiglio nella magione di Re Nabuccodonosor. Duci dell'esercito furono il Legato Gregorio di Montelungo, uomo saggio ed esperto in molte cose; e Filippo Visdomini Piacentino, personaggio di probità distinta e di valore, allora Podestà di Parma, come ho detto in altra cronaca, in cui parlai delle dodici scelleratezze dell'Imperatore Federico. E sappiano i posteri, che dei tesori, che si trovarono a Vittoria, pochi ne rimasero a Parma; atteso che mercanti accorsi da diverse parti li comprarono e li ebbero a buon mercato e li esportarono; cioè vasi d'oro e d'argento, gemme, perle, margherite, pietre preziose, indumenti di porpora e di seta, ed ogni sorta di roba che serve ad uso e ad ornamento delle persone. E si sa che molti altri tesori in oro, argento e pietre preziose sotterrati in orci, cassette e sepolcri restarono nel luogo ove sorgeva la città di Vittoria, ma non si conosce ove sieno sepolti. Ed è notabile che quando i mercanti comprarono il ricco bottino che i Parmigiani fecero a Vittoria, si adempì quel detto de' Proverbi ecc. E noto per giunta che dopo lo smantellamento di Vittoria, tutti i proprietarii riconobbero sì chiaro il luogo ove ciascuno aveva la sua vigna, che non ebbe a sorgere tra loro contesa o lite di sorta. Così quando Federico fu cacciato in fuga dai Parmigiani si verificò la sentenza biblica dei Proverbii 10º.: Come il turbine passa via di subito, così l'empio non è più. E perchè? Perchè l'empio è espulso dalla sua malignità. Di fatto in pieno concilio a Lione lo depose dall'Impero Papa Innocenzo IV l'anno 1245. Inoltre è da sapere di Federico che dopo la distruzione di Vittoria, e dopo ch'egli ebbe fatte tutte quelle altre cose ch'io narrai in altra cronaca, ritornossene in Puglia, d'onde meglio per lui se non fosse tornato indietro, e non avesse mosso guerra ai Lombardi. Daniele IIº...... questo si può appropriare a Corrado figlio di Federico, che sopravisse pochi giorni al padre, e morì di un clistere avvelenato. Quello poi che segue: E starà in luogo di lui lo sprezzo, può applicarsi a Manfredi, che nacque illegittimo da una figlia d'una sorella del Marchese Lancia e dall'Imperatore, che poi la sposò in punto di morte. E quel che si aggiunge: Non gli saran fatti onori da Re ebbe suo adempimento quando Re Carlo lo uccise in battaglia. Ciò poi che, più sopra, Daniele disse di Federico: E farà cessare il principe del suo vitupero, si può attribuire a Papa Innocenzo IV, che per timore di Federico lasciò Roma e pose sua stanza a Lione. E fu veramente il Principe del suo vitupero, perchè in pieno concilio a Lione lo spodestò dell'Impero. Quello poi che segue: E il suo vitupero si rivolgerà contro lui stesso, questo lo vedemmo verificato noi co' nostri occhi. Or mi ricorda di quelle cose, che ho ommesse nella rubrica dell'anno passato, perchè l'animo mio era tutto e solo intento a scrivere di quanto riguardava Federico. Ma meritando di essere raccontate, e avendo promesso di farlo ai molti, che me ne fanno ressa, non è bene ch'io manchi alla mia parola, e per cagione mia rimangano ignorate. L'anno dunque 1247 partii da Parma e andai a Lione, ove parlai in famigliarità con Papa Innocenzo IV in sua camera. Dopo la festa d'Ogni Santi poi incominciai il mio viaggio per la Francia[98], e lo stesso dì in cui giunsi al primo convento di frati Minori che s'incontra dopo Lione, arrivò colà frate Giovanni da Magione[99], reduce dalla Tartaria, ove era andato per missione di Papa Innocenzo IV. Frate Giovanni era uomo socievole, letterato, oratore facondo, destro in molte cose, ed una volta fu ministro Provinciale nell'Ordine. Egli mostrò a me e ad altri frati una coppa di legno, che aveva portata da regalare al Papa, nel fondo della quale eravi il ritratto di una bellissima regina, non dipintovi, o impressovi con altro artificio, ma formatovisi per influenza di una costellazione. E se anche cento volte la si fosse segata a sottilissimi strati, avrebbe pur sempre mostrato lo stesso ritratto. E perchè a taluno non paia questa cosa incredibile, lo possiamo assicurare con un altro fatto, e provarne la credibilità. Infatti l'Imperatore Federico donò in Puglia ai frati Minori una chiesa vetustissima, diroccata e da tutti abbondanata; e nell'area, dove prima era l'altare, era cresciuto un noce di smisurata grossezza che, segato longitudinalmente, presentava in ogni tavola la figura di nostro Signor Gesù Cristo; e se cento volte tu l'avessi risegato, cento volte avrebbe ripresentato tale figura. Il che in vero è avvenuto per miracolo, essendo cresciuto il noce in quel luogo, nel quale si rinnovava la passione dell'immacolato Agnello nell'ostia salutare, e nel venerabile sacrifizio; tuttavia alcuni sono di fermo parere che ciò possa anche essere effetto dell'influenza di una costellazione. Inoltre lo stesso frate Giovanni ci disse che portava a regalare al Papa una bellissima cappella, e per cappella intendeva il complesso degli indumenti pontificali, che occorrono a celebrare la messa nelle solennità. Disse pure a noi frate Giovanni, che, per arrivare sino alla residenza del gran Signore dei Tartari, aveva durato gran fatica, e aveva patito di fame, di freddo, e di caldo. Disse finalmente che que' popoli si chiamano Tattari, non Tartari; che mangiano carne di cavallo, e bevono latte di asina; che vide colà gente d'ogni nazione che è sotto il padiglione del cielo, eccetto che di due; che non gli fu permesso presentarsi all'udienza del gran Signore dei Tattari, se non vestito di porpora; che fu accolto da lui e trattato onorificamente, con gentilezza e cortesia; e che gli domandò quanti erano i dominatori dell'Occidente. Al che rispose che due: cioè il Papa e l'Imperatore, e che tutti gli altri ricevevano i loro poteri da questi due. Poi volle sapere quale dei due fosse il più potente. E frate Giovanni, detto che il Papa, tirò fuori una lettera credenziale del Papa stesso, e gliela diede. Dopo averla fatta leggere, disse che avrebbe scritta anch'egli una lettera di risposta al Papa, e la darebbe a lui da consegnare: come poi fece. Questo frate Giovanni scrisse un grosso libro sui costumi dei Tartari, e intorno a tante altre mirabili cose del mondo, che co' proprii occhi aveva vedute. Ed, ogni volta che gli gravava riparlare delle costumanze dei Tartari, faceva leggere quel libro, come molte volte ho udito io e veduto. E quando gli uditori ne restavano meravigliati, o non intendevano, esso faceva l'esposizione e la spiegazione d'ogni cosa non intesa, o poco creduta. Da quel libro non trassi copia di nulla, tranne che della lettera suaccennata, perchè io non aveva tempo di scrivere. E la lettera era del tenore seguente:

Lettera del Signore dei Tattari a Papa Innocenzo IV.

La Fortezza di Dio, l'Imperatore di tutti gli uomini manda al Gran Papa questa lettera autentica e vera. Tenuto consiglio intorno al modo di aver pace con Noi, Tu Papa, e Voi tutti, o Cristiani, mandaste a Noi un Vostro ambasciatore, siccome da lui stesso sapemmo, e stava scritto nella Vostra lettera. Se dunque desiderate vivere in pace con Noi, Tu, Papa, e Voi tutti, Re e Monarchi, non tralasciate per nulla di recarvi da Me, per definire i patti della pace, e allora udirete la Nostra risposta, e nello stesso tempo conoscerete la Nostra volontà. Tra l'altre cose la Tua lettera dice che Noi dobbiamo ricevere il battesimo e farci cristiani. A che con poche parole rispondiamo di non intendere perchè dobbiamo abiurare la Nostra fede. Ad un'altra cosa, che si legge nella Tua lettera, cioè che Ti meravigli di tanta strage d'uomini specialmente cristiani, e principalmente di Polacchi, di Moravi e di Ungheresi, parimente rispondiamo di non intendere neppur questo. Tuttavia perchè non paia che non si voglia neppure parlare di questa accusa, per risposta Ti diciamo che non obbedirono nè alla parola scritta di Dio, nè agli ordini di Cuinis-Kan e Kan; che anzi, consigliatisi in una numerosa assemblea, ne uccisero i rappresentanti. Perciò Iddio comandò di sterminarli, e li pose nelle Nostre mani. Altrimenti se ciò non avesse comandato Iddio, che avrebbe potuto fare un uomo ad un altro uomo? Ma Voi, uomini d'Occidente, Voi credete d'essere i soli cristiani e tenete in dispregio gli altri Ma come mai potete conoscere a chi Iddio siasi degnato di conferire la sua grazia? Noi adorando Dio, colla fortezza di Dio sterminammo ogni terra dall'oriente sino all'occidente, e se questa forza non ci venisse da Dio, che mai avrebbero potuto fare gli uomini? Però se Voi deponete le armi, e volete consegnare a Noi le Vostre fortezze, Tu, o Papa, insieme con tutti i Re del cristianesimo, affrettatevi di venire da Me, chè tratteremo di pace; e allora conosceremo che effettivamente volete pace con Noi. Se poi non darete ascolto nè alla parola di Dio, nè alla Nostra lettera, nè ai Nostri consigli, allora si mostrerà chiaro che con Noi volete guerra. Che cosa sia per avvenire poi dopo, Noi non lo sappiamo: Iddio solo lo sa. — Cuinis-Kan[100] primo Imperatore — secondo Thaday-Kan — Terzo Tujuk-Kan(?)

Nulla più era scritto nella lettera del signore dei Tattari mandata al Papa. E qui si noti che questa infelice Italia prima la invasero i Vandali, che vennero dall'Africa e trassero seco prigioniero Paolino vescovo di Nola, di cui parla ampiamente il beato Gregorio nel principio del 3º libro Dei dialoghi. Secondi le piombarono sopra gli Unni, il cui Re era Attila flagello di Dio, che venne nell'anno medesimo del pontificato di Leone I. Papa, e distrusse Acquileia, la prima città che incontrasse in Italia. E tutta l'Italia e Roma avrebbe messo a sacco e a fuoco, se Papa Leone non avesse osato corrergli contro, e coll'aiuto della destra di Dio non avesse ottenuto di fiaccarne l'orgoglio e ricacciarlo in Ungheria. Tale era Leone I, il quale a giudizio dell'abbate Gioachimo, si rassomiglia a Giosafatte Re di Giuda (Vedi libro Delle Figure, e il libro Delle Concordanze di Gioachimo). Terzi a invadere e devastare l'Italia furono i Goti, de' quali parla in un dialogo il beato Gregorio. E molti Re Goti regnarono in Italia, tra' quali fu grandissimo Teodorico in Ravenna; tanto che, quando insorgevano discordie per l'elezione del Papa, sin da Roma si veniva a Ravenna per domandarne a lui consiglio ed aiuto. Egli fece erigere a Ravenna la chiesa dei Goti; e si vede ancor oggi in quella città la torre del suo palazzo[101]. Fece fabbricare anche la chiesa di S. Martino in cielo d'oro[102], che ora si chiama di S. Apollinare nuovo, perchè vi fu trasportato dalla città di Chiassi[103] il corpo del ridetto Santo. Fondò anche fuori di Ravenna la chiesa di S. Maria Rotonda, che è coperta da una pietra di un sul pezzo. Ivi egli fu sepolto in un'arca di porfido, che anche oggi si vede, ma vuota, perchè il beato Gregorio Papa, quando andò a Ravenna, fece levarne le ceneri e gettarle in una fogna. E ciò fece fare per quattro ragioni: 1º perchè sebbene quegli fosse cristiano, era però Ariano; 2º perchè condannò a morire tre grandi uomini, cioè Boezio, Simmaco e Giovanni Papa...... 4º perchè fu sepolto dai demonii in un'urna di colore del fuoco, come dice il beato Gregorio nel quarto libro dei dialoghi. Quarti a saccheggiare e disertare l'Italia furono i Longobardi, de' quali parla Paolo istoriografo nel primo libro della loro istoria: «Spesso innumerevoli torme di schiavi condotti via dalla Germania sono or quà or là dai popoli meridionali comprate a prezzo. Spesso anche molta gente emigra da quella regione, perchè è tanto prolifica da non poterli tutti alimentare, e quindi innondano e disertano l'Asia, e specialmente la vicina Europa. E ad ogni passo ne fanno testimonianza le smantellate città dell'Illirio e della Gallia, principalmente dell'infelice Italia, che ebbe a provare la ferocia di quasi tutte quelle orde. Anche i Goti, i Vandali i Rugi, gli Eruli, i Turcilingi ed altre barbariche genti sbucarono dalla Germania. Parimenti dalla Germania derivano la loro origine i Vinuli, o Longobardi, che poi regnarono felicemente in Italia; però si assicura che furono diverse le cause della loro emigrazione. Anche dall'isola che si chiama Scandinavia ne vennero ad assalirci; della quale isola ne parla anche Plinio il Giovane ne' libri intorno alla natura delle cose.» Fin qui Paolo. Quinti ed ultimi (e voglia il cielo che siano gli ultimi!) si preparano a venire i Tattari, come racconta frate Giovanni da Magione, il quale ha avuto famigliari colloquii col gran Signore dei Tattari. Magione poi.....: e nella provincia di Perugia. E si noti che queste vaghe voci d'invasioni dei Tattari cominciarono a correre la prima volta a' tempi di Papa Gregorio IX. Poi Papa Innocenzo IV mandò in ambasciata al loro Imperatore frate Giovanni da Magione. — Finalmente Papa Giovanni XXI di nuovo mandò a loro un'ambasciata composta di sei frati Minori; due della provincia di Bologna, de' quali uno era lettore, frate Antonio da Parma, l'altro suo compagno e confidente, frate Giovanni da S. Agata; due della provincia della Marca d'Ancona, e due della provincia di Toscana, tutti frati lettori, accompagnati da tre frati di confidenza. Uno de' lettori della Toscana, che andò in Tattaria, fu frate Gerardo da Prato, col quale io aveva coabitato nel convento di Pisa, quando eravamo giovani. Questi era fratello di frate Arlotto, che si dottorò a Parigi ed ebbe una cattedra. Ritornarono poi questi frati Minori dalla Tattaria in buonissima salute, e dicevano meraviglie di quel paese, come ho udito io co' miei orecchi. Quando frate Giovanni da Magione, reduce dalla Tattaria, giunse a Lione da Papa Innocenzo IV, e fece la relazione delle sua missione, e presentò la lettera e i doni di quell'Imperatore, il Papa gliene dimostrò la sua riconoscenza in cinque modi: 1º lo trattò con molta cortesia, dolcezza e famigliarità; 2º lo tenne presso di sè in Corte tre mesi, (fino a che fu dai Parmigiani presa e distrutta la città di Vittoria, e l'Imperatore Federico ne fu sloggiato e cacciato in fuga) perocchè aveva sempre seco sei frati Minori, e li volle avere fin che visse, come io ho visto co' miei occhi; 3º il Papa commendò l'opera e la fedeltà di lui, e gli disse; Sia tu benedetto, o figlio, da nostro Signor Gesù Cristo e da me suo Vicario, perchè veggo in te adempiuto il detto di Salomone ne' Proverbii 25.º che dice: ecc.; 4º gli conferì l'Arcivescovado di Antivari, secondo quel che dice Matteo 25º: ecc; 5º lo spedì di nuovo come suo Legato presso Lodovico Re di Francia. A che fare fosse poi inviato al Re di Francia, frate Giovanni interrogatone non volle mai dirlo, ma è opinione comune che la causa della sua legazione fosse la seguente. Papa Innocenzo aveva deposto Federico dall'Impero, e i Parmigiani s'erano ribellati all'Imperatore e per soprassello l'avevano sconfitto e cacciato in fuga ignominiosa, e gli avevano così rasa al suolo la città di Vittoria, che esso aveva fatto costruire vicino a Parma, che non ne restava traccia. E perciò era irritatissimo, e come orsa che inferocisce al bosco se le sono rapiti i figli, fiammava d'ira e di furore. E ridotto a fuggire si ritrasse a Cremona, poi corse sopra Torricella[104], e scorrazzava sul parmigiano, e faceva ogni maggior danno che poteva; quel che non poteva, minacciava di farlo. E prima di ritornare al suo regno ne fece di gravissimi, come diremo tra breve, e come già narrammo in altra cronaca. Il Papa dunque riconoscendo Federico come il terribile persecutore della Chiesa, e pronto a seminare veleno ove potesse, e temendo non poco per la propria persona, mandò pregando il Re di Francia a differire la sua crociata in Terra Santa, fino a che si riconoscesse che cosa finalmente avesse Iddio decretato per Federico. Allegava anche che in Italia scorrazzavano masnade d'uomini infedeli, perversi, pessimi, pestiferi, rapinanti, nudi di tutto e oppressi dai debiti, che, raggruppatisi intorno a Federico, lo seguivano come loro principe, e portavano la devastazione sui beni della Chiesa. Che si poteva dire di più? Ma pure il Papa fece pregare invano, nè potè distogliere il Re dal proposito di andar oltremare, essendo già pronti i crociati e i denari per l'impresa. E mandò rispondendo che il Papa abbandonasse Federico al giudizio di Dio, perchè Dio solo può atterrare i superbi. Lodovico dunque Re di Francia con animo saldo, proponimento irrevocabile, e mente pronta e divota si disponeva al viaggio e a soccorrere, quanto più presto potesse, Terra Santa. Quando adunque vidi la prima volta frate Giovanni da Magione, reduce dalla Tattaria, il dì successivo andò a Lione da Papa Innocenzo, che lo aveva mandato, ed io mi posi in viaggio per la Francia. E mi fermai a Briançon, che è nella Sciampagna, poi a Troyes quindici giorni, ove trovai molti mercanti Lombardi e Toscani; perocchè, come anche a Provins, vi si fa una fiera che dura due mesi. Troyes poi è la città natale di Papa Urbano IV, e di maestro Pietro, prete, storiografo. Poscia mi recai a Provins, ove soggiornai dal giorno di santa Lucia sino al giorno della Purificazione. Il giorno della Purificazione arrivai a Parigi, e vi stetti otto giorni, e vidi molte cose che mi piacquero. Dopo ne partii per fermarmi nel convento di Sens, perchè i frati Francesi mi tenevano volentieri in loro compagnia, essendo io giovane, pacifico, vivace, e facile a lodare i fatti loro. E trovandomi io nell'infermeria per infreddatura, alcuni frati Francesi di quel convento corsero festosamente da me con una lettera in mano e dissero: Ottime notizie da Parma; i Parmigiani cacciarono l'Imperatore Federico dalla città di Vittoria, lo costrinsero a precipitosa e vergognosa fuga, distrussero la sua Vittoria dalle fondamenta, fecero bottino di tutto il tesoro dell'Imperatore, appresero il carroccio dei Cremonesi e lo tirarono in Parma; e questa è una copia della lettera mandata in Lione al Papa dai Parmigiani. E mi interrogavano a che serviva quel carroccio. Ed io risposi che i Lombardi chiamano carroccio quel carro, su cui in tempo di guerra innalzano lo stendardo; e, se una città perde in battaglia il suo carroccio, se lo reca ad onta tanto, quanto farebbero i Francesi e il loro Re, se in battaglia fosse strappato loro dalle mani l'orifiamma. Questa cosa suscitò nell'animo loro sorpresa e maraviglia, ed esclamarono: Oh Dio! quale mirabile parola abbiamo udito! Questa notizia mi fece star subito meglio di salute. Ed in quel punto ecco presentarsi frate Giovanni da Magione, reduce dal Re di Francia, presso il quale l'aveva mandato il Papa in missione. Ed aveva seco un libro da lui composto intorno al paese e ai costumi e al carattere dei Tattari; e i frati lo leggevano in sua presenza avidamente ed egli spiegava e chiariva quelle cose, che s'incontravano oscure, difficili ad intendersi e a credersi. Io fui commensale di frate Giovanni tanto nella casa dei frati Minori, che altrove più volte nelle abbazie e ne' principali monasteri. Perocchè egli era spesso invitato a pranzi e a cene, sia perchè Legato del Papa, sia perchè inviato al Re di Francia, e perchè reduce dai Tattari, ed anche perchè era dell'Ordine de' Minori e tenuto in riputazione di sant'uomo. E quando andai a Clugny, dissero a me i monaci di quel paese: Dio volesse che i Papi avessero mandato sempre Legati quale era quel frate Giovanni, che tornò dalla Tattaria. Perocchè di questi Legati ve me sono, che, se vi riescono, spogliano le Chiese, e portano via tutto quello che possono. Ma frate Giovanni, quando passò da qui, non volle accettar nulla, tranne quanto panno occorreva per fare una tonaca al suo compagno. E tu che leggi, sappi che quello di Clugny è un nobilissimo monastero dei monaci neri di S. Benedetto in Borgogna. In questo chiostro vi sono più Priori, e vi ha tanto numero di stanze da potervi ospitare il Papa co' suoi Cardinali e tutta la sua Corte, e contemporaneamente l'Imperatore colla sua, senza disagio de' monaci; chè non sarebbe perciò necessario che nessun frate dovesse lasciare la sua cella, nè sopportare altro disturbo. E nota che la Regola di S. Benedetto, quanto ai monaci neri, è meglio osservata nelle provincie d'oltremonte, che in Italia. Nota inoltre che l'Ordine di S. Benedetto, quanto ai Monaci neri, ha quattro cospicui monasteri, uno in Borgogna, a Clugny, uno in Allemagna, a S. Gallo[105]; un altro in Lombardia nella diocesi di Mantova a S. Benedetto di Polirone, dove è sepolta la Contessa Metilde in un arca di marmo; finalmente il quarto, che è capo di tutti, a Montecassino[106]. Dal convento di Sens poi, ove io mi trovava quando la città di Vittoria fu presa e distrutta dai Parmigiani e l'Imperatore ne fu cacciato in vergognosa fuga, passai ad Auxerre, ed ivi fermai mia stanza, perchè il ministro Provinciale di Francia mi aveva addetto specialmente a quel convento. Questa città poi fu detta in latino Altisiodorum, quasi volesse significare alta sede degli Dei, o alta stella, perchè molti vi subirono il martirio. Qui evvi anche il monastero e il corpo di S. Germano, Vescovo della città, che fu chiarissimo astro di gloria, ed iride fulgida dipinta sulle nubi, come ben sanno coloro che hanno letto la sua biografia. Fu oriondo di Auxerre anche maestro Guglielmo, che scrisse la Somma, poi compose un'altra Somma, intorno agli uffici della Chiesa, ed io frequentai casa sua. Questo maestro Guglielmo, come mi dicevano molti sacerdoti della diocesi di Auxerre, disputava con molta grazia; e quando sosteneva dispute a Parigi, nessuno lo superava, poichè era logico stringentissimo, e dottissimo teologo. Ma quando voleva predicare, non sapeva quello che si dicesse; eppure nella sua Somma aveva saputo dare molti e buoni avviamenti al comporre...... Esempio dell'abbate Giovachino, che dice di aver ricevuto da Dio la virtù d'intendere la Bibbia, e la conoscenza delle cose future. Maestro Guglielmo di Auxerre adunque ebbe la grazia di disputare, ma non quella di predicare al popolo. Così ogni uomo ha suo dono da Dio, come p. e. quel ciabattino, che nel paese de' Saraceni traslocò un monte, e liberò i cristiani. Ricercalo in quel sermone di frate Luca, che incomincia: Aspettiamo il Salvatore........ Cosa diversa è l'interpretazione de' sermoni. E nota che l'interpretazione de' sermoni può essere di due maniere. L'una è quella degli interpreti o traduttori, che trasportano i libri da una in altra lingua, de' quali ho detto quanto basta allorchè scrissi la storia dell'Imperatore Adriano, essendosene offerta l'occasione, perchè a' tempi di lui visse Aquila, che fu il primo che facesse traduzioni. Di che cercane in una cronaca che comincia: Ottaviano Cesare Augusto: ch'io compilai nel convento di Ferrara l'anno che Lodovico Re di Francia fu fatto prigioniero oltremare dai Saraceni, cioè nel 1250; cronaca, che io, spigolando da parecchie memorie scritte, condussi avanti sino alla dominazione dei Longobardi. Dopo deposi la penna, e la troncai lì, perchè io era tanto povero che mi mancava sin la carta o la pergamena. Ed ora volge l'anno 1284. Non tralasciai però di ritoccare altre cronache, che, a mio giudicio, mi erano riuscite ben composte, e procurai di migliorarle risecandone le superfluità, riducendone a maggiore proprietà la dizione, appurando i fatti, e levandone le contradizioni. Non potei però purgare al tutto la dizione, perchè alcune parole, che si scrivono, sono tanto radicate nell'uso, che nessuno potrebbe cancellarle dall'animo del popolo, che così le ha imparate. Delle quali potrei citare molti esempi. Ma agli zotici ed ignoranti non vale alcun esempio; perchè chi ammaestra uno stolto fa come chi volesse rimettere insieme un vaso di terra rotto, Ecclesiastico XXII. Perocchè chi fa parole con uno che non ascolta, cioè che non intende, fa come chi vuole svegliare il dormiente dal suo letargo. Chi collo stolto ragiona di sapienza, parla con uno che dorme, il quale in fine del ragionamento dice: Chi è costui? Perciò ad un cotale, canzonandolo, si potrebbe dire: Erla ke le farina(?) Ora ritorniamo ad Auxerre. Mi ricorda che, quando io era nel convento di Cremona, l'anno in cui Parma mia città nativa si ribellò al deposto Imperatore Federico, frate Gabriele da Cremona dell'Ordine de' frati Minori, che era un celebre lettore ed uomo di santissima vita, disse a me che Auxerre aveva maggiore quantità di vigne e di vino che Cremona e Parma e Reggio e Modena insieme. All'udirlo rifuggì l'animo mio dal prestarvi fede; non mi pareva credibile: Ma quando poi fui di stanza ad Auxerre, mi persuasi che egli non aveva esagerato, perchè quella diocesi comprende un largo territorio, e i colli, i monti e le pianure sono tutti a viti. Essendo che i coloni di quel paese non seminano grani, non mietono, nè colmano i granai, ma invece mandano i loro vini a Parigi giù pel vicino fiume[107], che entra nella Senna, ove li vendono ad alto prezzo, e ne ricavano quanto loro bisogna pel vitto e pel vestiario. Ed io tre volte uscendo dalla città ho girato tutta la Diocesi di Auxerre; una volta con un frate che andava qua e là predicando, e fregiava della croce quelli che erano per andare in Terra Santa al seguito del Re di Francia. Un'altra volta con un altro frate, che predicò nel Giovedì Santo ai monaci Cistercensi in un magnifico monastero. E si fece pasqua in casa di una contessa, che ci servì, cioè fece servire a tutti i commensali, dodici pietanze; e se il conte suo marito fosse stato a casa, l'imbandigione sarebbe stata più lauta. Questo frate mi fece vedere il monastero di Pontigny, ove Papa Alessandro III, che soggiornava a Sens, mandò con speciale raccomandazione il beato Tomaso Arcivescovo di Cantorbery, quando Re Artaldo lo espulse dall'Inghilterra. La terza volta la visitai con frate Stefano, e vidi e imparai molte cose degnissime di storia; ma per brevità le tralascio e mi affretto a dirne altre. E sappi che nella provincia di Francia, parlo per quel che ha attinenza coi frati Minori, vi sono otto conventi, in quattro de' quali si beve birra, negli altri quattro bevono vino. Sappi anche che sono tre le regioni francesi che abbondano di vino, cioè la Rochelle, Beaune[108], ed Auxerre. Ad Auxerre però i vini rossi sono poco pregiati, perchè non sono così buoni come i vini rossi italiani. Perciò coltivano per lo più le uve bianche e talora color d'oro, che danno un vino aromatico, confortante e di squisito sapore, e chi ne beve diventa allegro e franco; sicchè del vino d'Auxerre si può dire benissimo quel de' Proverbii 21.º ecc. ed è così forte che, se lo lasci alcun tempo nel fiasco, trasuda. E sappi finalmente che i Francesi usano dire con un lor gioco di parole che il vino buono deve avere tre t, e sette f il buonissimo. Perocchè dicono scherzando:

El vin bon et bel sel dance

Forte et fer et fin et france

Froist et fras et fromijant

Buono e bello è 'l vin che grilla,

Bello e buon quel che si spilla

Forte, fin, fresco, frizzante,

Fiero, fervido, fragrante.

E Maestro Morando, che insegnò grammatica a Padova, fece, a seconda del suo gusto, il panegirico del vino cantando:

Vinum dulce gloriosum

Pingue facit et carnosum

Atque pectas aperit.

Et maturum gustu plenum

Valde nobis est amoenum

Quia sensus acuit.

Vinum forte vinum purum

Reddit hominem securum

Et depellit frigora.

Sed acerbum linguas mordet,

Intestina cuncta sordet,

Corrumpendo corpora.

Vinum vero quod est glaucum

Potatorem facit raucum

Et frequenter mingere.

Vinum vero turbolentum

Solet dare corpus lentum

Et colorem tingere.

Vinum rubeum subtile

Non est reputandum vile

Nam colorem generat.

Auro simile citrinum

Valde fovet intestinum

Et languores suffocat.

Il vin dolce, onor del mondo,

Mi fa tondo, rubicondo,

E cuor contento.

Quel severo a gusto piano

Fa sereno, rende ameno,

E dà talento.

Un vin forte, un vino puro

Fa sicuro, imperituro,

E 'l sen m'avvampa.

Ne corrode quell'agresto,

N'è molesto, greve, infesto,

E non si campa.

Chi 'l vin beve verde mare

A me pare gracidare,

E piscia ognora.

Quel pisciancio turbolento

Rende lento, sonnolento

E ne scolora.

Il rubino non è vile,

È sottile, è gentile

E fa bel sangue.

Quello poi ch'al sol s'indora

Fiero incuora, fier ristora

L'uomo che langue.

I Francesi per tanto sono avidi del buon vino. Nè è da meravigliare, perchè il vino rallegra Dio e gli uomini, è detto nel 21º dei Giudici........ Senza punto esagerare i Francesi e gli Inglesi vanno pazzi per vuotar calici. Quindi è che i Francesi patiscono flussione d'occhi, e il troppo bere fa loro gli occhi arrovesciati, rossi, cisposi e scerpellati. E la mattina per tempissimo, snebbiata la mente dai fumi del vino, con quegli occhi siffatti vanno da un sacerdote, che abbia detto messa, e lo pregano di far cadere sui loro occhi stille di quell'acqua, che gli ha servito per il lavabo. Ai quali diceva a Provins frate Bartolomeo Guiscolo da Parma, come ho udito io stesso più volte: Alè ke maletta ve don Dè; metti del aighe in les vin, non in les ocli: Andate che Dio vi mandi alla malora; mettete acqua nel vino, non negli occhi. Anche gli Inglesi sono avidi di quei vini di Francia, e ne tracannano a iosa. Perocchè uno prende una coppa, e la ingolla tutta, poi dice: Ge bui; a vu. Che è come dire; Berrete anche voi quanto berrò io; e se n'ha molto per male se l'altro fa diversamente da quello ch'egli insegnò colla parola e suggellò coll'esempio. Ma così operando si contravviene a quello che dice la Sacra Scrittura nel libro 1º di Ester, ecc. Però bisogna perdonarlo agli Inglesi se nuotano nel buon vino, quando possono, perchè a casa loro di vino ne hanno poco. Sono meno scusabili i Francesi, che ne abbondano, se per iscusa non tengasi la sentenza: È difficile abbandonare le cose a cui siamo avvezzi. Nota che in una poesia si legge:

Det vobis piscem Normandia terra marinum;

Anglia frumentum, lac Scotia, Francia vinum;

Silva feras, aer volucres, armenta butirum;

Hortus delitias, nemus umbra, stagna papyrum.

Tutto per voi feconda e vi matura

Il chimico fornel della natura.

Il mar di Normandia vi pesca il pesce;

L'Inghilterra per voi le spiche cresce;

Pingue la Scozia il latte a voi distilla;

Ricca la Francia a fiumi il vin vi spilla;

Moltiplica la preda a' vostri strali

Quanto la selva ormeggia o va sull'ali;

L'orto frutta vi fa, l'ovil butiro,

Lo stagno e 'l bosco danno ombra e papiro.

..... E qui è da notare che in certi mesi la parte del giorno illuminata dal sole è più lunga in Francia che in Italia, come sarebbe nel mese di maggio; e nell'inverno è più breve, e n'ho fatto io l'esperienza in persona. Ritorniamo ora sulla nostra via, e continuiamo a parlare del Re di Francia.