a. 1248

L'anno dunque 1248, poco dopo la Pentecoste, da Auxerre passai al convento di Sens, perchè quivi si doveva adunare il capitolo provinciale a discutere gli interessi dell'Amministrazione della provincia di Francia, e stava anche per arrivare Lodovico Re de' Francesi. Adunatosi pertanto il capitolo, il ministro della provincia di Francia coi definitori si avvicinò al cospetto di frate Giovanni da Parma ministro Generale, che era in quel convento; e disse: Padre, noi abbiamo esaminati ed approvati quaranta frati venuti al capitolo per ottenere la facoltà di predicare, e l'abbiamo loro conferita, e li abbiamo rinviati ai loro conventi, perchè questo nostro, ove si tiene il capitolo, non risenta disagio da troppa agglomerazione di frati. E il ministro Generale rispose loro che avevano operato male, senza conoscere la Regola, che prescrive non potersi conferire la facoltà di predicare dai ministri provinciali quand'è presente il ministro Generale. «E aggiunse: L'esame fatto l'approvo; ma comando che siano richiamati, e ricevano da me la chiesta facoltà a norma della nostra Regola. Così fu fatto» e si fermarono poi a Sens finchè fu terminato il capitolo. Partito il Re di Francia da Parigi per onorare il capitolo di sua presenza, quando si seppe che era poco lunge dal convento, uscirono tutti i frati Minori ad incontrarlo, e fare a lui onorifico ricevimento. E frate Rigaldo dell'Ordine de' Minori, maestro cattedrato a Parigi, e Arcivescovo di Rouen, vestito pontificalmente uscì dal convento, ed in fretta andava incontro al Re interrogando ad alta voce: Ov'è il Re? Ov'è il Re? Ed io gli tenea dietro, perchè solo e smarrito errava colla mitra in capo e il pastorale in mano. Aveva egli perduto tempo nell'appararsi, sicchè gli altri frati erano già usciti e stavano allineati a destra e a sinistra sui ciglioni della strada colle spalle volte alla città, volendo vedere il primo spuntare del corteggio reale. Ed io vidi spettacolo che mi fece vivissimamente meravigliare, e meco stesso andava ragionando: Ho pur letto non una, nè due volte sole, che i Galli Senoni furono un popolo nobile e potente, e che, capitanati da Re Brenno, entrarono di forza in Roma; ma veramente ora le loro donne, per la più parte, somigliano a tante fantesche. E sì che se il Re di Francia passasse per Pisa e per Bologna tutto il fiore delle nostre matrone gli correrebbe incontro. Ma in quel punto mi tornò a mente d'aver udito dire d'un uso dei Francesi, e lo riconobbi vero. Ed è che in Francia i cavalieri e le loro nobili dame abitano le castella delle loro ville; in città soggiorna soltanto la borghesia. Il Re poi era mingherlino, gracile, macilente, e di statura in proporzione troppo alta, di volto angelico e raggiante di grazia. E veniva alla chiesa de' frati Minori non in pompa reale, non a cavallo, ma a piedi, ed in abito da pellegrino, col bordone e la bisaccia al collo, che dava decoro agli omeri reali; e colla stessa umiltà e conforme vestiario lo seguivano i suoi tre fratelli germani: primo de' quali era Roberto, e l'ultimo si chiamava Carlo, che fece poi meravigliose prodezze degnissime di storia. Il Re non si prendeva cura del corteo de' nobili, ma piuttosto delle orazioni e de' voti de' poveri; ed era di fatto più monaco nelle divozioni, che soldato nell'armi. Entrato pertanto nella chiesa de' frati, e fatta una devotissima genuflessione, pregò davanti all'altare. E mentre usciva di chiesa, giunto sulla soglia della porta, io mi gli trovai vicino. Quand'ecco gli fu offerto, e, per mezzo del tesoriere della chiesa di Sens, presentato un grosso luccio ancor vivo in acqua, dentro una conca d'abete, che i Toscani chiamano bigoncio, e che serve loro per bagni e per lavacro ai fanciulli, che sono ancora in culla. Per vero in Francia il luccio è un pesce, che si paga caro e si giudica squisito. Il Re ringraziò il donatore e il presentatore del dono; poi disse ad alta voce, da tutti intesa, che nessuno entrerebbe nell'aula capitolare, tranne i cavalieri e i frati, ai quali voleva parlare nell'adunanza. Radunato il capitolo, il Re cominciò a fare la sua confessione, a raccomandare a Dio sè stesso, i suoi fratelli, la Regina sua madre, tutto il suo seguito, e inginocchiatosi divotissimamente invocò le orazioni ed i suffragi de' frati. E alcuni frati francesi che mi stavano a fianco, ammirando tanta pietà e divozione, piangevano dirottamente di consolazione. Dopo il Re, sorse a parlare il Cardinale della Corte romana, Oddone, che era stato una volta gran Cancelliere di Parigi, e voleva andare col Re in Terra Santa, e in poche parole si sbrigò. Terzo a parlare s'alzò frate Giovanni da Parma, ministro Generale, a cui per ufficio toccava rispondere, e disse: L'ecclesiastico 32º dice: Parla tu con eletto discorso, tu che in grado avanzi gli altri, poichè a te spetta la prima parola. Il Re, padre e benefattore, che si degnò di parlare affabilmente ad un'adunanza di poveri, venne in mezzo a noi umile e benigno. E come ben conveniva parlò primo tra noi; nè ci domandò oro, nè argento, di cui, la Dio mercè, il suo tesoro abbonda; ma desidera vivamente le nostre orazioni ed i nostri suffragi per uno scopo che è lodevolissimo. Di fatto il Re nostro imprese questo pellegrinaggio e questa crociata a gloria di nostro Signor Gesù Cristo, a soccorso di Terra Santa, a sterminio de' nemici della fede e della croce di Cristo, ad onore di tutta la Chiesa Cattolica e di tutto il Cristianesimo, a salute dell'anima sua e di tutti coloro che seco lui vanno oltremare. Laonde, sia perchè fu il nostro principale benefattore e sostenitore non solo a Parigi, ma eziandio in tutto il suo regno; sia perchè volle degnarsi di venire tra noi tanto umilmente e con tanto nobile corteo, e chiede a noi di pregare per un santo fine, è doveroso e conveniente che noi ricambiamo a lui, almeno per quanto possiamo, i segnalati benefici, e l'alto onore che abbiamo ricevuto. E siccome i frati Francesi sono lieti e prontissimi di fare tutto il possibile a questo scopo, anzi sono d'animo disposti a più di quello ch'io sapessi decretare, perciò non impongo loro comandamenti di sorta. Avendo però io incominciato a visitare tutti i conventi dell'Ordine, mi sono proposto nell'animo di prescrivere a ciascun sacerdote di celebrare quattro messe pel Re e pel suo corteggio: Una dello Spirito Santo; un'altra della Croce; la terza della beata Vergine; la quarta della Trinità. E se fatalmente accadesse che il Figlio di Dio lo richiamasse al seno del Padre eterno, altri più fervidi suffragi aggiungeranno i frati. E se per parte mia non ho abbastanza soddisfatto al desiderio del re, il Re comandi; chè tra noi non manca chi obbedisca; può solo mancare chi comandi. Udite il Re queste parole, ringraziò il ministro Generale, ed accolse con tanto gradimento quelle disposizioni che le volle scritte in una lettera autografa del Generale stesso e autenticate col suo sigillo. Così fu fatto. E le spese di quel dì le fece il Re e pranzò coi frati in refettorio. Al pranzo intervennero i tre fratelli, del Re, il Cardinale della Corte romana, il ministro Generale dell'Ordine de' Minori, frate Rigaldo Arcivescovo di Rouen, il ministro Provinciale di Francia, i Custodi, i Definitori, i frati di fiducia, tutti quelli che erano ammessi al capitolo, e i frati nostri ospiti, che chiamiamo forestieri. Riconoscendo pertanto il ministro Generale la nobiltà e dignità del reale corteggio, cioè tre Conti, il Cardinale Legato della Chiesa romana e Arcivescovo di Rouen, non volle arrogarsi gli onori di preminenza dovuti alla sua dignità, quantunque il Re lo invitasse a sedergli a fianco; ma volle piuttosto dimostrare col fatto quella cortesia e quella umiltà, che il Signore predicò colla parola e coll'esempio; e prese posto alla mensa de' poveri, la quale dalla sua presenza acquistò splendore, e tutti ne restarono edificati, e ne ebbero buon insegnamento. E in quel dì il Re fece quel che insegna la Sacra scrittura, Ecclesiastico IV; Renditi affabile nella conversazione de' poveri. La prima imbandigione servita in quel dì a mensa furono le ciliegie; poi pane bianchissimo, e vino abbondante e di qualità veramente degna della magnificenza reale. E, secondo l'usanza de' Francesi, eranvi molti che invitavano, in modo da costringere a bere, anche chi non voleva. Poi si portarono innanzi le fave fresche cotte nel latte, pesci, granchi, pasticci d'anguille, riso con latte di mandorle e polvere di cinamomo, anguille rosolate con squisitissima salsa, torte giuncate e frutta in abbondanza e bellissima. Ed ogni cosa fu servita con molto garbo, e molta compitezza. Il dì successivo poi il Re intraprese il suo viaggio; ed io, chiuso il capitolo, lo seguii, poichè io aveva ricevuta dal ministro Generale l'obbedienza di andare a dimorare nella Provenza. E mi riescì agevole trovarmi dove era il Re, perchè spesso egli deviava dalla strada diretta per andare ai romitaggi dei frati Minori e di altri religiosi, di quà di là vagando a destra a sinistra, per raccomandarsi alle loro orazioni. E così andò facendo sinchè giunto al mare s'imbarcò per Terra Santa. E facendo io una visita ai frati di Auxerre al cui convento io aveva appartenuto, un dì mi recai a Vezellay[109], nobile castello della Borgogna, ove in quei tempi si credeva che vi fosse il corpo della Maddalena. L'indomani era domenica. E la mattina per tempissimo il Re si recò al convento de' frati per raccomandarsi alle loro preghiere, ed aveva lasciato il suo corteo nel castello, che era vicino al convento. Condusse seco soltanto i suoi tre fratelli ed alcuni staffieri a custodire i cavalli; e fatta una reverente genuflessione davanti all'altare, i frati teneano gli occhi volti agli scanni su' quali sedere; ma il Re sedette in terra e nella polvere, come ho visto io co' miei occhi, perocchè quella chiesa non aveva un piano lastricato. E ne chiamò presso di sè dicendo: Avvicinatevi a me, frati miei carissimi, e ascoltate le mie parole. Allora facemmo corona intorno a lui, e come lui sedemmo in terra, e fecero altrettanto i suoi tre fratelli germani. E si raccomandò ai frati, invocò le loro orazioni e li pregò de' loro suffragi. All'uscire di chiesa gli fu detto che suo fratello Carlo pregava ancora con fervore, e il Re se ne compiacque, e, per aspettarlo, non montò a cavallo; e gli altri due fratelli in sua compagnia parimente aspettavano fuori della porta della chiesa col Re. Carlo era il fratello minore, Conte di Provenza, marito d'una sorella della Regina; e faceva molte genuflessioni davanti ad un altare che era su un fianco della chiesa vicino alla porta. Ed io mi trovava in un punto da poter osservare tanto Carlo che pregava fervidamente, quanto il Re che fuori aspettava pazientemente; e ne rimasi molto edificato. Dopo continuò il Re la sua via, e dato sesto alle sue cose, si affrettò al naviglio, che era pronto. Io poi andai a Lione, ove trovai ancora Papa Innocenzo IV co' suoi Cardinali. In seguito discesi sino ad Arles, distante cinque miglia dal mare, ed era la festa del beato Pietro Apostolo. In que' giorni arrivò a quel convento anche frate Raimondo ministro della Provenza, che poi fu fatto Vescovo, e mi ricevette onorificamente, ed era con lui il lettore di Mompellier. Di lì passai per mare a Marsiglia, e da Marsiglia andai a Jeres[110] per fare visita a frate Ugo da Digne[111] o da Bariols[112], cui i Lombardi chiamano frate Ugo da Mompellier. Egli era uno de' più illustri chierici del mondo, predicatore affascinante, gradito dal clero e dal popolo, forte a disputare e pronto a discutere di ogni cosa. Tutti gli avversarii inviluppava, e, stringendo gli argomenti, conchiudeva in proprio senso; aveva parola facondissima, e voce sonante come di tromba, o di tuono, o di gonfio torrente in cascata: non mai indietreggiava, non mai s'intricava, era sempre pronto a rispondere a tutto. Erano come il sole fiammeggianti le sue parole, se parlava della corte celeste e della gloria del paradiso, erano terribili, se discorreva delle pene infernali. Nativo della Provenza, aveva statura mediocre, e tinta bruna, ma non era brutto. Era uomo acceso in sommo grado delle cose spirituali, sicchè ti pareva di vedere e di ascoltare un altro Paolo, un secondo Eliseo; ed ognuno sentivasi il tremito quando predicava. Ed ecco le parole che ardiva pronunciare al cospetto del Papa o de' Cardinali in concistoro, nè solo a Lione, ma anche molto prima quando la Corte pontificia era a Roma: «..... Papa Innocenzo IV, vi ha dato il cappello rosso affinchè, come ragion vuole, abbiate una distinzione tra gli altri cappellani. Ma in passato non eravate chiamati Cardinali, sibbene diaconi della Corte romana, e i preti si ritenevano vostri pari, e vostri predecessori..... Frate Ugo era solito dire che aveva quattro amici, ch'egli amava sopra tutti gli altri; primo de' quali era frate Giovanni da Parma ministro Generale (ed era naturale, perchè furono ambedue illustri chierici, cultori dello spirito, e caldissimi Gioachimiti); e per l'amicizia di frate Giovanni da Parma, e poi, perchè s'accorse ch'io aveva fede nella dottrina di Gioachimo Abbate dell'Ordine che è a Flora,[113] ebbe anche per me molta deferenza ed intrinsichezza. Il secondo amico era l'Arcivescovo di Vienna[114], uomo santo, letterato, onesto, che amava assai l'Ordine del beato Francesco. Perciò in servigio dei frati Minori fece costruire un ponte di pietra sul Rodano, perchè aveva dato nella sua diocesi un convento da abitare ai frati, che stavano al di là del fiume. E trovandomi io una volta a Vienna, venne da Lione, per confessare e predicare, frate Guglielmo dell'Ordine dei Predicatori, autore della Somma dei vizii e delle virtù; ed ospitò presso i frati Minori, perchè i Predicatori in quella città non avevano convento. E piacque al Guardiano ch'io gli fossi compagno, e ci trattammo con reciproca famigliarità, perchè era uomo umile e cortese, sebbene di piccola statura[115]. Io gli domandai com'era che i frati Predicatori non avessero convento a Vienna; ed egli rispose che, piuttosto che due o tre conventi, amavano averne uno solo, ma buono, a Lione. E pregato da me di predicare ai frati nell'imminente giorno della Annunciazione della beata Vergine, perchè io desiderava vivamente di udirlo, avendo egli oltre la Somma scritto anche un trattato De' Sermoni, rispose che volentieri, purchè lo invitasse il Guardiano. E lo invitò, e fece una bellissima orazione intorno all'Annunziazione della beata Vergine, il cui tema, od esordio era: Missus est Angelus: È stato inviato un Angelo. Un altro giorno, mentre io soggiornava ancora a Vienna, giunse frate Guglielmo Britto dell'Ordine de' Minori, autore del libro Della memoria, e per piccolezza di statura si assomigliava all'altro Guglielmo, di cui ho fatto menzione più su, ma non in quanto al carattere, che pareva più impaziente e impastato di furia, come di solito i piccoli. D'onde quel detto:

Vix humilis parvus. Vix longus cum ratione.

Vix reperitur homo ruffus sine proditione.

L'uom piccino di statura

È superbo di natura.

L'uomo lungo di persona

Egli è raro se ragiona.

Chi di rosso ha tinto il pelo

Tradirà la terra e il cielo.

Nel convento di Lione io l'ho udito aver la prontezza di fare il correttore a tavola in presenza di frate Giovanni ministro Generale e di Papa Innocenzo IV; e allora non aveva ancora composto quel suo libro, che da lui s'intitola. Il terzo amico poi che diceva d'avere frate Ugo era Roberto Grossatesta vescovo di Lincoln, uno dei più eminenti chierici del mondo. Questi, dopo che li aveva già volgarizzati Borgondione giudice Pisano, tradusse di nuovo il Damasceno ed i testamenti dei dodici patriarchi, e molte altre opere. Il quarto amico di Ugo era frate Adamo da Marisco[116] dell'Ordine dei Minori, uno dei più illustri chierici del mondo. Fu chiarissimo in Inghilterra e scrisse di molte cose, come quello di Lincoln.[117] Ambedue Inglesi, e, compagni in vita, furono ambedue sepolti nella chiesa episcopale. Terzo compagno di questi due fu maestro Alessandro dell'Ordine de' frati Minori Inglese, e maestro con cattedra a Parigi, che compose molte opere, e, come dicevano quelli che lo conoscevano a fondo, non ebbe al suo tempo uno pari a lui sulla terra. Io ricordo che, quando io era ancor giovane ed abitava nel convento di Siena in Toscana, frate Ugo che era di ritorno dalla Corte romana, parlò mirabilmente intorno alla gloria del paradiso e al disprezzo del mondo al cospetto de' frati Minori e Predicatori, che erano accorsi ad ascoltarlo; e di qualunque cosa fosse interrogato, subito, senza por tempo in mezzo, aveva in pronto la risposta. E chi l'udiva si meravigliava di tanta sapienza e prontezza. Trovandosi egli a Pistoja nel tempo in cui era imminente la convocazione di un concilio a Lucca nel giorno delle Ceneri, nè avendo i frati di Lucca chi predicasse, ricorsero a frate Ugo pregandolo di favorirli in quella ricorrenza. Egli lo promise e attenne. Arrivò pertanto a Lucca per la via di Pescia appunto in quel momento, in cui doveva egli andare alla chiesa episcopale. E tutta radunanza gli andò incontro per accompagnarlo, per fargli onore, e per desiderio di ascoltarlo. Ma vedendo que' frati fuori di porta, meravigliato disse: Ah! Dio dove vanno costoro? E dettogli che i frati gli facevano quel ricevimento per onorarlo, e perchè desideravano di udirlo, rispose: Non pretendo tanto onore, perchè non sono Papa; se poi vogliono udirmi, vengano quando io sarò alla chiesa. Ora io anderò avanti con un compagno solo, chè non voglio trovarmi in mezzo a tanta caterva di gente. E, quando giunse alla chiesa, li trovò tutti raccolti e pronti ad udirlo. Sermocinò adunque frate Ugo, e disse tante mirabili cose e tanto mirabilmente ad edificazione e consolazione del clero, che tutti rimasero stupefatti della sua graziosa e calda orazione. Ed i chierici della diocesi di Lucca sino a molti anni dopo hanno sempre ripetuto di non aver mai udito uomo parlare tanto eloquentemente. Perocchè altri oratori avevano declamato il loro sermone come un salmo che avessero imparato a memoria. E per lungo tempo suonarono le lodi di frate Ugo e della sua predica, e, in grazia di lui, crebbe la buona opinione e la reverenza per tutto l'ordine de' Minori. Io l'ho udito predicare un'altra volta al popolo nella Provenza, vicino al Rodano, a Tarascon[118], e a quella predicazione vi fu immenso concorso di nomini e donne di Tarascon e di Beaucaire[119], che sono due bellissimi castelli l'uno di fronte all'altro sulle due opposte rive del Rodano. In ciascuno de' due castelli vi è un convento di frati Minori. A quella predicazione vi ebbe anche numerosa affluenza d'uomini e donne sin di Avignone e di Arles. E parlò loro, come ho udito io coi miei orecchi, non vuote ciancie, ma parole piene di utili insegnamenti, che, per la dolcezza dell'animo e il calore e la forza del convincimento che le inspirava, scendevano a toccare il cuore. Egli era stimato come un profeta........ Sarebbe ridicolo assai ch'io non volessi credere che altri non sia Vescovo, o Papa, perchè nol sono io... Vi era anche alla Corte del Conte di Provenza un maestro Rainero da Pisa, che si spacciava per filosofo universale, e confondeva per modo i notai, i medici, e i giudici della Corte che nessuno poteva ivi più salvare la propria riputazione. Esposta dunque a frate Ugo la loro inquietudine, lo pregarono di andare in loro soccorso, e difenderli da quel molesto avversario. Ai quali frate Ugo rispose: Fissate col Conte un giorno per una disputa in palazzo, e insieme col Conte vi si trovino cavalieri, cittadini cospicui, giudici, notai e fisici; e disputate secolui, e il Conte mandi in cerca di me; e mostrerò e proverò a quel maestro ch'egli è un asino, e che il cielo è una padella. Tutto fu pronto; e lo inviluppò così, e così gli chiuse la bocca, che si vergognò di essere nella Corte del Conte, e, senza salutare alcuno, scappò via, nè osò più mai ivi dimorare, non che presentarsi. Perocchè null'altro era che un acuto sofista, e credeva di intricare tutti co' suoi sofismi. Liberò pertanto frate Ugo da un soverchiatore quei meschini che non avevano alcun aiuto, e perciò baciavano mani e piedi al loro liberatore. E qui conviene si noti che questo Conte di Provenza è chiamato Raimondo di Berengario; ed era bell'uomo, benevolo ai frati Minori, e padre della Regina d'Inghilterra e della Regina di Francia, ed una terza sua figlia era moglie del fratello del Re d'Inghilterra, ed una quarta era moglie di Carlo fratello del Re di Francia, dalla quale ricevette la Contea di Provenza. Nella Provenza poi vi è un castello molto popolato tra Marsiglia e Ventimiglia, ossia Nizza a mare, lungo la strada che mena a Genova, dove si trovano aie per fare il sale, e quindi prende nome da queste aie. Ivi abita gran numero d'uomini e di donne che fanno penitenza nelle loro case in abito secolare, e sono devoti assai ai frati Minori, e ascoltano volentieri le loro prediche. I frati Predicatori, ivi non hanno convento, perchè si dilettano e vogliono la consolazione di stare soltanto in monasteri grandiosi, e non ne' piccoli. In questo castello il più del tempo abitava frate Ugo. Ivi erano molti notai e giudici, e medici e letterati che ne' giorni di solennità avevano loro comvegno alla cella di frate Ugo per udirlo parlare della dottrina dell'Abbate Gioachimo, ed insegnare e spiegare i misteri della Sacra Scrittura, e predire il futuro. Perocchè era un tenacissimo Gioachimita, e possedeva tutti i libri dell'Abbate Gioachimo. Ed anch'io una volta vi intervenni per udire come frate Ugo esponeva quella dottrina, di cui anche prima, quando io era a Pisa, aveva udito già un'altra esposizione fatta da un Abbate dell'Ordine di Flora, che era un vecchietto e santo uomo, il quale per timore che l'Imperatore desse alle fiamme il convento ov'egli abitava, che era tra Lucca e Pisa, sulla strada che va a Luni[120], aveva collocato, come in luogo sicuro nel convento di Pisa, tutti i libri pubblicati da Gioachimo, e che egli possedeva. Poichè egli credeva che in Federico a quel tempo si dovessero adempire tutti i misteri, perchè era in discordia vivissima colla Chiesa. Anche frate Rodolfo di Sassonia, lettore a Pisa, che era un logico stringente, un insigne teologo ed un impareggiabile disputatore, smesso lo studio della teologia per meditare su que' libri dell'Abbate Gioachimo, che erano depositati nel nostro convento, divenne passionatissimo Gioachimita. Ed anche quando il Re di Francia era sulle mosse per andare in Terra Santa, ed io mi trovava nel convento di Provins[121], erano ivi due frati, che professavano tutte le dottrine di Gioachimo, e che con ogni loro potere tentavano di farmele abbracciare. Uno era di Parma e si chiamava frate Bartolomeo Guiscolo; uomo cortese, dedito onninamente alle cose dello spirito, oratore eminente, Gioachimita, e di parte imperiale. Fu una volta guardiano del convento di Capua. In ogni sua cosa era spigliatissimo; e morì in un capitolo generale convocato a Roma. Da secolare insegnò grammatica; frate, scrisse, miniò, insegnò e fece tante altre cose. In vita sua fece prodigi, ed in morte operò miracoli ancor maggiori. E di vero quando l'anima sua si sciolse dal corpo, i frati che erano presenti, videro meraviglie da restarne stupefatti. L'altro era Gherardino da Borgo S. Donnino[122], che fu allevato in Sicilia, e insegnava grammatica; giovane morigerato, onesto e buono, eccessivo soltanto nella tenacità con cui seguiva irremovibilmente le opinioni e gli insegnamenti di Gioachimo. Questi due mi sollecitavano ad aver fede nelle scritture dell'Abbate Gioachimo, e a studiarle, e ne possedevano l'esposizione su Geremia ed altre opere. E stando appunto allora il Re di Francia in fare i preparativi per andar oltremare con un esercito di crociati, eglino lo motteggiavano e lo deridevano dicendo che la impresa gli sarebbe andata male, come poi dimostrò l'evento; e mi facevano vedere così star scritto nell'esposizione di Gioachimo sopra Geremia, e perciò doversi aspettare che s'adempisse. E, leggendosi per tutta la Francia nella messa conventuale d'ogni dì il salmo: Oh! Dio le nazioni sono entrate nella tua eredità ecc. eglino parimente mettevano questa sentenza in beffa, e dicevano: È necessità che si effettui ciò che dice la Scrittura, che ha ne' Treni 3º: Tu hai distesa una nuvola attorno a te perchè l'orazione non passasse; perocchè il Re di Francia sarà fatto prigioniero, e i Francesi saranno disfatti, e molti periranno di pestilenza. E perciò questi due vennero in odio ai frati Francesi, i quali rispondevano che queste cose si erano verificate nelle crociate precedenti. Eravi anche contemporaneamente a noi nel convento di Provins frate Maurizio lettore, bell'uomo, nobile e letterato distinto, che da scolare aveva fatto studi a Parigi, e da frate aveva fatto un corso di studi di otto anni. Costui era del territorio di Provins, essendochè in Francia i nobili dimorano nelle loro ville e castella, e i borghesi nelle città. Provins poi è nobile castello della Sciampagna distante da Parigi venticinque leghe. Questo frate Maurizio adunque, che da poco era diventato mio amico, m'andava dicendo: Frate Salimbene, non aggiustar fede a questi Gioachimiti, perchè essi turbano la coscienza dei loro confratelli colle loro dottrine; piuttosto aiutami a scrivere, ch'io voglio provarmi a fare un buon libro di precetti che sia utile a predicare. Allora i Gioachimiti si separarono spontaneamente; ed io andai ad Auxerre[123]; frate Gherardino al convento di Sens[124]; frate Ghirardino fu mandato a Parigi a studiare per missione della provincia di Sicilia, alla quale era stato destinato. A Parigi dunque studiò quattr'anni, e commise una follia, componendo un libello, divulgandolo e distribuendolo ai frati più ignoranti. Di questo libello parlerò di nuovo, quando scriverò di Papa Alessandro 4º, che lo proibì. E siccome per quel libello furono mossi rimproveri all'Ordine sì a Parigi che altrove, il prenominato Bartolomeo, che ne era l'autore, fu sospeso dall'ufficio di lettore, di predicatore, di confessore e da ogni altra incombenza che poteva legittimamente esercitare nell'Ordine. E perchè non volle venire a rescipiscenza e riconoscere la sua colpa, ma perdurò ostinato e procace nella sua pertinacia e contumacia, i frati Minori lo misero in prigione ai ceppi, e lo sostentavano del pane della tribolazione e dell'acqua dell'angustia. Quel miserabile neppur per questo volle rimuoversi dal proposito della sua ostinazione, e morì piuttosto in carcere, e fu privato dalla sepoltura ecclesiastica, sotterrato in un angolo dell'Orto. Sappiano dunque tutti che nell'Ordine de' frati Minori si applica il rigore della legge contro i trasgressori della Regola; nè si deve imputare a tutto l'Ordine la stoltizia di uno solo. L'anno poi 1248 trovandomi a Ieres[125] con frate Ugo, ed accortosi egli ch'io lo interrogava con viva passione intorno alle dottrine dell'Abbate Gioachimo, e che avidamente io ne udiva parlare, e ne aveva piacere, un dì mi disse: Ne sei tu infatuato di queste dottrine, come altri che ne sono seguaci? E in realtà da molti sono stimate follie. Perocchè quantunque l'Abbate Gioachimo fosse un sant'uomo, tuttavia ha tre cose, nelle quali bisogna contrastargli. Primo fu la proibizione del suo opuscolo, che pubblicò contro il maestro Pietro Lombardo, nel quale lo chiamò eretico e pazzo, come ho scritto in altra cronaca. All'Abbate Gioachimo pareva che Pietro Lombardo ammettesse la quaternità nella Trinità, dove dice: Poichè è un tutt'insieme il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, e quell'insieme non è nè generante, nè generato, nè procedente. Onde l'Abbate Gioachimo deduce che Pietro Lombardo trovava in Dio non solo una Trinità, ma una quaternità, cioè tre persone distinte, e di più quella essenza di tutte tre le persone unite, che quasi ne formavano una quarta. Ma di questa quistione ne ho parlato in un'altra cronaca più breve, come sta ne' Decretali, nella quale notai anche otto punti, ne' quali il maestro Pietro Lombardo nelle sue sentenze è caduto in errore. Guarda nella cronaca «Delle similitudini e degli esempi, dei simboli e delle figure, e dei misteri del vecchio e del nuovo testamento.» Seconda cosa per cui non si doveva aggiustar fede all'Abbate Gioachimo, fu la predizione delle tribolazioni future.... La quale fu cagione che i Giudici uccidessero i profeti. Perocchè gli uomini carnali non ascoltano volontieri chi parla delle tribolazioni future. Ed è perciò che l'Abbate Gioachimo quando tenne parola delle tribolazioni, soggiunse: «Queste cose non le credono coloro a cui l'ambizione ha ottuso il cuore; non vogliono che perisca il regno del mondo quelli a cui rifugge l'animo dal sopportare il giogo, che conduce al regno del cielo; nè che finisca l'impero degli Egiziani, coloro che non si affrattellano cogli abitatori di Gerusalemme.» Terza cagione, per cui non si possono condividere tutte le opinioni dell'Abbate Gioachimo, furono i suoi seguaci, i quali vollero anticipare i termini da lui indicati. E di loro disse: Ho timore che mi accada quello per cui il Patriarca Giacobbe si lamentava de' suoi figli, dicendo Genesi 34º ecc. Nè l'Abbate Gioachimo fissò alcun termine certo, quantunque a taluno paia che sì; ma accennò soltanto più termini, dicendo: «Iddio può mostrare ancora più chiaramente i suoi misteri; e lo vedranno coloro che sopravviveranno a noi.» Quando poi vidi che nella cella di frate Ugo si univano giudici e notai, fisici e letterati per udirlo esporre le dottrine dell'Abbate Gioachimo, mi ricorse alla memoria il fatto di Eliseo, di cui si legge nel libro dei Re 6.º Eliseo sedeva nella sua casa, e i vecchi sedevano con lui. In que' giorni giunsero due Gioachimiti dal convento di Napoli; l'un de' quali si chiamava frate Giovanni di Francia; l'altro frate Giovannino Pigolino di Parma, cantore napoletano. Eglino vennero a Jeres per vedere frate Ugo e udirlo parlare di queste dottrine. Sopravvennero anche due frati Predicatori reduci da un loro capitolo generale celebratosi a Parigi, chiamati l'uno frate Pietro di Puglia, lettore nel convento del loro Ordine a Napoli, uomo di lettere ed oratore esimio, ed aspettava il momento di imbarcarsi, perchè non avevano in quel paese un convento del loro Ordine. A costui un dì dopo il pranzo disse frate Giovannino cantore napoletano, che lo conosceva davvicino: Frate Pietro, che ve ne pare della dottrina dell'Abbate Gioachimo? A cui rispose: Mi curo tanto di Gioachimo e della sua dottrina, come della quinta ruota del carro. (Anche Gregorio in un'omelia sopra Gioachimo al luogo che dice: Vi saranno segnali nel sole, nella luna e nelle stelle, credette che fosse imminente la fine del mondo, perchè al suo tempo erano arrivati i Longobardi, e distruggevano ogni cosa). Andò dunque subito frate Giovannino alla cella di frate Ugo, e alla presenza del più volte nominato uditorio, gli disse: È qui un certo frate Predicatore, che non crede nulla di questa vostra dottrina. A cui frate Ugo rispose: Che importa a me se non crede? Disgrazia sua: Egli se ne accorgerà quando la discussione aprirà l'intelletto a chi ascolta: tuttavia chiamatelo a disputare con me, e vedremo di che dubiti. Invitato adunque andò, ma a malincuore, tanto perchè stimava poco Gioachimo, quanto perchè giudicava che in quel convegno nessuno potesse stare al pari di lui in letteratura e nella scienza delle Sacre Scritture. Vedendolo pertanto frate Ugo, gli rivolse subito la parola dicendo: Se' tu colui che ha dubbii intorno alla dottrina di Gioachimo? Quell'io, rispose frate Pietro. A cui frate Ugo domandò: Leggestu mai Gioachimo? E frate Pietro: L'ho letto, e letto bene. E frate Ugo di rimando: Credo che tu l'abbia letto come una donnetta legge il salterio, che giunta al fine ignora, o non ricorda ciò che abbia letto in principio. Così molti leggono e non intendono, o perchè non tengono in pregio le cose che leggono, o perchè s'è indurato il loro cuore insipiente. Or dimmi che cosa ti piaccia udire intorno agli insegnamenti di Gioachimo, affinchè io sappia di che vai dubbiando. E frate Pietro disse: Vorrei che tu mi provassi con Isaia alla mano, come pretende insegnar Gioachimo, che la vita di Federico debba terminare a settant'anni, mentre vive ancora; e come non possa morire che per mano di Dio, cioè di morte naturale, e non violenta. A cui rispose frate Ugo: Volentieri il farò; ma ascolta con pazienza, e non con esclamazioni e cavilli; perocchè in questa dottrina è necessario che colui, che le si inizia, abbia fede. L'Abbate Gioachimo fu un sant'uomo, e dice che le cose da lui predette gli furono rivelate da Dio a vantaggio degli uomini, secondo il verbo che è scritto ecc. Della santità poi di Gioachimo, oltre ciò che si legge nella sua biografia, te ne posso recare innanzi una splendida prova, la quale dimostra la sua somma pazienza. Prima di essere Abbate, quando era ancora un infimo fraticello, sdegnato il refettoriere contro di lui, per un anno intero mise nel fiaschetto di lui a tavola acqua per vino da bere, volendolo sostentare col pane della tribolazione e coll'acqua delle angustie; e questa punizione tollerò pazientemente sebbene ingiusta, e non reclamò. Sedendo sulla fine dell'anno a mensa presso l'Abbate, questi gli disse: Perchè bevi vino bianco, e non me ne dai? È questa la tua cortesia? A cui il santo Gioachimo rispose: Io, o Padre, aveva vergogna a profferirvene, perchè il mio secreto sta in me. Allora l'Abbate prese la coppa di lui e assaggiò, ma s'accorse che era un cattivo cambio. E avendo bevuto acqua, e non convertita in vino, disse: Che è l'acqua, se non acqua? E dimandogli: E col permesso di chi, usi tu questa bevanda? Padre, rispose Gioachimo, l'acqua è bevanda sobria, che non lega la lingua, che non dà il capogiro, nè la parlantina. Avendo poi l'Abbate saputo in capitolo che questa era un'ingiusta punizione ed una vendetta impostagli dalla malignità e da rancore del refettoriere, voleva espellerlo dall'Ordine, ma Gioachimo si prostrò ai piedi dell'abbate e tanto ne lo pregò, che risparmiò a quel converso l'espulsione. Tuttavia lo biasimò e lo rimbrottò acremente e duramente, dicendo: Perchè tu non hai fatto nel servizio ciò che è di regola, ti do in penitenza di non bere per tutto un anno intero che acqua, come tu hai fatto ingiustamente bere al tuo prossimo e confratello. Che poi la vita dell'Imperatore Federico termini, secondo Isaia, come tu trovi ove parla della ruina di Tiro, nota che in queste parole l'Abbate Gioachimo per la terra de' Caldei prende ed intende l'Impero Romano; per Assur, lo stesso Imperatore Federico; per Tiro, la Sicilia; per i giorni di un sol Re, tutta la vita di Federico: per i settant'anni, intende il periodo della vita fissato da Merlino. Che poi Federico non debba morire per mano d'uomo, ma soltanto per opera di Dio, così dice Isaia 31º ecc. E, aggiunse frate Ugo, queste cose ebbero il loro adempimento in Federico, specialmente presso Parma, quando fu messo in rotta e fuga dai Parmigiani, e la sua città di Vittoria fu rasa al suolo; e i Principi e i Baroni del suo Impero, più volte hanno voluto ucciderlo ma non hanno potuto. Udendo frate Pietro queste cose, sorrise e disse: queste cose puoi contarle a chi ti crede, ma non potrai indurre me a crederle. E frate Ugo soggiunse: E perchè? Non credi ai profeti? E frate Pietro: veramente ai profeti io credo: ma dimmi se questo che tu di',sia il concetto principale del profeta, o il secondario, o se sia un concetto estorto dal principale e tradotto ad altro senso, e in qualche modo applicato all'Imperatore. A cui frate Ugo rispose: Ottime osservazioni; epperciò ti dico che se n'è fatta applicazione, come quando nel giorno dei Santi Gervaso e Protaso si canta l'introito: Il Signore parla la pace in mezzo al suo popolo ecc. perchè nella festa di questi Santi fu conchiusa la pace tra la Chiesa e i Longobardi..... A quanto s'è detto possiamo ancora aggiungere: Noi vediamo che della mano sinistra, oltre al comune uso, conosciuto anche dagli idioti e illetterati, se ne fa un uso moltiplice. Perocchè essa serve a notare il numero, e al numerare, all'arte musicale, al calendario, al numero d'oro, e alla determinazione del giorno di Pasqua. Similmente nella divina Scrittura, oltre il senso letterale e storico, si trova anche un concetto allegorico, anagogico, tropologico, morale e mistico; e perciò è stimata più feconda e più nobile che se fosse ristretta ad un solo senso, e servisse ad un solo concetto. Lo credi vero tutto questo, disse Ugo, o dubiti ancora? E frate Pietro: Credo, e queste stesse cose ho insegnate più volte, perchè sono dette dai dottori; ma vorrei che con più convincenti ragioni mi argomentassi dei settant'anni, che Isaia indica sotto la figura di Tiro. Frate Ugo rispose: Quelle cose che Merlino, indovino Inglese, predisse di Federico I., di Enrico figlio di lui, e di Federico II. figlio dell'Imperatore Enrico, hanno tutta l'apparenza del vero. Ma smettiamo di andar divagando, e ritorniamo là d'onde mosse a principio la nostra disputa. Pognamo dunque i quattro termini di numeri fissati da Merlino[126] parlando di Federico II. Il primo de' quali lo fissa, dicendo: In trentadue anni cadrà. Il che si può intendere a partire dalla sua incoronazione sino alla morte, perchè fu imperatore trent'anni e undici giorni, e non si credeva ancor morto; e doveva essere così affinchè si verificasse il vaticinio della Sibilla, che dice: Volerà fama tra le nazioni: vive e non vive. Il secondo termine di Merlino è: Vivrà nella sua prosperità settantadue anni; il che come sia per verificarsi, vedranno i posteri ed i superstiti, poichè Federico vive tutt'ora. Il terzo termine di Merlino è: E due volte quinquagenario sarà trattato con ogni deferenza. Il che non si deve intendere per due volte cinquanta, sicchè arrivi al centinaio, ma per cinquanta più due, cioè cinquantadue anni. Il qual numero si verifica a partire dal giorno delle nozze di sua madre sino al diciottesimo anno del suo Impero, che fanno cinquantadue anni a punto. Intorno a che si ha: L'imperatore Federico I diede moglie a suo figlio Enrico, Costanza figlia del Re di Sicilia, che, ancor nubile, aveva trent'anni d'età, ed Enrico ne aveva ventuno. E le nozze si celebrarono a Milano l'anno 1185, diciasettesimo del suo regno. E nota che diventò Re a quattro anni d'età, e fu coronato Imperatore il 1191. E Federico figlio di Enrico fu coronato Imperatore nel 1220. Il quarto termine di Merlino intorno a Federico è: E diciott'anni dopo la sua incoronazione terrà la Monarchia vincendo l'invidia. Questo ha avuto il suo adempimento in Papa Gregorio 9º, col quale si ruppe al segno che questi lo scomunicò, e, dopo, contro la volontà del Papa e de' Cardinali, e de' Principi del regno, fu Imperatore. Udendo queste cose, frate Pietro cominciò a parlare ambiguo, dicendo: Molti cibi vi sono nel campo de' Padri; ed un cibo è migliore dell'altro. A cui frate Ugo rispose: Non alterare la Scrittura, ma le autorità riportale come stanno nel testo. Perocchè tu ommettesti l'ultima parte del versetto incominciato e la prima del susseguente. Ripetila dunque come la disse il Savio ne' Proverbii 13.º Udendo ciò, frate Pietro fece come usano alcuni, i quali allora che in una disputa non si reggono, passano agli insulti, e disse: Sarebbe da eretico addurre come argomento la parola degli infedeli; e parlo di Merlino, della cui autorità ti servisti. Frate Ugo sentissi provocato, e di rimando rispose: Tu menti; e proverò che hai più volte mentito. Ciò che sta scritto di Balaam e di Elia, e di Caifa, e della Sibilla, e di Merlino, e di Metodio non è appuntato dalla Chiesa. A ciò si può applicare ciò che dice il poeta:

Non rosa da spinas, quamvis sit filia spinæ;

Nec violæ pungunt; nec paradisus obest

Figlia di spin la rosa

Spine giammai non rende;

Nè la violetta ascosa

In modo alcuno offende,

Nè mai del paradiso

Dolor conturba il riso.

Vuol dire il Signore, ed anche il poeta, che il buono, il vero, l'utile non è da disgradare, sia pure che venga insegnato da un cattivo dottore..... Così comincia un poeta volendo lodare un suo opuscolo:

Utilis est rudibus præsentis cura libelli,

Et facilem pueris præbet in arte viam,

Questo libretto, a chi non sa, dimostra

La via che mena dritto all'arte nostra.

Queste cose udendo, frate Pietro si appigliò ai testi originali dei santi scrittori e alle sentenze dei filosofi. E su questo campo, frate Ugo, che era dottissimo, subito lo intricò e gli chiuse la bocca. Vedendo questo il compagno di frate Pietro, che era sacerdote e vecchio e buon uomo, cominciò ad inframmettersi per cavarlo di malefitte. Ma frate Pietro gli disse: taci, taci. Se non che, riconosciutosi vinto, si volse a commendare la vastissima dottrina del suo avversario. Finita la disputa, ecco subito arrivare un messo del capitano della nave a cercare i Predicatori per avvisarli di andar presto al porto. E, partiti, frate Ugo disse ai dotti che erano presenti, e avevano udita la disputa: Non scandalizzatevi se qualche cosa dicemmo di meno che conveniente; perocchè quelli, che disputano con audacia già montata nell'animo, sogliono trascorrere facilmente nel campo della licenza. E aggiunse: Questi buoni uomini di irati Predicatori si gloriano sempre della loro scienza, e si millantano che nell'ordine loro è la fontana della sapienza, come dice l'Ecclesiastico I: La fonte della Sapienza è la parola di Dio in cielo. Quando poi alloggiano nei conventi de' frati Minori, ne' quali trovano sempre carità, premure e cortesie, dicono d'aver albergato in casa d'uomini idioti. Ma la Dio mercè, ora non potranno dire d'aver ospitato presso uomini idioti, perchè ho fatto come insegna il savio ne' Proverbi 24.º ecc. Poi ch'ebbe finito di dire, l'uditorio secolare se ne dipartì molto edificato e consolato, dicendo: Oggi abbiamo udito mirabili cose; ma domenica ventura abbiamo desiderio d'udir parlare della dottrina di nostro Signor Gesù Cristo. A cui frate Ugo rispose: Se voglia il cielo ch'io stia bene, vi contenterò di buon grado; venite pure. Poco dopo, i due frati Predicatori ritornarono, perchè il tempo non permetteva alla nave di prendere il mare, e stettero con noi in buona compagnia. Dopo cena frate Ugo trattò con loro cordialmente e famigliarmente. E frate Pietro sedette in terra a' piedi di frate Ugo, nè vi fu nessuno che riuscisse a farlo alzare, e sedere nello stesso sedile a fianco di frate Ugo; neppur frate Ugo stesso, quantunque ne lo pregasse vivamente. Frate Pietro adunque non più disputatore nè contradditore, ma umile e attento ascoltava le dolci e in una schiaccianti argomentazioni di frate Ugo, che sarebbero veramente degne di essere riferite; ma per brevità le tralascio, per affrettarmi a dir d'altro. Fu in quella sera che il compagno di frate Pietro in disparte mi disse: Per amor di Dio, frate Salimbene, favorite dirmi chi sia questo frate, se Prelato, Guardiano, Custode, o Ministro. Non ha alcun ufficio, risposi, chè non ne vuole; fu una volta Ministro Provinciale, ora è semplice frate, ma uno de' più dotti chierici del mondo, e per tale è giudicato da tutti quelli che lo conoscono. Ed egli rispose: Lo credo ben vero, perchè io non ho mai udito uomo al mondo argomentare sì forte e sì diritto, e così dotto in ogni scienza; e resto meravigliato come non sia addetto ad uno de' più cospicui conventi. Ed io risposi: La sua umiltà e la sua santità si consolano di albergare nell'oscurità de' piccoli luoghi. E soggiunse: Sia egli benedetto, che pare in tutto uno de' cittadini del cielo. Stettero pertanto fra noi que' frati Predicatori a Jeres fino a che il mare permise di sciogliere la vela. E al momento della partenza frate Pietro disse a frate Ugo: In verità vi assicuro che starei sempre volentieri con voi per discutere intorno alla divina Scrittura. E dopo il ricambio di molti e molti complimenti, i frati Predicatori partirono consolati ed edificati. La domenica successiva alla loro partenza tutti gli uomini di lettere di Jeres convennero alla cella di frate Ugo per ascoltare i suoi ammaestramenti. E, finita la conferenza, un secolare del paese stesso, ch'io vidi e conosceva, e che era stato presente durante la conferenza, si levò e pregò frate Ugo che si degnasse di riceverlo nell'Ordine de' frati Minori. È da sapere che frate Ugo per essere persona spettabilissima, chierico tanto stimato, uomo dottissimo nelle cose dello spirito, e già altra volta esso stesso Ministro, aveva dal Provinciale facoltà di ammettere persone nell'Ordine. Quest'uomo che domandava di farsi frate, fu poi il fondatore dei Saccati; ed aveva un compagno che anch'esso voleva entrare, e furono inspirati da Dio a farsi monaci all'udire la predicazione di frate Ugo. Ai quali frate Ugo rispose: Andate ai boschi, e imparate a vivere di radici, perocchè il tempo delle tribolazioni è vicino. Andarono, si fecero mantelli brizzolati, come anticamente usavano portare i frati di servizio dell'Ordine di S. Chiara. E cominciarono a mendicare il pane per quel paese, nel quale avevano convento i frati Minori, e ne raccattavano in abbondanza; perchè noi e i frati Predicatori demmo a tutti l'esempio del mendicare; sicchè ognuno che prende il cappuccio, vuol anche istituire un'Ordine di mendicanti. Questi si moltiplicarono prestissimo; e dai frati Minori della Provenza erano chiamati ironicamente e per beffa i Boscaioli. Ma frate Ugo aveva molti nemici e detrattori nel suo Ordine, e particolarmente in Provenza, sia in causa della dottrina dell'Abbate Gioachimo, ch'egli professava, sia perchè gli si attribuiva la fondazione dell'Ordine de' Boscaiuoli. Ma non l'aveva altrimenti fondato, soltanto ne aveva data occasione, dicendo: Andate ai boschi, e imparate a campar di radici, perchè il tempo delle tribolazioni è vicino; finalmente perchè non volle ammetterli nell'Ordine del beato Francesco, quantunque ne avesse facoltà. In seguito poi vestirono una cocolla a sacco non di tutta lana, anzi di quasi tutto lino, e, sotto, vestivano buonissime tuniche a sacco anch'esse, onde furono poi detti frati Saccati; e calzarono i sandali, come li hanno i frati Minori.

E chiunque ora voglia fondare una nuova Regola, toglie sempre qualcosa dai frati Minori, chi i sandali, chi il cordone, chi anche il vestiario completo. Ma finalmente l'Ordine de' Minori ha ottenuto dal Papa un privilegio, per cui nessuno può arrogarsi di vestire in modo da poter essere scambiato con un frate Minore. E quest'ordinanza fu promossa dal fatto che i frati detti Britti nella Marca d'Ancona, solevano portare un abito in tutto somigliante a quello dei Minori. E Papa Alessandro IV li unì in una congregazione sola cogli altri Eremiti, mentre prima gli Eremiti erano divisi in cinque varie comunioni; e vi erano Eremiti detti di S. Agostino, Eremiti di S. Guglielmo, quelli di Favale, i Britti e i Giambonitani, denominati da un Giovanni Buono, vivente a' tempi del beato Francesco, sepolto a mia ricordanza in Mantova, e che aveva istituita una congregazione di Eremiti; ed io ho veduto e conosciuto un suo figlio, che era molto pingue e si chiamava frate Matteo da Modena. Tutte le altre congregazioni furono incorporate in quella di quest'ultimo, che fu poi capo di tutte quelle corporazioni unite. E così si avverò la scrittura che dice in Geremia XV: Potrebbesi rompere il ferro, il ferro d'aquilone e 'l rame? Perocchè:

Quod nova testa capit,

Inveterata sapit.

Invecchi pur se sa invecchiar la botte:

Ognor saprà di quel che nuova inghiotte.

Questi Saccati, appena costituiti, si erano diffusi rapidamente per le città d'Italia, ove comperavano case per abitarvi, e nel predicare, nel confessare, nel questuare usavano que' modi stessi, che solevano i frati Minori ed i Predicatori; perchè, come già dissi, sì noi che i Predicatori abbiamo sempre insegnato che tutti gli uomini debbono mendicare. D'onde i secolari si sentivano non poco gravati; e un giorno donna Giuditta degli Adelardi di Modena, che era una divota de' frati Minori, avendo veduti que' nuovi frati andare di porta in porta alla cerca del pane, disse ai frati Minori: In verità n'avevamo già tante delle bisaccie e dei sacchi, che ci vuotavano i granai, che non c'era punto bisogno dell'Ordine dei Saccati. Ma in processo di tempo Papa Gregorio X, Piacentino, inspirato da Dio, in pieno concilio di Lione ne soppresse l'Ordine, volendo che non esistessero tanti Ordini di mendicanti a carico del popolo cristiano, e che quelli che predicano il Vangelo vivessero del Vangelo, come l'Apostolo Paolo dice aver comandato Iddio, 1.ª ai Corinzii 9.º Volle anche sopprimere, anzi far perdere sino la memoria degli Eremiti, ma si astenne dal farlo per intromissione di Riccardo Cardinale della Chiesa romana, che presiedeva al loro governo. Disse però che si riservava di dare in proposito quelle disposizioni che avrebbe giudicate migliori. Ma sorpreso dalla morte, il suo progetto non effettuossi. [Il primo dell'Ordine dei Saccati fu Raimondo di Atanulfo, oriondo provenzale, del castello di Jeres ove presso il mare si fa il sale. Nel secolo fu soldato ed entrò nell'Ordine de' frati Minori, ma durante il noviziato fu dimesso dall'Ordine, perchè malaticcio. Ebbe un figlio nell'Ordine de' Saccati, che fu poi Arcivescovo di Arles. Frate Bertrando da Manara fu il primo compagno del suddetto Raimondo. E Manara è una contrada presso il summentovato castello, dove era un monastero delle Bianche, che erano devote dei frati Minori, e le sono tutt'ora un giorno più che l'altro]. Soppresse anche quella congrega di ribaldi e di porcai stolti ed abbietti, che chiamano sè stessi apostoli e non li sono, ma sono piuttosto una famiglia di Satana: Perocchè essi non erano del seme di quegli uomini, pe' quali è stata operata la redenzione in Israello, I. Macabei V. Poichè non sono utili nè a predicare, nè a confessare, nè a dir messa, nè a cantare l'ufficio ecclesiastico, nè a fare i maestri, nè per dar consigli, e nemmeno a pregare pe' loro benefattori; perchè tutto il dì vanno su e giù per le strade delle città a guardare le donne. In che dunque servano la Chiesa di Dio e siano utili al popolo cristiano, non so vedere. Tutto il giorno oziosi e vagabondi non lavorano nè pregano. La prima loro istituzione fu in Parma. E fu appunto quando io soggiornava nel convento de' frati Minori di Parma, e che io era già sacerdote e predicatore, che si presentò un giovine parmigiano di bassi natali, illetterato, laico, idiota e sciocco, per nome Gherardino Segalello, e domandò d'essere ricevuto nell'Ordine de' frati Minori. Il quale, non essendo esaudito, tutto il giorno, quando poteva, stava nella chiesa de' frati, e pensava a cosa, che poscia pazzamente eseguì. Sopra la coperta della lampada della congregazione e frateria del beato Francesco erano in giro dipinti gli apostoli co' sandali ai piedi e co' mantelli avvolti attorno alle spalle, secondo la tradizione de' pittori, raccolta dagli antichi e arrivata sino a noi. Attorno a questa lampada, egli stava in contemplazione, e, preso il suo partito, si lasciò crescere la barba ed i capelli, calzò i sandali de' frati Minori, e ne cinse il cordone; perchè, come già dissi, tutti coloro che si propongono di fondare un nuovo Ordine di Regolari, prendon sempre qualcosa dall'ordine de' Minori. E si fece una tonaca di bigietto e un mantello di grosso filo bianco, che portava avvolto attorno alle spalle, credendo di imitare il vestire degli apostoli. E, venduta una sua casetta, e riscossone il prezzo, si pose su una tavola di pietra, sopra la quale solevano in antico tenere le loro concioni i Podestà di Parma, e tenendosi il sacchetto dei danari in mano, non li distribuì ai poverelli, nè con loro si accomunò; ma, chiamati que' ribaldi che lì vicino stavano a giocare in piazza, li gittò in mezzo a loro, gridando: Chi ne vuole, se ne prenda, e se li tenga. Raccolsero pertanto molto lesti que' ribaldi le monete, e andarono a giocarle ai dadi, e a udita di chi le aveva date, bestemmiavano il Dio vivente. Egli credette di adempiere rigorosamente il consiglio del Signore, Matteo XIX. ecc. Ma nota bene che dice: Dà ai poveri, non ai ribaldi. Quest'uomo dunque cominciò male, continuò peggio, e finì pessimamente, poichè la sua congregazione fu riprovata in pieno concilio di Lione da Papa Gregorio X. Ed a ragione, e secondo il merito loro; perchè i Gabaoniti, che colle loro astuzie ingannarono i figli d'Israele, furono giudicati e condannati a perpetua schiavitù. Così questi guardiani di porci e di vacche tentarono di soppiantare i frati Minori e i Predicatori, campando, in un beato ozio e senza fatica, delle limosine di coloro, cui i Minori e i Predicatori avevano educato colle lunghe fatiche e coll'esempio. Di Gherardino Segalello pertanto, che fu il loro fondatore, è da sapere che voleva somigliare al figlio di Dio. Perciò si fece circoncidere contro l'insegnamento dell'Apostolo, che dice, ai Galati V. ecc. Così volle giacere in una culla avvolto tra le fasce, e suggere il latte dalle mammelle di una donna. Dopo si recò ad un castello, sulla via che da Parma va a Fornovo, chiamato Collecchio o Collecchiello, perchè appunto là, dopo la pianura, cominciano i colli; e di questo castello parleremo ancora a tempo opportuno. E stando in mezzo alla strada, colla sua semplicezza andava dicendo a chiare note a chi passava: Andate anche voi nella mia vigna. Chi lo conosceva lo giudicava pazzo, sapendo che ivi non aveva alcuna vigna; ma i montanari, che non lo conoscevano, entravano in una gran vigna, ch'egli additava colla mano stesa, e mangiavano uve che non erano di lui, credendo che l'invito venisse dal vero padrone della vigna. Un giorno avendo ricevuto ospitalità da una donnetta vedova, che aveva una bella ragazza nubile, diedele a credere che Dio gli avesse rivelato di dormire quella notte nudo con quella ragazza nuda, per far prova se avesse, o no, virtù bastante a mantenere il voto di castità. La madre acconsentì, e se ne tenne beata, e la ragazza non si rifiutò. Questo non insegnò il beato Giobbe, che dice nel 31.º ecc. Questo Gherardino Segalello rimase molti giorni solo per Parma senza trovar compagno. E portava il suo mantello avvolto attorno alle spalle, non parlava a nessuno, non salutava nessuno, credendo di adempire la parola di Dio, Luca X. ecc. E spesso pronunciava ad alta voce quella parola del Signore, dicendo: Penitenzagite, cioè fate penitenza, nè la sapeva dire come veramente suona: Poenitentiam agite. E così la pronunziarono in seguito molto tempo i suoi seguaci, che erano tutti campagnuoli e idioti. Se talvolta era invitato a pranzo, a cena, o ad ospitare presso alcuno, rispondeva sempre ambiguamente: O verrò, o non verrò. Il che era contrario a quella parola del Signore, Mattia V. ecc. Perciò quando egli veniva al convento de' frati Minori cercando se il tal frate fosse in casa, o no, il portinaio canzonando e sberteggiandolo, rispondeva: o c'è in convento, o non c'è. Questo modo di parlare non è conforme agli insegnamenti della grammatica, la quale vuole che la risposta si faccia precisa come richiede la domanda. Quando queste cose accadevano, i frati Minori di Parma avevano un inserviente di nome Roberto, che era un giovane disobbediente e protervo. E a proposito di tali qualità disse benissimo un tiranno: Questa genia di servi non si corregge che col supplizio. Quel Roberto pertanto, famiglio de' frati Minori, come vedremo in seguito, fu in qualche modo simile a Giuda Iscariota, che consegnò Cristo ai Giudei. Gherardino Segalello lo indusse ad abbandonare i frati Minori, e farsi suo compagno. Accettò il partito, e fu una fortuna per noi, chè, dopo, avemmo un famiglio assai buono. Ma, partendo dai frati Minori, portò via la coppa, il coltello e la tovaglia, che per uso suo aveva ricevuta dai frati. Andavano pertanto ambedue tutta la giornata co' loro mantelli girovagando per la città, ed i Parmigiani ne facevano le meraviglie. Quand'ecco che quasi tutto ad un tratto si moltiplicarono sino a trenta, e convenivano in una certa casa a mangiare e a dormire; e frate Roberto, che era stato famiglio de' frati Minori, era il loro provveditore. Ed i Parmigiani miei concittadini, uomini e donne, elargivano di buon grado e in maggior copia a loro che ai frati Minori e ai Predicatori, quantunque quelli non pregassero pe' loro benefattori, nè dicessero messa, nè predicassero, nè confessassero, nè dessero buoni consigli e buoni esempi; perchè erano ignoranti affatto, a tutto inetti, non avvezzi alle lotte dello spirito colla carne, e, per mancanza di abitudine, non potevano mostrare, camminando, quel dignitoso contegno d'incesso che hanno sempre i frati Minori e i Predicatori; ma erano puri e semplici guardiani di porci e di vacche. Si distinguevano soltanto per il loro girovagare in città a guardare le donne; il resto del tempo poltrivano senza far nulla, come dice l'Apostolo ecc. Colle quali parole l'Apostolo stesso dipinge la vita e il fare di coloro, che si spacciano per apostoli, e non sono che congreghe di Satana. Frate Roberto adunque era un ladro, e aveva ripostigli, ove, rubate le cose che si mandavano al convento, le riponeva. Dopo qualche tempo io ebbi a soggiornare a Faenza, ove egli pure abitava in casa di un certo frate della Penitenza, chiamato Glutto; e, il venerdì santo, all'ora in cui il figlio di Dio fu crocifisso, apostatò, si fece tagliare i capelli, radere la barba, e sposò una eremitessa. Queste cose io le aveva già udite raccontare, ma non le aveva volute credere prima di parlar seco. Interrogatonelo adunque, Roberto non negò d'aver fatto quanto s'andava dicendo. Io allora ne lo rimproverai fortemente; ed egli, scusandosene, cominciò a rivelare le colpe di quelli che si spacciavano per Apostoli. E prima di tutto disse che frate Gherardino Segalello, primo loro istitutore, non aveva mai voluto saperne del governo della loro congregazione, sebbene ne lo pregassero; e diceva loro che ciascuno operasse bene da sè; che chi lavora, lavora per sè, e ognuno riceverà mercede commisurata all'opera sua, ciascuno porterà il proprio fardello, e ciascuno darà ragione di se stesso a Dio. Perciò quella società, non avendo un capo, andò dispersa. In secondo luogo mi disse che, intorno al modo di regolarsi allo scopo di eleggersi un rettore, avevano consultato maestro Alberto da Parma, che era uno dei sette notai della Corte romana e che egli aveva rimessa la cosa all'Abbate del monastero de' Cisterciensi di Fontevivo nella diocesi di Parma; il quale se la sbrigò alla spiccia dicendo loro: Non fate conventi, non assembratevi in case, ma, come avevate cominciato, andate vagando pel mondo, portate i capelli lunghi, la barba intonsa, la testa nuda, mantello avvolto attorno le spalle, e cercate ospitalità giornaliera per le case. Il che fu causa della loro dispersione. In terzo luogo mi raccontò che Guido Putagio, mio concittadino, compagno ed amico, entrato nel loro Ordine, e veduto che Gherardino Segalello non voleva saperne del regime della comunità, ne assunse egli coraggiosamente l'incarico, e lo tenne molti anni........ Ma siccome in viaggio faceva sfoggio di troppa pompa, di molte cavalcature, di largo spendere e di lauti banchetti, come usano i Legati e Cardinali della Corte romana, dispiacque a suoi, e nominarono un altro Superiore, che fu frate Matteo, nella Marca d'Ancona. D'onde nacque rottura e lotta fra loro, perchè ognuno voleva presiedere a quelli di parte sua. Frate Guido Putagio diceva; Io ho assunto l'incarico del governo della comunità perchè mi è stato dato; e perciò non debbo abbandonarla. Si tenne pertanto tra loro una lunga discussione, e la finì che a Faenza si bastonarono reciprocamente gli apostoli di frate Matteo e gli apostoli di frate Guido Putagio, e fu uno scandalo per Faenza. Ivi io pure soggiornava allora, e posso quindi fare testimonianza di quanto accadde. E la causa di questo conflitto e delle bastonature fu questa. Frate Guido Putagio a Faenza dimorava presso una chiesuola limitrofa al giardino degli Albrighetti e degli Acarisii, e con lui erano pochissimi altri frati, e tra loro Gherardino Segalello. Pareva adunque ai frati della Marca che se avessero potuto avere tra loro Gherardino Segalello, primo loro fondatore, avrebbero avuto il sopravento, e perciò, sebbene non vi riuscissero, tentarono di rapirlo e trarlo nella Marca, d'onde avvenne che si bastonarono scambievolmente. Subito dopo venne da me frate Guido Putagio, e, gettandosi costernato a miei piedi, mi riferì il fatto, ed egli, che la conosceva, perchè l'aveva vista sino dalle origini, mi rifece la storia e mi espose la condizione del suo Ordine. E mi pregò di aiutarlo a svignarsela da Faenza, perchè temeva che i Faentini, gonfi di sdegno, d'un subito insorgessero e gli mettessero le mani addosso, sia pel tafferuglio suesposto, sia perchè aveva nel suo Ordine dei nemici e degli accusatori mordenti, sia finalmente perchè Rolando Putagio suo fratello consanguineo era Podestà di Bologna, e i Bolognesi erano già in marcia per avvicinarsi a Faenza ed assediarla; e mi disse che, se poteva uscirne incolume, aveva intenzione di entrare nell'Ordine dei Templari, perchè Gregorio 10.º in pieno Concilio a Lione aveva soppresso l'Ordine degli Apostoli. E ciò che promise, mantenne. Quel frate Roberto poi, che era stato famiglio dei Minori, per iscusare la sua uscita dal convento, il suo fallo e la sua apostasia, aggiungeva che non s'era mai vincolato nè all'obbedienza nè alla castità; e perciò, a suo modo di vedere, era libero di prender moglie. Ed avendogli io osservato che non gli era lecito per nulla sposare un'eremitessa dedicatasi a Dio, che aveva molti anni vestito pubblicamente l'abito religioso, ed alle ragioni, per arrota, unendo esempi e pareri di autorevoli scrittori per convincerlo della sua follia e malignità........ Poi gli citai il fatto del Re Irtaco, che volle prender moglie Ifigenia, figlia del suo predecessore, nulla ostante che dall'Apostolo Matteo fosse stata dedicata al Signore, e fosse stata Badessa di più che duecento vergini; del qual fallo essa ne scontò la pena vendicatrice. Perocchè il Re fece uccidere l'Apostolo, che non gli aveva consentito il matrimonio con Ifigenia, e fece accendere un alto fuoco attorno al monastero, perchè essa colle altre vergini vi rimanesse dentro incenerita........ In sesto luogo finalmente dimostrai a Roberto che tutti gli apostati, allontanandosi da Dio, finiscono di mala morte; e glielo provai tanto coll'esperienza, che, con fede non cieca, io ne ho veduta in altri, e da altri udito, quanto coll'autorità della Scrittura. Roberto, udendo tutte queste cose cominciò a dar segno di non tenere in niun conto...... Ma ritorniamo a Gherardino Segalello, che fu il fondatore dell'Ordine di cotestoro, che si spacciano per apostoli e non li sono, e paiono piuttosto una congrega di ribaldi stolti e bestiali, che vogliono papparsi il frutto della fatica e del sudore altrui senza essere utili in nulla a chi fa loro elemosina. Di fatti adunatisi da diverse parti vennero a far visita a frate Gherardino Segalello, come primo loro istitutore; e lo alzarono a cielo con tanti elogi, che egli stesso si ebbe a meravigliare di tanto plauso. E raccolti attorno a lui, null'altro dicevano se non che ben cento volte l'acclamarono ad alta voce: Padre, Padre, Padre. E dopo breve tempo di nuovo ripeterono: Padre, Padre, Padre; come que' fanciulli che vanno a lezione nelle scuole di grammatica, che ad intervalli ripetono, simultaneamente gridando, ciò che è stato insegnato dal maestro. Ed egli di tanto onore li ricambiò col cavarsi nudo, e far cavar nudi tutti loro...... e perchè folleggiò in loro presenza, e feceli folleggiare anch'essi... Dopo ciò li mandò a mostrarsi al mondo; ed alcuni si avviarono verso la sede della Corte romana; altri a S. Giacomo; altri a S. Michele Arcangiolo; e taluni oltremare. Egli restò a Parma, d'onde era nativo, e vi fece molte mattezze. Perocchè svestì e gettò via il mantello, in cui s'avvolgeva, e si fece fare una sopraveste bianca, senza maniche, di filo grossolano, di cui vestitosi, pareva un ciarlatano anzi che un religioso. Aveva poi ai piedi le scarpe e alle mani i guanti. — Il suo parlare era scurrile, turpe, vacuo, osceno, futile e degno di scherno, più per fatuità che per malizia. Per la sua fatuità adunque e pel suo parlare osceno e insulso, pel suo giacere a letto nudo con donne nude per mettere a prova la resistenza della sua castità, Obizzo Vescovo di Parma, che fu nipote da parte di sorella di Papa Innocenzo IV, lo fece prendere, incarcerare e mettere a ceppi. Ma poi ne lo liberò e lo tenne seco in palazzo. E quando pranzava il vescovo, aveva anch'esso suo pranzo in una sala del palazzo alla bassa tavola, alla quale altri pure mangiavano a vista del Vescovo, e voleva buon vino e cibi delicati. E quando il Vescovo beveva vino nobile, esso gridava che ne voleva di quello; ed il Vescovo subito gliene mandava. Quando poi era pieno di buon vino e cibi delicati, faceva le pazzie. E il Vescovo di Parma, che era un uomo amante del sollazzo, per gli atti ed i motti di quello stolto rideva, chè lo reputava più un giocoliere fatuo ed insensato che un religioso. In questo tempo eravi anche un frate Minore, che aveva un nipote, che non era ancor giunto all'età della biforcazione della lettera pitagorica; e lo faceva istruire perchè entrasse poscia nell'Ordine de' Minori. Frattanto egli copiava per lo zio frate dei sermoni, de' quali quattro o cinque ne imparò a memoria sino alle virgole; ma non essendo stato ammesso subito all'Ordine, come desiderava, si fece inscrivere alla congregazione o piuttosto alla dispersione di coloro che si vantano apostoli e non li sono. E lo facevano predicare anche nelle chiese cattedrali que' sermoni che aveva imparato; e molti di quegli apostoli imponevano il silenzio mentre il giovanetto parlava al popolo accorso. In quel frattempo accadde che frate Bonaventura d'Iseo, che predicava a Ferrara nel convento dei Minori, vide una parte del suo uditorio alzarsi d'improvviso e correr via in fretta; e ne restò meravigliato; perocchè era un predicatore famoso e tutto grazia, onde di solito lo ascoltavano tanto volentieri che nessuno si moveva se non era terminata la predica. Onde egli domandò ad uno de' pochi rimasti, come mai gli altri si fossero affrettati a partire; e gli fu risposto che un giovinetto degli apostoli stava per fare una predica nella chiesa madre del beato Giorgio, ove il popolo ora si raguna, e perciò ognuno s'affretta per trovar posto. A cui rispose frate Bonaventura: «Veggo che avete l'animo in agitazione e preoccupato d'altro, perciò vi lascio subito tutti in libertà, chè predicherei invano se continuassi, dicendo la Scrittura ecc. Ma questo insegnare che fanno quegli apostoli cose che non sanno, e che per giunta non sanno nemmeno di non saperle, urta i nervi, e sono scempiaggini simili a quelle dei ciarlatani. Sarebbe ora veramente grande disgrazia se comparisse sulla terra l'Anticristo, perchè tra il popolo cristiano avrebbe troppi seguaci.» Ed aggiunse: «Il beato Giovanni nell'Apocalisse 11.º dice in persona del Signore: Ed io darò a' miei due testimonii di profetizzare; e profetizzeranno 1260 giorni, vestiti di sacchi. Il che quantunque in primo e principale luogo si debba applicare ad Enoc e ad Elia, pure non ne pare disadatta l'interpretazione dell'Abbate Gioachimo, il quale con esuberanza di argomenti l'applicò a due Ordini di frati, cioè ai Minori e ai Predicatori, contro i quali, come egli dice, al tempo dell'Anticristo, insorgerà il popolo cristiano, e de' quali dice: «E gli abitanti della terra goderanno, e si gioconderanno, e si scambieranno reciprocamente i doni, perchè questi due profeti seminarono l'afflizione sopra coloro che abitano sulla terra.» La qual cosa l'Abbate Gioachimo, riferisce ai due Ordini prenominati, e aggiunge che deve avere suo adempimento all'epoca dell'Anticristo» E inoltre frate Bonaventura disse: «Veramente in voi si verifica quello che scrisse Seneca (?): Le mosche volano al miele, i lupi si gettano sui cadaveri, e le formiche corrono al frumento: Questa turba va in cerca della preda, non dell'uomo. L'Ecclesiastico 10º dice: Guai alla terra che ha un fanciullo per Re. Andate pur dunque da quel vostro fanciullo che desiderate d'ascoltare, e vi confessi de' vostri peccati.» Allora, licenziati da lui, se ne partirono subito a rapidi passi senza che l'uno aspettasse l'altro. Altra volta, soggiornava io allora a Ravenna, fecero predicare il sunnominato ragazzo nella Chiesa Orsiana[127], che è la chiesa arcivescovile di Ravenna, e fu sì affollato il concorso e la fretta d'arrivarvi de' cittadini d'ambo i sessi, che l'uno non aspettava l'altro. E una nobile matrona di quella terra, che era una devota dei frati Minori, donna Giulietta moglie di Guido Rizzuti da Polenta[128], si lamentò co' frati, perchè a pena aveva potuto trovare una compaesana, colla quale andare in compagnia; e la Chiesa Orsiana, quando vi giunse, era così piena zeppa, che dovette starsene fuori della porta. Eppure la chiesa cattedrale è tanto vasta, che ha quattro navate, oltre la maggiore in mezzo. Questi che si chiamano apostoli, conducevano anche attorno per le città questo fanciullo, e lo facevano predicare nelle chiese vescovili; e vi accorreva sempre gran folla di popolo d'ambo i sessi, e ne restavano altamente meravigliati, perchè i moderni si piacciono molto delle novità. Epperciò non è senza mistero che la chiesa tolleri che l'eletto de' fanciulli segga nel trono del Vescovo il dì degli Innocenti. L'Abbate Gioachimo....... Ma queste cose si addicono all'Ordine de' Minori e dei Predicatori, ne' quali entrano fanciulli iniziati alle lettere, nobili e di onesti costumi. Che poi cotesti apostoli non si trovino in istato di salute, possiamo provarlo con esuberanza di argomenti: Perchè dovrebbero obbedire al Papa..... Ma Papa Gregorio X, Piacentino, in pieno Concilio a Lione, soppresse, disperse e sradicò completamente la congregazione e l'Ordine, che costoro avevano cominciato a fondare, come anche quello de' Saccati, non volendo che stessero a carico del popolo cristiano tanti Ordini di mendicanti; trovando solo ragionevole che quelli, a cui ordinò Iddio di vivere del Vangelo, perchè annunziano il Vangelo, abbiano a vivere del Vangelo stesso. I Saccati veramente obbedirono al Sommo Pontefice; e perciò vanno lodati e commendati, perchè possono benissimo cercare la salute dell'anime loro entrando in altri Ordini, od anche permanendo nell'Ordine loro, purchè, attenendosi puramente a quanto è loro permesso, non facciano nuove vestizioni, e così gradatamente si riducano al nulla, e vengano meno da sè stessi. Ma quegli stolti, bestiali e idioti, che si chiamano apostoli, non sono punto disposti ad obbedire. Anzi preparano vestiari conformi al loro abito, e li stendono in mostra, in disparte, ma sotto gli occhi di coloro che vorrebbero essere ammessi all'Ordine, e dicono loro: Noi non osiamo invitarvi perchè ne è proibito, ma non è proibito a voi d'entrare, e perciò fate pur quel che vi aggrada. E così crebbero e si moltiplicarono innumerevolmente; nè quietano, nè si ristaranno dalla loro stoltizia, finchè non sorga qualche Pontefice, che, fiammante di sdegno contro di loro, non cancelli perfino la loro memoria di sotto il cielo. Perocchè si deve obbedire ai Sommi Pontefici della Corte romana, perchè il Signore dice in Luca X. ecc. La seconda ragione è che alcuni di loro non mantengono la castità, a cui sono tenuti tutti i religiosi. Fidenti nell'autorità degli Apostoli, e credendo di essere Apostoli anch'essi menavano seco donna Tripia, sorella di frate Guido Putagio, che fu molti anni loro Prefettessa, e così molte altre donne, che furono la causa della ruina del loro Ordine. Terza ragione è che eglino, o almeno alcuni di loro, vendono le casette, gli orti, i campi, la vigna, e ne portano seco i fiorini d'oro........ Sono acefali; e alcuni di loro vanno isolati, senza disciplina, senza guida. (Però in un certo castello di Puglia, ove i contadini s'arrogarono di proclamarsi tutti capitani e buona gente, furono poi messi in fuga da un barone di Francia, che si recava alla Corte dell'Imperatore. Essi volevano che pagasse un pedaggio, e l'avrebbe anche pagato se avesse trovato il loro capo.) Poichè lasciano il mestiere, a cui sono adatti, quello cioè di guardiani delle vacche e de' porci, e il lavoro della terra. Debbono adunque ridar di piglio alla vanga e voltare la terra, la quale è vasta e manca di braccia a coltivarla..... Io era già arrivato al punto di biforcazione della lettera pitagorica, e aveva già compiuto il terzo lustro, cioè aveva percorso il circolo di un'indizione, e già sin dalla culla avevan cominciato ad insegnarmi e a pestarmi in capo la grammatica, quando entrai nell'Ordine de' frati Minori, e subito nel mio noviziato, nella Marca d'Ancona, nel convento di Fano, ebbi maestro di Teologia frate Umile da Milano, che aveva studiato alla scuola di frate Aimone a Bologna. Il quale frate Aimone poi, che era Inglese, già vecchio, fu fatto Ministro Generale dell'Ordine de' Minori e lo restò sino alla morte, cioè tre anni. E, il primo anno ch'io entrai nell'Ordine, ho udito spiegare nella scuola di teologia i libri di Isaia e di Matteo, e l'interprete ne era il detto frate Umile; e d'allora in poi non desistetti mai dallo studiare ed essere uditore nelle scuole. E come i Giudei dissero a Cristo, Giovanni 2.º. In quarantasei anni è stato edificato questo tempio, così posso dir io, che oggi venerdì, giorno di S. Gilberto, in cui scrivo queste cose, sono appunto quarantasei anni che sono entrato nell'Ordine de' frati Minori, e corre l'anno 1284. E non cessai più di studiare; eppure nemmen così ho potuto raggiungere la scienza de' miei maggiori...... Dell'ignoranza de' sapienti di questo mondo...... Una prova ne hai in Gherardo Rozzi, il quale predisse che avrebbero avuto prospera la fortuna quelli che erano andati a Colorno, perchè vi erano entrati sotto il segno dello Scorpione. Ma era in errore, perchè vi entrarono il giorno di S. Domenico, quando il sole non è in iscorpione; e poi ne furono subito espulsi. Che se poi si riferisca non al sole, ma alla luna, allora disse vero che entrarono in Colorno sotto il segno dello Scorpione; perchè la luna due giorni e più per mese si trova sotto ciascun segno dello zodiaco. Tuttavia si potrebbe ancor sostenere che ha errato per tre ragioni: La prima è, come lo prova il fatto, che ne furono subito espulsi; la seconda è che lo scorpione è un animale retrogrado, e quindi doveva segnare un pronostico sinistro; la terza perchè il Signore dice in Isaia 44º: Io sono il Signore ec. che annullo i segni de' bugiardi, e fo impazzare gli indovini............ Il che intendeva di fare Papa Gregorio 10.º che in pieno Concilio a Lione soppresse e riprovò la congrega degli apostoli; ma la debolezza e la pigrizia dei Vescovi li lascia vagare pel mondo senza che portino alcun frutto a nessuno. Così, non perchè esista ancora la corporazione di Gherardino Segalello, ma anche dopo che è stata dispersa, vi sono tali che si danno a predicare, i quali se appartenessero all'Ordine dei frati Minori, appena si permetterebbe che servissero a tavola, e lavassero le stoviglie, o andassero per pane da porta a porta........ Perocchè non è ragionevole il loro ossequio, accontentandosi di una sola tonaca, e credendo che ciò sia loro comandato da Dio. Ma realmente sbagliano quegli apostoli, perchè quando il Signore dice: Nè abbiate due tonache, condanna il superfluo, non proibisce il necessario, nè ce ne priva. È chiaro dunque da quanto s'è detto, che quando il Signore disse ecc. non volle inteso letteralmente che l'uomo, che n'ha bisogno, non potesse averne più d'una, sia per il bucato, sia per ripararsi dal freddo....... Si dice, ed è vero, anzi è cosa onnimamente superflua, che il patriarca di Aquileia, il primo dì di quaresima, fa servire alla sua mensa quaranta pietanze, cioè qualità diverse di camangiari, e così via via, giorno per giorno, sino al sabbato santo, ne fa diminuire l'imbandigione di una ogni giorno, e dice che lo fa per onore e gloria del suo patriarcato. È chiaro dunque che gli apostoli di Gherardino Segalello sono stolti, contentandosi di una sola tonaca, ed esponendosi a pericolo di freddo, di malattie, ed anche di morte. Così pure con una sola tonaca, che usano, si insudiciano per immondizie, o di pidocchi, che non possono scuotere, o di sudore, o di polvere, e mandano fetore, non potendola nè lavare, nè sbattere senza restar nudi. Onde un giorno disse, scherzando, una donnetta a due frati Minori: Sappiate che ho un apostolo nudo nel mio letto, e vi starà fino a che sia asciutta la tonaca che gli ho lavata. Udendo ciò i frati Minori si risero della leggerezza della donna, e della stoltezza dell'apostolo. L'Apostolo dice ai Galati 6.º: Colui che è ammaestrato nella parola, faccia parte d'ogni suo bene a colui che l'ammaestra. E significa che, chi è ammaestrato deve mettere il mastro a parte di tutti i suoi beni.

La qual cosa si fa in Francia, ove, quando io vi era, i preti mi dissero che di tutti i beni dei loro parocchiani riscuotono la decima, sin anche degli agnelli e dei polli. Tuttavia saviamente agiva frate Boncompagno da Prato dell'Ordine dei Minori, che era sacerdote, predicatore, buon chierico e letterato e uomo dedito alle cose spirituali. Quando io seco abitai nel convento di Pisa, ove ogni anno ciascun frate riceveva due tonache nuove di panno di garbo[129], egli non volevano che una, e quella vecchia. Ed avendolo io interrogato, perchè così facesse, mi rispose: Frate Salimbene, l'Apostolo dice ecc; e appena per questa io potrò ricambiarne Iddio. Ma tra gli apostoli di Gherardino Segalello si trovano ribaldi, seduttori, ingannatori, ladroni, fornicatori, che fanno turpissime cose colle donne e sin co' fanciulli, poi ritornano al loro covile di ribaldi. Quale giudizio adunque cadrà su alcuni chierici del nostro tempo che non predicano il vangelo, e vivono oziosi del pane dell'altare? Non faticano come i campagnuoli, non si battono come i militari, non annunziano il Vangelo, come debbono fare i chierici, e, siccome non serbano ordine alcuno, andranno là ove nessun ordine ecc. Il Segalello pertanto non deve osare di intromettersi nelle cose che spettano ai due Ordini, dei Minori cioè e dei Predicatori, i quali sono adombrati da Geremia sotto il titolo di pescatori e di cacciatori....... Salva l'esposizione dell'Abbate Gioachimo, ch'io da molti anni non ho letta. Cacciatori sono i Predicatori, principalmente oltremare, quantunque altrettanto faccia anche l'altro Ordine. Essendo che in Italia se ne escusano se non escono dalle città, ove abitano i cavalieri, i nobili, i potenti, mentre nelle ville e per le castella hanno romitaggi, ove dimorano frati Minori e possono bastare al bisogno de' secolari. L'Ordine del beato Francesco è simboleggiato dai parvoli, che quando si avvicinavano a Gesù Cristo, i discepoli li sgridavano. Così ne' primi tempi alcuni Cardinali non erano favorevoli alla istituzione di quest'Ordine. Ma come Gesù aveva detto ai discepoli, il Sommo Pontefice Innocenzo III disse ai Cardinali: Lasciateli venire da me questi parvoli, e non vogliate impedirneli; di loro è il regno de' cieli. Queste parole pronunciò Innocenzo III, dopo che ebbe avuta una visione mostratagli da Dio, nella quale vedeva la chiesa di Laterano minacciare ruina per vetustà, e che, un poverello umile e spregiato, miracolosamente la puntellava che non ruinasse. E la Scrittura nel Nuovo Testamento aggiunge: Poi che ebbe su loro stese le mani, partì. E fu perciò che allora Innocenzo III ordinò chierici que' dodici che il beato Francesco aveva condotti seco al cospetto del Papa, il quale ne confermò la Regola e l'Ordine, e conferì loro il ministero della predicazione (correva l'anno 1207); dopo di che tanto i Cardinali della Corte romana, quanto i Sommi Pontefici predilessero sempre l'Ordine del beato Francesco, riconoscendo e vedendo a prova che i frati Minori erano utili alla Chiesa e alla salvezza del mondo ......... Intorno al peccato di superbia del primo padre Adamo....... Parimente un tale disse:

O lasso me, ke fu' temptato,

Com fo Adam nel paradhiso,

Chi volse plu ke nò i fo dato,

Perdè lo bene o' era miso.

Perzò ne prego ogne amadhore,

Ke no alze tanto lo core

Ke cadha interra e sia damnato ecc.

Altri ancora disse:

Boni suno li spareci e li funze,

E mejo sun le pècor ki le munze.

Ki ponze troppo ad alto e no' li zunze,

Kade in terra, e tutto se dezunze.

Nè alcunchè di buono so vedere negli apostoli di Segalello tranne la foggia esteriore dell'abito, che sembrano portare uniforme a quello degli Apostoli, secondo la tradizione che i pittori, da Cristo sino a noi, hanno mantenuta viva, rappresentando sempre gli Apostoli del Nazareno co' capelli lunghi, con barba intonsa, e mantello avvolto attorno alle spalle. Poi di buono si può notare in loro che cominciarono a comparire circa l'anno 1260, quando in Italia ebbe luogo la divozione delle flagellazioni, anno, in cui, al dire de' Gioachimiti, cominciò il regno dello Spirito Santo, che nel terzo stadio del mondo, per mezzo de' monaci, doveva raffigurare una specie particolare di mistero, come in seguito spiegheremo più diffusamente[130]. Mi fa meraviglia però che l'Abbate Gioachimo non abbia fatta, da quanto pare, menzione alcuna di questi apostoli ne' suoi scritti, come fece dell'Ordine de' frati Minori e de' Predicatori, che, deducendolo da molti simboli del Vecchio Testamento, predisse, molto prima che sorgesse, la istituzione de' loro Ordini; come più volte, e chiaramente, dimostrai in questa cronaca, e in un'altra, e in una terza, e in una quarta, non che in un trattato che scrissi sopra Eliseo. Laonde la istituzione di questi apostoli mi diventa molto sospetta e spregevole; chè se fossero stati mandati da Dio, l'Abbate Gioachimo ne avrebbe sicuramente parlato. Perocchè nel libro Delle figure, come ho letto assai volte, designa come futuri sette Ordini dopo la venuta dell'Anticristo, de' quali niuno è apparso ancora al mondo; e si riconoscerebbe facilmente, perchè egli ce ne dipinge il modo di vestire, di conversare, e di digiunare. Ma ritorniamo a frate Ugo Provenzale dell'Ordine dei Minori, uno dei più illustri chierici del mondo, tutto dedito alle cose dello spirito, predicatore famoso, Gioachimita fanatico, e così seguitiamo quello che resta da dirne. L'anno 1248 trovandomi io in Provenza a Castel Jeres, ove i Saccati esordirono la loro costituzione, e dove soggiornava frate Ugo, imparai da lui tutto quello che egli sapeva dell'interpretazione fatta dall'Abbate Gioachimo sui quattro Evangelisti, e dopo andai ad Aix, ove dimorai nel convento de' frati Minori, e scrissi coll'aiuto del mio compagno l'esposizione della dottrina dell'Abbate Gioachimo per il Ministro Generale frate Giovanni da Parma, Gioachimita anch'esso passionatissimo. Aix è città arcivescovile, sanissima, molto fertile di frumento, a quindici miglia da Marsiglia, ove fu primo Arcivescovo S. Massimino, uno de' settantadue discepoli di Cristo. Qui condusse seco Marta e Maria Maddalena e Lazzaro, quando fu di ritorno da oltremare espulso dai Giudei in odio a Cristo, e posto su d'una nave senza vele e senza remi. Ma per volere divino approdarono a Marsiglia, dove in seguito, Lazzaro, ch'era risuscitato da morte per miracolo di Dio, fu fatto Vescovo, e scrisse un libro intorno alle Pene dell'inferno, quali egli le aveva vedute coi propri occhi; ma quando io andai a Marsiglia e cercai di quel libro, seppi che per incuria del custode della chiesa era restato preda di un incendio. Parimente S. Massimino aveva condotto seco il beato Cedonico, che era un cieco nato, a cui Iddio aveva dato la vista, onde i discepoli dissero a Gesù Cristo: Maestro, chi peccò, costui o i suoi genitori, onde nacque cieco? Aveva anche Massimino in sua compagnia Marcella, fantesca di Marta, che fu la donna, che quando Gesù predicava, sclamò in mezzo al popolo affollato: Beato il ventre ecc. Questa Marcella, fantesca di Marta, ne scrisse poi la vita, e andata a Vienna, vi predicò il Vangelo di Cristo, e volò alla pace eterna dieci anni dopo che Marta s'era addormentata nel Signore. Nella città di Aix ebbe sede, il più del suo tempo, il Conte di Provenza, padre della Regina d'Inghilterra, e della Regina di Francia, moglie di Lodovico, che andò oltremare due volte; e vi dimorava, tanto perchè la città era sanissima, quanto per devozione a San Massimino, che n'era stato il primo Arcivescovo. Quivi il Conte morì, e fu sepolto fuori di città in una piccola chiesetta, e deposto in un bellissimo e magnifico sarcofago, ch'io ho visto co' miei occhi, fatto fare da sua figlia la Regina di Francia. Desiderava vivamente d'essere sepolto nella chiesa de' frati Minori; ma i frati non consentirono, perchè in quel tempo non ammettevano nella loro chiesa sepoltura d'estranei all'Ordine, sia per evitare i disturbi, sia per non avere controversie col clero secolare. E per questi motivi non vollero sepolta in una loro chiesa nemmeno S. Elisabetta. Avendo io dunque terminato di scrivere il lavoro che aveva intrapreso, e che aveva durato sette mesi di fatica, sopravvenne il settembre, circa il giorno dell'Esaltazione della Croce, quando frate Raimondo Ministro Provinciale di Provenza, mi scrisse di andare ad incontrare il Ministro Generale, che veniva di Francia dopo avere visitato l'Inghilterra, la Francia e la Borgogna, e voleva anche fare una visita in Ispagna. Lo stesso invito ricevette per lettera anche frate Ugo, e lo trovammo a Tarascon, ove è il corpo di S. Marta, ed ove la Contessa madre della Regina di Francia e della Regina d'Inghilterra soleva per lo più dimorare. E andammo col Ministro Generale a visitare il corpo di S. Marta, ed eravamo dodici frati oltre il Generale; ed i Canonici ci offersero a baciare un braccio della Santa. Operandosi a quella tomba in antico moltissimi miracoli, Clodoveo Re dei Franchi, fattosi cristiano per battesimo ricevuto da San Remigio, una volta che soffriva di grave mal di reni venne alla tomba della Santa, e ne guarì completamente; epperciò ne dotò la chiesa di tre miglia di terreno all'ingiro, di quà e di là dal Rodano, donando tutto, terre, ville e castella, e rese quel territorio libero ed indipendente. Nel convento de' frati Minori di questo castello, una sera, dopo che si era recitata compieta coll'intervento del Generale, e che erano già stati in quella casa designati i letti a tutti per dormire, compreso il Generale stesso, questi uscì per andare a pregare nel chiostro. Intanto i frati forestieri, per rispetto, si astennero dall'andare a letto, aspettando che prima ritornasse e si coricasse il Generale. Ma io, accortomi della loro irrequietudine pel troppo ritardo, e de' loro brontolamenti, perchè avevano bisogno di riposare, e anche coricandosi non avrebbero potuto dormire perchè i locali, in aspettazione del Generale, erano illuminati da un cero, andai dal Generale, che era mio famigliare ed intimo amico, e inoltre mio concittadino e parente dei parenti, e lo trovai nel chiostro che pregava, e gli dissi: Padre, i forestieri stanchi dalla fatica del viaggio avrebbero bisogno di riposare, ma per rispetto vostro non vogliono coricarsi ne' letti loro, se prima voi non v'adagiate nel vostro. Ed egli rispose: Va a dir loro da parte mia che se ne dormano pure colla benedizione di Dio; e così fecero. Ma a me parve volere la convenienza di aspettare il Generale per indicargli il suo letto; e, ritornato egli dalla preghiera, gli dissi: Padre, questo è il vostro letto, che per voi è stato allestito. E dissemi: Figlio, in questo letto che mi additi, potrebbe dormire un Papa; frate Giovanni da Parma non dormirà punto in questo letto, e si coricò in quello ch'era stato designato per me. Allora io ripigliai: Padre, ve lo perdoni Iddio, che mi toglieste quel letto dove sperava di dormire io, perchè era stato assegnato a me. Ed egli di rimando: Dormi, dormi tu in quel letto papale. Ed avendolo io a sua imitazione ricusato, conchiuse: Voglio che tu ti corichi lì, e te lo comando; e mi convenne obbedire. All'indomani arrivò il Guardiano di Beaucaire, che abitava sull'altra sponda del Rodano in Beaucaire, nobilissimo castello, pregando il Generale di andare, quando fosse spedito da Tarascon, a visitare con tutto il suo seguito que' suoi figli che abitavano a Beaucaire. E così fece. Intanto che eravamo là, arrivarono dall'Inghilterra due frati, cioè frate Stefano lettore, che ancor garzoncello era entrato nell'Ordine del beato Francesco, ed era bell'uomo, tutto consacrato alle cose spirituali, letterato, prudentissimo ne' consigli, sempre pronto a predicare al clero, ed aveva bonissimi scritti di frate Adamo da Marisco, di cui col mezzo del detto Stefano, potei udire una lezione sul Genesi. A costui frate Giovanni da Parma aveva promesso che, terminata la visita dell'Inghilterra, l'avrebbe per sua consolazione mandato lettore a Roma. Il suo compagno era un altro Inglese, frate Iocelino, bell'uomo anch'esso, letterato e tutto dedito alle cose dello spirito. Poi arrivarono altri due frati a pregare il Generale che provvedesse il convento di Genova di un dotto lettore. I frati venuti da Genova erano frate Enrico di Bobbio cantore del convento di Genova, e da madre, zio di frate Guglielmo, che fu poi lettore e Ministro; dell'altro non mi ricorda il nome. Eglino caldamente pregarono il Generale che per amore di Dio esaudisse i frati del convento di Genova, non che frate Nantelino loro Ministro Provinciale. E subito il Generale, che sapeva in poco tempo spedir molte cose, che era uomo pieno di senno, e aveva sempre in pronto un giudizio pesato, disse a frate Stefano: Ecco una lettera, colla quale i frati del convento di Genova mi supplicano di provvedere loro un dotto lettore; se vi piacesse di andare lettore colà, se l'avrebbero per un regalo; io poi, quando verrò là, vi manderò a Roma. A cui frate Stefano rispose: Di buon grado e con mia consolazione sono pronto ad obbedirvi. E il Generale di rimando: Sia tu benedetto o figlio; hai fatto buona risposta. Andrai dunque con questi frati, che ti avranno per molto raccomandato; e così fu. Dopo ciò lasciammo Beaucaire, discendemmo pel Rodano ad Arles, che è poco lontana da Tarascon; e que' frati si rallegrarono dell'arrivo del Generale, perchè era uomo molto esemplare ed edificante. Un giorno trovandosi il Generale da solo, mi appressai a lui, ed ecco sorvenire il mio compagno, frate Giovannino dalle Olle Parmigiano, e dire al Ministro: Padre, fate in modo che io e frate Salimbene possiamo avere l'aureola. A questa domanda il Generale si mise a ridere, e disse al mio compagno: E come posso fare che abbiate l'aureola? E frate Giovannino rispose; Dando a noi l'ufficio di predicatori. Allora frate Giovanni Ministro Generale soggiunse recisamente. Foste anche miei fratelli, non l'avreste giammai senza prova d'esame. A questo punto presi la parola, e in presenza del Ministro dissi al mio compagno: Vanne, vanne colla tua aureola; io l'ebbi già l'ufficio di predicatore l'anno passato a Lione da Innocenzo IV; e lo dovrei riavere ora da frate Giovannino da S. Lazzaro?[131]. Mi basta averlo ricevuto da chi aveva l'autorità suprema di conferirmelo. Or debbo dire che frate Giovanni si chiamava maestro Giovannino quando da secolare insegnava logica, e si appellava anche da S. Lazzaro, perchè da bambino fu allevato in una casa posta in S. Lazzaro, presso Parma, da uno zio paterno, che era sacerdote, ed era custode di un Oratorio di S. Lazzaro, e che a sue spese mantenne a studio questo nipote. Ma accadde che questo ragazzo si malò a morte, come ne pareva a quelli che l'assistevano; ed un giorno, confortatosi in Dio, disse a udita dei presenti: Il Signore mi ha colpito col suo castigo, e non mi ha messo nelle mani della morte; no, non morrò, ma camperò e narrerò le opere del Signore. Ciò detto, tosto il fanciullo si alzò sano, e cominciò a studiare con grande ardore, e camminò fortissimamente nelle vie del Signore, finchè si fece frate Minore; e da allora crebbe sempre maggiormente di virtù in virtù, e ogni dì più si fortificava nella pienezza della sapienza e della grazia di Dio. Era di statura mezzana, che tenea però più al basso che all'alto; aveva belle forme in tutto il corpo, ben complesso, sano e forte a sostenere le fatiche de' viaggi e dello studio; aveva volto grazioso, angelico, sempre giocondo; carattere largo, liberale, cortese, caritatevole, umile, mansueto, benigno, paziente, divoto a Dio, sempre in preghiere, pio, clemente, compassionevole. Diceva messa ogni dì, e tanto divotamente, che coloro che l'ascoltavano ne ricevevano sempre qualche grazia. Predicava così bene e con tanto fuoco sì al clero che al popolo che in molti dell'uditorio, e l'ho visto io più volte, provocava le lagrime; aveva la parola facondissima, sempre giusta; possedeva scienza profonda, giacchè era buon grammatico, e nel secolo, era stato distinto maestro di logica, e nell'Ordine de' frati Minori, teologo e dissertatore insigne. Insegnò sentenze a Parigi, e fu molti anni lettore nel convento di Bologna e di Napoli. Quando passava da Roma i frati lo facevano ogni volta o predicare, o disputare davanti ai Cardinali, perchè era da loro riputato gran filosofo. Era specchio ed esempio a quanti lo guardavano, perchè tutta la sua vita splendeva come un luminare di onestà, di santità, di buoni, anzi perfetti costumi. Caro a Dio e agli uomini conosceva bene la musica, e cantava benissimo. Non ho mai visto un tanto rapido scrittore, e così bello scultore della verità, e con un carattere facilissimo a leggersi. Quando n'aveva impegno, fu nelle sue lettere nobilissimo modello di stile forbito e sentenzioso. Fu il primo Ministro Generale, che cominciò a girare attorno per visitare tutte le provincie dell'Ordine; cosa per lo innanzi insolita, tranne che frate Aimone una volta andò in Inghilterra, d'onde era nativo. E quando frate Buonagrazia volle pure visitare tutto l'Ordine, seguendo l'esempio di frate Giovanni da Parma, non potè durarne la fatica, e prima della fine del quarto mese del suo ministero, malatosi a morte, cessò di vivere in Avignone. Con pure frate Giovanni da Parma fu il primo Ministro Generale, che ammettesse i devoti e le devote dei frati Minori ai benefici dell'Ordine, rilasciando loro lettere segnate dal suo sigillo di Generale, per le quali molti si fecero devoti a Dio e all'Ordine del beato Francesco; e forse questa concessione servì a loro come occasione di abbandonare il peccato, e di convertirsi a Dio, tanto per effetto della loro devozione, quanto anche delle preghiere che i frati facevano per loro; perocchè come dice Agostino: È impossibile che non siano esaudite le preghiere dei molti. La lettera, che loro dava era la seguente, colla sola differenza del nome delle persone: «Ai dilettissimi in Cristo amici e divoti dei frati Minori Giacomo dei Bussoli, donna Mabilia sua moglie, nonchè ad Angelica amatissima loro figlia, frate Giovanni Ministro Generale e servo dell'Ordine de' Minori augura salute e pace sempiterna in Dio. Accogliendo con sincero affetto di carità la divozione che avete all'Ordine nostro, e che conobbi per mezzo di una pia relazione de' frati, e desiderando di ricambiarvi dell'amore vostro verso di noi, io vi ammetto a partecipare di tutti i singoli suffragi della nostra Religione tanto in vita che in morte, e in virtù della presente lettera, vi concedo la compartecipazione piena a tutti i beni, che la clemenza del Redentore si degnerà di operare per mezzo de' nostri frati in qualunque parte del mondo sia che dimorino. Iddio vi conservi sempre sani. Data a Ferrara 6 settembre 1254». E si noti che non voleva rilasciare questa lettera se non a chi la domandava, e a chi domandandola, fosse riconosciuto veramente divoto a Dio, o uno de' principali benefattori dell'Ordine, o che almeno avesse disposizione a diventarlo. Frate Giovanni da Parma diede anche licenza a frate Bonaventura da Bagnorea di far scuola a Parigi, quantunque non l'avesse mai fatta altrove, perchè era semplice baccelliere, non per anco dottore. E fu allora che frate Bonaventura scrisse le sue lezioni sul Vangelo di S. Luca, che sono bellissime e sapientissime; e compose quattro libri sopra Le Sentenze, che anche oggi sono riputati di singolare utilità (volgeva allora l'anno 1248, ed ora corre l'anno 1284); dettò eziandio in seguito molti altri libri, che vanno per le mani di molte persone. E quando maestro Guglielmo da Santo Amore provocò l'ira dell'Università di Parigi contro l'Ordine de' Frati Minori e de' Predicatori, frate Giovanni da Parma Ministro Generale, convocata l'Università a piena adunanza, parlò agli scolari e ai Professori, e, tenuto loro uno splendidissimo sermone utile e divoto, in fine disse: «Questi, che è il Re dei Re, è il celeste agricoltore; il suo giardino è la Chiesa, o la Religione del beato Francesco. Ricevette da voi il seme di una pianta, perchè voi siete maestri e padroni nostri, e da voi imparammo la scienza, e noi dì e notte ve ne ricambiamo il beneficio, e siamo pronti a ricambiarvene sempre, sia pregando per voi, sia predicando, sia curando in ogni maniera l'utilità delle anime vostre. Laonde se volete pure schiantarla questa vostra pianta, schiantatela pure, se per avventura non si opponga colui che dice ecc. Io sono il Ministro Generale de' frati Minori, sebbene indegno, impari all'altezza di tanto ufficio, e mio malgrado. Voi siete i padroni e maestri nostri. Noi vostri servi, figli e discepoli; e se qualche cosa sappiamo, a voi ne dobbiamo riconoscenza. Eccoci: Io sottopongo me stesso, e questi frati miei dipendenti, alla vostra disciplina e al castigo, che ne vorrete infliggere. Eccoci, siamo nelle vostre mani; fate di noi quel che ve ne pare buono e giusto». Udite queste parole, tutti le accolsero bene e le acclamarono, e si calmò quello spirito, che s'era sollevato contro i frati; e si alzò uno che aveva ufficio di rispondere per tutti, e disse al Ministro Generale: Benedetto che tu sia, e benedetto che sia la tua eloquenza. La Religione del beato Francesco, che è professata dai frati Minori, è buon seme seminato nel campo della Chiesa. È maligno uomo chiunque s'adopera a distruggere questa Religione; come fece frate Guglielmo da Santo Amore, che scrisse un opuscolo, in cui sosteneva che tutti i religiosi e i predicatori della parola di Dio, che vivono accattando limosina, non possono salvarsi, e distolse molti dall'entrare nell'Ordine de' frati Minori e de' Predicatori. Ma in seguito Papa Alessandro IV ne riprovò e condannò l'opuscolo; e S. Lodovico Re di Francia, di buona memoria, fece irrevocabilmente espellere da Parigi Guglielmo da Santo Amore, perchè seminò la calunnia sopra gli innocenti. Tutte le suddescritte cose io le ho sapute da maestro Benedetto di Faenza, dottore di scienze fisiche, che era presente, e le ebbe udite, perchè si trovava a Parigi, ove fu molti anni a studio, e amava e lodava frate Giovanni da Parma. Altra volta i Ministri e i custodi adunati in Capitolo generale a Metz, proposero a frate Giovanni di riformare la loro Regola aggiungendo nuovi articoli allo Statuto. E frate Giovanni rispose loro: Non moltiplichiamo gli articoli della nostra Costituzione, ma osserviamo piuttosto fedelmente quelli che vi sono. Sappiate che i poveri fraticelli si lamentano della moltiplicità delle vostre leggi, che imponete loro sul collo; ma voi, che le fate, non le volete osservare, ed essi guardano più alle opere che alle parole dei Superiori. Vi sia maestra la storia, nella quale non si legge mai che Giulio Cesare abbia detto alle sue legioni: Andate, pugnate: ma diceva: Andiamo e combattiamo. Quindi, decamparono in questo Capitolo dalle proposte riforme. Tuttavia frate Giovanni Ministro Generale scrisse una circolare che inviò ad ogni convento dell'Ordine, colla quale comandava che tutti i frati uniformemente adempiessero agli uffici ecclesiastici secondo la rubrica dell'Ordinario; il che prima non si faceva; perchè se avevano nel convento di buon mattino qualche messa da morto, in alcuni luoghi s'accontentavan di quella; e l'altra che correva in quel giorno, fosse pur anche della domenica, o di altra festa, la rimandavano sino a circa l'ora di terza; e molte altre cose si facevano, come ho visto coi miei occhi, or contro la rubrica, ora estranee alla rubrica stessa; le quali per opera del Padre nostro Ministro Generale frate Giovanni da Parma sono state in meglio riformate. Egli, a cagione della dottrina dell'Abbate Gioachimo, alla quale era troppo attaccato, venne in odio a certi Ministri, a Papa Alessandro IV, e a Papa Nicolò III; i quali Papi, quand'eran Cardinali furono governatori, protettori e censori dell'Ordine, e allora lo amavano come sè stessi per la sua scienza e santità di vita. Onde, dopo lungo tempo, Giovanni Gaetani, che era Papa Nicolò III, lo prese per mano un giorno, e conducendolo qua e là per le sale del palazzo, gli disse: Essendo tu uomo di gran senno, non sarebbe meglio per te e per l'Ordine a cui appartieni, che tu fossi qui con noi a Corte, anzichè seguire la dottrina degli stolti, i quali profeteggiano a seconda della loro stoltezza? Ma frate Giovanni rispondendo disse al Papa: Io non ambisco le vostre dignità, e di questa cosa ne è lodato ogni Santo, a cui onore la Chiesa canta: Non cercò la pompa delle dignità della terra, ma volò al regno de' cieli. In quanto alla saviezza de' consigli, di cui voi mi parlate, vi dico ch'io l'avrei sicuramente un savio consiglio da dare, se vi fosse chi volesse ascoltarlo...... All'udir queste cose il papa sospirò........ Dopo ciò, frate Giovanni, lasciato libero, ritornò al romitaggio di Greccio[132], ove era solito soggiornare. Una volta, quando io dimorava a Ravenna, frate Bartolomeo Calaroso di Mantova, che era lettore e Ministro a Milano, e lo era già stato a Roma, e allora si trovava meco nel convento di Ravenna come semplice frate, cioè senza alcun ufficio, mi disse: Frate Salimbene, io vi dico che frate Giovanni da Parma ha guastato sè e il suo Ordine, perchè egli aveva tanta scienza, santità, ed eccellenza di vita, che avrebbe potuto riformare i costumi della Corte romana, e a lui avrebbero prestato ascolto; ma dopo che si diede in braccio alle profezie d'uomini fanatici, fece disonore a sè, e offese non poco i suoi ammiratori. A cui io risposi: Pare anche a me, e me ne duole vivamente, perchè egli mi amava di cuore; ma che volete? I Gioachimiti vanno dicendo: Non vogliate tenere in poco conto le profezie. Udita questa risposta, frate Bartolomeo replicò: Ma anche tu fosti Gioachimita; ed io risposi: Tu di' vero. Ma dopo che è morto Federico, che fu già Imperatore e già è trascorso l'anno 1260, abbandonai al tutto quella dottrina, e inclino a non credere se non quello che vedrò. Onde mi disse: Sia tu benedetto; se così avesse fatto frate Giovanni avrebbe portato la pace nell'animo de' suoi frati. Ma io soggiunsi: non lo poteva. Sai che vi sono taluni che sono così legati alle massime addottate, che dopo, per non mostrarsi in contraddizione con se stessi, hanno vergogna a ritrattare le dottrine professate, e quindi non hanno la forza di ritornare indietro. Tu sai che quando la Contessa di Caserta rimproverò l'Imperatore Federico di aver fatto male ad impacciarsi nelle guerre di Lombardia, mentre poteva godersi ogni sorta di beni nel suo regno, e passarvi una vita piena di dolcezze, egli le rispose: Riconosco, o Contessa, che avete ragione, ma mi sono già spinto tanto innanzi che non posso più in nessuna maniera ritrarmene senza vitupero. Avessi pur io sempre seguito il vostro consiglio, che non sarei andato incontro a tanti disastri. A cui aggiunse di ripiglio la Contessa: E vitupero maggiore avrete, se vi accadrà di peggio (non era ancora stato deposto, nè vinto e cacciato in fuga dai Parmigiani). E l'Imperatore: Io non mi aspetto di peggio; anzi nutro fiducia di pigliarmi vendetta su' miei nemici. E la Contessa di rimando: Vendica male l'ingiuria ricevuta, chi la rende più oltraggiosa, epperciò un tale disse:

Iniuriam latam sibi nunquam vindicat apte

Qui ruit in peius, quo dedecoratur aperte.

Male al danno appien provvede

Ohi da folle se lo incoglie;

Ma se al peggio volge il piede

Danno ed onta ne raccoglie.

Altrettanto accadde ad Ezzelino da Romano, il quale sulle mosse per dar di piglio all'armi quell'ultima volta, che restò sconfitto, chiese consiglio a' suoi se doveva passare il fiume, o nò, ed azzuffarsi co' nemici; ma nulla ostante che ne fosse dissuaso, rispose: So che giudicate meglio di me; ma io voglio passare; e così ad occhi aperti corse in bocca alla morte. Avendomi detto frate Giovanni da Castelvetro Ministro a Roma, quand'egli andava ad un Capitolo generale a Strasbourg, che frate Giovanni da Parma ex-Ministro Generale persisteva nelle sue vecchie dottrine, ed avendogli io lasciato credere che, se mi trovassi con lui, farei tanto da sperare di ritrarnelo, mi soggiunse: Vanne dunque a lui, che è nella mia provincia al convento di Greccio; (ove il beato Francesco il giorno della natività del Signore cantò il Vangelo e rappresentò la scena di Betlemme in un presepio col fieno e con un bambino); perocchè frate Giovanni elesse per suo soggiorno quel convento, quantunque possa andare dove vuole. E aggiunse quel Ministro della provincia di Roma, corri, t'affretta, scuoti quel tuo amico, perchè il beato Giacomo dice: Se alcuno di voi svia dalla verità, ed altri lo converte, sappia costui che chi avrà convertito un peccatore dall'errore della sua via, salverà un'anima da morte, e stenderà un velo sopra una moltitudine di peccati. Questo frate Giovanni da Parma però, che aveva molti nemici per cagione della dottrina dell'Abbate Gioachimo, ebbe anche molti che, lo stimavano e l'amavano; tra' quali maestro Pietro di Spagna, sommo filosofo, logico, disputatore e teologo, che fatto Cardinale e poi Papa Giovanni XXI, mandò cercandolo, perchè lo riconosceva fornito di tante ed esimie virtù. Volle dunque il Papa che stesse sempre alla sua Corte, e aveva stabilito di crearlo Cardinale, ma la morte gli tolse di mandare ad effetto il suo proponimento, poichè Papa Giovanni morì dopo non molto sotto le ruine di una camera. Anche Papa Innocenzo IV amava frate Giovanni come l'anima propria, e, quando andava da lui, lo ammetteva al bacio del volto, ed ebbe pensiero di farlo Cardinale, ma morì prima di nominarlo. Parimente Vattazio Imperatore Greco, avuta contezza della santità di frate Giovanni da Parma, mandò pregando Papa Innocenzo IV d'inviargli frate Giovanni Ministro Generale, sperando che per opera sua i Greci sarebbero tornati nel seno della Chiesa romana. E, frate Giovanni andatovi, Vattazio ne prese tanta stima e amore, che volle colmarlo di doni, che poi non furono accettati. Allora lo pregò di portare in mano un certo scudiscio ogni volta che col suo seguito cavalcava per la Grecia, e glielo diede. Ed egli pensando che dovesse servire per sollecitare il cavallo, l'accettò, memore di quel verso:

Nil nocet admisso (idest: veloci) subdere calcar equo.

Se galoppa il caval più che veloce,

Un nuovo sprone al cavalier non nuoce

Vedendo dunque nelle sue mani quell'arnese, che era un emblema imperiale, tutti s'inginocchiavano, quando passava frate Giovanni, come usano i latini quando nella messa si fa l'elevazione del Corpo di Cristo; e facevano per lui e per il suo seguito le spese del viaggio. E, dopo tante onorificenze, Frate Giovanni ritornò al Papa, che lo aveva incaricato di quella missione. Vattazio fu l'Imperatore, a cui successe Paleologo, non perchè avesse secolui alcuna attinenza di parentela, ma occupò il trono per usurpazione, dopo avere ucciso il figlio di Vattazio. In un Capitolo provinciale celebratosi a Sens, conobbi quanto il Re di Francia, di buona memoria, S. Lodovico tenesse in venerazione frate Giovanni. E i tre fratelli del Re, ed il Cardinale della Corte romana Oddone, che in occasione di quel Capitolo pranzarono nel convento de' frati, tutti gareggiarono nel mostrargli la loro reverenza. Parimente trovandosi frate Giovanni in Inghilterra, ed essendosi fatto annunziare per una visita al Re nell'ora che era del pranzo, subito il Re s'alzò da tavola, discese di palazzo, in fretta gli andò incontro, lo abbracciò e lo baciò. Ed essendone rimproverato da' suoi cortigiani, perchè s'era abbassato troppo, correndo incontro ad un tale omiciattolo, il Re rispose: Io l'ho fatto per onorare Iddio e il beato Francesco, ed anche quest'uomo, di cui ho udito celebrare l'insigne santità, e che è un vero servo ed amico del Dio Sommo ed Eccelso, e non si degrada guari chi onora i servi di Dio; perocchè il signore disse loro; Chi riceve voi, riceve me. E fu bene accolta la risposta del Re, e lodaronlo della deferenza usata per un uomo tanto rispettabile. Questo Re fu il padre di Odoardo Re d'Inghilterra e passava per un sempliciotto; onde, un giorno che era a tavola co' suoi cavalieri, un giocoliere della Corte a udita di tutti disse: Ascoltate, ascoltate: Il nostro Re è simile a Gesù Cristo. Provò molta compiacenza il Re a udire che era assomigliato all'Uomo-Dio; ed insisteva perchè il giocoliere spiegasse in che egli fosse simile a Gesù Cristo (tanto il Re che il giocoliere parlavano francese, e sulle loro labbra suonava grazioso il volgare francese). Allora il giocoliere disse: Del Signor nostro Gesù Cristo si dice che tanta sapienza avesse al momento della sua concezione, quanta all'età di trent'anni; similmente il nostro Re è tanto sapiente ora, quanto lo era da bambino. Si turbò l'animo del Re, e sdegnato ordinò, a chi era presente, di far appendere il giocoliere alla forca. Ma quando que' cavalieri che erano presenti furono col giocoliere in disparte, non eseguirono il comando del Re; gli legarono soltanto una fune al collo, e lo fecero sollevare a braccia alquanto da terra, e gli dissero: partiti di qui intanto che si calmi l'ira del Re, e non infierisca su di noi e su di te. E ritornando a Corte dissero che avevano eseguiti appuntino gli ordini. Quando poi frate Giovanni da Parma era lettore a Napoli, prima che fosse Generale, e passò da Bologna, un giorno che era alla mensa della foresteria con altri forestieri, sopravvennero alcuni frati, e con violenza lo fecero alzare da tavola per condurlo a pranzare nell'infermeria. Ma vedendo egli che il suo compagno restava, nè era invitato a lasciare quella mensa, si volse al compagno stesso dicendogli: Io non mangerò in nessun luogo senza il mio compagno. La qual cosa fu giudicata una villania da parte di que' frati, ed una somma cortesia e grazia pel proprio compagno da parte di frate Giovanni. Un'altra volta, quand'era Generale e volle prendersi un po' di vacanze, venne al convento di Ferrara, dove io soggiornai sette anni; ed osservando che a fargli compagnia d'onore erano sempre invitati alla sua mensa, sì a pranzo che a cena, gli stessi frati, gli entrò in animo il sospetto che il Guardiano frate Guglielmo da Buzea, Parmigiano, avesse i suoi beniamini, e gliene spiacque. Ora, una sera, mentre si lavava le mani per andare a cena, il frate che lo dovea servire disse al Guardiano: Chi dovrò invitare stasera? A cui il Guardiano rispose: Chiamerai frate Giacomo da Pavia, frate Avanzo, e il tale, e il tale altro. E nota che c'era già stata intesa preventiva, perchè i prenominati s'erano già lavate le mani, e stavan già pronti a tergo del Generale, che li aveva già scorti. Allora, con tutto l'ardore dell'anima sua accesa dallo Spirito divino, cominciò a parlare come in parabola; così e così; chiamerai frate Giacomo da Pavia, chiamerai frate Avanzo, inviterai il tale e il tale altro; prendi per te dieci porzioni; questa è la fola dell'oca. All'udir questo parlare restarono confusi e ne arrossirono quelli che erano stati invitati alla mensa; e non ne rimase meno in vergogna il Guardiano, il quale disse al ministro: Padre, io invitava costoro a farvi compagnia d'onore, perchè io ne li reputava più degni. Ma il Ministro rispose: Forse che la divina Scrittura.......? Io udiva tutto essendo lì vicino. Allora ripigliò colui che dovea fare il servizio: Chi dunque ho da invitare? E il Guardiano: Prendi gli ordini dal Ministro. E il Ministro disse: Mi chiamerai i più umili fraticelli, perchè il far compagnia al Ministro è un ministero che tutti sanno farlo. Andò dunque il frate inserviente al refettorio, e chiamò i più umili e poveri fraticelli, dicendo: Il Ministro Generale invita voi a cenar seco, io vi comando a nome suo di andare immediatamente da lui; e così fu fatto. Perocchè frate Giovanni da Parma Ministro Generale, quando arrivava di passaggio ad un convento di frati Minori, voleva che sedessero seco a mensa anche i più poveri ed umili fraticelli, o tutti simultaneamente, ovvero divisi in gruppi, che si alternassero fra loro, perchè al suo arrivare godessero anch'essi qualche cosa, (prima, s'intende, che la sua foresteria fosse finita, cioè prima di mettersi a mangiare alla mensa comune in refettorio, alla quale, quando si fermava in un convento, era solito andare sempre, subito dopo che si era riposato dalla fatica del viaggio). Frate Giovanni da Parma fu persona accostevole a tutti, senza predilezione per nessuno; alla mensa, liberale e cortese assai, tanto che se aveva a tavola varie specie di vini scelti, ne faceva d'ogni specie mescere a tutti, acciocchè tutti godessero. La qual cosa era reputata cortesia e grazia distintissima. I compagni, che aveva frate Giovanni da Parma quand'era Ministro Generale, sono i seguenti: Primo, frate Marco da Montefeltro,[133] uomo onesto e santo, che ebbe una longevità straordinaria; e fu compagno di frate Crescenzio, di frate Giovanni da Parma e di frate Bonaventura: Egli era di Modigliana,[134] ed è sepolto ad Urbino; la sua fama è cinta da fulgentissima aureola di miracoli. Modigliana è un castello nel distretto di Massa di S. Pietro: Urbino è città sui monti, per la quale si va a Cagli, che è la chiave della provincia della Marca d'Ancona, per dove si va ad Assisi, nella Valle di Spoleto, all'eremo del beato Francesco. Frate Marco fu anche Ministro Provinciale nella Marca d'Ancona, ove fu lodatissimo il suo ministero. Fu buon scrittore, rapido e chiaro, e per le fatiche che sopportò, servendo di compagno e da segretario di tre Ministri Generali, si meritò, e in un Capitolo generale si decretò, che alla sua morte ciascun sacerdote dell'Ordine celebrasse per l'anima sua una messa da morto. Morì poi l'anno del Signore 1284. Egli era mio specialissimo amico, ed amò tanto il Ministro Generale frate Bonaventura, che quando, dopo la morte di lui, gli tornavano a memoria le sue graziose maniere nel conversare e i suoi meriti letterari, per dolce commozione gli piovevan le lagrime dagli occhi. Eppure, quando frate Bonaventura Ministro Generale doveva predicare al clero, frate Marco gli si presentava e dicevagli: Tu sei come un mercenario; e non ricordi che, quando l'altra volta predicasti, non sapevi quel che ti dicessi? Ma spero che questa volta la non anderà così: E frate Marco gli parlava in questo modo per ispronarlo a predicar sempre meglio. Tuttavia frate Marco scriveva e voleva aver copia di tutti i sermoni di frate Bonaventura, il quale del resto, quando frate Marco gli parlava quel linguaggio ingiurioso, ne godeva per cinque motivi: 1.º perchè era uomo benigno e sapiente; 2.º perchè così imitava il beato Francesco; 3.º perchè era sicuro che frate Marco lo amava di tutto cuore; 4.º perchè quel fare gli spegnerà ogni seme di vanagloria; 5.º perchè ne riceveva stimolo ad essere più accurato. Degli altri compagni di frate Giovanni diremo altrove a luogo opportuno. Così quando suonava la campanella che chiamava chi n'era incaricato dal convento, a mondare i legumi e gli erbaggi, frate Giovanni, anche quando era Ministro Generale, accorreva e lavorava cogli altri frati, come ho visto co' miei occhi; e perchè io aveva secolui famigliarità, gli diceva: Padre, voi fate quello che insegnò il Signore in Luca 22, ecc; e rispondeva: È così che noi dobbiamo esercitare la perfetta umiltà, e quella giustizia davanti alla quale dobbiamo essere tutti eguali. Parimente non mancava mai nè di giorno nè di notte all'ufficio ecclesiastico, specialmente poi al mattutino, al vespro e alla messa conventuale; checchè il guardacoro gli accennava, subito lo eseguiva, intonare antifone, cantare lezioni e responsorii, e dire le messe conventuali. Nel convento di Lione, come ho veduto io, predicò due volte ai frati nel Giovedì Santo; una volta la mattina, e l'altra volta all'ora che gli fu prefissa, ed eranvi ad ascoltarlo Vescovi e Ministri dell'Ordine nostro. E ciò avvenne quando Papa Innocenzo IV risiedeva a Lione co' suoi Cardinali. Il Venerdì Santo poi avrebbe officiato, se Guglielmo, Vescovo di Modena e Cardinale, non si fosse offerto di fare l'officiatura, a cui, come conveniva, cedette per gentilezza. Nel Sabato Santo il guardacoro gli accennò di cantare l'ultima profezia e la cantò. Insomma era ricco d'ogni virtù, e, sin anche quand'era Generale, voleva fare le parti dell'amanuense per guadagnare di che vestirsi colle proprie mani. Ma i frati non glielo permettevano, perchè lo vedevano occupatissimo per il regime dell'Ordine, e quindi gli davano di buon grado tutto il necessario. Fu eletto Ministro Generale l'anno 1247 in un Capitolo generale adunatosi a Lione in Agosto, tempo in cui aveva ivi trasportata la sua residenza Papa Innocenzo IV. Governò lodevolmente dieci anni l'Ordine de' frati Minori; e anticipò l'ultimo Capitolo generale celebratosi sotto il suo Generalato, per affrettare il giorno delle sue dimissioni, non volendo più saperne d'essere Generale, e si tenne il giorno della Purificazione del 1257. I Ministri, i custodi ed i deputati soprassedettero un giorno intero senza dar corso a nessuno degli affari del Capitolo, perchè non volevano saperne di accettare le dimissioni. Allora entrato in Capitolo motivò, secondo che seppe meglio e volle, la sua deliberazione, e, quelli a cui spettava l'elezione, facendo ragione alla angustia, da cui era premuto l'animo di lui, quantunque a malincuore, gli dissero: Padre, voi che visitaste tutti i conventi dell'Ordine, e conoscete le virtù e le doti dei singoli frati, indicatene uno idoneo a questo ufficio, e sia vostro successore. E subito designò frate Buonaventura da Bagnorea; e aggiunse che uno più degno di quello non lo conosceva in tutto l'Ordine; e per voto unanime fu eletto. Pregarono poi frate Giovanni di tenere la presidenza del Capitolo fino alla sua chiusura, ed accettò. Il successore frate Bonaventura resse l'Ordine diciassette anni, e fece molto di bene. Frate Giovanni, esonerato dall'ufficio, andò ad abitare nel romitaggio di Greccio, dove il beato Francesco, il dì della Natività del Signore, aveva rappresentata la scena del presepio, di che è parlato estesamente nella sua biografia. Ed ivi frate Giovanni abitando, vennero due uccelli selvatici da una vicina boscaglia, grossi come oche, e fecero loro nido, deposero le uova, e covarono i pulcini sotto il tavolo che gli serviva a continuo studio, e da lui si lasciavano senza renitenza accarezzare. Ed andato un giorno a fargli visita un Vescovo, desiderò di avere, ed ebbe da lui per favore, uno di que' pulcini. Inoltre una mattina frate Giovanni, svegliato per tempissimo il suo camillo, perchè voleva dir messa, questi rispose che s'alzerebbe subito; ma siccome si trovava ancora mezzo tra il sonno e la veglia, di nuovo cadde in preda al sopore. Dopo qualche tempo si risvegliò, si vergognò della sua sonnolenza, e, accorso alla chiesa, trovò che frate Giovanni diceva messa, e aveva un camillo in cotta, che lo serviva benissimo; e, finita la messa, senza dir verbo si ritirarono. Nel corso della giornata però frate Giovanni disse al suo camillo: sia tu benedetto, o figlio, perchè oggi mi hai servito messa con tanta attenzione e devozione, che son di credere avermi perciò Iddio conceduta la straordinaria consolazione, che oggi ho provato nel dir messa. A cui il camillo rispose: Padre, perdonate se quando mi chiamaste io era così vinto dal sonno che non potei accorrere prontamente a servirvi; e quando arrivai vidi che altri vi serviva. Eppure io so che non c'è nel convento nessun forestiero, ed ho interrogato ad uno ad uno tutti i frati di casa se mai alcuno di loro vi avesse servito alla messa, ed ognuno ha risposto che no. A cui frate Giovanni rispose: Io credeva che fossi tu, ma chicchè sia stato, sia egli benedetto, e sia benedetto il nostro Creatore in tutti i suoi doni. Molte altre bellissime e buonissime cose vidi, udii e conobbi di Frate Giovanni da Parma, già Ministro Generale, degne di essere tramandato ai posteri, ma che passo in silenzio, sia per brevità, sia perchè mi affretto a parlare d'altro, sia perchè la Scrittura dice nell'Ecclesiastico 11. Prima che muoia non lodare nessun uomo. E frate Giovanni vive tuttora, sebbene carico d'anni, ed ora, che questi fatti affido alla carta, volge l'anno del Signore 1284, giorno successivo alla festa dell'invenzione di S. Michele, anno IV del Pontificato di Martino IV, indizione 12, mese di Maggio, martedì. Il padre di frate Giovanni si chiamò Alberto Uccellatore perchè si dilettava di andare a caccia d'uccelli, e ne faceva professione. Dunque, come più su è stato detto, gloriandomi io in Arles, al cospetto di frate Giovanni d'aver ricevuto la facoltà di predicare a Lione da Papa Innocenzo IV, il mio compagno frate Giovannino dalle Olle soggiunse: Preferirei d'averla dal Ministro Generale anzichè da un Papa qualunque; e se è necessario passare sotto la prova di un esame, ci esamini frate Ugo, e alludeva a quell'illustre Ugo Provenzale, che si trovava allora nel convento di Arles in occasione dell'arrivo del Ministro Generale, di cui era intimo amico. Ma frate Giovanni rispose: Non permetto che vi esamini frate Ugo vostro amico, che sarebbe vosco indulgente; chiamatemi invece il lettore e il ripetitore di questo convento. Chiamati, accorsero, e il Generale disse loro: Ritiratevi in disparte con questi due frati e sottoponeteli ad esame sulle materie e sull'arte del predicare; e riferitemi se meritano di avere facoltà di predicare. E a me la conferì, al mio compagno la negò, perchè era ignorante. Il generale tuttavia gli disse: Ciò che si differisce, non è perduto; studia, o figlio mio, e dammi la consolazione di prepararti a rispondere meglio a chi ti esaminerà. In quel frattempo arrivarono due frati Toscani; uno di Prato, frate Gherardo fratello di frate Arlotto, ed uno da Colle[135], frate Benedetto, che andavano a studio a Tolosa. Eglino erano allora diaconi ed erano buoni scolari, ed avevano studiato meco più anni nel convento di Pisa. Essi, volendo partire all'indomani, mandarono frate Marco dal Generale, di cui era compagno, a pregarlo che volesse conferire loro la facoltà di predicare, e di essere promossi al sacerdozio. Quella sera il Generale recitava compieta, ed io solo era con lui quando in quel momento arrivò frate Marco, e interruppe la nostra compieta per fare la sua ambasciata. Ma il Generale col calore e coll'enfasi di quello spirito, che soleva avere quando gli pareva d'essere eccitato da zelo divino, rispose a frate Marco suo compagno: Fanno male que' frati, ed è impudenza domandar tanto, mentre l'Apostolo dice: Nessuno arroghi a se stesso gli onori. Ecco: Essi sono or or partiti dal Ministro loro, che conosceva la loro abilità, e poteva loro conferire quanto domandano a me; vadano dunque a Tolosa, dove sono mandati a studiare, ed imparino, che ivi non sono necessarie le loro prediche; a tempo debito potranno ottenere quello che desiderano. Allora frate Marco, vedendo il Generale conturbato, diede un'altra piega al discorso e disse: Padre, dovete credere che non eglino mi hanno mandato, ma frate Salimbene può avermi detto ch'io parlassi a voi per loro. E il Generale di rimando: Frate Salimbene è sempre stato quì con me a recitare compieta; quindi son certo che non ha dato a te questa incumbenza. Si ritirò adunque frate Marco dicendo: Così volete, così si faccia. Io mi accorsi che frate Marco non aveva accolta con animo sereno quella risposta; e, finita la compieta, andai per confortarlo, e mi disse: Frate Salimbene, ha fatto male frate Giovanni a farmi diventar rosso la faccia, e non ascoltare la mia preghiera per sì poca cosa. Anch'io fatico per l'Ordine nostro, sono suo compagno e segretario, sebbene io mi trovi in età avanzata. È vero che sono partiti or ora dal loro Ministro, che li conosce a pieno, e appunto perchè li conosce buoni di indole e di ingegno li manda a studio a Tolosa, perchè vadano poi a Parigi. Ma questi frati gradivano più d'avere la facoltà di predicare dalla santità e dignità di frate Giovanni, che da frate Piero da Cori[136] loro Ministro. Volevano poi essere promossi al sacerdozio perchè la città di Pisa, dove abitarono, da trent'anni, come sapete, è interdetta delle ufficiature ecclesiastiche, avendo i Pisani fatto prigionieri in mare molti Cardinali ed altri Prelati, e per giunta occupano di forza sui monti dieci castelli del Vescovo di Lucca, ed hanno invaso la Garfagnana contro la volontà della Chiesa. (La Garfagnana è un territorio montano tra il Lucchese e il Lombardo). Laonde, trovandosi eglino a Pisa, non si presero pensiero della promozione al sacerdozio; ma ora desidererebbero d'esser fatti preti per dir messa pe' vivi e pe' morti ed essere più utili ai frati, presso i quali si recano; e questi giovani se lo avrebbero in tutta loro vita per un benefizio, ed ora sarebbero riconoscenti della grazia se l'avessero conseguita; e sallo Iddio con qual rossore sulla fronte mi presento a loro per annunziare che sono state vane le mie preghiere. A cui io breve risposi e dissi: Mi piacciono le tue considerazioni più che la risposta del Generale; ma abbi pazienza, chè la pazienza per l'uomo è perfezione. Quella sera stessa il Generale fece chiamar me e il mio compagno, e ne disse: Figliuoli; spero di partirmi presto da voi, perchè mi sono proposto di fare una visita ai frati della Spagna. Perciò sceglietevi un convento, qualunque esso sia fra tutti quelli dell'Ordine, ove vi piaccia andare, eccetto però quello di Parigi, e là vi manderò; avete tempo tutta notte a pensare, a scegliere, a deliberare; domani me ne farete cenno. E l'indomani al primo incontrarci, ne disse: Quale deliberazione avete presa? quale scelta avete fatto? A cui io risposi: Nulla deliberammo a proposito della scelta d'un convento ove andare per non essere noi stessi la causa del nostro dolore; ci rimettiamo al vostro volere; mandatene ove a voi piace, e noi obbediremo. Accolta per virtuosa la nostra risposta, ne soggiunse: Andatene ve dunque al convento di Genova, ove vi troverete in compagnia di frate Stefano Inglese, che manderò colà. Intanto scriverò al Ministro e a que' frati, che vi usino que' riguardi che userebbero a me stesso; e che tu, frate Salimbene, sia promosso al sacerdozio, e il tuo compagno Giovannino al diaconato. E quando verrò là, se vi troverò contenti, n'avrò tanta consolazione, se no, troverò modo di contentarvi; e tutto fu fatto. Poi quel giorno stesso il Generale disse a frate Ugo amico suo: Che ne dite, frate Ugo? Dobbiamo andarcene insieme in Ispagna per adempire il consiglio dell'Apostolo? E frate Ugo rispose; Anderete voi, Padre; io desidero chiudere i miei giorni nella terra de' padri miei. E subito lo accompagnammo alla barca che l'aspettava sul Rodano. Era la festa di S. Michele, dopo nona, e, datone l'addio, si mosse per arrivare in giornata a S. Egidio. Noi per mare andammo a Marsiglia, ove trovammo frate Stefano Inglese, che mi pregò di dire al Guardiano che per la festa del beato Francesco avrebbe predicato volentieri al clero e ai frati. Ma il Guardiano rispose che l'avrebbe udito di molto buon grado, se non avesse temuto di fare uno sfregio al Vescovo, che doveva andare a rendere quella festa più solenne del solito. Passata la solennità del beato Francesco, prendemmo il mare e andammo a Jeres, al convento di frate Ugo; e frate Stefano, che non potè trovare imbarco col suo compagno s'avviò per terra al convento di Genova. Io poi ed il mio compagno facemmo sosta a Jeres per godere la compagnia di frate Ugo, dalla festa del beato Francesco sino al giorno d'Ognissanti. Ed io era ben lieto dell'occasione di starmi in conversazione di frate Ugo, col quale tutta la giornata si parlava della dottrina dell'Abbate Gioachimo. Perocchè egli ne possedeva tutte le opere pubblicate, era uno de' suoi più caldi seguaci, uno de' chierici più illustri del mondo per scienza e santità incomparabile. Tuttavia io era in dispiacere perchè il mio compagno era malato morto e non voleva aversi riguardi, e per l'una parte l'inverno rendeva più difficile la navigazione, e per l'altra, quell'anno, il soggiorno di Jeres era malsano pel vento marino, ed anch'io, non malato, appena poteva respirare di notte, anche stando all'aperto. Ma la notte si udivano lupi a torme ululare, e li ho uditi più volte; perciò dissi al mio compagno, che era un giovane sempre inchiodato nelle sue idee: Tu non vuoi averti riguardi da ciò che ti fa male, e sempre fai ricadute. Io riconosco questo paese molto insalubre, e non vorrei morire ora, perchè vorrei arrivare a vedere le cose che predice frate Ugo. Perciò sappi che, se trovo tra' nostri frati una compagnia che mi garbi, partirommi con quella. Allora rispose: Mi piace la proposta, verrò anch'io con te; ma si arrese perchè sperava che nessun frate fosse per mettersi in viaggio con noi. Quand'ecco, per grazia di Dio, subito presentarsi un certo frate Ponzio, sant'uomo, che aveva dimorato con noi nel convento di Aix, ed andava a Nizza, del cui convento era stato eletto Guardiano. Quando ci vide, mostrossi tutto festoso, e gli dissi: Vogliamo venir con voi, giacchè noi dobbiamo andare a Genova. Egli se ne mostrò molto lieto, e disse: Vado subito a procurarmi un imbarco. L'indomani, dopo il pranzo, ci recammo alla nave, che era distante dal convento dei frati un miglio. Ma il mio compagno non voleva seguirmi. Veduto però ch'io assolutamente partiva, si licenziò dal Guardiano del convento, e, dopo noi, si mise in via. E dandogli io la mano per aiutarlo a salire a bordo, si trasse indietro, come io gli facessi orrore, e disse: Non sia che tu mi tocchi, tu che non mi hai serbata nè fede, nè buona compagnia. Ed io di rimando: Miserabile, sii riconoscente alla bontà di Dio verso di te, la quale mi ha rivelato che se tu fossi rimaso qui, ne saresti morto. Ma egli era tanto protervo che non aggiustò fede alle mie parole finchè il morbo colla sua gravità non glielo fece intendere. Difatto tutto l'inverno non potè liberarsi dalla malattia, che aveva contratta in Provenza. .... e mi imbarcai il giorno di S. Mattia, e, da Genova al convento di frate Ugo, navigai quattro giorni; e trovai morti e sepolti sei frati di quel convento; primo de' quali il Guardiano, che aveva accompagnato alla nave il mio compagno; un altro fu frate Guglielmo da Pertuis[137], eccellente predicatore, che una volta aveva soggiornato nel convento di Parma, ed altri quattro che non è necessario nominare. Quando poi, al mio ritorno al convento di Genova, dissi al mio compagno che erano morti i suddetti frati, mi rese molte grazie d'averlo tratto dalle fauci della morte. Finalmente guarì, e dopo alcuni anni andò in una provincia d'oltremare, (quell'anno in cui per la seconda volta partì per una crociata il Re di Francia) e andò a Tunisi, ove fu fatto custode, e, come custode, venne poi ad un Capitolo generale celebratosi ad Assisi, in cui fu creato Ministro Generale frate Bonagrazia, e fu distribuita ai frati una chiosa della Regola. E avendo poi i cristiani che erano in Egitto prigionieri dei Saraceni mandato a pregare Papa Nicolò III che per amore di Dio inviasse loro un buono ed adatto sacerdote, a cui potere confidenzialmente confessare i proprii peccati, il Papa incaricò il Ministro Generale di designare un frate, ed il Generale Bonagrazia volle che quel sunnominato mio compagno, in virtù di salutare obbedienza, e per la remissione di tutti i suoi peccati, andasse dai prigionieri cristiani, che erano in Egitto. Egli poi ottenne dal Ministro Bonagrazia di poter venire al primo Capitolo generale, e poscia andare nella provincia di Bologna, alla quale a principio apparteneva. Ed ogni cosa fu fatta a dovere. Perocchè e per opera sua e coll'aiuto d'altri ne venne molto di bene a quei cristiani. E vide il rinoceronte, e la vigna del balsamo, e portò manna in un vaso di vetro, ed acqua della fontana di S. Maria, senza la cui irrigazione la vigna del balsamo non può fruttare, e portò seco pezzi del legno del balsamo, e molte altre cose nuove per noi, e le faceva vedere ai frati; e riferiva come i prigionieri cristiani erano trattati dai Saraceni, i quali li fanno scavare le fosse de' loro castelli, e asportarne la terra in corbelli, e non si danno loro che tre piccoli pani per testa al giorno. Dopo dunque che fu celebrato il primo Capitolo generale in Alemagna, a Strasbourg, al quale egli era intervenuto, fu colto da morte nel primo convento che trovò sulla via del suo ritorno presso Strasbourg, e rifulse per miracoli che operò. Tale era frate Giovannino dalle Olle di Parma, che appartenne alla provincia di Romagna, ossia dell'Esarcato Greco, alla provincia di Bologna, e alla provincia di Terra Santa; e fu mio compagno in Francia, in Borgogna, in Provenza e nel convento di Genova; scrittore buono, buon cantore, buon predicatore, buono, onesto ed utile uomo, la cui anima riposi in pace. Nel convento ove morì v'era un frate minore malato di malattia incurabile, per quel che ne san fare i medici, il quale si diede a pregare Iddio affinchè per amore di frate Giovannino volesse concedergli piena salute, e subito guarì. Ho udito raccontarlo da frate Paganino da Ferrara, che era presente. Trovandomi io adunque con lui e con frate Ponzio, nuovo Guardiano di Nizza, quel giorno stesso che lasciammo frate Ugo e Jeres, approdammo a Nizza, che è città sul mare; e vedemmo ed imparammo a conoscere frate Simone Pugliese da Montesarchio[138], che era procuratore dell'Ordine alla Corte pontificia, che allora aveva residenza a Lione. Egli voleva andare a Genova ed aspettava al lido in compagnia del refettoriere di Lione, se mai potessero trovare una nave a loro conveniente, e dissi loro: Noi la nostra nave l'abbiamo già noleggiata, e domani prenderemo il mare. Ed eglino se ne congratularono con noi. Tutta la giornata seguente e tutta la notte si navigò, e al primo mattino si entrò in porto a Genova, che è presso il mare, ed era una domenica. I frati, quando ci videro, ne fecero i loro rallegramenti, e mostrarono di gradire il nostro arrivo; ma in ispecie frate Stefano Inglese, che era lettore, cui poscia il Ministro Generale mandò a Roma, come gli aveva promesso, e vi fu lettore, e vi morì col suo compagno frate Iocelino, dopo che ebbero appagato il loro desiderio di vedere la città eterna co' suoi santuarii; e allora era Ministro di quella provincia frate Giacomo da Iseo[139]. Nel convento di Genova, quando vi arrivai, c'era anche frate Taddeo Romano, già canonico di S. Pietro di Roma; era vecchio, vecchissimo, e dai frati stimato per santo. Altrettanto è da dire di frate Marzio da Milano, che era stato Ministro, e di frate Rabuino di Asti. Questi era stato Ministro della provincia di Terra di Lavoro e della provincia della Marca di Treviso, ed aveva soggiornato a lungo con frate Giovanni da Parma nel convento di Napoli. Nel Capitolo di Lione si adoperò a far nominare Generale frate Giovanni da Parma, sollecitandone i frati; e Iddio appagò il suo desiderio. Trovai pure a Genova frate Bartolino custode del convento, che poi fu Ministro; frate Pentecoste, santo uomo; e frate Matteo da Cremona, anch'egli un santo; i quali tutti ne usarono gentilezze e carità. Il Guardiano poi diede a me due tonache, una più fina, l'altra meno, ed altre due parimente ne diede al mio compagno. Il Ministro, frate Nantelmo da Milano, che era stato lettore, uomo santo e consacrato a Dio, disse che m'avrebbe procurato qualunque piacere e grazia gli avessi mostrato di desiderare, e delegò frate Guglielmo Piemontese suo compagno, uomo valente in letteratura e santo, ad insegnarmi a dir messa ed a cantare. Tutti costoro salirono già da questo mondo al Padre eterno; e i loro nomi sono scritti nel libro della vita; chè buona e lodatissima fu sempre la loro condotta. Non ho mai visto uomo che, più di frate Nantelmo Ministro di Genova, si assomigliasse a frate Vitale Ministro di Bologna, sia nella persona che nel carattere, ne' costumi, in tutto; ed era molto nella grazia di frate Giovanni da Parma. In questo anno 1248 era a Genova un Vescovo di Corsica, che era stato monaco nero dell'Ordine di S. Benedetto, piacentino per padre, e parmigiano per madre, la quale era della famiglia degli Scarpa. Rè Enzo, o Federico suo padre ex Imperatore, lo aveva fatto espellere dalla Corsica, che è vicina alla Sardegna, in odio alla Chiesa, e dimorava a Genova, ed era ridotto a fare l'amanuense per guadagnarsi il vitto, e ogni dì veniva alla messa dei frati Minori, e dopo andava in iscuola ad ascoltare la lezione di frate Stefano Inglese. E causa dell'espulsione fu che l'Imperatore Federico aveva dato ad Enzo od Enrico, suo figlio illegittimo, una donna Sarda in moglie, che si chiamava Donzella. Questo Vescovo adunque mi consacrò Sacerdote nella chiesa di S. Onorato, che ora è annessa al convento de' frati Minori di Genova, ma allora non apparteneva ai frati; chè quantunque fosse eretta su di un'area che era di proprietà dei frati, pure l'aveva occupata un prete e la teneva senza che avesse parrocchiani. Quando i frati si coricavano nelle loro celle dopo il mattutino per riposare, quel buon uomo, colle sue campane, non li lasciava posare; ed ogni notte era di quella. Per cui i frati del convento di Genova seccati troppo, si adoperarono presso Papa Alessandro IV per avere quella chiesa, e la ebbero. Ma quando Papa Alessandro canonizzò S.ª Chiara, nella celebrazione della prima messa di detta Santa, recitatane l'orazione, gli si avvicinò quel sacerdote e disse: Per amore della beata Chiara, Padre, vi prego di non privarmi della chiesa di S. Onorato. E il Papa, toltegli dalla bocca le parole, in suo dialetto cominciò a dire ripetutamente: Per amore di S.ª Chiara voglio che la abbiano i frati; e lo ridisse tante volte che pareva quasi un pazzarello; e quel prete, udendo quella risposta e in tal modo data, sospirò e partissene. Nel tempo in cui io abitai a Genova, eravi pure un Arcivescovo, basso di persona, molto vecchio e avaro, e sul conto suo correvano anche altre sinistre voci; si diceva cioè che non fosse in tutto cattolico. Egli un giorno convocò nel suo palazzo il clero regolare e secolare, quasi volesse fare un sinodo, ma lo scopo vero era quello di ascoltare, come desiderava, un'orazione di frate Stefano Inglese dell'Ordine de' Minori, poichè l'aveva sentito lodare altamente per celebre oratore ed illustre chierico. Vi fui anch'io, e riferisco quanto ho udito. Primo fu egli a predicare; dopo di lui non permise che altri parlasse tranne frate Stefano, il cui sermone magnificò con lodi. Encomiò frate Stefano anche per la sua scienza, bontà, onestà e santità di vita, aggiungendo che un chierico tanto illustre aveva onorato assai la città di Genova venendo dall'Inghilterra in Italia, e che, se egli fosse stato ancor giovane, avrebbe volentieri, ogni volta che l'avesse potuto, assistito nella scuola alle lezioni di lui. Poi fece i suoi elogi al Vescovo di Corsica come religioso, e santa ed onorata persona, e come distintamente abile a leggere, scrivere, porre in carta le note musicali, cantare, e come rispettabile per ogni maniera di virtù; ed aggiunse che era povero, perchè l'Imperatore lo aveva cacciato dal suo episcopio, e raccomandò a tutti che lo aiutassero in ogni possibile maniera. Vi fu chi osservò che l'Arcivescovo con questa raccomandazione fece vergogna a sè stesso, perchè egli doveva soccorrere un Vescovo bisognoso tenerlo presso di sè nella sua Corte, e n'avrebbe avuto merito, premio ed onore. Ma Seneca dice: L'avarizia del vecchio è simile ad un mostro. Parimente Marziale Coco dice:

Miramur iuvenes largos, vetulosque tenaces;

Illis cum multum; his breve restat iter.

È un fatto in vero sovra ogni altro strano

Che scialacqui il garzon lunge da morte,

E ammassi poi con appetito insano

Chi già del cimiter bussa alle porte.

Doveva dunque il ricco Arcivescovo tenere in casa sua il povero Vescovo, e dire con Giacobbe Genesi 22º ecc; ma la sua avarizia e tirchieria ne lo dissuase: e dopo la mia partenza da Genova seppi poi che l'avevano ucciso. Simile a lui per avarizia ed esosità era il Vescovo di Ferrara. Tanto che, quando il Patriarca di Gerusalemme, arrivato a Ferrara d'oltremare, in viaggio per recarsi alla Corte pontificia a trattare di suoi affari, lo pregò di ospitarlo una notte nel suo episcopio, n'ebbe un rifiuto. Ma arrivato a Corte, e, fermatovisi alquanto tempo, vi fu eletto Papa. Questi fu Urbano IV oriondo di Troyes; e scrisse al Vescovo di Ferrara una lettera di questo tenore: Sappi che ora io sono Papa, e non avendomi tu voluto accogliere come ospite, quantunque l'Apostolo dica: Il Vescovo deve essere ospitale, dell'avarizia e tircheria tua potrei ricambiartene a misura del merito ecc. Non si è però mai saputo che il Papa ne lo abbia punito. Tuttavia egli rimase sotto il peso di una continua trepidazione, che gli valse per una non piccola punizione. Il Vescovo suaccennato era oriondo di Brescia, medico, poi Vescovo di Piacenza. Finalmente andò a Roma, ove ne ottenne il Vescovado di Ferrara. A Piacenza teneva in casa due frati Minori, a cui per avarizia dava un vitto meschino. Nell'anno 1248 Papa Innocenzo IV, che risiedeva a Lione co' suoi Cardinali, mandò frate Simone da Montesarchio, procuratore dell'Ordine dei frati Minori, di cui ho parlato più su, in Puglia, perchè sottraesse il regno di Puglia e di Sicilia dal dominio di Federico Imperatore deposto; e molti di quegli abitanti volse ad abbracciare il partito della Chiesa. Ma finì che l'Imperatore lo fece prendere, e gli fece subire diciotto torture, sostenute tutte da quel frate con una fiera rassegnazione, senza che i tormentatori potessero estorcere nulla dalle sue labbra, tranne che lodi a Dio; e Iddio operò per intercessione di lui molti miracoli, e voglia il cielo che sia intercessore anche per noi, e così sia. Questi fu mio amico e venne meco dal Papa alla Corte di Lione, e passando da Nizza a Genova per mare, ci raccontammo molti fatti. Era di statura mezzana e bruno, somigliante a S. Bonifacio, uomo sempre allegro e intraprendente, di buona vita e sufficiente coltura letteraria. Vi fu anche un altro frate Simone, detto della Contessa, cui Iddio rese illustre, cingendolo di una raggiante aureola di miracoli; e frate Giovanni da Parma lo fece Ministro della provincia di Assisi, nella vallata di Spoleto. Questo fu mio intimo amico nel convento di Marsiglia, l'anno in cui il Re di Francia andò la prima volta oltremare, cioè l'anno 1248, anno in cui i fuorusciti di Reggio, partigiani della Chiesa, presero di viva forza tutti i castelli della montagna; e i Parmigiani ricuperarono Bibbianello[140], Cavriago[141], Guardasone[142] e Rivalta[143], e infierì anche una estesa moria, della quale restò vittima l'Abbate di S. Prospero di Reggio. Lo stesso anno l'Imperatore già deposto riconquistò Vercelli; e fu ucciso Bonacorso da Palù; e furono mandati ostaggi in Puglia Ruzinente di Reggio e Maravone e molti altri Reggiani. Il Re Enzo, che allora occupava la città di Reggio, fece aprire un gran cavo verso la Scalopia[144] sino al Po; e il Vescovo di Tripoli, che era de' Roberti di Reggio, morì in Parma, e fu sepolto nella Basilica cattedrale, che è dedicata alla Beata Vergine; e Bernardo di Rolando dei Rossi da Parma, cognato di Papa Innocenzo IV, fu preso e ucciso dagli imperiali, perchè, tornando da Fornovo, il suo cavallo incespicò e cadde a terra. Che se l'Imperatore l'avesse avuto in mano vivo......... e la guerra era grossa. L'Imperatore aveva il suo quartiere a Cremona, e faceva spesso sue scorrerie sull'Agro parmigiano, e si soffermava talora ne' dintorni di Parma co' suoi tedeschi ed altri di parte sua, spiando l'occasione di vendicarsi de' Parmigiani, che l'avevano cacciato in fuga, e distrutta Vittoria sua città, costrutta presso Parma, in una località chiamata Grola. E in quel tempo teneva la signoria di Modena, Reggio e Cremona, mentre que' cittadini di queste città, che parteggiavano per la Chiesa, vagolavano al di fuori schivando sempre le strade. Nell'anno suindicato Lodovico Re di Francia passò il mare per battere i Saraceni d'Oriente, e prese loro Damiata;[145]; i Bolognesi assediarono Bazano, castello de' Modenesi, lo espugnarono e lo occuparono il giorno 6 di Luglio. Così la Chiesa, mentre era allora Legato in Lombardia Ottaviano Cardinal diacono, ricuperò le Romagne e riacquistò quasi tutta la Marca d'Ancona. Nell'anno predetto, come già accennai, Lodovico Re di Francia co' suoi tre fratelli, coll'esercito e con una innumerevole caterva di volontarii, tutta gente del volgo, verso la Pentecoste, presa la croce, incominciò il suo viaggio e passò il mare per debellare i Saraceni e ricuperare Terra Santa. E a prima giunta occupò Damiata; ma poi, per le colpe dei Francesi, restò ucciso Roberto secondogenito fratello del Re, ma non mancò di colpa il Re stesso, perchè, inebbriato dalla fortuna del primo fatto d'armi, ciecamente credette di avviluppare tutti i Saraceni, e d'un colpo solo distruggerli tutti. Nella vallata di S. Giovanni di Morienna (che si stende da Susa in Lombardia sino a Lione, tra la città di Grenoble e il castello di Ciamberì) ad una lega di distanza da Ciamberì vi è una pianura, che si chiama propriamente valle di Savoia, sopra la quale alzava il capo un monte altissimo, che in quell'anno una notte franando ingombrò, anzi otturò, la valle; e quella frana si vede ancora lunga una lega, e larga una e mezzo, e sotto vi restarono sepolte sette parocchie con quattromila abitanti. Quando accadde questo disastro io era a soggiornare nel convento di Genova, ove udii la voce che ne correva; ma l'anno dopo passai per quella contrada, cioè per Grenoble, e me ne accertai. Dopo tempo poi, abitando io nel convento di Ravenna, ne interrogai frate Guglielmo Ministro Provinciale di Borgogna, che passò da Ravenna per andare ad un Capitolo generale, e ne scrissi fedelmente e veracemente tutto quello che ne seppi.