a. 1253
L'anno 1253, indizione 11ª, Guido da Gente, Parmigiano, fu eletto Podestà di Reggio per arti di Ghiberto da Gente suo fratello, allora Podestà di Parma, e per accordi tra i Reggiani fuorusciti, ed i Reggiani che erano dentro la città. E lo stesso anno, il ventotto d'Ottobre, Martedì, festa dei beati Apostoli Simone e Giuda, Ghiberto da Gente Podestà di Parma, cogli Anziani del Consorzio di Santa Maria Vergine della città di Parma, e con altri probi uomini della medesima città, si recarono con grande esultanza, colle croci, cogli stendali, coi sacerdoti e tutti i religiosi a Porta Santa Croce con tutti gli uomini della città di Reggio, e in Reggio, insieme cogli altri fuorusciti, condussero il Venerabile Guglielmo Fogliani, che ne era stato eletto Vescovo. E il Mercoledì, 29 dello stesso mese, il prenominato Ghiberto Podestà di Parma, in piena adunanza del popolo convocato a suono di trombe e di campane, nella piazza del Comune di Reggio, fece il concordato tra i fuorusciti e que' di dentro, il quale concordato fu scritto e inserto nello Statuto del Comune; e fu nel giorno stesso 29 Ottobre che Guido da Gente, per arti del prenominato Ghiberto Podestà di Parma e suo fratello, fu fatto Podestà di Reggio. Quell'anno stesso 1253, ai sette di Dicembre, a sera, poco dopo il crepuscolo, l'anno dodicesimo del suo pontificato, morì a Napoli Innocenzo IV, Papa di inclita memoria; e, il giorno appresso, morì Stefano Cardinal prete di Santa Maria in Transtevere; e i loro corpi, sepolti nella chiesa Napoletana, riposino in pace, e così sia. E Bertolino Tavernieri di Parma, che era allora Podestà di Napoli, fece chiudere le porte della città per ritenere i Cardinali dall'andare altrove, e costringerli ad eleggere, senza por tempo in mezzo, il nuovo Papa in Napoli stesso. E siccome non si potevano concordare ad eleggerlo per voti, che le urne davano sempre molto divisi, fu eletto per compromesso. E Ottaviano Cardinal diacono impose il manto al più degno uomo della Corte, come egli disse, cioè a Rainaldo Vescovo di Ostia; e si nominò Papa Alessandro IV, eletto verso la vigilia di Natale; sicchè il giorno di S. Tomaso di Cantorbery ne giunse la notizia a Ferrara. Alessandro IV, oriondo della Campania, fatto Papa l'anno 1253, tenne il pontificato sette anni. Nacque ad Anagni, e si chiamava Rainaldo Vescovo di Ostia. Fu molti anni Cardinale dell'Ordine de' frati Minori, e Papa Gregorio IX gli conferì la Porpora ad istanza e preghiera de' frati Minori stessi. Questi ascrisse al catalogo dei Santi la beata Clara, convertita al cristianesimo dal beato Francesco; e ne compose la colletta e gli inni. Aveva una sorella nell'Ordine di Santa Chiara, ed un nipote nell'Ordine de' frati Minori; ma non creò nè quella, Badessa, nè questo, Cardinale; nè nominò nel suo pontificato alcun Cardinale, quantunque allora fossero rimasi solo in otto. Fu uomo di lettere, amante dello studio della teologia, e spesso volentieri predicava, celebrava, e consacrava chiese. Fuse in uno solo i cinque Ordini degli Eremitani che prima s'aveano; conferì all'Ordine dei Minori quel privilegio, che si appella Mare magno. Manteneva costantissima l'amicizia, come appare chiaro da quel che faceva con frate Rainaldo da Tocca dell'Ordine de' Minori, cui amò tanto, che all'amicizia di lui non si può paragonare nè quella di Gionata con Davide, nè quella di Amelio e di Amico. E se anche tutto il mondo avesse detto qualche cosa di male contro frate Rainaldo, il Papa non l'avrebbe creduto, e nè pure ascoltato; e quando bussava all'uscio della camera, il Papa gli andava ad aprire anche a piedi nudi. Questa cosa la vide un altro frate Minore, una volta che era solo in camera col Papa, cioè frate Mansueto da Castiglione Aretino, mio amico, dalle cui labbra io l'ho saputo. Questo Papa non s'immischiò in guerre, e passò pacificamente i suoi giorni. Era tarchiato, corpulento e grasso, come un secondo Eglon; era benigno, clemente, pio, giusto, timorato e divoto di Dio. (Sotto il suo pontificato, Manfredi figlio del fu Imperatore Federico, infingendosi l'educatore di Corradino nipote di Federico, e divulgato ovunque che Corradino era morto, si pose in capo la corona del Regno. La qual cosa essendo a danno del Papa, prima fu scomunicato, poi fu raccolto contro di lui un grosso esercito. Tanto è vero che la menzogna a nulla approda). Questi, come è già detto, canonizzò ad Anagni Santa Chiara dell'Ordine di S. Francesco. Ai tempi di questo Papa, sia che l'epoca si voglia far partire dalla morte, sia dalla deposizione di Federico Imperatore, figlio del fu Imperatore Enrico, fatta da Papa Innocenzo IV, cominciò a vacare l'Impero romano, nulla ostante che dai Principi dell'Alemagna si facessero parecchie elezioni. E primo di tutti elessero il Langravio di Turingia, e, dopo lui, Guglielmo Conte di Olanda, i quali morirono prima di essere consacrati Imperatori. Dopo la morte poi di Federico II, gli elettori, divisi in due, una parte elevò alla dignità dell'Impero il Re di Castiglia, gli altri il Conte di Cornovaglia, fratello del Re d'Inghilterra, di nome Riccardo. E la divisione di quegli elettori durò molti anni. Questo Papa riprovò due pestiferi libelli, de' quali uno sosteneva che tutti i Religiosi e predicatori della parola di Dio, che vivono di limosine, non possono salvarsi. Autore di questo libello era Guglielmo di Santo Amore, che lo pubblicò a Parigi, e distolse molti maestri e scolari dall'entrare nell'Ordine de' Predicatori e dei Minori. Ma l'autore non ne restò impunito; ed il Papa Alessandro IV e il Re di Francia S. Lodovico lo espulsero da Parigi, senza che potesse avere speranza di ritornarvi mai più in eterno, e più oltre...... L'altro libello conteneva molte cose false contro la dottrina dell'Abbate Gioachimo, cose che l'Abbate non aveva scritte; p. e. che il Vangelo e la dottrina del Nuovo Testamento non aveva condotto nessuno alla perfezione, e che dovea chiudersi il suo ciclo l'anno 1260. E sappi che l'autore di questo libello fu frate Girardino di Borgo S. Donnino, che nel secolo fu allevato in Sicilia, e vi insegnò grammatica. Ed entrato poi nell'Ordine de' Minori, dopo tempo fu mandato a Parigi per la provincia di Sicilia[204], e fatto lettore di teologia; e a Parigi compose il preaccennato libello, e all'insaputa de' frati lo pubblicò; ma ne fu gravemente punito, come ho detto più su........ Pur tuttavia fu rimandato nella sua provincia, e perchè non volle rinsavire, frate Bonaventura Ministro Generale, che era in Francia, lo chiamò presso di sè. E passando per Modena, ove io allora abitava, ed avendo io seco famigliarità, giacchè ero stato seco a Provins e a Sens, quell'anno che il Re di Francia S. Lodovico di buona memoria andò la prima volta oltremare, gli dissi: Disputiamo, se vuoi, intorno alla dottrina dell'Abbate Gioachimo. E rispose: Non disputiamo, ma comunichiamoci le nostre opinioni, e perciò ritiriamoci in luogo appartato. Lo condussi nell'orto, di dietro al dormitorio, ci mettemmo a sedere sotto una vite, e gli dissi: Io ti domando quando e dove nascerà l'Anticristo. E rispose: È già nato ed adulto, e presto eserciterà il suo ministero d'iniquità. E ripigliai: Lo conosci tu? Non l'ho visto di persona, rispose, ma lo conosco bene per quel che se ne scrive. E gli domandai: Dov'è che ne sta scritto? Nella Bibbia, mi rispose. Dimmi dunque in quale punto, perchè la Bibbia la conosco bene. Ma rispose: Non te lo dirò punto, se prima non avremo fra mani la Bibbia. Andai pertanto a prendere la Bibbia, e di ritorno apertala, conobbi che egli riferiva tutto il capitolo 18º di Isaia ad un Re di Spagna, cioè di Castiglia. Il capitolo di Isaia diceva: Guai al paese che fa ombra coll'ale ecc. sino alla fine. E gli domandai: Tu dunque dici che questo Re di Castiglia, ora regnante, è l'Anticristo? E rispose: Senza dubbio, l'Anticristo, quel maledetto, di cui parlarono tutti i dottori, e i Santi che hanno trattato di questa materia. E cuculiandolo soggiunsi: Spero in Dio che t'accorgerai d'essere caduto in errore. E mentre io pronunciava queste parole, ecco comparire molti frati e secolari nel prato di dietro al dormitorio, che mesti parlavano tra loro. E mi disse: Va ad ascoltare ciò che dicono, perchè hanno l'apparenza di chi porta tristi notizie. Andai, e, ritornandone, disse: Dicono che Filippo Arcivescovo di Ravenna è prigioniero di Ezzelino. Allora replicò: Vedi, se cominciano i misteri! Dopo mi domandò s'io conoscessi un Veronese, che soggiornava a Parma, e che possedeva lo spirito di Profezia, e scriveva il futuro. Sì, lo conosco, e lo conosco bene, io dissi, ed ho anche veduto le sue scritture. E allora, vedrei volontieri, mi soggiunse, quegli scritti; ti prego, se puoi, di provvedermeli. E risposi: Li dà di buon grado, e va in sollucchero quando glieli cercano e vogliono averli. Ha fatto molte omelie, ch'io ho lette; e, smesso il mestiere di tesserandolo, di cui campava in Parma, è andato nel monastero dei Cisterciensi di Fontevivo[205], ove tutto il dì, vestito da secolare, scrive in una camera assegnatagli dai frati, predice il futuro, e vive a spese del monastero; e potrai andare a vederlo, poichè è distante sol due miglia al di sotto della strada. Allora osservò che i suoi compagni non vorrebbero deviare, e che quindi mi pregava di provvederglieli, che me ne avrebbe avuto grado. Continuò egli dunque il suo viaggio, e non l'ho mai più visto. Io poi andai a quel monastero, quando n'ebbi tempo, e vi trovai un cotal mio amico, frate Alberto Cremonella, entrato con me nell'Ordine de' frati Minori il giorno stesso, in cui io vi fui ammesso da frate Elia, Ministro Generale, in Parma l'anno 1238; ma, durante il noviziato, ne uscì, restò secolare, imparò fisica, e finalmente entrò nell'Ordine e nel monastero di Fontevivo, ove tutti lo stimarono dottissimo. E, quando mi vide, disse gli pareva di aver veduto un angelo del paradiso, essendochè mi amava vivissimamente. Allora gli dissi che mi farebbe un segnalato favore se mi prestasse tutti gli scritti di quel Veronese. E rispose: Sappiate, frate Salimbene, che io sono tenuto in molta considerazione e posso molto in questo monastero, e i frati, per loro bontà, e per quel tanto che so di fisica, mi vogliono bene assai; se desiderate, posso prestarvi tutti i libri del beato Bernardo. Colui, di cui parlate, è morto, e de' suoi scritti neppure una sillaba rimase al mondo; perchè io di mia mano ho abraso tutti gli scritti suoi; e ve ne dirò il come e il perchè. Vi era in questo monastero un certo frate che sapeva benissimo l'arte del raspare le carte, e disse all'Abbate: Padre...... giacchè è più chiaro della luce del sole ch'io debbo morire, poichè io non sono punto migliore de' padri miei, vi prego, Padre, se vi par buono, di assegnarmi alcuni alunni, che amino di imparare a raspar le carte, perchè, morto io, potranno tornare utili a questo monastero. Ma non trovandosi nessuno che volesse imparare, tranne io, così dopo la morte del mio maestro, e di quel Veronese, abrasi tutti i libri di questo, di modo che non ne rimase lettera. E lo feci, parte per esercitarmi nelle abrasioni, parte anche perchè quelle profezie avevano sollevato troppo grave scandalo. Udito questo, io dissi in mio cuore: Anche il libro di Geremia profeta una volta fu bruciato; ma chi lo fece bruciare non ne andò impunito, come si legge in Geremia 36º; anche la legge di Mosè fu bruciata dai Caldei, ed Esdra la riprodusse illuminato dallo Spirito Santo. Così sorse in Parma un uomo, che nella sua semplicità ebbe l'intelletto chiaro delle cose future, perché Iddio parla ai semplici di cuore, Proverbi 3º. Però dopo molti anni, abitando io ad Imola, venne nella mia cella frate Arnolfo mio Guardiano con un certo libretto scritto sul papiro, e mi disse: Un notaio di questa Terra, amico dei frati, mi diede a prestito da leggere questo libro, ch'egli copiò a Roma, quando si trovò colà col Senatore Brancaleone di Bologna, e se lo tiene molto caro, perchè lo compose e lo scrisse frate Girardino di Borgo S. Donnino. Voi leggetelo, che avete studiato sui libri dell'Abbate Gioacchimo, e sappiatemi dire se vi abbia qualche cosa di buono. Lettolo e consideratolo, dissi a frate Arnolfo: questo libro non ha lo stile degli antichi dottori, è frivolo, ed ha cose degne di riso; per cui il libro fu diffamato e riprovato, e vi do il consiglio di gettarlo nel fuoco a bruciare, e a quel vostro amico dite che porti pazienza per amor di Dio e dell'Ordine nostro. Così si fece, e il libro fu bruciato. È vero però che quel frate Girardino, autore dell'opuscolo, dava argomento di credere che avesse in sè qualche cosa di buono. Era famigliare, cortese, liberale, religioso, onesto, costumato, temperante di parole, di cibo, e di bevanda, semplice nel vestire, ossequioso con umiltà e mansuetudine; Un uomo veramente amichevole in società, più amico ancora che un fratello, come disse il Savio ne' Proverbi 18º; ma la protervia nella sua opinione eclissava tutte quelle buone qualità..... E per cagione di questo frate Girardino si fece legge che nessuno nuovo scritto si publichi fuori dell'Ordine, se prima non è stato approvato dal Ministro e dai definitori nel Capitolo provinciale; e se alcuno contravvenga, digiuni tre giorni a pane ed acqua, e siagli tolta l'opera sua....................................