a. 1259

L'anno 1259, indizione 2ª, i Cremonesi, i Mantovani, i Ferraresi, il Marchese Azzo d'Este, e il Conte di S. Bonifazio, tutti insieme, ad unanimità, giurarono guerra ad Ezzelino da Romano. E l'istess'anno, Ezzelino mosse con grosso esercito contro i Cremonesi sull'Adda, e dai Cremonesi ed alleati vi fu sconfitto, fatto prigioniero, ferito, morto, e sepolto nel Castello di Soncino, che appartiene ai Cremonesi. Ma prima di morire, visse più giorni in quel castello, malato di ferite, di dolore e di crepacuore, e fu sepolto sotto il palazzo del castello. Credo che dopo la creazione del mondo non abbia mai avuto il diavolo persona così somigliante a sè in ogni più raffinata malizia di dar la morte. Era fratello di Alberico; e furono due demonii; ma di loro abbiamo già parlato più sopra. Nel sussegnato millesimo, Costantinopoli, che era stata già da tempo presa ed occupata dai Francesi e dai Veneziani, fu per forza di guerra riconquistata da Paleologo Imperatore Greco. E lo stesso anno, in Toscana d'Italia, ai Fiorentini ed ai Lucchesi[207] toccò un miserando disastro. Fidenti sul numero e sul valore dei loro invasero il contado di Siena; ma i Sanesi calcolando sull'aiuto di Manfredi, allora Re di Sicilia, uscirono loro incontro a guerra. Ed i Fiorentini ed i Lucchesi ebbero tradigione da parte dei loro. Poichè a principio della battaglia, i capi principali dei Fiorentini passarono dalla parte de' nemici, e in una coi Sanesi infuriarono contro i loro concittadini. Si dice anche che di Fiorentini e Lucchesi tra morti e feriti ne restassero sul campo più di seimila. Quell'anno stesso io abitava a Borgo S. Donnino, e composi e scrissi un altro lavoro Delle tristezze, alla maniera di Pateclo. Così pure nel detto anno infierì in Italia una immensa morìa d'uomini e di donne, sicchè all'ora dei vespri avevamo sempre in chiesa due morti. E quella maledizione cominciò la settimana di passione, di modo che in tutta la provincia di Bologna i frati Minori, la domenica delle olive, non poterono ufficiare, tali erano i brividi che provavano; e questa peste durò più mesi. Fu allora che morì Rubino di Soragna, zio di Uberto Pallavicini, e fratello di Marchesopolo, ed io lo confessai. In Borgo S. Donnino perirono di quella pestilenza trecento e più; in Milano molte migliaia; a Firenze parimente molte migliaia; sicchè, per non atterrire i malati, non si suonavano più le campane a morto.