a. 1227

L'anno 1227 Torello Strada, di Pavia fu di nuovo Podestà di Parma. E allora si cominciò a costruire il castello così detto di Torello[85] contro Borgo S. Donnino, perchè i Borghigiani non volevano stare all'obbedienza de' Parmigiani; ma siccome poi i Borghigiani si sottomisero al Comune di Parma, perciò i Parmigiani desistettero dalla costruzione del castello. Questo per ora sia detto de' lavori pubblici e delle gesta dei Parmigiani. Altrove forse diremo d'altro, se si presenterà occasione di parlarne, e se mi parrà opportuno. Si continui dunque il millesimo cominciato. L'anno pertanto suindicato, cioè 1285, Manfredo Torta degli Alberghetti di Faenza morì nella villa di Sezaria a cinque miglia da Faenza; e fu ucciso in una con suo figlio da' suoi consanguinei, mentre reduce da Ravenna era a pranzo con loro. E lo stesso anno i nipoti del conte Taddeo di Buonconte insorsero contro Malatesta di Rimini, e lo percossero, e volevano ucciderlo a Cesena presso la casa degli Eremitani, per aiuto de' quali potè evadersi, perchè la loro porta era aperta. Così in quell'anno fu deliberato dai Reggiani, in pieno Consiglio, che i pescivendoli non potessero vendere pesce a cominciare dal principio di quaresima sin dopo Pasqua, sotto comminatoria e pena di venticinque lire di bonini; la quale deliberazione fu appuntino eseguita. La cagione poi di questa deliberazione fu che quando i cavallieri, o i giudici domandavano ad un pescivendolo: Quanto vale questo pesce? esso richiestone due o tre volte, sdegnava di rispondere, anzi si voltava da altra parte, e chiacchierava col compare dicendogli: Compare, poni quà, spingi là il cesto, o il cavagno. D'onde quel de' Proverbii XXIX: Il servo non si corregge con parole: benchè intenda, però non risponderà.... Oltre ciò volevano di una piccola tinca, o anguilla tre o quattro grossi. Ma i pescatori e i pescivendoli vedendo che quello era stato stabilito contro loro si eseguiva con fermezza e con rigore, e che ne avevan danno, poichè tutti i loro pesci furono numerati e posti in vivai da starvi sino a dopo Pasqua, andarono ai frati Minori scongiurandoli di supplicare il Podestà, il Capitano e gli Anziani e tutto il Consiglio di voler ritirare quella legge, e promettevano di vendere il loro pesce, a chi voleva comprarne, a prezzo ragionevole e discreto, con cortesia e a buon mercato. Ma non pertanto fu disdetta la deliberazione presa, secondo la parola detta dall'Apostolo per Esaù nella lettera agli Ebrei 12.ª Imperciocchè non trovò luogo di pentimento benchè richiedesse quello con lagrime. Ed i Reggiani minacciavano di fare altrettanto ai beccai, se per Pasqua non vendessero le carni al macello con cortesia e a prezzo ragionevole. Il che udendo buccinare i beccai, si regolarono secondo che insegna la Sapienza ne' Proverbii XIX: Percuoti lo schernitore, e il semplice ne diventerà avveduto ecc. Gherardo Varoli, Giudice, fu il primo a denunziare in Consiglio la malizia dei pescivendoli, e la sua denunzia fece prendere quella deliberazione.... Parimente nel millesimo soprassegnato, cioè 1285 quei di Sassuolo catturarono 800 donne di quelli che erano dentro Modena, uscite alle vigne a vendemmiare, e le condussero a Sassuolo in prigione. Il che avvenne un martedì, 4 Settembre; ma presto furono prosciolte, perchè i Modenesi della città ne catturarono similmente di quelle dei Sassuolesi. Furono anche presi il 21 Settembre, giorno di S. Matteo Apostolo, ventiquattro di quei di Sassuolo dai Modenesi della città che erano a Rubiera, e li sorpresero nella villa di Corticella[86], ad un miglio e mezzo da Rubiera; tra cui furono i principali: Burigardo, che era maestro della milizia di Sassuolo, prode dell'armi e dotto nell'arte militare, (questi era di Gap, che è piccola città della Provenza. Fu questi che aveva consigliato di catturare le dette donne e mandarle in carcere; e lo stesso mese fu anch'egli preso e condotto nelle prigioni di Modena). Un altro de' più cospicui fu il Conte Lesnardo di Crema; tutti gli altri erano Francesi, meno uno di Modena. E nota che, come dissero poscia i Modenesi di dentro la città, se Burigardo, quando in principio corse in aiuto di quei di Sassuolo, avesse fatto un colpo di mano ardito sopra la città, eglino erano deliberati di svignarsela e abbandonare Modena; tanto il timore era diventato loro consigliere e padrone. Ma Iddio meglio dispose ne' suoi decreti; perchè ai 7 di Ottobre fu firmato un compromesso tra i Modenesi fuorusciti e quelli di dentro la città. E Guido di Correggio e Matteo suo fratello furono i principali autori di quella pacificazione, e de' patti convenuti; anche Mastino Sanvitali di Parma molto s'adoperò a fine che i Modenesi si riamicassero; e Frate Pietro da Collecchio di Parma, dell'Ordine de' frati Minori e lettore nel convento di Modena, egualmente e fedelmente se ne curò, recandosi con insistenza dai sunnominati personaggi, e correndo e ricorrendo da Modena a Sassuolo e viceversa, rapportando, come loro nunzio, quanto avevano detto le parti. Però era intendimento tanto di quei della città di Modena, come di quelli di Sassuolo, che in ogni modo un componimento si conchiudesse. Perocchè la miseria e la povertà avevano già vinto gli uni e gli altri ed erano vincolati a grossi debiti, e le loro casse erano al verde; e le avevano esauste i Toscani, i Francesi, i Romagnuoli e molte altre genti cogli stipendi che ricevevano. Anch'io frate Salimbene di Parma dell'Ordine de' frati Minori, accompagnai in occasione di quelle trattative frate Pietro da Collecchio, e andai a Sassuolo da Manfredino e pregai lui, non meno che gli altri maggiorenti de' fuorusciti Modenesi, a non respingere, per quanto dipendeva da loro, le proposte di pace.... I quali risposero con cortesia e benignità che in ogni modo volevano la pace co' loro concittadini, e che erano dell'animo disposti ad accettare le proposte di coloro che s'erano intromessi in quell'affare, quantunque paressero loro gravi, e realmente le fossero. A que' giorni andai a Carpi per festeggiare ivi il giorno del beato Francesco. Arrivando là vi trovai i messi secreti del Marchese d'Este adunati nella chiesa plebana, e nell'ora stessa giunsero da Parma Guido da Correggio e Matteo suo fratello; e tosto tennero tra loro consiglio intorno al trattato di pace. E perchè i pensieri pigliano forza e maturità dai consigli, intanto di notte.... interloquirono, e stabilirono un progetto, cui nessuno a Carpi conobbe, tranne l'Arciprete della Chiesa plebana. E la mattina per tempissimo i messi del Marchese partirono per Ferrara, e Guido e Matteo andarono a Modena, e cominciarono a trattare della pace. Pochi giorni dopo poi, i prenominati due fratelli, si recarono a Parma, e pregarono il Podestà, il Capitano e tutto il Consiglio a volersi intromettere in quella pacificazione de' Modenesi, perchè la volevan pur fare colla loro annuenza; e il Capitano, il Podestà e tutto il Consiglio acconsentirono. Allora Guido prese a prestito dai Parmigiani mille lire, ed altrettante ne prese dai Reggiani Matteo, per pagare lo stipendio ai soldati che erano in Modena e licenziarli, per trattare la pace con maggiore speranza di riescita. Queste trattative però si strascicarono per molti giorni, perchè le passioni erano molto accese e la matassa assai intricata. E mandarono a Reggio Burigardo, che era in ceppi a Modena, e il Conte Lesnardo con alcuni altri, e vi furono ritenuti prigioni nel palazzo del Comune. Poscia Guido da Correggio andò e prese Burigardo e lo condusse a Correggio, che è una villa nella diocesi di Reggio, ed ivi gli fece gli onori; poi lo condusse a Castelnuovo[87], nella diocesi di Parma, dove sì egli che suo fratello Matteo da Correggio hanno loro possedimenti, ed ivi lo onorò magnificamente banchettando e servendo squisite imbandigioni. E Burigardo disse a Guido: Se mi ti dessi anche in mano per ischiavo, io non ricambierei condegnamente la tua gentilezza. E aggiunse: Voi mi liberaste dal carcere di Modena, o Guido, e mi sottraeste dalle unghie de' miei nemici, e di quelli che mi tendevano insidie, e tramavano alla mia vita. Perciò ogni volta che avesse da insorgere guerra contro di voi, per tutta la mia vita mi troverete sulla breccia in vostro aiuto, in vostro servizio. Di che Guido gli rese grazie, lo lasciò andar libero in pace, anzi lo accompagnò sino a luogo sicuro. E Burigardo andò a Sassuolo, e da quelli di Sassuolo fu accolto e veduto festosamente e onorificamente, come fosse arrivato un Angelo del cielo. E nota che Burigardo non mancò di reverenza verso Dio; e fugli devoto a segno che aveva sempre in sua Corte un proprio cappellano che ciascun giorno diceva messa e celebrava i divini uffici per lui. Quando fu a Reggio mandò regalando ai frati Minori un grosso doppiero da accendersi, in onore del corpo del Signore, al momento della elevazione nella messa. Ma quando Burigardo fu ritornato a Sassuolo, allora si disperò della pace; e que' di Sassuolo incominciarono a rifortificare il loro castello. Però Matteo da Correggio nel Consiglio de' Modenesi parlò assai caldamente in favore di quei di Sassuolo, e perorò splendidamente producendo allegazioni in favor loro; e si mostrò vivamente sdegnato co' Modenesi, perchè non volevano dare l'amplesso della pace ai loro concittadini fuorusciti, e perchè essi due fratelli dovettero stare occupati, per le trattative di quella pace, dal giorno del beato Francesco sino al giorno di Santa Lucia. Inoltre i Modenesi avevano eletto Guido a loro Podestà per l'anno seguente, il quale aveva anche ordinato che fossero diroccati tutti i castelli e le fortezze che erano nella diocesi di Modena, come era stato convenuto nel trattato di pace. Partissi adunque Matteo da Modena focosamente sdegnato per le cagioni suesposte, dicendo che porterebbe la sua dimora tra quelli di Sassuolo, dacchè per loro bene i Modenesi non volevano ascoltarlo. Anche Guido suo fratello fece altrettanto, minacciando di associarsi ad Obizzo vescovo di Parma, che teneva le parti di quei di Sassuolo, e combattere per tutta vita sua contro i Modenesi, finchè non fosse ristabilita la pace in Modena..... Il che ponderando i Modenesi, riconobbero d'aver operato male, perchè avevano già seminate le campagne, e avevano edificate case per la diocesi; ma se perdurava la guerra non c'era lume di speranza di raccoglierne il frutto; laonde mandaron dicendo che volevano in ogni modo rappacificarsi coi loro concittadini..... Così stanno le cose oggi, poco prima di Natale. Vedremo come va a finire. Però della pace de' Lombardi confido poco; perchè quando penso alle loro pacificazioni, mi par di vedere quel gioco che fanno i ragazzi, quando l'uno pone le sue mani sulle ginocchia, e l'altro vi soprapone le sue, e quando l'uno vuol essere vincitore trae rapidamente le mani che ha sotto e le porta sopra a quelle del compagno battendole d'un colpo forte, e così si dà l'aria del vincitore. Ma spesso di vincitore lo vediamo vinto; donde nacque il detto:

Ratio præteriti scire futura facit

Quello che fu, quel che verrà ne insegna.

È provato ciò che diciamo. Ho visto a' miei giorni che i Parmigiani, che erano in Borgo S. Donnino, di parte imperiale, pregarono i loro concittadini, che erano in Parma, di ammetterli al bacio della pace; e si fece. Ma rientrati in città volevano trattare alla pari con quelli, che parteggiavano per la Chiesa; e perciò, moltiplicatesi le discordie dall'una e dall'altra parte, di nuovo furono espulsi.... Altrettanto accadde ai Bolognesi, Modenesi, Reggiani; altrettanto ai Cremonesi. Quando quelli, che tenevano in Cremona le parti dell'Impero, ebbero accolto festevolmente ed onorificamente i loro concittadini fuorusciti, questi dopo un mese, con frode maligna, resero loro male per bene, onde il partito della Chiesa espulse e cacciò in fuga l'altro partito..... Dunque l'Imperatore Federico seminò in Italia queste fazioni, queste divisioni, queste maledizioni, che durano ancora; nè si possono spegnere gli odii, nè cancellarsi per la pravità degli uomini e la malizia del diavolo..... Ma Federico è passato di questa vita, e sebbene avesse in sè qualche seme di buono, ebbe anche assai di pravo e di perverso, come si palesa dal fatto seguente. Essendo stato un tempo scomunicato da Papa Gregorio IX, ed essendo arrivato ad una terra nella quale si trovava il Patriarca di Aquileia (era bell'uomo e zio di Santa Elisabetta Langravia), Bertoldo, persona ch'io ho veduta e conosciuta, mandò a dire al Patriarca che andasse a messa coll'Imperatore. Ma il Patriarca, che sapeva già di questo sin prima di vedere il messo dell'Imperatore, per dar colore al diniego, aveva fatto chiamare il barbiere, poi fece imbandire la mensa, si assise e cominciò a pranzare; e mandò a dire all'Imperatore che non poteva andare a messa, perchè era languido, ed era a tavola per rifocillarsi. Il quale di nuovo gli mandò dicendo che, messo da banda ogni pretesto, si recasse a lui. Ed egli, volendo togliersi d'attorno quella vessazione, umilmente accondiscese, e andato, assistette alla messa con lui. Quindi si legge che l'Imperatore Costantino dicesse: «Chi tenta perpetrare ciò che è male, si studia di cattivarsi i buoni.» Quindi Giovanni e Paolo dissero di Giuliano apostata: «Dopo che Giuliano è stato ributtato dal cospetto di Dio, tenta di trarre anche gli altri a morte.» Ciò avvenne nella Marca Trivigiana a Vicenza, il giorno di Pentecoste. Altre pravità del fu Imperatore Federico più sopra ho notate. Anche in altra cronaca più breve ne ho parlato, ma non di tutte, che erano moltissime. Tuttavia si sappia che non fu tanto crudele, quanto Ezzelino da Romano, che signoreggiò a lungo la Marca Trivigiana; si sappia anche che fu a volte uomo sollazzevole, ma ebbe molti detrattori, e insidiatori, che ne cercavano la vita, e volevano ucciderlo, specialmente in Puglia, in Sicilia e in tutto il Regno. Inoltre in quell'anno 1285 i Modenesi fuorusciti cinsero d'assedio il castello di Magreda[88] nella diocesi di Modena, che essendo debole e mal munito, e difeso da pochi uomini, fu preso agevolmente. Allora Neri di Leccaterra, di cui ho parlato più su nel catalogo dei Modenesi, entrato nella chiesa della beata Vergine, che era nel castello, vi pose fuoco per incendiarla, dicendo: Ora pensaci tu, o Santa Maria, a difenderti, se il puoi. Ma, appena profferite queste parole, a malizia ed ingiuria, tosto una lancia da altri vibrata trapassò la corazza di lui, gli si infisse nel cuore, e cadde subito morto. E siccome è accertato che non l'avevano vibrata i suoi, si crede che sia stato colpito da Mercurio; sia perchè questi fu solito farsi ultore delle ingiurie recate alla beata Vergine; sia perchè uccise con una lancia anche Giuliano Apostata nella guerra coi Persiani. E quel Neri era assai lodato vibratore di lancia, e di lancia avea ucciso molti..... Nello stesso anno la Corte romana, cioè Papa Onorio IV co' suoi Cardinali, tenne la sua residenza a Tivoli; ove infierì una peste micidiale tanto che, di soli foresi, ne morirono 2000. Ed i frati Minori spesso avevano nella loro chiesa quattro funerali al giorno; e vi fu un vecchietto transalpino, eletto Vescovo, venuto per la sua consacrazione, che morì egli e venticinque della sua famiglia. Udii dire questo dal Ministro della Touraine, ossia di S. Martino, che vi era..... E nota, come anche altrove mi ricorda d'aver detto, che questa è la regola generale e provata che, ogni volta che vi è morìa di bovini, nell'anno susseguente capita morìa d'uomini. Così anche dopo una fame avviene similmente che sussegue morìa d'uomini. Nello stesso anno frate Vitale, Ministro di Bologna, morì in Settembre presso Bologna, ed era stato Ministro 15 o 16 anni, e fu uomo di poco valore, in quanto riguarda gli atti esterni. Dopo la cui morte congregatisi i frati nel convento di Bologna, cioè i Guardiani, i Custodi, i Lettori ed alcuni Discreti, a cui era devoluta la elezione, nel mese di Ottobre nominarono Ministro frate Bartolomeo da Bologna, che era stato conventato maestro a Parigi. E mandarono frate Filippo Boschetti di Modena a Parigi al Ministro Generale, frate Arlotto, per la conferma del Provinciale eletto. E così fece. Parimente in questo stesso anno morì in Ispagna a Girona[89] Filippo Re di Francia, ove era andato con un grosso esercito contro Pietro Re d'Aragona. (Ne morirono molti anche dell'esercito del Re, non colpiti dal nemico, ma dal volere di Dio, al cui cenno ogni cosa nasce e muore. Questi era figlio di S. Lodovico). La salma di Re Filippo fu trasportata e sepolta a Parigi; e gli successe Filippo figlio suo. E nota, che ora i Re di Francia si chiamano tutti o col nome di Lodovico, o col nome di Filippo. Nota eziandio, che in poco tempo il partito della Chiesa fu colpito di gravissimi danni ed infortunii durissimi; primo, perchè in battaglia navale restò prigioniero il figlio di Carlo in mano delle genti di Pietro d'Aragona, ed è tenuto in carcere in Sicilia; secondo, perchè Re Carlo morì poco dopo la cattura di suo figlio; terzo, perchè Papa Martino IV nello stesso anno passò fra il numero dei più; quarto, perchè lo stesso avvenne del Re di Francia. E tutto questo accadde in quasi un sol anno, cioè nel 1285; nel quale anno stesso Papa Onorio IV mandò ordinando di riscuotere le decime di tre anni di tutte le Chiese, e che si pagassero e dessero al figlio di Re Carlo per liberare la Sicilia dalla Signoria, dalla podestà e dalla schiavitù di Pietro d'Aragona, che la occupava contro il beneplacito della Chiesa. Quest'anno cadde anche la torre del castello di Bibbianello. È Bibbianello un castello della fu Contessa Matilde, nella diocesi di Reggio, sulle colline, ove s'innalzano quattro castelli vicini gli uni agli altri; e l'uno dista dall'altro quanto è la gittata d'una balista. E il primo si chiama Montevecchio; il secondo Bibbianello, in cui abita Guido di Canossa con Bonifazio suo fratello; il terzo si chiama Monte-Luncilo, nel quale non è che la chiesa di S. Leonardo; il quarto si chiama Mongiovanni, ove abita un sacerdote vecchio, vecchissimo, carico d'anni che ha nome Gherardo e fa molto di bene; nessun altro vi è tranne le persone di suo servigio, ed è addetto alla Chiesa di S. Nicolò. E nota che questi quattro castelli in antico furono comodamente abitati da cavallieri e donne, e vi ebbero torri e palazzi, che ora sono diroccati, e i resti dei caseggiati e le fondamenta sono lasciati in abbandono. Ci pensino i padroni! I quali si sono assottigliati di famiglia, e sono bersagliati da tribolazioni e da dolori. Lo stesso anno, verso il giorno di S.ª Lucia, morì di improvviso, senza precedente malattia, nel suo letto, Barnaba, che si soprannomava della Regina, oriondo di Reggio. Egli fu mio molto amico, ed era il divertimento de' chierici, canonici, prelati, cavallieri, baroni, e di tutti quelli che cercavano di divertirsi in sentirlo parlare, essendo che parlava benissimo francese, toscano, lombardo e molte altre lingue, e sapeva contraffare i fanciulli quando parlano coi fanciulli, le donne quando in famigliare discorso cinguettano de' fatti loro con altre donne loro comari; e così era destro a contraffare i predicatori antichi, imitando quelli che predicavano al tempo dell'allelluia, allorchè si arrogavano di far miracoli, come a que' giorni ho visto io co' miei occhi. Eglino furono frate Giovanni da Vicenza dell'Ordine de' Predicatori, che faceva miracoli a Parma; frate Giacomino da Parma che li faceva a Reggio, e perciò si diceva da Reggio, ed era dell'Ordine de' Predicatori; frate Ghirardo di Modena, dell'Ordine de' Minori, che girava quà e là per l'Italia e predicava benissimo in Milano; e molti altri, ch'io vidi e conobbi, la cui memoria sia con Dio, e così sia. Così nello stesso anno morì maestro Rolando da Parma, il cui padre era chiamato maestro Taverna, bell'uomo e cortese, e bravissimo sartore, che faceva gli abiti dei nobili. Questo maestro Rolando andò a Parigi assai povero, ove studiò per molti anni molte scienze e diventò un illustre chierico e letterato, e si fece denaroso, ricco e rinomatissimo. Quando poi Papa Nicolò III creò una serie di Cardinali, fra cui c'era anche Gerardo Albo di Gainago (che è una villa della diocesi di Parma) assunse questo maestro Rolando al vescovado di Spoleto. Papa Martino IV poi lo tolse da Spoleto e lo mandò in Francia a raccogliere nota de' Miracoli di S. Lodovico Re di Francia di buona memoria, che voleva canonizzarlo e ascriverlo all'albo dei Santi. Al quale ufficio soddisfece ottimamente; e quando, reduce dalla Francia lo vidi a Reggio, mi disse che portava al Papa la storia di settantaquattro miracoli, che Dio, per amore del Re suo servo ed amico, aveva operati sopra diversi malati, miracoli tutti provati per mezzo di attendibili testimoni, e diligentemente registrati da notai, e con tutte le più legali forme autenticati. E quando Papa Martino vide queste cose ne fu lietissimo; poichè egli stesso, prima di essere Pontefice romano, era stato collettore dei miracoli del Re di Francia, ma dopo che fu Papa, sostituì a se stesso maestro Rolando. Perciò il Papa lo retribuì del lavoro fatto, dandogli un Vescovado più cospicuo in Francia, del quale, prevenuto dalla morte, non ricevette l'investitura; e morì anche il Papa lo stesso anno, e non potè, come stava in cima a' suoi desiderii, canonizzare S. Lodovico Re di Francia di buona memoria. Forse questa canonizzazione è riserbata per altro Papa. Questo maestro Rolando Vescovo di Spoleto fece in Parma alcune opere per qualche riguardo degne di ricordo. Nella Chiesa di S. Sepolcro, dove stanno i frati di S.ª Fenicola, eresse a sue spese una bellissima cappella sorretta da colonne di marmo, rasente la strada, e la dotò convenientemente a celebrarvisi, come voleva, ne' tempi e ne' giorni permessi, una messa da morti per le anime di suo padre, di sua madre e de' suoi parenti, che ivi sono sepolti. Come pure vicino alla Chiesa maggiore, che è della Vergine gloriosa, e vicino all'ingresso di S. Giovanni Evangelista, ove abitano i monaci, comperò le casamenta del fu Gerardo da Correggio (padre di Guido e di Matteo) e fece alzare alte muraglie per fabbricarvi un palazzo; e di dietro a queste comperò le case de' Boveri, e vi fece fare muraglie e pometi, e appartamenti a diversi piani per abitarvi e riposare quando andasse a Parma. Così pregato dai frati Umiliati del Paullo[90], che abitano presso a Parma fuori porta S. Benedetto, volle comprare il convento e le terre, che essi ivi avevano, come egli ha contato a me, e dar loro mille lire imperiali, per passarvi la state, e per ritirarvisi quando fosse che gli piacesse; ma siccome volevano duecento lire imperiali più di quante egli ne voleva dare, si sciolsero le trattative del contratto, perchè chi munge con troppa veemenza ne trae il sangue, come è detto ne' Proverbii 10.º. Così presso Gainago comprò ampie possessioni cioè tutta la villa di Sinzanese[91] (che una volta fu di Tomaso di Ugo Armario, e poi di Antonino de' Buzzoli, da cui le comprò) e le diede a certi frati oltramontani, che sono dell'Ordine della Chartreuse, e si assomigliano ai frati Predicatori nell'abito nero, come ho veduto io co' miei occhi quando venuti a Parma per prendere possesso personalmente del tenimento loro donato, nel giorno dell'Assunzione della beata Vergine vennero a sentir messa alla Chiesa de' Frati Minori. E nota che Rolando Taverna, di cui abbiamo più sopra parlato, fu sempre duro e burbero, e non mai famigliare e umano verso i Religiosi di Parma, e nulla loro legò neppure in morte. E tutti i Parmigiani, chierici, laici, uomini, donne, nobili e popolani hanno comunemente questa qualità e questa maledizione nelle ossa, di essere poco devoti, e duri e crudi coi Religiosi e cogli altri servi di Dio, siano dei loro, siano forestieri. Il che sembra essere pessimo segno dell'ira di Dio sul loro capo.... Ed in Ezechiele 16.º... che sta bene e si può applicare ai Parmigiani per la durezza e nessuna loro misericordia verso i poveri servi di Dio... e perciò io frate Salimbene Parmigiano sono stato già quarantott'anni nell'Ordine de' frati Minori, ma non volli mai abitare in mezzo ai Parmigiani per la niuna loro devozione, che in apparenza e di fatto non hanno verso i servi di Dio. E non si curano di far loro alcun bene, quantunque lo potrebbero e saprebbero fare benissimo, se n'avessero voglia, perchè cogli istrioni, co' giullari e coi mimi largheggiano, e ai cavallieri, che si dicono della Corte, a l'ho visto io co' miei occhi, fecero talvolta di magnifici regali. Certo è che, se vi fosse in Francia una Città grande come è Parma in Lombardia, vi potrebbero abitare e vivere con decoro ben cento frati Minori con abbondanza di tutto quello che occorre. Però nel sussegnato millesimo Gerardo Albo, Cardinale della Corte romana, che è di Parma, fece una limosina ai frati Minori di Parma, regalando al convento venti lire imperiali, e altrettanto ai frati, che si recarono a lui come nunzii nella Corte, alla quale si trovava; i quali erano anch'essi Parmigiani, cioè frate Ghirardino Rangone e frate Francesco Torniglio; ciascuno de' quali ricevette dieci lire imperiali, e quindici ne mandò a Guglielmo Rangone di Parma, in grazia di frate Ghirardino, che era figlio di lui. Anzi il Cardinale mandò invitando Guglielmo Rangone ad andare e star seco in Corte; e accettò e in quella Corte si elevò a rara grandezza. Il suddetto Cardinale fece anche fabbricare a sue spese un bello e buono dormitorio per le donne della Religione Vecchia di Parma, perchè in quel monastero aveva una sua sorella. Parimente donò cento lire imperiali alla Chiesa matrice di Parma, che è della beata Vergine gloriosa, perchè vi si facesse una buona campana, e fu gettata buona, anzi ottima e sonora. Così ai frati Predicatori largì duecento lire imperiali perchè si fabbricassero la loro Chiesa; e la fabbricano ora che sono ritornati dalla loro schiavitù di Babilonia, già riconciliati coi Parmigiani, che li avevano costretti a fuggire per cagione del rosolamento di donna Alina; schiavitù di Babilonia che per loro ha durato molti anni. In questo stesso millesimo, la vigilia di San Martino Pietro d'Aragona morì di morte naturale, ed il guardiano de' frati Minori lo confessò, e fu sepolto a Villafranca[92] nel convento de' frati Minori. E furono inviati messi a Papa Onorio IV supplicandolo di frapporsi e mettere in concordia i figli di Pietro d'Aragona coi figli del Re di Francia, i quali si dice che siano consanguinei; e il duca d'Austria, che aveva moglie una sorella di Pietro d'Aragona vi si pose in mezzo paciere. Questo Pietro Re d'Aragona fu uomo magnanimo, forte guerriero, e dotto nell'arte militare, audace e assai intraprendente, come lo dimostra chiaro l'impresa del Regno di Sicilia, nella quale ardì por piede contro il volere e le armi di Re Carlo e Papa Martino. La sua arditezza appare chiaramente anche da altro fatto, che ora narrerò. Tra la Provenza e la Spagna s'erge un monte altissimo, che dagli abitanti di quella regione, si chiama monte Canigoso, e che in nostra lingua si chiamerebbe Caliginoso. Questo monte è la prima terra che appare ai naviganti che arrivano, ed è l'ultima a scomparire a quei che partono; e dopo questa non possono più vederne altra. Su questo monte non abitò mai uomo; nè figlio d'uomo osò mai salirvi su per la smisurata altezza e per la fatica e la difficoltà della salita: alle pendici però del monte vi sono abitanti. Or dunque essendosi proposto Pietro d'Aragona di salirvi sopra per vedere e toccar con mano che cosa vi fosse sulla vetta del monte, chiamati due cavalli eri suoi intimi amici, cui amava intrinsecamente, espose loro ciò che s'avea proposto di fare; i quali se ne rallegrarono, e promisero che non solo serberebbero il secreto, ma che inoltre non si dividerebbero mai da lui. Preso adunque vitto ed armi all'uopo, lasciati i cavalli alle falde del monte, dove erano abitanti, cominciarono a salire grado grado a piedi: e montati già molto in alto, cominciarono a udire terribili e paurosi tuoni, e guizzavano lampi e saette, e imperversava grandine e bufera. Di che spaventati caddero a terra come esanimi, non tanto per l'orrore del presente, quanto per il timore del futuro. Ma Pietro, che era più robusto di corpo e più forte di animo, e che voleva dare adempimento al desiderio del suo cuore, li confortava a non ismarrirsi di coraggio tra quelle tempeste e quei dolori, dicendo che alla fin fine anche quel travaglio frutterebbe loro onore e gloria; e dava loro mangiare, e mangiava con loro, e dopo la fatica concedeva riposo, e di nuovo li inanimava a salire da bravi con lui. E questo fu detto e fatto più volte. Finalmente que' due compagni di Pietro cominciarono a venir meno, sicchè, per la eccessiva stanchezza, e il cammino e lo spavento de' tuoni, appena potevano respirare. Allora Pietro li pregò di fermarsi e aspettarlo sino alla sera del giorno seguente, e se a quel tempo non fosse di ritorno a loro, scendessero pure, e andassero dove loro gradisse. Salì dunque Pietro solo con gran fatica, e giunto alla vetta, vi trovò un lago, nel quale gettando una pietruzza, ne saltò fuori un drago orribile e gigantesco, che cominciò a svolazzare per l'aria, e l'aria diventò tenebrosa e scura per l'alito che mandava. Dopo di che Pietro cominciò la discesa, e ai compagni riferì, espose e narrò quanto aveva veduto e fatto; e lungo la discesa comandò loro di ripetere, a chi loro piacesse, queste cose. Mi pare che questo fatto di Pietro d'Aragona si possa annoverare tra le meraviglie del genere di quelle d'Alessandro, il quale, per acquistarsi gloria, volle misurarsi in molte e tremende imprese. Di Re Carlo è da sapere che fu uomo magnanimo, prode dell'armi e dotto nell'arte militare, e che per acquistarsi fama si esponeva a molti pericoli, il che si fece palese in fatti all'evidenza provati. E prima di tutto, quando uccise Manfredi, Principe del Regno di Sicilia e figlio del fu Imperatore Federico. Poi quando uccise Corradino, che era figlio del suddetto fu Imperatore Federico; e parimente si acquistò fama in molti altri combattimenti. Egli avendo un giorno udito che un certo cavalliere della Campania, tra Roma e Terra di Lavoro, vinceva tutti in singolare certame, sì Francesi che Lombardi, comandò al Principe suo figlio di sfidarlo, e divolgare la fama che un nuovo cavalliere era pronto a misurarsi col cavalliere della Campania. Il che avendo udito il figlio suo, come meglio seppe e potè, tentò distorre il padre dal proposito, dicendo che quel cavalliere era fortissimo, robusto e destro nel combattimento, e poi perchè vi è sempre un eccelso al disopra dell'eccelso, ecc. Ecclesiaste 5. Il padre non volle piegarsi alla preghiera, nè dare ascolto al figlio, e fissò il giorno al duello. E nel dì prefisso trovandosi tutti e due pronti al posto e all'armi, dopo il terzo suonar della tromba, cominciarono a corrersi incontro ed urtarsi, e l'un forte contro l'altro forte tanto fortemente cozzò, che tutti ne ebbero meraviglia, nè caddero di cavallo, e nemmeno si scossero sulla sella del loro destriero; e l'uno calò al volto dell'altro tale fendente, che le spade, dell'uno che colpiva e dell'altro che parava, si fransero dalla punta all'elsa. Volle poi Re Carlo misurarsi colla clava, e a sua scelta ne sostenne il primo colpo. Ma il cavalliere della Campania fu sopra lui come nibbio sopra un uccelletto, e come sparviero sopra un'anitrella, e tenendo la clava a due mani, calò si fiero un colpo sul capo di lui, che se avesse colto in pieno, senza dubbio ne sarebbe caduto esanime. Ma il colpo scivolò dal capo all'omero e lungo il busto, e battè in pieno sulla sella tanto potentemente, che il cavallo piegò le ginocchia, e Carlo ne restò stordito con due coste rotte. Il Principe suo figlio lo condusse alla tenda, e gli altri cavallieri, spogliatolo dell'armi, riconobbero che era Re Carlo, e restarono meravigliati. La qual cosa risaputasi dal cavalliere della Campania, si lasciò vincere dal timore, inforcò la sella del suo cavallo, e si diede alla fuga, e stettesi nascosto per buon tempo nella Marca d'Ancona. E Carlo, dopo rinvenuto, chè il colpo l'aveva come fatto uscire di sè, domandò al figlio se quel cavalliere l'aspettasse tuttavia sul terreno, perchè voleva alla sua volta fare il suo colpo. Ma il figlio rispose: Statevene pure in tranquillo, chè i medici dicono che avete due costole rotte. Tanto fece e sostenne Re Carlo per onore della Francia; poichè non voleva che nessun Lombardo avesse fama di gagliardia maggiore di quella de' Francesi. E noto che questi quattro, di cui si è parlato, furono robusti cacciatori al cospetto di Dio.... Papa Martino volle pertinacemente soggiogare la Romagna, e ottenne il suo intento, e per acquistarla molti perirono di spada e molti ci spesero tesori. Re Carlo condusse l'esercito contro il Principe Manfredi e contro Corradino, e vinse; Pietro Re d'Aragona guerreggiò ed occupò il Regno di Sicilia contro Carlo, e invase la Puglia. Il Re di Francia poi, per vendicare lo zio Carlo, gettò in Ispagna un grosso esercito di Francesi contro Pietro d'Aragona; e tuttavia nel breve giro d'un solo anno passarono tutti nel novero dei più.... Ma Primasso nel trattato Della vita del mondo, disse benissimo:

Heu! Heu! mundi vita,

Quare me delectas ita?

Cum non possis mecum stare.

Quid me cogis te amare?

Ahi vita! Ahi vita! perchè mai cotanto

Il tuo m'alletta lusinghiero incanto!

Perchè mi leghi a te d'amor si forte,

Se teco vien necessità di morte?

Nel millesimo sopraddetto, cioè nel 1285, gli eredi di Ghiberto da Gente figli e nepoti, furono dai Parmigiani totalmente espulsi dalla villa di Campeggine. E causa di questa loro espulsione fu non solo un vecchio odio contro il padre loro, cioè contro Ghiberto da Gente, ma un odio recente contro i figli. Perocchè dell'odio paterno si può dire quel che si legge in Ezechiele 18º. Delle colpe di Ghiberto da Gente, per le quali i Parmigiani lo presero a odiare, ne fu detto più sopra abbastanza largamente, ma se ne tacquero alcune, che ora si debbono trarre in luce. Essendochè quand'egli teneva la signoria di Parma, avendo Papa Innocenzo IV, che allora aveva residenza a Napoli, mandato invitando Bertolino Tavernieri di andare da lui, perchè aveva Elena di lui nipote per moglie, e perchè lo voleva fare Podestà di Napoli; e Bertolino avendone chiesta licenza a Ghiberto da Gente, e questi avendogliela concessa, gliela ritolse dopochè con enorme spesa aveva già fatti gli apprestamenti pel viaggio; e oltracciò lo confinò a Noceto, dove aveva i suoi possedimenti, e vi passò molti giorni e molte notti con animo sempre agitato e in timore e in aspettazione di insidie da parte de' suoi nemici; e massimamente del Pallavicini, che lo odiava, e teneva allora la Signorìa di Cremona. E quando di notte udiva romori, e ne udiva di frequente, usciva ai campi col suo destriero, e tutta notte, in veglia, stava aspettando all'aperto, come pronto a fuggire. Vedendo poi Bertolino che Ghiberto da Gente non gli perdonava, nè lo riammetteva in Parma, come gli aveva promesso, ruppe il confino, e andò a Papa Innocenzo IV, che lo aveva invitato; e lo fece Podestà di Napoli, e durante la Podesteria di lui, il pontefice morì, e fu sepolto in Duomo. Ed Alessandro IV fu eletto Papa per arti del Podestà Bertolino, il quale rattenne i Cardinali dall'uscire dalla città fino a che non avessero eletto il Papa. E Papa Alessandro non fu ingrato al ricevuto beneficio, anzi provvide del suo tesoro a Bertolino finchè visse; e l'anima sua per la misericordia di Dio riposi in pace, perchè fu uomo cortese, valoroso, potente, ed intimo mio amico. Ma Ghiberto da Gente fece devastare le possessioni di lui e diroccarne i palazzi, perchè era uscito di confino, ed era andato al Papa, che lo aveva invitato. La qual cosa da parte di Ghiberto fu non solo una bestialità, ma anche una pazzia, perchè quando il superiore comanda, e l'inferiore contraddice, questi non ha diritto di essere obbedito.... Di Bertolino non rimasero discendenti, nè di Giacomo suo fratello, che morì dopo lui, e lasciò le sue ricchezze ai Templarii; e così il casato di Bertolino Tavernieri di Parma, che ai tempi di Federico Imperatore era stato un nobilissimo barone, si è spento completamente, e a lui si attaglia a capello quel detto: Tesoreggia e non sa perchè.... Quando Ghiberto da Gente dominava in Parma, il Pallavicino dominava in Cremona. E quando talora parlava in famigliarità col Pallavicino, questi gli diceva: Ah! Dio, e non avrò io mai la signoria di Parma? e, in così dire, gettava violentemente contro terra la spada, a dimostrare che per questa cosa montava in ira. Ma Ghiberto da Gente non gli voleva cedere la Signoria di Parma, anzi voleva tenersela stretta, perchè ne traeva non solo onore, ma anche un grosso emolumento. Tuttavia volle usar grazia al Pallavicino di lasciarlo entrare in Parma con 500 armati, coi quali, quasi pavoneggiandosene, cavalcò più volte per città, ma i Parmigiani tenevano gli archi tesi, quasi volessero lanciar saette contro alcuno, e così spaventarli a ciò si partissero da Parma. E Ghiberto da Gente godeva che se ne partissero, perchè temeva, se fossero rimasti a lungo in città, che gliene rapissero la Signoria. Un dì avvenne che dovendo passare il Pallavicino co' suoi armati per la via di Cò di Ponte, dove abitano i Marchesi Lupi, uno di questi comandò al suo servo che sotto il portico, che correva lungo la strada, gli lavasse i piedi in una conca, volendo dimostrare al pubblico che si curava tanto del Pallavicino, quanto della coda di una capra. Abitavano una volta tanto i Marchesi Lupi che i Pallavicini in una villa, che si chiama Soragna, nella diocesi di Parma, a cinque miglia a settentrione di Borgo S. Donnino; e questa vicinanza d'abitazione dava origine a molte gare vivacissime. Il Pallavicino pertanto non potè avere mai, siccome desiderava, la Signoria di Parma, e Ghiberto da Gente che aveala, col tempo la perdette. Ghiberto da Gente adunque, oltre le preaccennate colpe, aveva anche queste, onde fu fortemente in odio ai Parmigiani.... Meglio operò Guido da Polenta, che abitava a Ravenna, il quale si prese buona vendetta, ma non volle sorpassare la misura. Di fatto quand'egli era ancor fanciullo, e l'Imperatore teneva in carcere, come ostaggio, il padre di lui, Guido Malabocca, fratello del Conte Ruggero di Bagnacavallo, s'adoperò perchè l'Imperatore gli mozzasse, o facesse mozzare, il capo; ed egli, fatto adulto, rese la pariglia a Guido Malabocca. Ma andando poi, dopo alcun tempo a Bagnacavallo con molti armati, ed incontrando lungo la via, in compagnia di pochi, il Conte Ruggero, e consigliandolo i suoi compagni di viaggio di sbarazzarsi compiutamente anche del Conte Ruggiero stesso, per togliersi d'intorno ogni timore, egli rispose: Abbiam fatto abbastanza; ci basti quanto abbiamo fatto; di male se ne può sempre fare; ma fatto che sia, non si può più rimediare. E così lo lasciò andare libero... Del nuovo odio poi degli eredi di Ghiberto da Gente si può dir questo. È da sapere che ebbe un figlio di nome Pino. Costui colle sue male opere provocò in mille maniere i Parmigiani contro gli eredi di suo padre. Anzitutto invase contro i Parmigiani Guastalla e la prese e volle tenerla occupata; poi prese moglie e la fece poscia uccidere; d'onde per divina sentenza molti guai piovvero sul suo capo. Costei voleva sposarla il padre di lui, quando esiliato dai Parmigiani dimorava in Ancona; ma Pinotto solleticato dalla cupidigia delle ricchezze, o dall'avvenenza di quella donna, precorrendo al padre, gliela surrepì, e se la tolse per se. Essa aveva nome Beatrice, era una Pugliese che abitava in Ancona, aveva tesori, era bellissima, vivace, sollazzevole, liberale, cortese e molto esperta nel gioco degli scacchi e dei dadi. Abitava con Pino suo marito a Bibbianello (che una volta era castello della Contessa Matilde) e di frequente veniva con altre donne al convento dei frati Minori di Monfalcone per fare una gita, e per conversare coi frati. Ed io allora appunto ivi abitava; e mi disse parlando meco confidenzialmente, che la volevano uccidere, e indovinai chi poteva essere che tramava insidie alla sua vita; e gliene espressi le mie vivissime doglianze, e le suggerii di confessarsi, e di vivere sempre in grazia di Dio, per essere ad ogni momento preparata alla morte.... In quel tempo Pino partì da Bibbianello molto sdegnato contro Guido suo consanguineo, come ho veduto io coi miei occhi; condusse seco la moglie sua a Correggio, che è una villa della diocesi di Reggio, ove da un suo scudiero di nome Martinello, la fece soffocare con un piumaccio, e fu sepolta nella stessa villa; e di lei rimasero tre ragazze che sono una bellezza. E, siccome è scritto che Dio non permette che resti invendicato... e perciò sono da dire alcune cose intorno alle sventure che colpirono il marito di lei. Prima di tutto, venne in odio non solo ai Parmigiani, ma anche ai consanguinei ed ai nepoti; in secondo luogo, fu preso dagli assassini di Sassuolo, i quali per riscatto gli tolsero i cavalli e duecento lire imperiali; terzo, avendo voluto svaligiare, per una sua vendetta, un tale che viaggiava per la strada pubblica di Parma, i Parmigiani mandarono alla villa di Campeggine, ove aveva le sue possessioni, e fecero arare tutti i suoi seminati, e le già nate seminagioni, e coprirle di terra, e distruggere 14, o 20 sue case che aveva in Campeggine stesso; quarto, dopo la morte della prima moglie, cui fece uccidere, prese una cert'altra donna, che per molti impedimenti da ambe le parti, sua moglie non poteva essere (questa aveva nome Beatrice, come la prima, leggiadrissima, figlia di Bonacorso da Palli; e la sposò vedova del primo marito Atto da Sesso); quinto ed ultimo, imprigionò di nuovo alcuni uomini, cui una volta teneva tra ceppi in carcere, e li aveva prosciolti; nè volle che per danaro si riscattassero, quantunque non gli avessero mai fatta offesa, e non avessero verso lui obbligo alcuno non soddisfatto. Essendo stato dai Parmigiani cacciato in bando, e non desistendo dal mal oprare, diede ragione ai Parmigiani di espellere dalla villa di Campeggine non meno lui che tutti gli eredi di Ghiberto da Gente. Questo Pinotto fu chiamato anche Giacomino, e fu uomo bello e magnanimo, audace, franco, e a uso dei Parmigiani, superbo. Egli aveva due sorelle, una, moglie a Gherardo figlio di Bernardo di Rolando Bossi, di nome Aica; l'altra, di nome Mabilia, che era di natura altiera e disdegnosa, moglie a Guido di Correggio; e, quando cominciò a malare dell'ultima malattia, di cui morì, d'improvviso perdette la parola; e di lei rimasero diverse figlie e due figli. Lombardino poi, fratello di costoro, ebbe moglie un'avvenentissima Pavese, di nome Aldessona, da cui gli nacquero figli e figlie; e Lombardino fu il primogenito di Ghiberto da Gente, che a grande onore lo fece creare cavalliere quando aveva ancora la signoria di Parma. Chiunque poteva, in quel tempo, lo regalava a larga mano, e chi regalava credeva d'aver ricevuto grazia singolare, se Ghiberto non sdegnava di accettare. Altrettanto fu di Giacomo Tavernieri quando fu fatto cavalliere, al tempo in cui suo padre Bertolo era in fiore a Parma alla testa del partito imperiale. Nel millesimo sussegnato vi fu anche estesa malattia e morìa di gatti, i quali colti dal morbo diventavano come lebbrosi e scabbiosi, e poi morivano. Così pure nello stesso millesimo, nel mese di Novembre[93], il giorno di San Calisto, verso oriente, sull'albeggiare, apparvero due stelle come congiunte, e così ogni notte si mostrarono per molti giorni, sinchè verso il dì d'Ognissanti cominciarono a disgiungersi ed allontanarsi l'una dall'altra. E allora si stava appunto trattando per la pacificazione de' Modenesi, la quale era cosa molto intricata, perchè il progetto che si presentava non gradiva ai Modenesi della città; e i Modenesi che erano in Sassuolo ne erano soddisfattissimi, riconoscendo che i giudici di quel arbitrato erano loro favorevoli. Gli arbitri poi erano Guido da Correggio e Matteo suo fratello germano. Nello stesso millesimo Papa Onorio IV, prima del Natale, creò un Cardinale, che era di sua famiglia, per supplire alla vacanza lasciata dal Cardinale Vescovo di Frascati, morto in quell'anno. Questo novello Cardinale era stato Arcivescovo di Monreale in Sicilia. Così in quell'anno Gherardino da Enzola fu condannato dai Parmigiani a pagare mille lire parmensi, e le pagò puntualmente; e la cagione della condanna fu questa. Suo padre Giacomo da Enzola fu Podestà di Modena, ed ivi malatosi, morto e sepolto nella chiesa maggiore, fu ad onore dipinto sulla tomba a cavallo, da cavalliere. E siccome fu a tempo della sua podesteria che avvennero que' misfatti e quegli omicidii, che furono il principio della successiva discordia e guerra in Modena, quella cioè che s'accese tra le diverse fazioni Modenesi, e non ne era stata presa vendetta e giustizia... i Modenesi provocati, sdegnati, turbati, e accesi d'ira, considerando i guai che loro ne erano derivati, cavarono gli occhi al ritratto del Podestà, e cacarono sulla tomba di lui; in seguito poi mandarono a Parma due ambasciatori, uomini del popolo, uno de' quali nel Consiglio degli anziani di Parma pronunciò molti oltraggi ed ingiurie contro Giacomo da Enzola, padre dell'or defunto Gherardino. Provocato adunque Gherardino da Enzola dal linguaggio di quell'ambasciatore, fece quel che dice la scrittura, Ecclesiaste I.: Sino a tempo opportuno porterà pazienza. Di fatto, quando quell'ambasciatore, che aveva profferite parole d'oltraggio contro suo padre, fu in viaggio per ritornare a Modena, Gherardino lo seguì con alcuni giovani audaci sulla strada, e, in quel della diocesi di Seggio, lo ferì gravemente e tanto sconciamente che ne restò sformato, non però ucciso; e quindi i Parmigiani lo condannarono ad una multa di mille lire parmensi. Ho detto tutte queste cose per dimostrare che i Parmigiani operarono saviamente a far giustizia, e aveva operato male chi non l'aveva fatta in Modena. E noto che questo Giacomo da Enzola prese moglie una vedova di Padova, detta Marchesina, trovatagli da Matteo da Correggio, quand'era Podestà di Padova. Da questa donna Giacomo ebbe in dote una somma ingente, cui diede a mutuo, e co' frutti ne comprò campi, vigne ed estese possessioni nella villa di Poviglio[94], e diventò ricco e grande assai. In Parma poi comprò la mia casa, che era presso il battistero[95], e gli fu quasi regalata, cioè la ebbe per vilissimo prezzo, secondo la stima che ne faceva mio padre, e che veramente era da farsene. Giacomo fu dappoi fatto cavalliere sulla porta del battistero che guarda verso la piazza, e andò a Modena ad assumere la Podesteria, a cui era stato eletto dai Modenesi; e prima di finire la sua Reggenza, finì la vita, e morì d'una malattia di gola, che i Greci chiamano apoplessia. Si confessò da frate Giacomino da Porto di Modena, e con lui aggiustò le cose dell'anima. Lasciò ai frati Minori di Parma dieci lire imperiali, e altrettante ai frati Minori di Modena per l'anima sua e per il mal tolto, e l'anima sua per la misericodia di Dio risposi in pace.... Di lui rimase una figlia di nome Aica, che ebbe per primo marito Gherardino degli Arcili; di cui rimasta vedova, sposò Ezzelino figlio del fu Aimerico da Palù; da cui le nacquero figli e figlie. Il fratello poi della prenominata Aica, e figlio di Giacomo da Enzola ha nome Gherardino; giovane largo, liberale, cortese, e che vive onorificamente. L'avolo di Giacomo si chiamava Guidolino da Enzola, uomo di mezzana statura, ricco, grande e molto di chiesa, ed io l'ho veduto le mille volte. Egli si divise dagli altri da Enzola, che abitavano nella strada di S. Cristina, e venne ad abitare presso il duomo, ove ogni dì assisteva ad una messa e a tutto l'ufficio diurno e notturno nelle ore in cui si recitava. E quando non era occupato nell'assistenza dell'ufficio divino, sedeva co' suoi vicini sotto un portico publico presso il palazzo del Vescovo, e parlava con loro di Dio, oppure stava ascoltando chi ne parlava. Non tollerava che alcun ragazzo lanciasse sassi contro il battistero, o contro il duomo, e portasse guasto alle sculture e alle pitture. E quando lo vedeva, se ne irritava, gli correva dietro, e raggiuntolo, lo batteva a colpi di correggiuolo, come se ne fosse ivi destinato a guardia, mentre lo faceva soltanto per zelo e amore di Dio, quasi ripetesse quel detto profetico.... E il sunnominato, oltre al giardino, la torre e il palazzo ove abitava, aveva anche molte altre case, un forno ed una cantina; e una volta la settimana, sulla pubblica via, presso casa sua, come ho veduto io più volte co' miei occhi, faceva una limosina generale a tutti i poveri della città, che si presentavano, consistente in pane, fave cotte e vino. Egli fu molto amico e uno dei principali benefattori dell'Ordine de' frati Minori. Ebbe da sua moglie (che era sorella di Gherardo da Correggio, detto anche dai Denti, padre di Matteo e di Guido) due figli, cui, come ho veduto io co' miei occhi, giunti all'età virile, fece cavallieri egli stesso; e l'uno aveva nome Matteo, e l'altro Ugo, e tuttadue furono miei speciali amici. Questi due fratelli, allorchè Parma si ribellò all'Imperatore furono dall'Imperatore presi e tenuti in carcere; e, in seguito, furono sepolti nel convento de' frati Minori di Parma. Da Matteo poi, che ebbe moglie Richeldina, sorella di Bernardino Cornazzani, nacquero tre figli, cioè Bernardo da Enzola, che fu cavalliere e valoroso personaggio, e Podestà di Perugia quando colà aveva residenza Papa Clemente IV. (Questi fu mio amico e me lo dimostrò a fatti, perchè quando io fui a Perugia, ed egli vi era Podestà, mandò subito cercandomi, e mi affidò una missione alla Corte del Papa. Egli mori troppo presto, come gli altri suoi fratelli, ma lasciò figli). Secondogenito di Matteo, figlio di Guidolino da Enzola, fu Giacomo, Podestà di Modena, di cui s'è parlato abbastanza più su. Il terzogenito fu Guido, che ebbe moglie una figlia di Albertino dei Turcli di Ferrara, d'onde gli nacquero più figli, uno de' quali si chiama Turclo, bandito dai Parmigiani come uomo pestifero e maledetto; sendochè a molti altri misfatti, di cui era macchiato, aggiunse anche quello d'aver ucciso crudelissimamente di lancia, mentre sedeva a mensa e secolui pranzava, l'Abbate del monastero di Brescello senza che questi alcuna colpa avesse.... Da Ugo poi, figlio di Guidolino da Enzola, ammogliato con Luchesia del Monastero, cioè di San Marco, discesero due figli, di cui uno di nome Guglielmo, e l'altro Matteo, e due figlie, una che diventò moglie di Giacomino dei Panzeri di Reggio, che non ebbe figli; l'altra si maritò con Bonacorso di Montiglio[96], dalla quale ebbe molti figli. Dopo queste cose, irritata Luchesia contro i figli, prese per marito Ghirardino figlio di Lanfranco da Pisa di Modena, la quale poi gli morì senza aver avuto da essa alcuna prole. Così Guidolino da Enzola, avolo di tutti i sunnominati, ebbe una figlia, Richeldina, donna lasciva e mondana, presa per moglie da Giacomino di Beneceto[97], dalla quale gli nacquero due figli, Arpo e Pietro. Giacomino degli Arpi fu bel cavalliere e ricchissimo di possessioni, case e tesori; ma consumò e dissipò tutto in banchetti, istrioni e cortigianerie, sicchè i figli suoi, come a me lo contava piangendo Arpo uno di loro, non avevano di che mangiare se non andavano accattandone dagli altri. Così Arpo di Beneceto, fratello germano del predetto Giacomino, entrò nell'Ordine de' frati Minori con Bernardo Bafoli, quasi subito dopo che a Parma si cominciarono a conoscere i detti frati. Ma Bernardo Bafoli era un cavalliere ricchissimo, famoso e di gran reputazione in Parma, magnanimo, prode guerriero e dotto nell'arte militare. Questi sul principio del suo noviziato nell'Ordine dimostrò un vivissimo fervore nell'adempiere coll'opera il detto apostolico che sta scritto nella 13ª agli Ebrei: Usciamo dunque con Gesù fuori della porta portando il suo vitupero. Di fatto, all'insaputa de' frati fece montare su d'un cavallo un suo uomo, e da un altro si fece legare alla coda del cavallo stesso, e comandò che lo sferzassero camminando per la pubblica via della città, e a tutta gola gridassero: Dalli al ladro, dalli al ladro. Ed essendo arrivati al portico di S. Pietro, dove i militi, secondo l'uso, stanno a sedere in ora di riposo e si divertono, credendo essi che fosse veramente un ladro, cui bastonassero per i di lui misfatti, cominciarono anch'essi a gridare: Dalli al ladro, dalli al ladro. Allora Bernardo, sollevata la faccia, disse loro: In verità, avete detto bene dalli al ladro, perchè sino ad ora son vissuto come un ladrone contro Dio altissimo, e contro l'anima mia; e perciò sono ben degno di essere sferzato. E, ciò detto, comandò a' suoi uomini di continuare il cammino e le sferzate sino a fuori di porta. Ma quelli che stavano a sedere sotto il portico quando ebbero conosciuto che era Bernardo Bafoli, se ne dolsero, e tocchi nel cuore dissero: Oggi abbiam veduto miracolo; benedetto Dio che umilia e che esalta, e fa misericordia a cui egli vuole, ed indura chi egli vuole ai Romani 9º. (Questa fu alla lettera un'ispirazione, un cambiamento operato dalla destra di Dio, perchè molti animati ed eccitati da questo esempio abbandonarono il secolo. Allora Bernardo Vizio, associato ad alcuni altri, fondò la religione de' frati di Martorano. Fu allora che si istituì in Parma una religione nuova, cioè di quelli che si chiamavano i militi di Gesù Cristo, nella quale non si ammettevano tranne quelli che prima fossero stati militari; e que' frati si assomigliavano a quegli altri, che ora dai contadini si chiamano Gaudenti, salvo che quelli si chiamavano militi di Gesù Cristo, questi militi di santa Maria. Quelli erano soltanto in Parma, questi si sono già moltiplicati in molte città; ma siccome di queste istituzioni ho già parlato più sopra, non occorre più parlarne. Parimente in quel tempo (cioè quando Bernardo Bafoli si fece sferzare per la pubblica via in Parma) vi erano due fratelli germani, che si fecero frati Minori, de' quali uno aveva nome frate Illuminato, l'altro frate Berardo. Questi due fratelli, che avevano fatto gli usurai, restituirono le usure ed il mal tolto, e per amore di Dio fornirono di vestiario duecento poveri, ed elargirono ai frati Minori duecento lire imperiali, perchè si fabbricassero il convento[98], che allora si stava già costruendo di nuovo nel prato del Comune, ove si teneva in antico la fiera, e dove in quaresima i Parmigiani si esercitavano nell'armi cogli scudi. Anche frate Illuminato mosso da amore di Dio, ad esempio di frate, Bernardo Bafoli, si fece sferzare per le strade della città). Di Bernardo Bafoli poi è da sapere che ebbe una figlia di nome Bernardina, saggia, prudente, santa e devota a Dio, che è Badessa del monastero dell'Ordine di santa Chiara in Parma. Così pure è da sapere che Egidio Bafoli, padre del prenominato Bernardo, quando Costantinopoli fu presa dai latini, gagliardamente ne abbattè una porta con uno di quegli spadoni fatti a quest'uso, come io ho saputo da frate Gherardo Rangone, che era presente e vide. E allora riconobbero i Greci che s'era adempita quella profezia, che stava sculta sulla porta stessa. Perocchè molte profezie ivi si trovano scolpite, sia sulle porte, sia sulle colonne delle porte, le quali non si intendono che quando si sono avverate. Bernardo Bafoli poi, quand'era frate Minore, e nel tempo in cui i Parmigiani erano andati coll'Imperatore a campeggiare contro i Milanesi, accorse un giorno ad un incendio sviluppatosi nel borgo di santa Cristina, e stando colla scure in mano sul comignolo di una casa incendiata, divideva e gettava a destra e a sinistra i legnami per isolare l'incendio. E questo fece a vista di tutti, e tutti lo commendavano dell'opera sua accorta e vigorosa, e giustamente di generazione in generazione ne riceverà onore sempiterno, poichè questa sua buona azione sarà ricordata per molti anni avvenire. Poscia andò alla Terra Santa, ove terminò lodatamente i suoi giorni nell'Ordine del beato Francesco, che è l'Ordine dei frati Minori; e l'anima sua per la misericordia di Dio riposi in pace, chè bene cominciò e bene terminò. Queste cose dette di sopra ho voluto notare, perchè attinenti a persone che per la più parte vidi e conobbi, ed, in breve tempo, di questa vita passarono all'altra....... Se altre più cose avvenissero nel millesimo sussegnato cioè nel 1285, degne di memoria, non ricordo; di queste ho parlato con fedeltà e con verità, perchè le ho vedute co' miei occhi. Basta di quest'anno; or passiamo al successivo.