a. 1280
L'anno 1280, indizione 8ª, uno staio di seme di canapa si vendeva 16, sino a 20 soldi imperiali. E in quell'anno i Parmigiani incominciarono a fare i cavi per murarvi le fondamenta di un castello presso a Cadeo sulla strada pubblica[39], e nel mese di Marzo scavarono le fossa di quel castello nella contrada di Cella, e lo chiamarono il castello della Croce. E i Mantovani fecero un ponte nella contrada che si chiama Brazzolo[40]. E nel mese di Agosto, nell'ottava dell'Assunzione della beata Maria Vergine, morì Papa Nicolò III. E i partigiani dell'Impero, di Faenza e di molte altre Terre della Romagna, uscirono dalle loro città. Il Conte di Romagna, che era Podestà di Bologna, cominciò allora a parteggiare per gli anzidetti Bolognesi. Nello stesso anno firmossi una pace fra quelli di Padova e di Verona, e la fazione imperiale lasciò Bologna; nel Settembre la parte imperiale uscì di Vercelli. Nello stesso anno insorse discordia tra Guglielmo Vescovo di Reggio, i preti della città e della diocesi di Reggio stessa da una parte, e Dego Capitano del popolo e il popolo di Reggio dall'altra, a cagione delle decime, parendo che i preti volessero esigere troppo dal popolo e dalla città. Perciò il Capitano con ventiquattro difensori delle ragioni del popolo statuirono leggi contro i laici collettori delle dette decime; e per cagione di quelle leggi il Vescovo scomunicò il Capitano, i ventiquattro Avvocati e tutto il Consiglio generale del popolo, e oltracciò pubblicò l'interdetto su tutta la città. D'onde il popolo in furore elesse altri venticinque popolani, tra' quali sette Giudici (e ne' predetti ventiquattro, ce n'erano già quattro di Giudici) e presero gravissime deliberazioni contro il clero: 1º che nessuno dovesse pagare decima di sorta nè dare consiglio, aiuto o favore ai preti, nè con loro trovarsi commensali, nè prendere servigio in casa loro, nè abitare in loro appartamenti, nè prendere da loro mezzadrie, nè dar loro da bere nè da mangiare (e molte altre pene ognuna delle quali per sè gravissima), nè macinare, nè cuocer pane nel forno per loro, nè radere la barba, nè prestare a loro ministero di sorta; arrogando a sè stessi, i preaccennati sapienti, autorità di dire, stabilire, ordinare a loro talento ed arbitrio checchè loro piacesse riguardo al clero. La quale autorità fu poi loro confermata dal Consiglio generale del popolo; e tutte le suddette ordinanze furono approvate ed osservate tanto dal popolo in ogni singolo individuo, quanto dal corpo della milizia e da tutti i buoni uomini. E in quell'occasione molti mugnai furono condannati a pagare cinquanta lire reggiane a testa, perchè contro le dette ordinanze macinarono al di là del termine fissato in mulini di chierici, e molte altre persone toccarono multe. Nello stesso anno, cioè 1280, Tebaldello, verso la festa del beato Martino Vescovo, a tradimento pose Faenza in mano a quelli che erano del partito della Chiesa, cioè in mano ai Bolognesi e ai Manfredi di Faenza, ed espulse i suoi; e colse il momento, in cui la massima parte de' suoi erano all'assedio di un castello. Lo stesso anno i Parmigiani restituirono ai Cremonesi il carroccio, che tolsero loro quando fugarono da Vittoria l'Imperatore Federico II; ed i Cremonesi ne ricambiarono i Parmigiani restituendo il carroccio, che avevano loro tolto in altra occasione; e questi scambi furono eseguiti con reciproche onorificenze, in mezzo all'allegria, ed all'esultanza d'ambe le parti, la vigilia della natività della beata Vergine Maria, che era una Domenica. E le due città accorsero in aiuto di Lodi con fanteria e cavalleria contro i Milanesi e il Marchese di Monferrato, che per distruggerla s'era mosso con tutti gli altri Lombardi. Fu anche allora che nel mese di Novembre Faenza fu presa dai Ravennati e da venticinque soldati Reggiani, che erano ad Imola pel Comune di Reggio a servigio de' Bolognesi, e da alcuni militi del Conte, e dai Bolognesi stessi, che dopo accorsero colà, e dopo loro tutta la milizia de' Parmigiani e de' Reggiani, che corse sino ad Imola. E molti Bolognesi furon morti, molti prigionieri, tra' quali se ne contarono quarantacinque che erano dei più valenti. E fu uno de' grandi e potenti di Faenza che pose la sua città in mano ai Bolognesi, e si chiamava Tebaldello de' Zambrasi. Questi, ch'io ho veduto e conosciuto, e fu un guerriero valoroso come un secondo Jefte, non era un figlio legittimo; pure un fratello di lui, frate Zambrasino dell'Ordine de' Gaudenti, gli assegnò mezza l'eredità paterna, perchè riconosceva in lui un uomo intraprendente, e perchè dei Zambrasi nessuno più sopravviveva tranne loro due; e giacchè c'era da esserne ricchi ambedue, divise in parti eguali il patrimonio del padre, e innalzò il fratello a grandezza di stato. E quando i Bolognesi della città, quelli cioè che si dicevano partigiani della Chiesa, fecero il loro ingresso in Faenza, mezza Faenza era all'assedio di un castello coi Bolognesi fuorusciti; e Tebaldello aveva spiato tempo opportuno a fare sua ribalderia. In quell'anno il ponte di Brazzolo, fatto fare dai Mantovani, fu distrutto dalla violenza delle correnti d'acque diluviali, che furono tali da asportare inferiormente, come dicevasi, quel ponte. Allora fu anche conchiusa una concordia tra il Vescovo di Reggio e i suoi preti da una parte, e il Capitano del popolo, il popolo stesso, ed il Comune di Reggio dall'altra, riguardo alle decime, nel senso che nessuno dovesse essere costretto a pagarle, se non secondo la propria coscienza; e molti altri patti furono convenuti in quella concordia. L'anno stesso Sinigallia fu a tradimento data in Signoria al Conte Guido di Montefeltro, il quale, come ne correva voce, condannò a morte, e fece uccidere in quella città 1500 persone.