a. 1283

L'anno del Signore 1283, Lodovico Conte di S. Bonifacio di Verona, scaduto della Podesteria di Reggio, fermò sua stanza nella medesima città, vicino alla chiesa di S. Giacomo e al convento dei frati Minori, in casa di Bernardo da Gesso. E lo stesso anno 1283, da Lendinara[43] venne a Reggio presso di lui sua figlia Mabilia, bellissima donzella, e nella stessa casa di Bernardo da Gesso[44] ove abitava il detto Conte, e nello stesso giorno che arrivò presso il padre, ella si maritò con Savino Torriani Milanese, ricchissimo e potentissimo; e subito dopo gli sponsali assistette alla messa della beata Vergine nel convento de' frati Minori; ed, oltre i Reggiani, vi aveva un corteo di molti cavalieri di Parma e di Modena, e il fior delle donne di Reggio; e, subito dopo la messa ebbero imbandita una refezione. E l'imbandigione in quella casa e nel convento di S. Giacomo non fu parca. Questo avvenne nel suddetto millesimo ed anno, il venerdì precedente la Domenica di Settuagesima, ai 12 di Febbraio; e il sabato successivo, la mattina per tempissimo, si posero in viaggio per Parma; ed ivi lo sposo e la sposa abitano presso il Battistero. Il sunnominato Conte era figlio di Rizzardo, uomo saggio, prode cavaliere, valoroso in armi, e dotto nell'arte della guerra. E quando Parma si ribellò a Federico II, l'anno 1247, fa il primo ad accorrere in aiuto de' Parmigiani, e, passando pel territorio di Guastalla, entrò in Parma con molti armati. Il resto come abbiamo detto più sopra. Questo Conte Lodovico ebbe moglie una tedesca, d'onde gli nacque la figlia prenominata, e tre figli, che sono giovanetti bellissimi, cortesi ed istruiti, il primo de' quali si chiama Vinciguerra. E nello stesso anno e millesimo, l'ottava di Pasqua, che cadde nel giorno di S. Marco Evangelista, il suddetto Conte, la sera, era agli estremi della vita; e in morte e nel testamento affidò e raccomandò i suoi figli alle cure di Obizzo Marchese d'Este, che li accolse affettuosamente e li trattò come figli suoi, sebbene prima il Marchese non si trovasse in buoni accordi col Conte. (E la cagione della discordia tra loro era stata la città di Mantova, di cui ciascuno di loro ambiva la Signoria; ma sfuggì di mano all'uno e all'altro, e la ebbe Pinamonte). E il predetto Marchese rimise i figli del detto Conte in possesso di tutti i beni, che il padre loro aveva in Lendinara. E la notte seguente al dì di S. Marco morì, assistito dai frati Minori, dai quali si era confessato, e regolò ottimamente le cose dell'anima sua. E la cittadinanza di Reggio pensò ad onorare degnamente la salma di lui; e fece a larga mano le spese del funerale, come a nobile personaggio conveniva, che era stato loro Podestà e che si trovava espulso da' suoi possedimenti come partigiano della Chiesa. Alle sue esequie intervennero tutti i Religiosi di Reggio e molte Religiose, tutta la cittadinanza Reggiana, e molti foresi; e i più nobili Reggiani ne portarono il feretro al convento de' frati Minori, ove fu sepolto. Il suo corpo era vestito di scarlatto, con una bella pelliccia di vaio e un bel manto, e così adorno fu deposto, il lunedì successivo alla festa di S. Marco, in un magnifico Mausoleo, che il Comune di Reggio a proprie spese gli fece erigere; ed ebbe la spada cinta a' fianchi, al tallone gli speroni d'oro, una gran borsa appesa alla cintura di seta, alle mani i guanti, al capo una bellissima cappellina scarlatta, orlata di pelle di vaio, ed una clamide pure scarlatta e ornata di pelliccio di vaio. Il detto Conte lasciò al convento de' frati Minori il suo destriero e le sue armi. Sulla tomba sta quest'epitafio:

Cum tua maiestas Lodoyce quae clara potestas
Urbis Veronae comes inclyte sub regione
Hac fait inclusa Libitine morsibus usa
Aprilis quina restabat lux peregrina
Ast octogeni tres anni mille duceni

Requietorio
Di Lodovico inclito Conte di Verona
Che compiuta la Podesteria di Reggio
Il primo di Gennaio
E la vita
Il cinque d'Aprile 1283
In quest'urna
Se ne chiusero le ceneri
E gli splendori della grandezza

Fu pure questo Conte uomo onesto e santo; e d'onestà n'aveva tanta che, passeggiando per città, non alzava mai gli occhi verso alcuna donna, sicchè le donne, ed anche le bellissime signore ne facevano le meraviglie .... E il Conte d'Artois, Pietro, fratello del Re di Francia, passando da Reggio, e avendo udito che era un sant'uomo, e che aveva il nome del padre suo, cioè Lodovico, e che si trovava fuori de' suoi possedimenti a cagione del parteggiare per la Chiesa, gli volle fare visita, lo abbracciò e lo baciò. Quel Pietro fratello del Re di Francia si compiaceva di fare visita a tutti que' santi uomini, di cui aveva udito parlare, onde mandò anche cercando, per vederlo, frate Giovanni da Carpinete dell'Ordine de frati Minori. (Questi era entrato nell'Ordine prima del gran terremoto del 1222). Nell'anniversario poi della morte del Conte Lodovico la moglie di lui mandò a Reggio pel convento de' frati Minori, ove era sepolto suo marito, un bel paliotto da altare di sciamito e porpora. E l'anima di lui per la misericordia di Dio riposi in pace, e così sia. In questo 1283 si deplorò una grandissima morìa di bovini in tutta la Lombardia, Romagna e Italia, e nell'anno successivo grande mortalità d'uomini. E di fatto presso Salins[45] in Borgogna, in un convento di frati Minori vi erano ventidue frati, veduti da un certo frate Francese che dimorava in Grecia e passava per andare a Parigi; d'onde ritornando poi indietro lo stesso anno, nè trovò morti undici, cioè la metà di quanti erano. Udii questo dalle labbra di lui a Reggio. Anche in altre parti del mondo dominò in quell'anno grande mortalità; e in breve questa è regola generale, che ogni volta che accade morìa di bovini, subito l'anno dopo sussegue mortalità d'uomini. L'anno già detto 1283 Bernardo Lanfredo di Lucca fu Podestà di Reggio per sei mesi, dal 1.º Luglio sino al 1.º Gennaio; al tempo del quale, perchè era troppo debole, si commisero molti omicidi ed altri delitti nella città e nel territorio di Reggio, tanto che i nemici di un tale in città con una scala entrarono nella casa per una finestra, e lo uccisero in letto. Così questo Podestà, a cagione della sua non curanza e debolezza nell'applicazione delle leggi, fu del numero di quelli, di cui il Signore dice per bocca d'Isaia 3.º Io farò che de' giovinetti saranno lor principi. Alla lettera costui non era giovinetto d'età, ma di negligenza nel far giustizia. A lui successe Barnaba Pallastrelli di Piacenza, che non la perdonò a nessuno, e tolse di mezzo molti ladri e malfattori. Molti ne condannò a morte, e se ne eseguì la sentenza, durante la sua Podesteria, sicchè i Reggiani per la severa applicazione della giustizia dissero che era un distruttore della loro città. Ma molto maggior danno apportò il suo antecessore colla sua negligenza e rilassatezza, per la quale nella città di Reggio si accesero molte nimistà e guerre, che durano tuttora e saranno cause della ruina di Reggio, se Dio non provvede altrimenti.... Tuttavia il primo, che era Lucchese e rilassato, se lo vollero i Parmigiani per loro Capitano; e il secondo, di Piacenza, che era stato severo e rigido, se lo presero i Modenesi; e a tempo della sua Podesteria Modena fu ruinata, come diremo sotto la rubrica dell'anno 1284. Nell'anno 1283 il Numero d'oro e l'indizione coincidevano nel numero 11; e ai due d'Aprile, che era luna piena, la stella lucidissima, che si chiama Venere, pareva entrata nel cerchio della luna nuova; e di notte, dopo mattutino, un'altra splendissima stella, che si chiama Giove, pareva, verso il sud, occupare la branca superiore dello Scorpione. Così, nello stesso anno, Forlì ritornò all'obbedienza della chiesa, la qual città da molti anni le era ribelle, e Papa Martino IV ogni anno le mandava contro un grosso esercito di Francesi, e di diverse altre genti. (E davano il guasto alle vigne, alle biade, alle piante pomifere, agli oliveti, ai fichi, ai mandorli, alle melagrane, alle case, agli animali, alle botti, ai dolii, e ad ogni cosa nata ne' campi. Questa città avrebbe francata dai Bolognesi, che l'avevano occupata, tutta la Romagna, se non vi si fosse intromessa la Chiesa, che prese le armi contro Forlì. La causa poi, per cui la Chiesa vi si intromise, fu che il Papa aveva domandata in dono la Romagna a Rodolfo quando fu eletto Imperatore, e Rodolfo gli aveva concesso di occuparla) E, in più anni, vi spese per insignorirsene molte migliaia di fiorini d'oro, anzi molte some di monete d'oro. Stantechè Papa Martino s'aveva fatto pertinace proposito d'averla di violenza, se non poteva di accordo. E così avvenne, perchè, come suol dirsi, il lavoro costante vince tutto. E venuta che fu quella città all'obbedienza della Chiesa, ne furono spianate le fosse, smantellate le porte, atterrate case e palazzi, e rasi al suolo i più cospicui edifici. I principali cittadini di quella città ne uscirono, e andarono a ricoverarsi in nascosi ricettacoli per lasciar sbollire gli sdegni. Ma il Conte Guido di Montefeltro, che era Capitano e condottiero de' Forlivesi e del partito imperiale, venne ad accordi colla Chiesa, e andò a confino per alcun tempo a Chioggia. Poscia fu mandato in Lombardia, ed abitò ad Asti distintamente ricolmo d'onori, perchè era ben voluto da tutti per la sua precedente probità, per le molte vittorie riportate, e per la saviezza e sottomissione, colla quale ora obbediva alla Chiesa. Inoltre egli era uomo nobile, sensato, prudente, costumato, liberale, cortese, largo, cavaliere valoroso e prode nell'armi, e dotto nell'arte militare. Prediligeva l'Ordine de' frati Minori, non solo perchè vi aveva alcuni parenti, ma anche perchè il beato Francesco lo aveva salvato miracolosamente da molti pericoli, e liberato da' ceppi e dal carcere del Malatesta. Nulla ostante da alcuni sciocchi di frati Minori ebbe più volte a soffrire gravissime ingiurie. Egli in Asti ebbe una conveniente compagnia e famiglia, e molte persone non cessavano di darsi premura di offrigli aiuto e servigio. Queste cose accaddero tra il tempo in cui i Re sogliono cominciare le guerre, e la festa del beato Giovanni Battista; ed ivi era Legato del Papa Bernardo di Provenza Cardinale della Corte romana. Lo stesso anno Re Carlo da Napoli recossi a Bordeaux, credendo di scontrarsi in duello con Pietro Re d'Aragona. Questi due Re dovevano aver secoloro soli cento cavallieri per ciascuno, come avevano convenuto con giuramento. Ma quella prova d'armi non ebbe luogo, perchè il Re d'Aragona la declinò. E quello scontro si doveva fare per cagione della Sicilia, in cui Pietro Re d'Aragona aveva posto piede, e l'aveva occupata con un esercito; poichè Papa Nicolò III gliel'aveva data, in odio di Re Carlo, coll'assenso di alcuni Cardinali, che allora erano alla Corte, e d'altronde lo stesso Pietro Re d'Aragona credeva d'avervi diritto, come genero del Principe Manfredi. Ma Carlo, fratello del Re di Francia, avevala avuta prima da Papa Urbano IV per aver soccorsa la Chiesa contro Manfredi, figlio di Federico Imperatore deposto. Nello stesso millesimo morì Guglielmo Fogliani Vescovo di Reggio, e provvide male all'anima sua, essendochè fu uomo avaro, illetterato e quasi un laico: fu pastore ed idolo come dice Zaccaria 11.º ecc. Voleva vivere splendidamente, cioè avere ciascun giorno per sè tavola lautissima; e spesso imbandiva sontuosi banchetti ai ricchi ed ai parenti; ma per i poveri ebbe insensibili le viscere della pietà, nè collocò a marito le zitelle povere; fu uomo grossolano, cioè ebete e rude; trovò pochi che parlassero bene di lui. Meglio per lui se fosse stato porcaio, o se avesse avuta la lebbra, che fare il Vescovo. Nulla diede mai ai religiosi, nè ai frati Minori, nè ai Predicatori, nè ad altri poveri; e i poveri Religiosi, che assistettero alle sue esequie, non ebbero nemmeno di che mangiare per quel giorno a spese prelevate dal patrimonio di lui o dalla mensa vescovile. Io fui presente al funerale e alla sepoltura, e so che un cane cacò sulla tomba di lui tosto che egli fu sepolto. Fu collocato nella parte inferiore della chiesa maggiore, ove si mettono quelli del popolo (ma veramente meritava d'esser sepolto in una fogna). Egli in vita conturbò molte persone che godevano la loro pace. Fu Vescovo di Reggio quarant'anni, meno un mese, morì in Agosto il giorno di S. Agostino, e fu sepolto la Domenica dopo, giorno della decollazione di S. Giovanni Battista. Parimente nel detto millesimo quelli di Bibbiano, che è una villa della diocesi di Reggio a case sparse, accordatisi insieme fecero nella villa stessa un borgo; e i frati Minori di Parma fabbricarono un bel refettorio nel prato di S. Ercolano, ove si trova il loro convento, e dove anticamente i Parmigiani facevano il mercato, e poi dopo, verso quaresima, correvano torneamenti. Nello stesso anno i Parmigiani fecero un ponte di pietre sul torrente Parma, a capo della contrada che si chiama Galera[46], dalla casa degli Umiliati alla casa dei Predicatori, e murarono la città dalla parte de' monti, vicino al torrente Parma e all'Ospedale di S. Francesco[47]. Così negli anni precedenti i Parmigiani avevano fatto molti miglioramenti alla città loro; avevano compiuto il Battistero in tutta la parte superiore, tirandolo su sino al comignolo; e sarebbe stato terminato molto tempo prima se Ezzelino da Romano, che signoreggiava a Verona, non avesse frapposto ostacoli[48]; poichè quel Battistero si costruiva tutto di marmi di Verona; fecero scolpire i colossali leoni e le colonne, a ornamento della porta principale del duomo, sulla piazza del Battistero e dell'episcopio; fecero anche tre ampie, belle e magnifiche vie; una, dalla chiesa di S. Cristina sino al palazzo del Comune; una seconda, dalla piazza nuova, ove il Podestà tiene a concione il popolo, sino alla chiesa di S Tommaso Apostolo; la terza, dalla piazza del Comune sino alla chiesa di S. Paolo; e su tutte queste vie a destra e a sinistra sorsero belle case e palazzi. Fecero anche il palazzo del Capitano, assai bello, presso il palazzo vecchio, che era stato fatto da Torello da Strada, Pavese e Podestà di Parma; sotto la cui Podesteria fu anche cominciato il castello di Torello sulla strada che va a Borgo S. Donnino. Ma siccome quelli di Borgo S. Donnino si sottomisero all'obbedienza del Comune di Parma, i Parmigiani desistettero dall'opera intrapresa e non compirono il castello, che avevano progettato di costruire. Così nell'anno sussegnato ampliarono la piazza nuova del Comune comprando tutte le case attorno alla piazza; e si proponevano di erigere un altro palazzo con botteghe a comodo del pubblico sull'area, ove in antico sorgeva il bellissimo palazzo dei Pagani, ch'io ho visto co' miei occhi, e poi fu palazzo di Manfredo da Scipione[49], più bello ancora; e finalmente vi si costruì il macello de' beccai; poi il Comune lo comprò per sè colle casamenta che vi erano attigue[50] e colla torre di Rufino Vernazzi, che era dalla parte di S. Pietro. Avevano anche aperto negli anni anteriori un canale naviglio, ma poco utile. Discendeva giù per un vecchio alveo sino alla Villa del Cardinale Gerardo Albo, che fu anche una volta Villa mia, perchè io vi aveva estesi possedimenti, e che si chiama Gainago; e nella parte inferiore di detta Villa svoltava, perchè non andasse come prima a Colorno, ma portasse le barche a Frassinara[51]; ma sia che andasse a Colorno, sia che a Frassinara, era sempre un naviglio di poco conto. E certamente saprei cavarlo meglio io un naviglio utile ai Parmigiani se avessi pieno e libero potere. Nello stesso anno scavarono un lungo fossato lungo la strada che va a Brescello, dall'ospedale sino a Sorbolo[52], nel quale immisero il Gambalone, perchè colle sue acque inondava tutti i campi al di sotto della strada, sicchè non potevano servire nè all'agricoltura, nè agli agricoltori. Quell'anno morì frate Bonagrazia, Ministro Generale dell'Ordine de' Minori, in Provenza ad Avignone, la vigilia del beato Francesco, giorno di Domenica, e fu sepolto nella chiesa de' frati Minori, davanti all'altare maggiore, e alla sua morte si trovò presente frate Vitale, Ministro Provinciale di Bologna, che ricevette incarico di benedire, da parte del morente, tutti i frati della Provincia di Bologna, e di assolverli da tutti i loro peccati. E fu fatto. Fu Ministro Generale quattr'anni, e si differì la convocazione del Capitolo generale sino alla Pentecoste del 1285 perchè, come era stato deliberato nel Capitolo generale precedente, si doveva celebrare a Milano. Nel 1283 si trovò il corpo della beata Maria Maddalena tutto intero, tranne una gamba, in Provenza nel castello di S. Massimino (S. Massimino fu uno dei settantadue discepoli, de' quali si parla in Luca 10.º; e fu Arcivescovo di Aix, che è la città in cui è il sepolcro di quel Conte, la cui figlia fu moglie del Re di Francia S. Lodovico, che andò oltremare in soccorso di Terra Santa l'anno 1248; la qual città è distante quindici miglia da Marsiglia, ed io vi soggiornai l'anno che il Re andò oltre mare, perchè io era addetto a quel convento). E, quando fu trovato il corpo della beata Maria Maddalena, a stento si poteva leggere l'iscrizione con una lente, stante l'antichità della scrittura. E piacque a Re Carlo (che era Conte di Provenza e quell'anno andava a Bordeaux per quel duello, che era stato convenuto ed ordinato con Pietro Re d'Aragona) che il corpo della beata Maria Maddalena fosse esposto al pubblico, e fosse esaltato ed onorato, e se ne celebrasse una festa solenne. Così si fece. Da allora in poi cessarono le contese, le opposizioni, i cavilli, gli abusi e gli inganni che avevano luogo per cagione del corpo della beata Maria Maddalena. Perocchè quelli di Sinigaglia dicono di possederlo essi, e que' di Vezelay anch'eglino pretendono di possederlo, e ne avevano una leggenda che ne parlava. Ma è chiaro che in tre luoghi non può essere il corpo di una donna. (Per causa congenere ardenti contese vi sono anche a Ravenna per il corpo di S. Apollinare, perchè quei di Chiassi, che fu una volta città, sostengono di possederlo, quei di Ravenna parimente pretendono di averlo, stando di fatto che un Arcivescovo di Ravenna trasportò il corpo di S. Appollinare da Chiassi a Ravenna, per timore che gli Agareni[53] lo involassero, come ho letto più volte nel pontificale di Ravenna, e reverentemente lo collocò nella chiesa di S. Martino, presso la chiesa di S. Salvatore, che una volta fu chiesa dei Greci; ma che da Ravenna sia poi stato di nuovo asportato non si trova scritto in nessun luogo). Il corpo dunque della Beata Maria Maddalena è veramente nel castello di S. Massimino, come quello di S. Marta sua sorella è a Tarascon. Il fratello poi di loro, Lazzaro, fu Vescovo di Marsiglia. E la spelonca di S. Maria Maddalena, nella quale essa fece penitenza trent'anni, dista da Marsiglia quindici miglia, e vi ho dormito dentro una notte, immediatamente dopo la sua festa; ed è al fianco di un monte altissimo, roccioso, e tanto vasta è quella spelonca, che a mio avviso, se ricordo bene, possono starvi dentro mille persone. Vi sono tre altari, ed un zampillo d'acqua come quello della fontana di Siloe, e una bellissima strada vi conduce; e fuori e vicino all'ingresso della spelonca vi è una chiesa, alla quale è addetto un sacerdote. Al di sopra di quello speco l'altezza del monte è ancora tanta, quanta è quella del Battistero di Parma; e lo speco è tanto elevato sulla pianura di quel territorio che tre volte la torre degli Asinelli di Bologna, a mio avviso e se ricordo bene, non potrebbe arrivarvi, sicchè gli alberi di alto fusto che sono al piano, guardati da quel punto sembrano ortiche, o salvia del Caspio. E siccome quella regione, o contrada, è ancora al tutto disabitata e deserta, le donne e le nobili signore di Marsiglia, quando per divozione si recano colà, fanno condurre dietro sè asini carichi di pane, di vino, di torte, di pesci e di quali altre vivande desiderano. Sulla strada però, a cinque miglia dalla spelonca, vi è un monastero delle Albe, che hanno molte deferenze pei frati Minori, e di buon grado li veggono, li accolgono, servono loro con ogni attenzione il bisognevole, ed offrono un'agiata ospitalità. A riprova poi dell'invenzione del vero corpo della Maddalena concorre un miracolo che a que' giorni fece il Signore mercè di lei, a dimostrare che quello ne era il vero corpo. Ed eccolo. Camminando in quel tempo un giovane beccaio per una strada, incontrò un suo conoscente, che gli domandò d'onde venisse. Ed egli rispose: Torno dal castello di S. Massimino, ove di recente è stato scoperto il corpo della beata Maria Maddalena, della quale ho baciato una tibia. A cui disse. No, non avrai baciato una tibia di lei, ma quella di un'asina, o di un asino, che i chierici a guadagno mostreranno ai semplici. Ed essendosi perciò acceso alterco acre tra loro, l'incredulo non divoto della Maddalena appioppò diversi colpi di spada al divoto, nè, la mercè di Maddalena, gli produsse ferita di sorta. Il divoto della Maddalena, a sua volta aggiustò un sol fendente al non devoto, e non bisognò il secondo, chè subito perdette la vita e ritrovò la morte. Dolentissimo poi il difensore della Maddalena d'aver ucciso un uomo (e l'aveva fatto a propria difesa, e malgrado, e fortuitamente) e temendo di essere preso dai parenti dell'ucciso, si ricoverò ad Arles, e poscia a S. Egidio, per essere quivi sicuro e lasciar sbollire gli sdegni. Ma il padre dell'ucciso spillando dieci lire ad un traditore, fece imprigionare l'uccisore del figlio, già condannato nel capo. Ma la notte precedente il giorno, in cui doveva essere impiccato, a lui che vegliava apparve in carcere la Maddalena, e gli disse: Non temere, o divoto mio, e difensore zelante della mia gloria, che non morirai. Io ti assisterò al momento opportuno in modo che tutti quelli che vedranno, ne rimarrano esterrefatti, e scioglieranno inni di grazie al Signore, che opera miracoli, e a me di lui serva. Ma quando sarai liberato, riconosci da me questo beneficio a te conferito, ed a vantaggio dell'anima tua, abbine gratitudini a Dio tuo liberatore. Ciò detto, la Maddalena sparve lasciandolo consolato. L'indomani fu appeso alla forca senza riportarne nè guasti al corpo, nè dolore all'anima. Ma poscia a poco, ecco d'improvviso, a vista di tutti gli spettatori calare dal cielo a rattissimo volo una colomba candida come la neve, e posare sul patibolo, sciogliere il capestro dal collo dell'impiccato devoto alla Maddalena, e deporlo in terra illeso. Ma gli ufficiali pubblici e i giustizieri, per insistenza de' parenti dell'ucciso, volendolo di nuovo appendere, per opera de' beccai si evase, de' quali era ivi adunata gran caterva armata di spade e di bastoni. (Tanto s'adoperavano perchè era stato collega ed amico, ed anche perchè avevano ammirato il prodigio chiaro e stupendo). Avendo poi raccontato a tutti che aveva commesso quell'omicidio suo malgrado, e per ragione di difesa sua e dell'onore della Maddalena, e che essa gli aveva già promesso in carcere che al momento opportuno lo avrebbe liberato, ne ebbero consolazione e cantarono lodi a Dio e alla beata Maria Maddalena liberatrice del devoto di lei. Il Conte di Provenza, udito parlare di questi fatti, volle vedere quell'uomo, e udirseli raccontare dalla bocca di lui, e tenerlo in Corte finchè campasse; ma egli rispose che se vi fosse chi lo facesse anche padrone di tutto il mondo, non vorrebbe finir la sua vita altrove che in servizio della Maddalena, nel castello di S. Massimino, ove il corpo di lei era stato di recente scoperto, cioè nel 1283. E così fece. E nello stesso anno, nel mese di Giugno, dovevano battersi a duello Re Carlo, e Pietro Re d'Aragona. Titoli di Re Carlo, che fu Re di Gerusalemme e Sicilia, Duca di Puglia, Principe di Capua, Senatore dell'Alma Città, Principe dell'Acaia, d'Anjou[54], di Provenza, Conte di Forcalquier[55] e di Tonnerre[56]. Avendo Pietro Re d'Aragona inviato con sue lettere credenziali il Prefetto di Marsiglia a Re Carlo, allo scopo di trattare e concludere un matrimonio tra un figlio di detto Pietro e una figlia d'un figlio del predetto Re Carlo; pochi giorni dopo quelle trattative di matrimonio, del quale lo stesso Pietro si diceva desiderosissimo, secondo che ne assicurava quel prefetto, e secondo che egli stesso esprimeva nelle sue lettere credenziali, e dopo molte altre amichevoli dimostrazioni da parte di Pietro stesso fatte allo stesso Re Carlo per mezzo del preaccennato Prefetto, Pietro Re d'Aragona spogliò Re Carlo del Regno di Sicilia con una frode, che si copriva sotto le apparenze di trattative di pace e parentela tra loro. E avendo Pietro Re d'Aragona già allestito navi e quanto occorre a guerra per navigare alla volta della Sicilia, il Re di Francia mandò a lui una straordinaria ambasciata e messi speciali, a significargli che non andasse punto contro suo figlio Re Carlo, nè ponesse piede sul regno di lui, perchè se mai facesse ingiuria a Re Carlo, o all'erede di Re Carlo, la reputerebbe fatta alla propria persona. E Pietro con cortesia e benignità rispose agli ambasciatori che egli non aveva per nulla intenzione di fare ingiuria a Re Carlo, nè all'erede di Re Carlo; ma desiderava di andar oltremare contro gli infedeli Saraceni, e che tutto quel di territorio potesse conquistare, lo assegnerebbe a quel proprio figlio che prendesse moglie la figlia del figlio di Re Carlo. Ricercò per di più al Sommo Pontefice la decima delle terre dello Stato della Chiesa in aiuto di quell'impresa, che voleva compiere oltremare contro i Saraceni, ad esaltazione e gloria della fede cristiana; e pregollo altresì di voler prendere sotto la propria custodia e tutela il suo regno di Aragona. Quando poi Re Carlo ebbe notizie che Pietro con quel tessuto di menzogna era riuscito a por piede in Sicilia, per mezzo di messi speciali e per lettere gli impose di ritirarsi dal suo regno, e per nessun pretesto lo occupasse. Ma Pietro, fidente nelle proprie forze e nelle popolazioni della Sicilia, rispose che non sgombrerebbe mai dal Regno di Sicilia, finchè potesse tenerlo in suo dominio. Udita tale risposta, Re Carlo, che allora era in Puglia, adunò un esercito innumerevole di fanti e di cavalli, e per mare con immenso naviglio mosse contro di lui. Ma i Cavalieri più saggi, che accompagnavano l'uno e l'altro Re, ad evitare che tanta moltitudine d'uomini fosse condotta a strage, proposero che tra Re Pietro e Re Carlo si facesse un duello. E furono eletti sei probi e prudenti Cavalieri dall'una e dall'altra parte, che dovevano ordinare e disporre in che luogo, in che modo, con quali formalità, in che tempo e come s'avesse a fare il duello. I quali tutti concordemente deliberarono e statuirono per lo meglio che si dovesse fare a Bordeaux, città della Guascogna, sotto la Podestà e il dominio del Re d'Inghilterra, e definitivamente fissarono che l'uno e l'altro, Re Carlo e Re Pietro d'Aragona eleggessero que' cento de' loro migliori Cavalieri che volessero, e con loro i Re medesimi in persona si dovessero trovare al 1.º di Giugno 1283 indizione 11ª nel luogo prestabilito; e che nel medesimo luogo e città si dovesse preparare un campo tutt'intorno chiuso, sicchè nessuno potesse entrare, tranne i detti Re e loro Cavalieri. Le quali cose tutte Re Carlo e Re Pietro giurarono sul santo Vangelo di Dio di osservare appuntino e che al dì prefisso, nel preindicato luogo anderebbero coi duecento cavalieri, salvo impedimento di salute, e che tra loro personalmente si batterebbero. Così pure sul Vangelo di Dio giurarono che chi non si trovasse al convegno nel giorno e nel luogo prestabilito, si dovesse per tutta la di lui vita chiamare non Re, ma mentitore, traditore, e mancatore della fede data, e che del resto non potesse avere nè conseguire onore alcuno al mondo; e se da persona ne fosse interrogato, non lo dovesse negare, ma dappertutto e a tutti e singoli l'avesse da confessare. Il serenissimo Re Carlo, illustre protettore e scudo della sacrosanta madre Chiesa romana e della fede cristiana, secondo le convenzioni e i patti preaccennati, al tempo prefisso, presente Giovanni di Grillo Cavaliere siniscalco dell'illustre Re d'Inghilterra, e presenti moltissimi altri Giudici e Ufficiali del detto Re d'Inghilterra, di lui Luogotenenti in Guascogna, e specialmente nella città di Bordeaux, si presentò in questa città al giorno prefisso, con i suoi cento Cavalieri per battersi personalmente in duello, e aspettò Re Pietro da mattina a sera. Ma Re Pietro, quantunque da più persone degne di fede fosse stato veduto sano di corpo il giorno precedente, e tanto vicino alla città di Bordeaux, che, se avesse voluto, avrebbe potuto trovarvisi, tuttavia non vi andò, non comparve; nè esso, nè altri per lui ne fece scuse di nessuna sorta. Dovendo dunque il detto Pietro d'Aragona, giusta le ragioni e le convenzioni sopra allegate, essere spogliato e privato d'ogni onore reale, e passar sempre la vita sua nell'ignominia, il Legato, per mandato del Sommo Pontefice, conferì il Regno d'Aragona all'illustre Re di Francia pel figlio di lui. Il Re di Francia lo accettò, e inviò sua gente ad occuparlo dalla parte della Navarra, e ordinò di fare subito una leva generale nella Catalogna. Il Re Carlo va in Francia, e deve trovarsi ad un abboccamento col Re d'Allemagna. Il Re di Francia e il Re d'Inghilterra inviano loro gente in aiuto del Re di Castiglia contro i di lui figli ribelli; in aiuto del quale andò Boise Re de' Mori con 10000 soldati, e ricuperò già molte terre; e si è fatto accordo che i nepoti del Re di Francia abbiano da avere il regno dopo la morte dello stesso Re di Castiglia. Il Re di Portogallo e dell'Algarvia scrisse al Re di Francia e al Re d'Inghilterra, e inviò a loro messi speciali per significare che era dolente della fatuità di Pietro suo cognato, e che era pronto a fare ciò che volessero. Il Re d'Inghilterra negò al figlio del detto Pietro la sua figlia che gli aveva promessa moglie; e il Re di Maiorica mandò una solenne ambasciata e lettere per avvisare che non voleva immischiarsi negli affari di suo fratello. E si crede per fermo che si firmassero patti secreti tra lui e il Re di Francia a Moissac[57], ai 27 di Giugno, indizione 11.ª. E nota che quando i due detti Re giurarono di fare quel duello, Papa Martino IV s'interpose per consiglio e assenso de' suoi Cardinali, e proibì che si facesse; ma la sua opposizione non approdò a distorne l'ostinato animo di Carlo, se pure Pietro d'Aragona si fosse prestato a farlo. Tuttavia non mancano coloro che scusano Pietro Re d'Aragona d'essersi sottratto al convenuto duello, e sostengono che non presentossi, perchè il Re di Francia stava pronto con un esercito vicino al luogo del combattimento per soccorrere al bisogno suo zio Re Carlo. E vi fu chi disse che Re Pietro sotto mentite spoglie di mercante andò fino presso al luogo fissato pel combattimento per non infrangere il giuramento, e ne fece rogare atto pubblico: e che poi se ne sottrasse per timore che il Re di Francia accorresse in aiuto di Carlo. Nell'anno sussegnato s'incendiò il convento dei frati Predicatori in Verona, e ne furono danneggiati assai, essendone bruciati i libri, e fusi i calici. Lo stesso infortunio toccò ai frati Minori presso Lione, dopo Natale, la sera di S. Stefano, quando colà risedeva Papa Innocenzo IV co' suoi Cardinali. In quell'ora frate Pietro di Belleville, un vecchietto, studiava la predica che doveva fare l'indomani; ed essendosi addormentato, s'accese il fuoco; e se, svegliatosi, avesse gridato, avrebbe avuto soccorso, ma invece s'affrettò alla cucina per una secchia d'acqua, volendo all'insaputa di tutti estinguerlo; ma quando tornò, il fuoco era tanto dilatato, che ne bruciò il dormitorio e tutti i libri. Ed in quell'anno io mi trovai là con frate Giovanni da Parma Ministro Generale, cui il Papa voleva mandare in Grecia. E nel detto millesimo 1283, abitando io nel convento di Seggio, il dì d'Ognissanti, dopo mattutino, uscendo di chiesa entrai nel chiostro, ed ivi stetti all'aperto sul prato; e pioveva dall'alto una pioggia copiosa, e più alto ancora io vedeva contemporaneamente un cielo sereno, lucidissimo e trapunto di stelle. Questa cosa l'ho vista anche un'altra volta l'anno dopo, ma di giorno, e non potei vedere le stelle.