a. 1285

Di fatto l'anno seguente, cioè 1285, indizione 13.º il giorno subito dopo l'Epifania, ed era Domenica, Re Carlo morì presso Foggia, fu portato a Napoli, ed ivi sepolto[68]. E noto che, dopo parecchi anni di regno, morì il giorno compleanno della sua incoronazione. Egli fu ottimo guerriero, e lavò l'onta di que' Francesi, che erano andati oltremare con Re Lodovico il Santo. Lasciò dopo sè molti eredi legittimi, figli e nipoti, e della sua morte una santa donna n'aveva avuta chiara visione. Una donna di Barletta, nello stesso anno 1285, ebbe una visione mostratale da Dio, della quale parlandone ai frati Minori, di cui era dovota, disse: Ho veduto in una visione notturna uno che stava davanti a me e diceva: Prima che avvenga, sappi sin d'ora che, entro un anno, per volere di Dio, quattro notabilissimi personaggi entreranno nel regno della morte, ove è la sede assegnata ad ogni vivente Giobbe 3.º: E il primo sarà Re Carlo; il secondo, Papa Martino; il terzo, Filippo Re di Francia; il quarto, Pietro d'Aragona. E gli eventi s'argomentarono di provarlo; conciossiachè ogni cosa succedette giusta la predizione. Questa donna, quando morì Re Carlo, ebbe un'altra visione, e raccontandola ai frati Minori, disse: Parevami d'essere in un ampio e bellissimo giardino, ove vidi un gigantesco e terribile drago, dal cui cospetto io spaventata fuggiva con quanta lena di correre io aveva. Ma il drago di corsa velocissima m'inseguiva, gridando e pregandomi con voce umana di aspettarlo, chè mi voleva parlare. Avendo io udito quella voce che suonava umana, mi soffermai, volendo udire che cosa dicesse; e voltami a lui, gli dico: Chi siete voi, e che volete dirmi? E in risposta disse: Io sono Re Carlo, che abitava in questo bellissimo Giardino, d'onde Pietro d'Aragona con un frusto di carne ora mi scaccia. E alludeva alla moglie di Pietro d'Aragona, per cagion della quale occupò contro Re Carlo il Regno di Sicilia. E che la moglie venga significata col nome di Carne, si ha in Giobbe 1º.... Dopo poi che i frati Minori ebbero saputo della morte di Re Carlo, riconobbero che quella donna aveva veduta una visione vera. Nello stesso millesimo, dopo la morte di Re Carlo, si vide un'ecclisse di luna, ai 4 di Marzo, nell'ora in cui cantavamo il mattutino, cioè nella Domenica di lætare Jerusalem (allegrati, Gerusalemme); nella quale Domenica il Sommo Pontefice dà la Rosa. Questa Rosa è d'oro e contiene entro di se musco e balsamo; in che si rappresenta la Trinità delle sostanze di Cristo.... Il musco, che trasuda dal liocorno, e colla sua essenza aromatica conforta lo spirito, significa il corpo di Cristo...... Il balsamo, che è caldo e odorifero, denota l'anima di Cristo..... L'oro...... raffigura la divinità..... Il Papa dona questa Rosa al Prefetto di Roma. Il Papa dunque dando la Rosa viene a significare le accennate sostanze e spiega il mistero. Parimente il Doge di Venezia co' suoi Veneziani, nel giorno dell'Ascensione del Signore, sposa il mare coll'anello d'oro; parte per festa ed allegria; parte mosso da una specie di antica idolatria, per la quale i Veneziani sacrificano a Nettuno; parte, per indicare che i Veneziani hanno il dominio del mare. Poi i pescatori, a cui piace, chè d'altronde non vi sono forzati, si cavan nudi, e colla bocca piena di olio, che poi mandan fuori, si buttano nel profondo del mare a ripescare l'anello; e chi lo può trovare, senza contrasto, è suo.... Nel millesimo stesso sussegnato, la Pasqua cadde ai 25 di Marzo, cioè il giorno dell'Annunciazione della Beata Vergine, la qual coincidenza alcuni credevano infausta; il che si aspetta che accada di nuovo fra dieci anni, cioè nel 1295. E nello stesso anno, il giorno della Pasqua di Risurrezione, Papa Martino IV fece un solenne pontificale; e poi nel Mercordì fra l'ottava, nel qual giorno si cantò alla messa l'introito Venite, benedicti (Venite, o Benedetti), chiuse la sua carriera mortale; e volle essere sepolto ad Assisi nella chiesa del beato Francesco, perchè era amico intimo dell'Ordine de' frati Minori. E immediatamente, dopo l'ottava di Pasqua, ai 2 d'Aprile, ebbe successore Giacomo Savelli Romano, che era del novero del Collegio de' Cardinali, anzi ne era l'anziano, vecchio, carico d'anni, malazzato, affetto di podagra e di chiragra; e prese nome Onorio IV. Dopo che fu fatto Papa, andò subito a Roma, e richiamò i Cardinali, sparsi in Legazioni per le varie provincie, a fine di trattare con loro della pacificazione del mondo. Era stato lasciato esecutore del testamento di Papa Martino IV; e mandò al figlio di Re Carlo, che era in Sicilia prigioniero di Pietro d'Aragona, un ingente tesoro in grazia di amicizia; e incoronò Carlo, nipote di Re Carlo; e si spera che farà molto bene, come si dice, e come pare che egli stesso assicuri....

Delle insidie e della callidità del diavolo, che colla sua finezza tenta di trarre in inganno i servi di Dio.

Dopo l'assunzione dì Onorio al papato, un certo religioso riconobbe d'essere stato deluso. Vivente ancora Papa Martino, al religioso preaccennato frequentemente appariva il diavolo, e gli prometteva il Papato per subito dopo la morte del Papa d'allora. Ma il frate, come raccontò ad un suo amico, col quale ebbe un colloquio confidenziale intorno a questa cosa, pareva che non si curasse del Papato, se non in quanto desiderava, diventando Papa, di poter rappacificare il mondo. Ma l'amico tanto intimo, a cui svelava il secreto dell'anima, gli disse che a lui pareva impossibile, stante che egli non era persona eminente, nè di gran conto, e perchè i Cardinali, a cui spetta l'elezione, non avevano di lui nessuna conoscenza; ma egli rispondeva che quell'elezione non è opera umana.... In seguito morì il Papa, e fu creato Papa altri, non egli; quindi se ne rimase frustrato nella ricevuta promessa, ed ingannato.... Il religioso preaccennato, a cui tali cose accaddero, era un frate Minore, di cui taccio il nome a fine di bene.... Tutte queste prenarrate cose, quando quarantacinque anni fa, io abitava nel convento di Pisa, le seppi da frate Riccardo, il quale, quando avvennero, dimorava nel convento di Pisa, ed ammaestrano ad aversi buona guardia dalle insidie del diavolo.... Visse un sant'uomo, frate Minore, nativo d'Imola, di nome Benintendi, sublimato all'Ordine del sacerdozio. Egli aveva abitato meco più anni nel convento di Ravenna; era gradito confessore, ogni notte faceva trecento genuflessioni, e digiunò ogni giorno tutto il tempo di vita sua. Una volta fu condotta a questo frate una donna invasa dal diavolo..... Ad uno scongiuro il diavolo se ne volò via confuso e deluso con grida di pianto e di dolore, e la donna, ringraziandone Iddio, ne fu completamente liberata..... quindi il beato Francesco, quando il suo compagno fu una notte bastonato dai demonii alla Corte di un Cardinale, si narra che gli dicesse: I diavoli sono i gastaldi del nostro Signore, destinati a tenere gli uomini in guardia di sè stessi. Anzi io penso ch'egli abbia permesso a suoi gastaldi di irrompere sopra di noi, perchè questa nostra dimora nella Corte de' magnati, non fa buon esempio al popolo. Nella diocesi di Parma, sul monte Bardone, vi è un castello, che si chiama Berceto, trenta miglia distante da Parma. Era di quel paese un certo chierico, di nome Guglielmo, che dimorava a Parma. E quando una volta la moglie di un tal Ghidini fabbroferraio, che era figlia di un certo Pieco abitante nel Borgo delle asse, fu ossessa dal diavolo, quel chierico andò a lei, e cominciò a scongiurare il diavolo, comandandogli di uscire da quella donna: e il demonio rispose: Uscirò sì da lei, ma io ti ordirò tale una tela, per la quale tu non potrai più molestarmi, nè costringermi ad uscire da' miei abitacoli. Perchè sappi già sin d'ora che io farò che tu sia ucciso tra breve, e che tu altri ucciderai. E l'evento avverò la minaccia. Pochi mesi dopo, in Parma stessa, ebbe egli ad altercare in un cortile con un Arduino di Chiavari, e si accapigliarono; ma un forte urtò contro un altro forte, ed ambedue soccombettero. Il fatto me l'ha raccontato chi era presente, e vide quando l'un l'altro si uccisero; e quale dalle labbra di lui la ho udita, tale fedelmente ve la trascrivo. E fu frate Giacomino de' Tortelli, che vide e me lo narrò, che ora è frate Minore; e la donna che prima era ossessa dal demonio, ne fu pienamente libera, ed è in Parma nel monastero dell'Ordine di S. Chiara. Il Ghidini suo marito entrò nell'Ordine de' frati Minori; e, convertitosi a mal in cuore, e datosi a vita non sua, rivolse l'animo al passato, e uscì dal convento durante il noviziato, e vive nel secolo, acciocchè chi è ingiusto sielo ancora più: e chi è contaminato contaminisi vieppiù ecc. Apocalissi 22.º. Del resto Arduino di Chiavari era uomo di lettere, bello, robusto, battagliero, e aveva fatto quello stesso giorno suoi bagagli per partire all'indomani da Parma, e ritornare alla terra nativa. La terra, d'ond'era nativo, si chiama Chiavari, in riva al mare, nella diocesi di Genova, presso Lavagna, dove abitavano i frati Minori. Ed io mi vi son trovato più volte. Ed ivi presso si ha abbondanza di buon vino di vernaccia; e il vino di quella terra è generoso e delizioso tanto, che possono qui trovar loro luogo i versi fatti per quel liquore da un certo Trutanno, che disse:

Vinum de vite —

— det nobis gaudia vitæ.

Si duo sunt vina, —

— mihi de meliore propina.

Non prosunt vina —

— nisi fiat repetitio trina.

Dum quartum poto,

— succedunt gaudia voto.

Ad potum quintum, —

— mens vadit in laberyntum.

Sexta potationum —

— me cogit abire supinum

Se il vin di grappoli — Il sen m'innonda,

Sento rinascermi — vita gioconda.

Se hai vin, che è lacrima — D'uve diverse,

Dei più gradevole — Vo' me ne verse.

Se non ripetesi — Tre volte a prova,

Tre volte il bevere, — Il ber non giova.

Se un quarto calice — Ne bacio e ingollo,

Mi grilla il giolito — Sin nel midollo.

Se un'altra ciotola — M'empie i desiri,

Mi danno il dondolo — I capogiri.

Se il sesto tónfano — Nel sen n'imbotto,

Supin mi corico; — Sono arcicotto.

..... Di otto pericoli, che si notano dall'Apostolo, e di esempi di pericoli..... Hai l'esempio di S.ª Chiara, che in Ispagna liberò i sommersi in un fiume.... Parimente quello del beato Francesco, tuffato da' ladroni nelle nevi, una volta che viaggiando per una selva, cantava in francese lodi a Dio, come accenna il responsorio: mentre a corpo seminudo; e come disse il beato Francesco stesso: Se il diavolo può avere tra mani un pelo d'un uomo, tosto lo fa crescere in una trave; e come disse il Ministro Generale frate Bonaventura, una volta che predicava ai frati in Bologna, ove io mi trovava in persona: Consentire alle suggestioni e alle tentazioni del demonio, è tanto, quanto precipitarsi dalla guglia di un'altissima torre, e, giunti a mezzo, volersi appigliare ad un palo o ad una stanga, per non ruinare a fondo....... Erano a studio in Bologna tre scolari e amici Toscani, i quali avevano tra loro stabilito di entrare insieme nell'Ordine de' frati Minori. E sperando senza dubbio di entrare nell'Ordine del beato Francesco, come avevano deliberato, convennero nella proposta di andare uno di loro in Toscana per denari, onde potersi vestire e fare le altre spese, volute dalla convenienza di chi lascia il mondo, ed entra novizzo in una Religione... Passato Casalecchio[69] e arrivato al ponte del Reno sulla via che va a Crespellano[70], il diavolo gli diede uno spintone, e lo precipitò nel fiume, e ve lo sommerse e annegò; e dopo tempo ne fu trovato il cadavere nel Polesine, e non fu creduto degno di sepoltura. (Il Polesine è la terra, in cui frate Pellegrino di Bologna aveva le sue possessioni. Frate Pellegrino poi è uomo tutto dato alle cose dello spirito, e letterato, che non beve mai che acqua, e abborre dal vino; e fu due volte Ministro nell'Ordine de' frati Minori, cioè nella provincia di Grecia e nella provincia di Genova). Ma non vedendosi ritornare il primo compagno, perchè nol poteva, essendo stato annegato dal demonio, piacque ai due rimasti a Bologna, che l'un di loro andasse in Toscana per il medesimo scopo del primo, ed anche per far ricerche dell'amico smarrito; ma arrivato al luogo sopradetto, e proceduto pochi passi avanti, il diavolo lanciò dal tetto di una piccola chiesa sul capo di questo scolare, una grossa pietra che gliene franse il cranio, e cadde subito morto, e fu quivi sepolto presso la stessa chiesa. Ma non ritornando neppure il secondo, perchè nol poteva, il terzo entrò nell'Ordine senza sapere quale caso avesse incolto i compagni. Questi è frate Pietro di Cori[71], dalla cui bocca ho saputo la storia che scrivo; il quale mentre era ancora nel noviziato di Bologna, fu compagno di un frate sacerdote, che andava a confessare nel Polesine. E trovandosi quel frate, che era sacerdote, occupato in chiesa a confessare, ed il novizzo fuori, a chiacchierare con quelli del contado, sopravvenne un indemoniato, che pareva crudele e terribile. A cui frate Pietro disse: Io riconoscerò che veramente hai il demonio in corpo, se saprai parlar meco in latino, e se mi dirai che avvenne di tre scolari, che erano compagni, e come ordinò ciascun di loro i fatti suoi. Allora il demonio cominciò a parlare, e parlava un sì corretto latino, che frate Pietro se ne meravigliò altissimamente, a udire un uomo rozzo e campagnuolo parlare così, e in quel modo argomentare. Ed insistendo sul fare inchiesta dei tre compagni, disse che egli stesso n'aveva uccisi due, come più sopra è detto. E ricercatolo del terzo compagno, rispose: Non so che sia avvenuto del terzo perchè fuggì e si allontanò da me; Ma potrà fuggirmi, non sfuggirmi, poichè io lo circuirò e ridurrò a tale porto, che chiunque ne abbia udito parlare ne avrà il tintinnio in ambe le orecchie. Interrogò dunque frate Pietro gli abitanti di quella terra, se il demonio avesse detto il vero del cadavere dello scolare ivi rinvenuto, ed attestarono che era vero punto per punto quanto il diavolo esponeva. Avendo poi fatto cercare accuratamente dell'altro compagno riseppe essere egualmente vero. E tanto basti. Crebbe costui nell'Ordine de' frati Minori, diventò uomo di molta letteratura, peritissimo nel diritto canonico, buono di leggere tutta la Bibbia in lingua francese; e passando giorno sopra giorno, ed anno sopra anno accumulandosi, fu eletto Ministro nella provincia di Genova, in Sicilia, e in Toscana sette anni. Fu uomo sempre pieno di sospetti, che insultava facilmente e copriva di vituperi le persone per poterle tenere a stecco. Esaltava cui voleva, cui voleva umiliava; uomo di più faccie, astuto, malizioso, volpe scaltrita, ipocrita vile ed abbietto; uomo pestifero e maledetto, odiato terribilmente da Papa Alessandro IV; e detestato a morte. Era figlio di un Sacerdote della diocesi del predetto Papa, quando questi era ancora ne' gradi minori della gerarchia. Fu mio Ministro e Custode, quand'io era in Toscana; e, dopo che ne partii, commise tante turpitudini ed enormità, che non sono da raccontare, per cui fu dai frati condegnamente castigato. Più volte uscì dall'Ordine, e terminò malamente la sua vita, a ragione de' suoi meriti. Quindi si mostrano vere anche le cose che predisse di lui il demonio... Pertanto tutte queste cose ho narrato avendone porta occasione quel frate che fu ingannato dal demonio, a cui compariva e prometteva il papato; cose che possono tornare utili a conoscere le finezze e le malizie del diavolo. ... Ora ritorniamo alla storia profana, e continuiamo ciò che resta a dirsi. L'anno 1285, indizione 13.ª, millesimo che incominciammo già più addietro, tutto il mese di marzo fu tanta la molestia delle pulci, e ne fu tanta l'abbondanza da parere, ed essere anche troppe per piena estate. E perciò mi tornano a mente que' versi soliti a dirsi:

In x finita —

— tria sunt animalia dira:

Sunt pulices fortes, —

— cimices, culicumque cohortes;

Sed pulices saltu —

— fugiunt, culicesque volatu;

Et cimices pravi —

— nequeunt foetore necari etc.

Tre v'hanno insetti a nomi in X cadenti:

Pulci, zanzare e cimici fetenti.

La pulce fugge a salti e ti canzona;

Va la zanzara a volo, e 'l flauto suona;

La cimice se schiacci uggiosa e lenta,

Col vindice fetor a te s'avventa; ecc.

Nello stesso millesimo ai 7 di Marzo, Sabato, verso sera, si udirono orribili tuoni e spaventosi, e si videro lampi, quasi incendii del cielo, e tosto imperversò una grossissima grandine, che distrusse le ortaglie e gli alberi da frutta, come i mandorli, i melagrani, e i fichi primaticci, ossia i fioroni.... Così anche a Milano si celebrò un Capitolo generale dell'Ordine de' frati Minori, nel giorno di Pentecoste, che fu ai 13 di Maggio. E furono dimessi molti Ministri, e fu modificato il nostro Statuto, a cui quà fu aggiunto, là tolto; e frate Pietro, Ministro della Guascogna, che era maestro con cattedra, fu Vicario in quel Capitolo, come se fosse stato Ministro Generale, perchè frate Buonagrazia, ultimo Ministro Generale era morto. Per la elezione del Ministro Generale però ottenne la maggioranza dei voti e fu creato frate Arlotto da Prato di Toscana, maestro con cattedra, che faceva lezioni a Parigi. Parimente in quell'anno fu celebrato un Capitolo generale dell'Ordine de' frati Predicatori a Bologna; e siccome anch'essi erano acefali, fu eletto frate Munione spagnuolo Maestro dell'Ordine de' frati Predicatori. E sappi che quelli, che noi frati Minori chiamiamo Ministri Generali, essi li chiamano Maestri Maggiori, che comandano agli altri.... E tutto sta bene, perchè vi è differenza di nomi, ma in sostanza tutto riguarda e converge a Dio.... Sappi anche che i frati Predicatori ebbero più Maestri transalpini che cisalpini; e la ragione forse è questa che il loro fondatore, cioè San Domenico, fu un ultramontano. Noi per contrario ne abbiamo avuto più di Italiani che di transalpini. E questo per tre ragioni: Primo, perchè il beato Francesco è Italiano; secondo, perchè è sempre maggiore il numero dei votanti Italiani; terzo perchè sanno più di governo. E gli Italiani temono che se i francesi avessero il predominio nel governo dell'Ordine, si rilasserebbe il rigore della Religione. Avverti che eglino si lamentano se abbiamo maestri di cattedra, dottorati a Parigi. Noi di rincontro ci adoperiamo ad ogni potere per non aver Ministri Generali Francesi per le ragioni addotte più sopra.... Nota, che ad un certo frate de' Predicatori, tutto dedicatosi alle cose dello spirito, fu rivelato in una visione che i Predicatori avrebbero avuto tanti Maestri Generali, quante sono lettere in questa parola: Dirigimur (siamo diretti) che sono nove; ed a verificarsi completamente non restano più che due lettere, cioè u ed r. Poichè prendi la prima lettera, ed hai Domenico; prendi la seconda, ed avrai Jordanum (Giordano); prendi la terza, ed avrai Raimondo; la quarta, ed hai Ioannem (Giovanni); la quinta, ed hai Gumberto; la sesta, ed hai di nuovo Ioannem (Giovanni); prendi la settima, ed hai Munione che ora governa l'Ordine. Esempio quasi identico reca il beato Gregorio nel Dialogo libro 3º.... E nota che l'Abbate Gioachimo, a cui Iddio rivelò il futuro, disse che l'Ordine dei Predicatori doveva patire coll'Ordine de' Chierici; e che l'Ordine de' Minori doveva durare fino alla fine. Nello stesso millesimo preindicato, nel quale si sono celebrati que' due Capitoli generali, il Marchese Guglielmo di Monferrato coll'aiuto dei Torriani di Milano e con altri amici condusse un grosso esercito contro i Milanesi che erano dentro la città. Anche i Modenesi avevano tra loro accesa discordia, e più volte diedero di piglio alle armi. I Tartari invasero tutta l'Ungheria e devastarono tutto con ogni maniera di stragi, d'incendi e di rapine; e in quella invasione uccisero tutti i frati d'un convento di Predicatori, tranne due rannicchiati in un nascondiglio. Finalmente i Tartari fecero pace col Re d'Ungheria, a cui il Re dei Tartari mandò una lettera di questo tenore: «Davide Giovanni Re di Tarso e dell'isola orientale e delle genti, che vi abitano, al Re degli Ungheri (invia) la sua grazia e quella del suo popolo, grazia cui il Dio Trino ed Uno ecc. Come piacque al Signore il nostro cuore si è elevato al di sopra di tutto ciò che si dice uomo terreno, e il nostro trono si è alzato sopra il collo dei ribelli, sicchè i Re della terra adorano la cintura de' nostri lombi, tranne il Re di Francia cui D.... in un dialogo chiama il fedele e il cattolico, e mi disse: Non stendere la mano sopra di lui; la nostra spada divorerà i nemici del crocefisso, e i nostri cavalli e li nostri asini manicheranno i resti di loro; i piedi de' nostri dromedarii e de' nostri camelli non sono più bifidi per la rigidezza che contrassero; moviamo i nostri accampamenti in inverno; sia pace a tutti; mandino a noi vino in ricambio di balsamo, frumento invece di oro puro, poichè stiamo pellegrinando lungi dalle nostre sedi, chiamati da una stella, che ne guida. Nostra cura è di riportare alle loro Terre[72] il Signor nostro Baldassare e i nostri cognati Gaspare e Melchiorre». Mentre si spargeva sangue in tutte queste battaglie, mi tornavano a mente le parole di nostro Signor Gesù Cristo ai discepoli, Matteo 23.º.... Così nell'anno stesso sussegnato, il Re di Francia, dopo la morte di Re Carlo suo zio, condusse un grosso innumerevole esercito in Ispagna contro Pietro di Aragona, chè lo voleva annientare. Così sono le cose oggi, giorno di S. Sisto 1285; se ne ignora la fine perchè gli eventi di una guerra sono sempre incerti.... Parimenti lo stesso anno i Modenesi fuorusciti combatterono un'asprissima battaglia contro i Modenesi di dentro la città, e da ambo le parti si pugnò accanitamente, e molti caddero feriti sul campo, molti ne furono morti, e molti rimasero prigionieri. Lo stesso anno tornarono ad azzuffarsi presso Gorzano, e si rinnovò la strage dell'altra volta, poichè vi fu grande carneficina da ambo le parti, e molti popolani e cavallieri vi trovarono l'ultimo giorno di vita. Tuttavia i Modenesi di dentro la città si vantavano d'aver avuto il sopravvento in tutte e due le battaglie, e quindi dalla vittoria pigliando audacia, andarono ad incendiare Balugola[73], che è un borgo del Modenese in montagna. Parimente nello stesso anno di comune accordo la fanteria e la cavalleria della città di Modena andò al castello di Rubiera, che è sulla strada publica, nella diocesi di Reggio, e quelli di Sassuolo fecero altrettanto; però non avvenne tra loro fusione, se ne stettero a campo separati. E vi andò il Podestà di Reggio con dodici ambasciatori Reggiani, e vi ritrovarono anche frati Minori e Predicatori, e si fece lo scambio e il rilascio dei prigionieri, che in tutto tra l'una e l'altra parte erano 400. E questo fu fatto la vigilia di S. Pietro in Vincoli, ultimo del mese di Luglio; ma già sin da molto tempo prima ne erano intervenute lunghe trattative. Tuttavia perdurò fra loro una guerra vigorosa e sanguinosa, e de' Modenesi tra della parte di que' di dentro, e di quella di fuori, che abitavano a Sassuolo, ne furono morti 1500; i più notabili de' quali sono: Matteo Montecucoli[74], Guglielmino di Monteveglio[75], Ponzio Provenzale, Capitano delle milizie dei Modenesi della città, Gherardo Rangone, Gherardino Boschetti, Giovanni da Rosa, l'Arciprete di Bazoara de' Presuli, Rainiero dei Denti di Balugola, Raimonduccio Grassoni, Nordulo da Livizzano[76], Nevo da Levizzano, Gigliolo de' Poltronieri, Bartolomeo di Campiglio[77], Tomaso di Lovoleto[78], Ardizzone di Lovoleto, Neri di Leccaterra (questi fu valentissimo nel rotare la spada e vibrare la lancia), Carentano dei Carentani, il Modenese de' Ricci, Zaccaria di Tripino, Francesco di Spezzano[79], Tommaso di Spezzano. Qui si chiude il catalogo de' notabili Modenesi uccisi a tempo di quella accanita guerra che tra loro stoltamente si fecero. Ci pensino eglino! Ora è a dire alcunchè de' Genovesi. Tiene la Signorìa di Genova Uberto Spinola, e nel 1285, agli 8 di Giugno, con cento galee filò pel porto di Pisa per forzarlo, ed impadronirsene; e i Lucchesi colle loro milizie corsero contro i Pisani a Ripafratta[80], ove è un castello de' Pisani presso il Serchio, e diedero il guasto all'agro Pisano, mettendo a fuoco le case, le vigne, le biade. E l'anno precedente Genovesi e Pisani due volte avevano tra loro cozzato in battaglia navale, ed i Pisani furono sconfitti, a tale che di Pisani tra morti e prigionieri 10,000 furon messi fuori di combattimento; di Genovesi solo 200. E nota che il sunnominato Uberto tenne di forza la Signoria di Genova dodici anni, e contrastando all'ambizione de' Grimaldi, che parteggiavano per la Chiesa. Parimente l'anno prenotato, Papa Onorio IV mandò ordinando ai Lucchesi che avevano stretto d'assedio Ripafratta, castello dei Pisani sul Serchio, di cessare dalla guerra contro Pisa; e inoltre scomunicò tutti quelli, che avevano ostilmente impugnate le armi contro i Pisani, perchè questi ora si sono annidati sotto lo scudo e la protezione della Chiesa, essendo che dove abbondò il peccato, sovrabbonderà anche la grazia, dice l'Apostolo ai Romani 5.º. Nello stesso anno cominciarono le fondamenta della chiesa dei frati Minori di Reggio; e frate Giglino di Corrado da Reggio ne pose, il venerdì dell'ottava di Pentecoste, 18 di Maggio, la prima pietra nel pilastro anteriore lungo la via, che è vicina alla casa della Chiesa di S. Giacomo. Quell'anno fu anche molto piovoso, e non passava giorno senza pioggia, e i contadini n'erano di mal umore, perchè non potevano fare i loro lavori; e ne accagionavano i frati Minori, perchè gettando le fondamenta della loro Chiesa, avevano dissotterrate le ossa dei morti. E quell'anno non portò piena raccolta, perchè il frumento in qualche luogo fu distrutto parte dalla grandine, parte da altre calamità. La state poi non fu ristorata da nessuna pioggia, e s'ebbe grande siccità, anzi aridità; nè vi fu abbondanza d'ortaglie perchè gli orti non erano irrigui, nè si ottenne dal cielo beneficio di pioggia. Si ebbe carestia di zucche e di minuti[81], di vino, di olio, di rape, di castagne e di molte altre specie di frutta. L'anno stesso vi fu un eclisse di sole, verso sera, un lunedì 4 Giugno, ma fu un eclisse parziale, ristretto, e veduto da pochi, perchè il cielo in quel giorno era nebuloso. Di questi eclissi di sole, di luna, e di stelle, sappi ch'io ne ho veduto spesse volte, dopo che sono entrato nell'Ordine dei frati Minori; ed avvengono non solo perchè Iddio lo predisse, dicendo Luca 23ª.... ma anche perchè portendono, ossia dimostrano, qualche cosa che ha da accadere. Però tra gli altri eclissi di sole, che si sono veduti a miei giorni, il più notevole fu quello del 1239, di cui ho parlato quanto basta più indietro; e di luna, il più maraviglioso fu quello che si vide il primo anno del pontificato di Gregorio X, in Maggio, verso l'ora del mattutino, quando apparve nella luna il segno della Croce, e che in quella notte durò a lungo, e fu veduto da molti in varie parti del mondo. Questo segno nella luna poi comparve ancora l'anno 1272, indizione 15ª. Poi tra gli altri prodigi di stelle, massimo fu quello che si fece vedere a tutto il mondo ai tempi di Papa Urbano IV. L'anno in cui morì apparve in cielo una stella cometa, a modo di fiaccola, verso la festa di S. Apollinare, e continuò a mostrarsi sino alla morte del Papa; della quale apparizione parimente ho scritto più sopra alla rubrica dell'anno 1264.... Le comete i latini le chiamano con parola che significa crinite, perchè mandano uno sprazzo di luce, che somiglia ad una chioma svolazzante; e gli Stoici ne annoverano più di trenta, i cui nomi ed effetti alcuni astrologi notarono. Dei più cospicui lavori pubblici compiuti dai Parmigiani par bene parlarne ora. Nel millesimo sussegnato i Parmigiani cominciarono un grandioso palazzo e bello sulla piazza nuova, e fecero costruire la porta di S. Benedetto, e cominciarono il ponte di pietra sull'Enza, torrente che interseca la pubblica strada, che va da Parma a Reggio, a cinque miglia da Parma; e fecero fare una grossa campana per la torre del Comune, essendosi rotta quella che v'era prima; e siccome per mancanza di metallo non si formarono le anse, od orecchie, e perciò non si poteva legare ed appendere, fu dallo stesso maestro fusa una seconda volta, ma non era sonora per qualche difetto, che, pur si crede, debba avere. Onde i Parmigiani mandarono a Pisa in cerca di un valente maestro, che loro gettasse una buona campana. E il maestro da Pisa venne a Parma sfarzosamente vestito, come un gran Barone; ed alloggiò nel convento dei frati Predicatori, ove fece la campana con quella maggiore e migliore diligenza, che ebbe e potè, avendo ricevuto metallo nuovo ed in gran quantità, come volle; e ne disegnò una forma bellissima... inoltre la gettò sulle fondamenta della chiesa de' Predicatori, che era già fondata, perchè temeva che il metallo sfuggisse dalla forma per di sotto. Ma nulla giovarono tante diligenze, e la campana fusa non fu trovata buona, nè quanto alla forma, nè quanto alla sonorità. E così Iddio punì l'orgoglio de' Parmigiani, che volevano avere una campana che si udisse sino a Reggio e a Borgo S. Donnino, ma appena si sentiva per Parma. E i Parmigiani spesero in quell'anno a fare e rifare una campana mille lire imperiali, nè poterono averla buona. Nel convento poi dei frati Predicatori in Parma non abitavano allora che quattro frati per custodire il locale. Poichè i frati Predicatori fuggirono da Parma per cagione di una donna che si chiamava Alina, che l'avevano que' frati fatta bruciare viva per eretica; nè erano ancora ivi tornati ad abitare, stantechè a ritornare volevano esserne onorificamente pregati; ma i Parmigiani si curavan poco di loro, perchè riguardo ai Religiosi sono sempre duri e poco ossequenti. Parimente, nello stesso millesimo, i Parmigiani costruirono una grossa muraglia lungo il torrente Parma, ad oriente della chiesa di S. Maria del Tempio[82], a partire dal ponte di donna Egidia verso il ponte di pietra, sul quale decorre la strada publica, ed ove si vendono le mercerie. Così in quell'anno eressero due torri in riva al Taro, l'una sulla destra, l'altra sulla sinistra di quel torrente, là dove esso mette foce in Po; e stesero una catena di ferro tra l'una e l'altra torre, acciocchè nessuno potesse in quel luogo entrare nè uscire per acqua con merci senza il placito dei Parmigiani. Altrettanto fecero sull'Enza, dove presso Enzano sbocca in Po; altrettanto sulla Parma, presso Colorno, ovvero Copermio. In quell'anno nella villa di Poviglio, che è nella diocesi di Parma, nel breve giro di tre mesi morirono ottanta uomini; e questa è regola generale, ossia una sperienza provata, che quante volte vi è morìa di bovini, altrettante l'anno successivo sopravviene mortalità di uomini. Infierì anche in Roma una micidiale pestilenza, sicchè sotto Papa Onorio IV, di soli mitrati tra Abbati e Vescovi, dalla Pasqua sino all'Assunzione della beata Vergine, ne morirono ventiquattro. E nello stesso anno i Parmigiani deliberarono di fare un ponte di pietra sul Taro, che è distante da Parma cinque miglia, sulla strada pubblica, che va a Borgo S. Donnino. Inoltre costruirono una torre nel castello di Grondola[83], che hanno sull'Apennino a tre miglia da Pontremoli. Ma per isvolgere meglio questo argomento delle opere fatte dai Parmigiani, è necessario rifarci indietro, e nominare anche quelle che furono compiute prima che noi fossimo nati.